XIV.

Ma quale fu il mio stupore allorchè, giungendo due giorni dopo alla Ca'

Rossa, Ortensia mi venne incontro e mi disse tranquilla, sebbene un po'

pallida:

— Anna mi ha scritto!

— Non è partita! — esclamai; e pensai: «Marcella non s'ingannò! Roveni

era a Bologna».

— È partita — Ortensia continuò. — Ti confesso che ho voluto leggere

alcune righe della sua lettera infame e stupida prima di stracciarla.

Diceva in principio: «Quando riceverai questa mia, sarò molto lontana.»

Era la lettera che io aveva temuta da tanto tempo!; la lettera della

calunnia e della vendetta: solo che Roveni, invece di mandarla anonima,

aveva voluto che sua moglie, con ardimento degno d'entrambi, affermasse

o confermasse lei ad Ortensia la colpa della madre e mia.

— E tua madre, sa?...

— No. Per fortuna la mamma era entrata in casa allora, quando il

portalettere mi fece segno, mi chiamò dal cancello. Non gridò, come al

solito, «posta!»

«Ecco perchè — pensai — Roveni venne a Bologna». E chiesi:

— Che data aveva la lettera? Hai visto? — insistetti io.

— Sul timbro di Genova c'era un quindici: son certa.

— Già; alla metà d'ogni mese partono molti vapori da Genova....

Rapidamente facevo tra di me questo calcolo: il nove od il dieci

settembre Anna aveva inviato al cavaliere il biglietto datato da

Milano; l'undici Fulgosi e Marcella erano alla Ca' Rossa.

Mentre Anna partiva per Genova, Roveni aveva potuto seguir Marcella

e il cavaliere a Bologna; prendervi disposizioni perchè la lettera

andasse a posto, proprio in mano d'Ortensia, essere il quattordici a

Genova; dettare e spedir la lettera, e imbarcarsi colla moglie. Tutto

ciò era possibile; verosimile, vero. Era vero dunque che i nostri

nemici navigavano per altri lidi! Finalmente m'era tolta del tutto la

spina del cuore!

Infatti Ortensia diceva:

— Un'infamia stupida! Ho visto che Anna mi dava la notizia del suo

matrimonio, eppoi:

«E tu, Ortensia, quando ti sposi? Bando agli scrupoli!...»

Nel riferire queste parole Ortensia ebbe il volto improntato del

velenoso sorriso che Anna aveva dovuto avere scrivendole. Ma si

ricompose; tornò lei, fiera e cosciente della sua fierezza: — Non ho

letto altro! Ho stracciato...; non ho voluto un nuovo rimorso. Il solo

rimorso che mi resta sai quale è? Quello d'aver ascoltato il giuramento

che tu mi facesti a Molinella. Per me doveva essere inutile!

— Io, io, — esclamai — non avrei dovuto giurare quel che non è dubbio:

che il sole passa sul fango e non s'imbratta! La virtù di tua madre è

limpida come il sole! Ma io cercavo il momento di prevenire l'ultimo

colpo, che mi aspettavo, che è venuto; io cercavo, piuttosto che

difendermi, difenderti da una nuova offesa....

— Povero Carlo, avesti ragione: ma adesso siamo tranquilli per sempre.

Nessuna ombra turberà più la nostra felicità!

Oh nel dirmi questo che luce Ortensia aveva negli occhi!... Eppure

libero da ogni dubbio, io aveva tuttavia bisogno di schiarirmi l'azione

di Roveni.

Aveva potuto credere che in tanti mesi non avessi preso alcuna

precauzione contro la sua vendetta? Rispondevo ch'egli era convinto

che io fossi stato l'amante di Eugenia. E la sola precauzione di sicura

efficacia che io avrei potuto prendere sarebbe stata appunto quella di

predisporre Ortensia a respingere l'odiosa accusa assicurandola con un

giuramento. E Roveni non mi credeva uomo da giurare il falso. Dunque

sperava certo l'effetto da lui sperato nella lettera di Anna.

Ma Roveni non avrebbe dovuto prevedere che Ortensia straccerebbe la

lettera accusatrice? No — mi rispondevo — Roveni sa che Ortensia

è fiera e forte. Chi è fiero e forte straccia prima di leggerla

un'anonima; non la lettera di un nemico. — E infatti Ortensia aveva

letto quanto a parer di lui sarebbe bastato al suo fine.

Così mi dicevo. — Eppure nella vendetta del nostro nemico sentivo

ancora qualche cosa di inferiore, di meschino; mi pareva inferiore alla

sagacia di lui quella sua gita di lui a Bologna per poi fare impostare

la lettera a Genova e studiare qua il modo più sicuro perchè la lettera

andasse a posto.

Ma la smania della vendetta rende gretti l'animo e l'intelligenza. E

che torbidi commovimenti doveva dare la passione a un uomo come Roveni!

Pensavo: quando egli possedeva Ortensia nella sua immaginazione,

attendendo di possederla in realtà, che cosa lo tratteneva dal cedere

alle seduzioni di Anna Melvi? Il confronto fra Anna e Ortensia. Le

delizie che gli promettevano la bellezza di Ortensia superavano di

tanto le tentazioni della Melvi che lui uomo sensuale, resistette; non

si compromise. Ora fra le braccia di Anna quel confronto sarà tornato

alla sua mente, e quale tempesta avrà suscitato nella sua mente e nel

suo animo! Quale disgusto avrà egli di quella donna, e quale amarezza

gli darà il pensiero del bene perduto! Anna, che non ha mai amato, Anna

da cui ha un aiuto ignobile, l'accompagnerà da per tutto per rimprovero

continuo della sua bassezza; Anna già lo vincola per pena della sua

sconfitta, lo stringe per incitamento ai rimorsi....

Che castigo sarebbe questo se Roveni non trovasse lenimento nella

vendetta! E perciò si capisce quello studio, quella cura a far

pervenire ad Ortensia, con assoluta certezza, la infame lettera. Ma

Roveni ha commesso un errore più grande del mio! Io non conobbi lui; ma

lui non ha conosciuto Ortensia. — Così mi dicevo.

Ma no: anche con tutto questo, troppo, troppo in basso mi pareva che

Roveni fosse precipitato! La immagine di lui s'affoscava ancor più

nella penombra in cui egli stesso aveva sempre cercato d'involgersi.

Qualcuno o qualche cosa al di fuori della volontà sua mi pareva dover

averlo spinto a tale abiezione.

Il destino? Forse il destino si era valso di Roveni quasi di uno

strumento cieco? Sì: forse era stato necessario che quell'uomo

attraversasse il nostro cammino e si comportasse in tali modi perchè

io, dopo uno stato d'infelicità morbosa e con l'amore, l'errore, il

rimorso, riuscissi a concepire altrimenti la vita; perchè Ortensia,

dopo tanti patimenti ed affanni e con l'energia del suo animo, fosse

risollevata a quella fede nella vita ch'ella sola aveva saputo ridarmi.

Ma se così era, oh io potevo finalmente guardare al destino senza più

trepidare! Chiaramente ora vi leggevo il perchè della umana necessità

del soffrire: per l'elevazione dello spirito umano. La nobiltà, la

redenzione del dolore, ecco quel che cominciavo a leggere in faccia al

Destino!

In faccia al destino · 第 67 / 75 题