XIII.

E alla Rita....

Lasciatemi indugiare in questi grati ricordi. Sono di un uomo che

per troppo tempo aveva sol visto, in tutti e in tutto, infelicità e

tristezza.

Fino il sorriso che i miei poveri ammalati trovavano al mio saluto, mi

era, in questi giorni, d'augurio; e tornando dalle loro case ristavo al

rezzo dei pioppi.

Nei fossati scorrevano limpide le acque; nei maceri, già ripuliti

della canepa, si specchiavano nitidamente case e alberi; nei campi le

glebe riflettevano il sole dal netto taglio dell'aratro e le grida

che incitavano i buoi passavan lente ma non sgradevoli, quali voci

di tranquilla pazienza; dalla terra dissodata, dalle vigne cariche

d'uva e dalle acaciaie sorgevano festose schiere di passeri e storni,

e invisibili nel più cristallino cielo di settembre, le allodole

s'inebriavano di voli, di trilli e di sole. Osservavo e ascoltavo....

Né io potevo più sentir punture della spina che mi restava nel cuore,

se Dio con tanto impeto di vita mi penetrava nel cuore. — Dio, Dio

mi voleva felice! Dio doveva aver attutito la vendetta nel cuore del

perfido, che ora navigava dimentico....

E alla Rita dissi che, che secondo l'usanza del paese, mi preparasse

presto gli zuccherini nuziali. Non mi credeva, credeva scherzassi.

Ma poichè insistetti, mi domandò se la sposa sarebbe quella che

s'intendeva lei, la figliola del signor Claudio?

— Certo! Chi vuoi che sia?

Non scherzavo; e la vecchia cominciò a urlare:

— Biondo, correte! Correte!

Il Biondo sapeva che la moglie da cinque mesi giuocava, ogni settimana,

più numeri che con cabala sapiente aveva ricavati dalla gran disgrazia

dello zingaro, e perciò egli trottò verso di noi domandando:

— Son venuti? Ambo o terno?

In faccia al destino · 第 65 / 75 题