Prolungando la nostra aspettazione e acuendo la nostra curiosità il
cavalier Fulgosi accresceva l'importanza della notizia che ci aveva
promessa.
— Cavaliere, la notizia? — La notizia, cavaliere?
Resistè fino a mezzo il desinare; poi solennemente, dall'alto della sua
prosopopea cominciò:
— Signore e signori! Ho, non dico l'onore, non dico il piacere, ma
la _bonne chance_ di parteciparvi per primo che l'esimia artista di
canto signorina Anna Melvi da qualche giorno ha giurato fede di sposa
all'egregio giovane signor....
— Ingegner Arturo Roveni! — conchiuse precipitosamente Marcella.
A un oh! di stupore seguiron particolari commenti.
— Disgraziata! — fece Moser.
— Bene accompagnati! — mormorò Ortensia.
E Eugenia guardandomi:
— Così va il mondo!
Io tacevo. Provavo un senso di nausea e nello stesso tempo
un'apprensione di malefizio.
— Che interesse ha avuto Roveni a legarsi a quella donna? — chiesi al
cavaliere.
— Anna guadagna molto — Marcella disse ingenuamente. — Canta benissimo.
— Benissimo! — ripetè il cavaliere, che era rimasto deluso dalla
consapevolezza di Marcella. — Ma se ella, signora mia, ha appreso
dai giornali ciò che io ho appreso per partecipazione diretta, ella,
mi consenta dirlo, non può sapere il perchè o i perchè di questo
matrimonio. Io sono in grado di rispondere alle dimande del dottor
Sivori.
Si fece assoluto silenzio; ma allora l'eloquenza del cavaliere arrembò
dinanzi a una difficoltà non preveduta nel primo slancio. Bisognava
parlare in modo da non offendere orecchie caste, e proprio allora non
gli vennero in mente frasi inglesi che fossero del caso.
— Sono due le versioni che corrono di così inopinato avvenimento.
Secondo l'una.... ehm!... si tratterebbe di.... riparazione. Mi spiego?
L'ingegnere.... ehm! si sarebbe lasciato cogliere dalla signora Melvi
madre....
— Basta! — esclamò Claudio. — Se continua, cavaliere, chi sa dove va a
finire!
— Secondo l'altra versione, che ho da miglior fonte....
— Sentiamo! — interruppi io —; perchè la prima è inverosimile. Roveni
non è uomo da riparare!
— Secondo, dicevo, una miglior fonte, un _gentleman_ inglese del
Transvaal, capitato a Milano quando Anna cantava al _Lirico_, se ne
sarebbe innamorato e....
— Avanti! — comandò Moser.
L'oratore proseguì di corsa:
—.... l'inglese avrebbe offerto un impiego nelle miniere all'ingegner
Roveni, altro ammiratore della diva, e l'ingegnere avrebbe sposata la
diva per compenso, e tutti e tre en bon ménage sarebbero partiti da
Milano alla volta del Transvaal. Mi sono spiegato?
Moser rispose: — Anche troppo!
— Questo è certo che gli sposi sono già in viaggio.
Dopo una pausa Fulgosi mi domandò se la seconda versione mi pareva
più verosimile ed io risposi che la credevo nel vero. Era uno scandalo
degno dei personaggi!
—.... Per _savoir vivre_ — il cavaliere concluse senza più timore di
pericolare — bisogna _savoir faire_. La fortuna il più delle volte è
soltanto _ruse_.
Ora bisogna sapere che quando il cavaliere parlava, Mino l'ascoltava
con ammirazione manifesta. Che brav'uomo!, pareva dire il ragazzo ad
ogni vocabolo francese o inglese ch'egli non capisse.
Ma di ciò che non capiva Mino non aveva mai chiesto schiarimento; forse
per una riverenza quasi religiosa che gli imponeva di non sciupare
l'efficacia del misterioso eloquio, o forse perchè pensava: verrà il
giorno che ti comprenderò anch'io! Se non che a quella parola _ruse_,
o fosse per la sua propria singolarità di suono o fosse per il modo
perfettamente parigino con cui il cavaliere la pronunciò, il ragazzo
rimase sbigottito. Che conseguenza ebbe questo sbigottimento! Produsse
lo scoppio della bomba che Marcella aveva predisposta e affidata al
fratello, dopo colazione.
— _Ruse_ — Mino si provò a ripetere. — Cosa vuol dire?
Io, che avevo visto negli occhi di Eugenia e di Ortensia quant'esse
disdegnavano la teoria del cavaliere e che sentivo il bisogno di
sfogarmi, risposi:
— _Ruse_, nel significato che vi attribuisce il cavalier Fulgosi,
vuol dir accortezza per far quattrini a prezzo dell'infamia; vuol dire
sguazzare nel fango senza affogarvi; vuol dir l'abilità di contaminare
la virtù, l'onore, la dignità umana senza incorrere in alcuna pena.
Il cavaliere s'inchinò esclamando: — Bravo!
Ma tant'è la significazione che può assumere una parola, che Moser
rivolto a Mino aggiunse per conto suo:
— Quella parolaccia vuol dire anche che non sempre chi ha ingegno, è
bravo, ha voglia di lavorare, è un galantuomo. Chi poi non ha nemmeno
voglia di studiare....
Ne prevedesse, del tutto o in parte, la conclusione morale Mino
interruppe il padre con un'affermazione che gli pareva incontestabile:
— Io sono un galantuomo!
— No — ritorse l'altro, inquieto. — Chi non ha voglia di studiare non
è un galantuomo!
Ma Mino non tacque. Consultò, guardandola, Marcella, e nel modo di chi
medita tra sè e sè, disse:
— Adesso dovrò studiare più di due ore al giorno perchè non ci posso
più andare, in collegio.
— Eh?!
A quell'eh?! paterno ma feroce io e Ortensia ci scambiammo un'occhiata
che diceva «ci siamo», e invano Ortensia cercò di trattenere il
fratello chiamandolo a nome; anzi fu peggio.
— In collegio non ci vado più! — il ragazzo rispose, risoluto, a suo
padre.
Questi con uno sguardo più feroce che mai gli imponeva di chiarire il
perchè di così nuova oltracotanza; e la spiegazione precipitò mentre
Marcella abbassava gli occhi sul piatto.
— Chi ci resta con te e la mamma se Ortensia sposa Sivori?
Che cosa accadde alla rivelazione? Non è difficile immaginarlo. Io feci
una risata sciocca; Ortensia, rossa rossa, gridò: — Ma Mino! —; Mino
gridò: — È stata Marcella! —; Marcella gridò: — Non è vero! — in modo
da confermare l'accusa; Eugenia sorrideva guardandomi e il cavaliere
era già in piedi col bicchiere in mano e un _toast_ sulla punta della
lingua, aspettando che Claudio deponesse la forchetta. Perchè Claudio
faceva paura, in parola d'onore: i suoi occhi partendo da Mino avevano
scrutato foscamente ogni volto intorno alla tavola e a scorgere gli
indizi di una complicità universale egli era rimasto con la bocca
aperta, non per ricevere il boccone che la forchetta tratteneva a
mezz'aria, ma per lasciar passare un'esclamazione tremenda che non
voleva uscire. Per fortuna dovè pensare che era impossibile infilzarci
tutti quanti se prima non liberava la forchetta d'ogni impedimento,
e ingoiò il boccone; e il boccone respinse in gola l'esclamazione
tremenda; sicchè, dopo, Claudio non seppe più che dire.
Disse:
— M'avete preso, tutti quanti, per un imbecille?
Nessuno rispose; o meglio, per timore del proverbio «chi tace conferma»
credemmo meglio ridere tutti in una volta.
— Dunque è vero? — urlò egli con l'arma rivolta verso il principale
colpevole, che ero io e tacevo.
Chi tace conferma: sì, è vero non che tu sei un imbecille, ma che io
sono felice!
E Ortensia mi salvò. Si alzò; venne a susurrare non so quali portentose
parole all'orecchio del padre. Vittoria! Claudio mosse all'indietro la
testa per attingere dagli occhi della figliola una conferma e, persuaso
alla fine che essa diceva sul serio, si diè per vinto benchè gridasse:
— Son brutti scherzi!... Una congiura!... Un tradimento! — E con voce
già malsicura: — Ma se è vero.... Cavaliere, faccia pure il brindisi!
— Bene auspicando.... — Etcetera: il brindisi si prolungò in
un'orazione che ebbe per termine il motto _sursum corda_! S'alzarono
invece i bicchieri, ma al tocco di essi parve proprio che si toccassero
i cuori.
Quando ci levammo da tavola io non pensai affatto a disingannare
Claudio; il quale, sempre per uscir dal dubbio d'essere quel che aveva
detto, borbottava: — Un tradimento! Tutti d'accordo.... anche Mino! È
stato un tradimento!
Io ero ansioso di giustificarmi con Eugenia.
Ella parlò prima di me.
— Lo sapevo da un pezzo che vi volevate bene.... Ma se l'avessi saputo
anche prima, quando — vi ricordate? — vi dissi, lassù, delle intenzioni
di colui....
— Il mio silenzio d'allora — esclamai —; la mia dissimulazione fu la
mia colpa. Voi saprete perchè tacqui?
— L'ho immaginato: Ortensia era tanto giovane! Eppoi, non volevate
ammogliarvi....
Non bastava a mia scusa; e la buona donna cercò togliermi ogni traccia
di rimorso:
— La colpa, del resto, fu più mia che vostra. Io, io avrei dovuto
accorgermene.... Ma è un destino che in certe cose io sia come Claudio:
non abbiamo occhi per vederle al momento opportuno. E forse....; io lo
credo, Carlo: credo che voi e lei siate stati provati così duramente
per essere più felici adesso.
Era una felicità troppo grande?
Eugenia sembrò leggermi negli occhi la dimanda e non potè non dire di
Roveni e della Melvi:
— Ora quei due.... se ne vanno lontani; non abbiamo più nulla da temere.
Marcella udì queste parole. E poichè io mi accompagnavo a lei, nel
prato, per ringraziarla del suo tiro birbone, anche lei prevenne quel
che volevo dirle, e scampando in altro discorso, disse sommessamente:
— È strano! Un'impressione, di ieri....; e me ne son ricordata solo
poco fa. Quando a Bologna, fummo scesi dal treno, e cercavamo l'uscita,
mi parve di veder uno che rassomigliasse a Roveni in una carrozza di
coda.... Un'impressione, vi ripeto. Non poteva esser lui. Ma è strano
che non ci abbia più pensato affatto.
Io.... Ah io l'avevo ancora la spina nel cuore!
— Che hai? — mi chiedeva Ortensia.
— Finalmente! — risposi soltanto all'anima mia.
Finalmente potevam dirci che tutti sapevan del nostro amore. Però
nessuno al mondo immaginava quanto ci amavamo!
Ma appena l'aria si fu rinfrescata io presi a braccio il cavalier
Fulgosi (che era ancora insolitamente rosso e faceva complimenti a
Marcella fin in Milanese) e lo sottoposi a un'inquisizione.
— Da chi aveva appreso che i Roveni eran già in viaggio?
Aveva la prova in tasca; e mi esibì un biglietto di Anna datato da
Milano e scritto press'a poco in questi termini: «Sul punto di partire
per Genova e per altri lidi sento il dovere di ringraziarla di quanto
fece per me, anche a nome di mio marito». Il marito aveva aggiunto di
proprio pugno: «Saluti dal suo dev. Roveni».
— In relazione?... Ecco: si era imbattuto in Anna un giorno, sotto la
Galleria.... Essa gli aveva annunziato il suo imminente matrimonio.
Come evitare di mandarle un _bouquet_ il dì delle nozze? Era stato lui,
il cavaliere, a introdurla al _Lirico_....
— E dal giorno dell'incontro non s'eran più riveduti?
— No: in fede di gentiluomo!
— E quel giorno avevan parlato d'altro? dei Moser?
— Anna aveva chiesto: I Moser sono a Bologna, è vero?
(Il cavaliere ebbe una reticenza).
— Dovevo non dire di sì?
— Soltanto? Non aveva detto qualche cosa di più?
— Anna aveva domandato, sempre con aria di semplice curiosità: «Lei
andrà a trovarli?» Ed egli s'era schermito con un «forse». Null'altro,
in fede di gentiluomo!
Ma ahi! Anche i gentiluomini possono dimenticare qualche parola di
poca importanza. — Il cavaliere, per esempio, potè dimenticarsi d'aver
risposto, invece, che andrebbe a trovare i Moser «forse.... tra qualche
giorno».
Io però, allora, mi tenni pago, anzi contento dell'inchiesta. — Non
c'era dubbio! Marcella senza dubbio si era ingannata! I coniugi Roveni
navigavano per altri lidi.