Colui il quale invece di Guido accompagnò Marcella a trovare i suoi
era, manco a dirlo, il cavalier Fulgosi. Ma per che complesse vicende
famigliari la gelosa signora Fulgosi se n'era andata in licenza a
Varezze con il tenente Piero suo figliolo, lasciando o relegando
il marito a Valdigorgo? Forse la sua fosca gelosia s'era spenta al
brillare delle spalline figliali? O la gloria delle figliali imprese
l'inteneriva come l'avevano inasprita un tempo quelle del marito, e
lui, il cavaliere, godeva di una relativa e nuova libertà? O con quali
finezze diplomatiche giustificava egli le sue scappate da Valdigorgo a
Milano e meritava il permesso d'accompagnar Marcella a Bologna?
Non so e non m'importa rispondere; so che il cavaliere m'accolse alla
Ca' Rossa con tutti gli antichi segni di deferenza e ammirazione. Mi
avvertì subito che la scienza aspettava ansiosamente il profitto dei
miei studi sulla malaria, o la pellagra, o il tifo, o il socialismo,
o qualche altra malattia fisica o morale o sociale per cui mi fossi
umiliato a medico condotto a Molinella.
Io intanto ammiravo lui. Con risoluzione eroica egli aveva raso dal
mento e dalle ganasce la stopposa barbetta, conservando solo, per un
più adeguato uso della tintura, gli esili baffi; e i capelli lasciati
crescere dove ce n'erano e appiccicati a ricoprire, con economia, la
lacuna nel bel mezzo del cranio, gli facevan da parrucca. Rideva ora a
bocca un po' più stretta per attenuare la novità di qualche dente. E
anche l'abito bigio, attillato, e il gilet bianco e il ventaglietto,
che gli risparmiava troppe assidue contemplazioni di sè medesimo
nello specchio del pettinino, gli conferivano un'aria di baldanza tra
giovanile ed estiva.
Marcella, la florida Marcella, trovò opportunità a narrarmi che
partendo da Milano il cavaliere s'era messo in mente d'apparire, agli
occhi dei viaggiatori ignari, quale suo marito e padre del bimbo. In
vagone egli aveva discorso in modo da evitare l'uso del _lei_, e fino
a un certo punto c'era riuscito. Ma quando Marcella aveva udito uno
dei compagni di viaggio susurrare a un altro: — Che moglie giovane ha
quel vecchietto! — aveva essa rotto l'incanto dicendo, per una dimanda
qualsiasi: — Scusi, cavaliere....
Egli però si era consolato ad ogni stazione con l'esporre dallo
sportello il bambinone, che accarezzava paternamente senza timore di
passare per nonno.
A dir vero la timida Marcella, che rideva così di gusto, si era fatta
ardimentosa! Ne diede prova anche più vivace mentre io e Ortensia ci
rubavamo il suo Bebe. Ortensia pareva divorarlo a baci fragorosi, ed io
glielo rapii.
— _Tivovi_! _Tivovi_!
— Vuoi più bene a Sivori o alla zia? — gli chiese la madre.
Risposi io ch'egli voleva più bene a _Tivovi_, perchè lo baciava meno
forte e non gli faceva male e lo faceva trottare su di un ginocchio.
— Già! — esclamò Ortensia fingendosi irritata meco: — io faccio del
male anche quando faccio del bene? Cattivo! Oh come è cattivo Sivori!
E Marcella:
— Chi non vi conoscesse direbbe che siete cane e gatto, voi due!
Dimandò Ortensia:
— Ci conosci, tu?
— E come! Tutti e due.... (si battè coll'indice in mezzo alla fronte
per dire che avevamo entrambi poco giudizio). Se vi metteste d'accordo,
una buona volta!
— Faremmo una pazzia sola — io dissi ridendo.
— Ma la fareste finita: sarebbe ora!
Guardai Ortensia. Ella esclamò:
— Io non voglio, farla finita! Sempre cane e gatto noi due! E il gatto
sono io!
Soffiava contro al bambino e lo minacciava con le unghie.
Egli mi sfuggì, per rincorrerla.
Allora Marcella mi susurrò:
— Se il babbo non fosse cieco, o io potessi parlare....
— Zitta!
— Sì, sì: starò zitta; ma è ora di finirla! Aspettatevi un tiro
birbone, Sivori!
Ed io m'aspettai il tiro birbone. Chi m'avrebbe mai detto che Marcella
me ne giocherebbe non uno ma due, e uno più ardito dell'altro?
Dopo colazione, Bebe e il cavaliere — che ci promise una grande,
strepitosa notizia per l'ora del desinare, _entre la poire et le
fromage_ — andarono a godersi un meritato riposo; e mentre Ortensia
attendeva a faccende e Claudio e Mino conversavano fuori all'ombra con
Cleto l'ortolano, Eugenia mi disse che lei e Marcella avevano una cosa
da dirmi.
Marcella m'aspettava nella camera da pranzo. Su la tavola era un
piccolo pacco e a quello ricorsero gli sguardi delle signore, che
sorridendo l'una all'altra non mi celavano un grande imbarazzo.
— Parlo io o parli tu? — chiese Eugenia alla figliola.
— Tu, mamma. Sivori mi mette sempre un po' di soggezione.
— Poco fa non si sarebbe detto — osservai io, ridendo. E Marcella:
— Ma adesso si tratta di tutt'altra cosa!
— Che cosa mai?
Eugenia cominciò:
— La notizia, che il cavaliere ci ha promessa speriamo sia bella, ma
è più bella questa che vi diamo noi ora. Grazie a Dio, Learchi s'è
riconciliato con Guido.
La figliola scosse il capo:
— No, mamma; non cominci da quello che importa di più a me e a Guido.
E rivolgendosi a me:
— Anche voi dovete esservi meravigliato che Guido non facesse nulla
per mio padre, quando avvenne la disgrazia. Allora tutti i rimproveri
cadevano su di me. Ortensia....
— Questo è inutile — interruppe Eugenia. — Basta che Sivori sappia la
minaccia di tuo suocero....
— Appunto! Noi non lo dicevamo, ma mio suocero aveva minacciato di
diseredare Guido. Avete capito? Odiava tutti; me più di tutti, e la mia
creatura....
Necessariamente Guido non aveva potuto compromettersi ad aiutar Moser
con quel pericolo addosso: che alla morte del padre gli rimanesse solo
la parte legittima dell'eredità.
Ripigliò Eugenia: — Il vostro intervento, Sivori, ebbe anche l'effetto
di mitigare quell'uomo.... — E alla figliola: — Racconta tu....
— Adagio, mamma! Prima bisogna dire che cosa la signora Redegonda mi
scrisse dopo che il marito ebbe recuperato il suo avere. Mi scrisse
che quell'avaraccio riteneva il dottor Sivori un gran galantuomo e
cominciava a ritenere l'ingegner Roveni una canaglia. Allora lei non
lo lasciò più vivere; gli diceva sempre: — Bella figura avete fatto
col dottor Sivori quando venne a trovarci! Bella stima avrà di voi il
dottor Sivori a udire che odiate fin il vostro sangue!; — e così via.
Dopo aver disposto il marito a vergognarsi, un bel giorno la signora
Learchi aveva detto di voler andare a Milano. Il marito rifiutava di
accompagnarla. — Andrò sola — disse lei.
E sì che la signora Redegonda non aveva mai viaggiato da sola; non era
uscita da Valdigorgo che due o tre volte in vita sua! Il marito dovè
cedere; l'accompagnò; ma giurò che non avrebbe messo piede nella casa
di suo figlio.
E la signora Redegonda: — Ci andrò sola. Mi aspetterete su la porta. —
Ma quando furono su la porta giurò a sua volta che non sarebbe discesa
finchè il marito non fosse salito a prenderla.
Di nuovo animosa e rapida Marcella riferiva la scena intercalando
frequenti: avete capito? capite?
— Guido, capite? arriva a casa e vede.... suo padre con nostro figlio
in braccio!
Anche Eugenia rideva di gusto.
Già: Learchi era salito; era entrato in casa chiamando ferocemente:
— Redegonda! Andiamo via! Vado via!
Ma la moglie voleva desinare, prima. E si era messa ad apparecchiar la
tavola, mentre Marcella fingeva di preparare in fretta il desinare già
preparato.
Bebe piangeva a veder quel vecchiaccio; la signora Redegonda glielo
pose in braccio perchè lo quietasse lui. Allora arrivò Guido.
— Bella scena! — ripetevo io.
Ma Learchi si era vendicato a tavola; perchè tra un boccone e l'altro
non aveva risparmiato mortificazioni, e alla fine si era alzato dicendo
al figlio:
— Il vino è amaro; ma ho mangiato bene.... Buon pranzo; bella casa!
Devi guadagnar molto.
Guido colse la palla al balzo:
— Guadagno abbastanza; se continuo così, in pochi anni pago i debiti.
Immaginarsi la faccia del Cerbero!
— Debiti! Debiti! Hai dei debiti?
Era una bugia credibile quella di Guido, giacchè Learchi ignorava gli
aiuti che la signora Redegonda dava a Guido.
Marcella proseguì:
— Debiti! debiti! — urlava il vecchiaccio. — Andiamo via! Via! —
Strappò seco la signora Redegonda, la fece sin piangere.... alla sua
maniera.
— Ride anche quando piange — notò Eugenia.
— In conclusione.... Adesso parla tu, mamma....
(Eravamo al _quia_ e Marcella perdeva l'animo tutto in una volta).
— In conclusione, qualche tempo fa la signora Redegonda ispedì a Guido
una certa somma, quella lì sulla tavola, che ottenne dal marito perchè
il figlio pagasse alcuni debiti. Oh non una gran somma! Ma per di più
la buona donna annunciava che Learchi assegnava al figlio un tanto al
mese, sempre per estinguere quei famosi debiti e non farne altri.
— Guido però ne ha abbastanza, per la famiglia, di quel che guadagna e
dell'assegno materno....
— Guadagna davvero, Guido — asserì Marcella.
—.... e Guido desidera assumersi lui il credito che avete voi con
Claudio.
Me l'aspettavo!
— Capite? — interloquiva Marcella per aiutar la madre. — Non abbiamo
più alcun timore per l'eredità.... La belva è ammansata. Senza
sacrificio possiamo mettere in disparte qualche cosuccia ogni anno....
— Eccovi intanto cinquemila lire in contanti — conchiuse Eugenia
porgendomi il pacco, e quindicimila in cambiali in bianco, con la firma
di Guido e della signora Redegonda.
Che dire?
— Non vi offenderete.... — pregavano a una voce Eugenia e Marcella.
— Lo sa Claudio? — domandai.
— Sì; e trova giusta la cosa.
Allora dissi:
— Sia dunque fatta la vostra volontà! Ma vi dichiaro che non credo sia
della signora Redegonda la parte principale di questa storia: è vostra,
cara Marcella.
Ella rise, pur protestando:
— Ho detto la verità; credetemi.
Eugenia mi porse la mano.
— La restituzione della somma non ci sdebiterà con voi. La nostra
gratitudine è anzi più grande perchè non ve ne avete a male.
Eh! Altro che avermene a male! Accettando, affrettavo la mia felicità.
Infatti Marcella preparava il secondo tiro; e si valeva questa volta
del fratello per lanciare una bomba a dirittura.
Mino in quel giorno di festa passeggiava e correva per ogni parte con
un libro (chiuso) in mano; tanta aveva voglia di studiare! Con Marcella
abbondava in carezze: a un certo punto si vide che le confidava le
sue pene. Ne seguì un lungo colloquio; ma mentre fratello e sorella
andavano a braccetto su e giù per la loggia, m'insospettirono le
occhiate che il ragazzo mi volgeva di traverso. Poi, a un tratto, egli
cercò Ortensia e le balzò al collo a baciarla senza dir nulla. La udivo
gridare per liberarsene:
— Diventi matto?
Che diavolo mai gli aveva suggerito Marcella?