La mia gran fede, che aveva riscossa e commossa quell'anima, la
riscaldava a poco a poco.
Diverse espressioni ricorsero nelle sue lettere che significavano in
lei il prossimo, compiuto ritorno a sè stessa. Questa, per esempio:
Ho sognato che mi passavi una mano su la fronte e così mi toglievi
ogni antico male, ogni brutto ricordo. La dolcezza del sogno m'è
rimasta tutt'oggi nelle vene; mi è parso di sognare tutt'oggi e di
vivere in uno splendore.
Le mie visite non erano frequenti. Essa mi imponeva lo stesso riserbo
che per il passato. Perchè?
Diceva: — Voglio aver la consolazione di dire io al babbo: «Io sono più
ostinata di te, ma Sivori è più ostinato di noi due insieme! Si è messo
in testa di sposarmi, e bisognerà cedere!»
Quando direbbe ciò?
Oh anche in questo indugio, che sembrava un capriccio, c'era tanta
delicatezza! Prima di tutto io comprendevo tacitamente il perchè voleva
rivelar lei al padre il nostro segreto.
Per quanto ottimista, Claudio come resterebbe se la notizia gli venisse
da me o se Eugenia gli dicesse: — Sivori domanda la mano di Ortensia?
— D'un amico come me non era da dubitare gli domandassi in moglie la
figliola in compenso dei quattrini che mi doveva; ma, insomma, per
quei maledetti quattrini gli potrebbe essere amareggiata una gioia che
Ortensia sperava piena e perfetta se lasciassi fare a lei.
Poi Ortensia non aveva torto del tutto quando esclamava:
— Abbiate pazienza, signor dottore! Volete che i miei credano che sono
tornata buona solo per voi? che torno allegra, solo per voi, che non
penso che a voi?.... Ho dei rimorsi — aggiungeva più piano. — Con mio
padre, quando si sforzava di nascondere il suo dolore, ero sgarbata
e urtante; avrei voluto vederlo soffrire come soffrivo io. E con
la mamma, quando mi ribellavo alle sue parole di conforto, alla sua
rassegnazione? Mi ricordo di certe sue occhiate che adesso mi sembrano
quelle di una povera creatura ferita a morte, tant'ero irritata,
cattiva!... No, Carlo: è troppo presto dire a lei e al babbo che sono
disposta ad abbandonarli. Lasciamo passare almeno qualche mese, che
s'avvezzino un po' a questi luoghi, a questa solitudine....
— Ma credi che tua madre non ci legga in faccia il nostro segreto e non
ne goda? — le dicevo io.
— Non importai Vorrei anzi che indovinasse tutto; anche la nostra
riserbatezza. Così si abituerà meglio all'idea del mio abbandono.
.... Io andavo alla Ca' Rossa due o tre volte la settimana.
O di giorno o di sera, erano ore di felicità.
Ivi, alla Ca' Rossa, avanzando l'estate, mi ristoravo in quella
frescura spirituale che v'infondeva la novella quiete.
Ortensia m'appariva più bella nella veste umile, con il lungo grembiule
attinente alla persona ardita e disinvolta; e la gola, che sorgeva
bianca dal corpetto un po' scollato, e la nuca scoperta sotto l'onda
dei capelli copiosi strettamente raccolti, davan cenno di forme che la
salute rifiorendo renderebbe in breve tempo perfette. Più era lieta se
colta in faccende di massaia o di giardiniera. Perchè già il lazzeruolo
proteggeva una corona di molti vasi in cui era solo da temere l'eccesso
dell'acqua che Mino v'impartiva; ed erano questioni con la sorella,
che pareva averli inventati lei i garofani e i gelsomini e l'arte di
coltivarli!
Dall'altro lato della casa schiamazzavano galline in un piccolo
recinto, e Ortensia sperava ricavar tante ova da farne spedizione fin
a Milano; ma un _cocodè_ poco naturale rivelava spesso che Mino a ber
le ova cantava con la stessa gioia che le galline a farle. Ah quel
Mino! A sentir lui non gli piacevan solo le ova fresche; gli piaceva
anche l'astronomia. Nell'infinito riscintillamento di una sera senza
luna accennai ad Ortensia massaia che anche in cielo passeggiava una
chiocciola con un drappello di pulcini; e Mino cominciò a pretendere
gli dicessi i nomi di tutte le stelle: tutte!
Infatti, oltre che la Stella Polare gli insegnai a riconoscere la
smeraldina Vega e il rubicondo Antares, Arturo e il Delfino, e, benchè
pianeti, Marte e Giove.
Disgraziatamente gli esami di Mino pretendevano ben altro!; e durante
il giorno egli faceva altro che studiar grammatica, aritmetica e
storia: martellava, inchiodava, impiastricciava dei più vivi colori
certi fogli che avrebbero sbigottito fin un pittore impressionista.
Incarcerato nella sua camera, vi declamava per cinque minuti i verbi
irregolari o la costituzione di Servio Tullio; poi governava una tribù
di formiche restìe ai suoi ordini. Redarguito, rispondeva piangendo
d'aver appreso a scuola che chi studia troppo, muore; e poichè il
troppo è relativo all'indole e al giudizio delle persone, asseriva
in coscienza che studiare due ore al giorno era per lui uno sforzo;
e gliene doleva sinceramente perchè avrebbe voluto diventar ingegnere
navale o ufficiale d'artiglieria.
Di conseguenza, a luglio fu bocciato agli esami in tutte le materie
(in astronomia non l'interrogarono). Dopo di che gli pesò addosso la
minaccia di essere messo in collegio se non riparasse in autunno.
Perciò avrebbe studiato in luglio e in agosto più di due ore al giorno,
a costo di morire, se per distrarsi dalla pesante minaccia del collegio
non avesse anche studiato la marcia reale al suono di un'ocarina di
terracotta, e se non avesse dovuto perfezionarsi al tiro al bersaglio
per divenire un bravo ufficiale d'artiglieria.
Mio buon Mino!