IX.

La mia gran fede, che aveva riscossa e commossa quell'anima, la

riscaldava a poco a poco.

Diverse espressioni ricorsero nelle sue lettere che significavano in

lei il prossimo, compiuto ritorno a sè stessa. Questa, per esempio:

Ho sognato che mi passavi una mano su la fronte e così mi toglievi

ogni antico male, ogni brutto ricordo. La dolcezza del sogno m'è

rimasta tutt'oggi nelle vene; mi è parso di sognare tutt'oggi e di

vivere in uno splendore.

Le mie visite non erano frequenti. Essa mi imponeva lo stesso riserbo

che per il passato. Perchè?

Diceva: — Voglio aver la consolazione di dire io al babbo: «Io sono più

ostinata di te, ma Sivori è più ostinato di noi due insieme! Si è messo

in testa di sposarmi, e bisognerà cedere!»

Quando direbbe ciò?

Oh anche in questo indugio, che sembrava un capriccio, c'era tanta

delicatezza! Prima di tutto io comprendevo tacitamente il perchè voleva

rivelar lei al padre il nostro segreto.

Per quanto ottimista, Claudio come resterebbe se la notizia gli venisse

da me o se Eugenia gli dicesse: — Sivori domanda la mano di Ortensia?

— D'un amico come me non era da dubitare gli domandassi in moglie la

figliola in compenso dei quattrini che mi doveva; ma, insomma, per

quei maledetti quattrini gli potrebbe essere amareggiata una gioia che

Ortensia sperava piena e perfetta se lasciassi fare a lei.

Poi Ortensia non aveva torto del tutto quando esclamava:

— Abbiate pazienza, signor dottore! Volete che i miei credano che sono

tornata buona solo per voi? che torno allegra, solo per voi, che non

penso che a voi?.... Ho dei rimorsi — aggiungeva più piano. — Con mio

padre, quando si sforzava di nascondere il suo dolore, ero sgarbata

e urtante; avrei voluto vederlo soffrire come soffrivo io. E con

la mamma, quando mi ribellavo alle sue parole di conforto, alla sua

rassegnazione? Mi ricordo di certe sue occhiate che adesso mi sembrano

quelle di una povera creatura ferita a morte, tant'ero irritata,

cattiva!... No, Carlo: è troppo presto dire a lei e al babbo che sono

disposta ad abbandonarli. Lasciamo passare almeno qualche mese, che

s'avvezzino un po' a questi luoghi, a questa solitudine....

— Ma credi che tua madre non ci legga in faccia il nostro segreto e non

ne goda? — le dicevo io.

— Non importai Vorrei anzi che indovinasse tutto; anche la nostra

riserbatezza. Così si abituerà meglio all'idea del mio abbandono.

.... Io andavo alla Ca' Rossa due o tre volte la settimana.

O di giorno o di sera, erano ore di felicità.

Ivi, alla Ca' Rossa, avanzando l'estate, mi ristoravo in quella

frescura spirituale che v'infondeva la novella quiete.

Ortensia m'appariva più bella nella veste umile, con il lungo grembiule

attinente alla persona ardita e disinvolta; e la gola, che sorgeva

bianca dal corpetto un po' scollato, e la nuca scoperta sotto l'onda

dei capelli copiosi strettamente raccolti, davan cenno di forme che la

salute rifiorendo renderebbe in breve tempo perfette. Più era lieta se

colta in faccende di massaia o di giardiniera. Perchè già il lazzeruolo

proteggeva una corona di molti vasi in cui era solo da temere l'eccesso

dell'acqua che Mino v'impartiva; ed erano questioni con la sorella,

che pareva averli inventati lei i garofani e i gelsomini e l'arte di

coltivarli!

Dall'altro lato della casa schiamazzavano galline in un piccolo

recinto, e Ortensia sperava ricavar tante ova da farne spedizione fin

a Milano; ma un _cocodè_ poco naturale rivelava spesso che Mino a ber

le ova cantava con la stessa gioia che le galline a farle. Ah quel

Mino! A sentir lui non gli piacevan solo le ova fresche; gli piaceva

anche l'astronomia. Nell'infinito riscintillamento di una sera senza

luna accennai ad Ortensia massaia che anche in cielo passeggiava una

chiocciola con un drappello di pulcini; e Mino cominciò a pretendere

gli dicessi i nomi di tutte le stelle: tutte!

Infatti, oltre che la Stella Polare gli insegnai a riconoscere la

smeraldina Vega e il rubicondo Antares, Arturo e il Delfino, e, benchè

pianeti, Marte e Giove.

Disgraziatamente gli esami di Mino pretendevano ben altro!; e durante

il giorno egli faceva altro che studiar grammatica, aritmetica e

storia: martellava, inchiodava, impiastricciava dei più vivi colori

certi fogli che avrebbero sbigottito fin un pittore impressionista.

Incarcerato nella sua camera, vi declamava per cinque minuti i verbi

irregolari o la costituzione di Servio Tullio; poi governava una tribù

di formiche restìe ai suoi ordini. Redarguito, rispondeva piangendo

d'aver appreso a scuola che chi studia troppo, muore; e poichè il

troppo è relativo all'indole e al giudizio delle persone, asseriva

in coscienza che studiare due ore al giorno era per lui uno sforzo;

e gliene doleva sinceramente perchè avrebbe voluto diventar ingegnere

navale o ufficiale d'artiglieria.

Di conseguenza, a luglio fu bocciato agli esami in tutte le materie

(in astronomia non l'interrogarono). Dopo di che gli pesò addosso la

minaccia di essere messo in collegio se non riparasse in autunno.

Perciò avrebbe studiato in luglio e in agosto più di due ore al giorno,

a costo di morire, se per distrarsi dalla pesante minaccia del collegio

non avesse anche studiato la marcia reale al suono di un'ocarina di

terracotta, e se non avesse dovuto perfezionarsi al tiro al bersaglio

per divenire un bravo ufficiale d'artiglieria.

Mio buon Mino!

In faccia al destino · 第 61 / 75 题