VIII.

In piedi su la porta di casa, con le mani ai fianchi, la Rita era

contemplata di sottecchi dal marito, che col naso e i bargigli più

rossi del solito e la berretta un po' disorientata, le sedeva di

fronte.

In quell'accordo idilliaco i coniugi aspettavano tornassi dall'aver

accompagnati gli ospiti alla ferrovia per ammettermi al discorso, che

ad essi suggeriva un'idea contemporaneamente venuta al loro pensiero.

Non sospettavano che la stessa idea fosse venuta anche a me; e a

meravigliarli già bastava il fatto di esserne illuminati ambedue in

una volta. Anzi la combinazione avrebbe avuto del miracolo se in essi

fosse stata minor opinione della loro furberia e pratica del mondo.

Però anche ai furbi bisogna prudenza quando hanno da aprir gli occhi a

chi li tien chiusi di sua propria volontà.

E per aprir gli occhi a me, lui, il Biondo dagli occhi soppiattati,

cominciò a dire alla moglie:

— Il signor Claudio dimostra più anni di quel che ha.

La moglie assecondava.

— Sicuro!; lo dico anch'io; è sempre un matto allegro; ma ha fatto i

capelli bianchi.... Eh, a stare al mondo!...

— Un uomo troppo buono. Lo so io se ha del cuore! Quando gli ho detto

della vedova dello Zingaro è andato subito al portamonete.... M'ha dato

troppo, vi dico!

— Il Signore gliene renderà merito; gli farà crescer bene il figliolo;

gli mariterà bene anche quest'altra figliola.

Pausa. Eppoi il Biondo, accomodandosi la berretta e sollevando le

palpebre verso di me:

— Che bella ragazza!

— Bella e buona — aggiunse la Rita.

Io domandai:

— Come fate a saperlo che è buona?

— Si vede!

— È figlia di suo padre!

— Sta a vedere che il signor Carlo verrà a dirci lui, adesso, che è

cattiva!

La Rita, così dicendo, rideva.

Proseguivano:

— Ha degli occhi che parlano.

— Ehm! Non vorrei io che invece di lei, poverina, fosse cattivo

qualchedun altro con lei!

— Cosa intendete dire? — domandò, furbo, il marito.

— Niente! niente! Una mia idea....

— A Molinella — affermò il Biondo — non c'è mai capitata l'uguale. Ce

n'è, qui, delle ragazze che hanno una bella dote? Ma tutte bùggere!

aria! fumo!

— La più bella dote sta nell'affezione....

— Bene! Ho un'idea anch'io, se volete saperla: che l'affezione c'è, a

quest'ora, e come! Con quegli occhi che parlano.... Si vede!

— Ma siete matti da legare! — gridai io, finalmente. Press'a poco con

lo stesso tono avevo dato un giorno dello sciocco al cavalier Fulgosi.

E la Rita: — Non ve l'ho detto che il cattivo questa volta è lui, il

signor Carlo?

— Ma non sapete — gridai di nuovo — che potrei essere suo padre?

A questo grave argomento la Rita oppose un proverbio: «Se il

marito non è in età, la moglie giudizio non ha». E il Biondo oppose

un'argomentazione che tagliava la testa al toro, meglio dei proverbio:

— Se lei, signor Carlo, avesse i miei anni, poh! avrebbe ragione

di pensarci su; ma se io avessi suoi...., ah! corpo di....! non ci

penserei su tanto!

Quindi la Rita avanzò di due passi verso me parlando più seriamente che

mai.

— Vuol campar sempre solo come un cane? Quando siam morti noi, chi ci

ha più, al mondo?

— Dove vuol trovarla una ragazza così a ragione? — insistette il Biondo

alzandosi e avvicinandosi anche lui per stringermi con la moglie come

in una tanaglia.

Io finsi un principio di resa.

— E se la ragazza non mi volesse?

Peggio che peggio! Non concepivano nemmeno che una donna potesse

rifiutar la fortuna di essere posseduta da me.

— Se questo fosse — disse il Biondo — mi sbattezzerei, quant'è vero Dio!

E la Rita scuotendo le spalle e abbandonandomi alla mia cattiveria:

— Ma lasciatelo cantare! Credete che non lo sappia che è innamorata

cotta, la poverina?

Però il Biondo e la Rita sarebbero stati meno entusiasti di Ortensia

quando avessero conosciuta questa lettera, che ricevevo il giorno dopo:

_Carlo_!

Vi ho promesso di scrivervi, ierisera, ma non vi ho detto il

perchè.

Io vi voglio bene, vorrei correre da voi, dirvi: sono vostra per

sempre e saremo felici!

Ma per quanto saremmo felici? Con quali dolori saremmo condannati

a scontare la nostra felicità? Non di voi diffido! non di voi!

Diffido di me e del destino. Non è debolezza che mi trattiene,

credetemi, Carlo! È forza, è resistenza; perchè io non voglio

veder soffrire per me, per causa mia!

Mi direte che saremo più infelici a non essere congiunti, a vivere

separati così, poichè ci vogliamo bene; direte che io non vi amo

come mi amate voi. Invece io sono orgogliosa del vostro amore e

vorrei abbandonarmi a voi senza più temere, per la vita e per la

morte!

Ma ora sento d'aver fatto più male io a voi che voi a me e temo

di dovervene fare ancora. Temo, temo..., e vi scongiuro Carlo:

riflettete! non sono più quella di una volta. Che non dobbiate

pentirvi! Ve ne scongiuro piangendo, ora che posso piangere!

Ah per voi due, Biondo e Rita, questa ragazza ha meno giudizio di

quel che pareva? Per voi, quando una ragazza ha chi le discorre di

buon animo e lei gli vuol bene, non ci dovrebbero più essere tante

dubbiezze?

Ortensia non dovrebbe piangere, ma cantare a squarciagola, come ai

vostri vent'anni, o Rita?

Ebbene; sentite, cari vecchi! Io vi assicuro che Ortensia diventerà mia

moglie!

. . . . . . .

(E Roveni?)

In faccia al destino · 第 60 / 75 题