XII.

Non si batterebbe. Anche se insultato, oltraggiato in pubblico, si

comporterebbe da quel facchino che era e non si batterebbe, per un

lontano e oscuro scopo di vendetta. Ah no?... Ma non aveva previsto,

l'uomo sagace, che per indurlo a operare da gentiluomo e per evitarne

le bassezze c'era un modo più persuasivo di quel degli schiaffi: c'era

la stampa. Egli comporterebbe la vergogna di ogni offesa in un pubblico

ristretto e in luogo limitato, ma alla minaccia d'esser trattato da

vigliacco su pei giornali non potrebbe resistere. Doveva premergli la

stima dei molti a quell'ipocrita della lealtà, a quell'ambizioso!

Così, ardendo d'ira com'è facile immaginare, andai subito in cerca

degli amici che già avevo prescelti ad assistermi nel duello: il

giornalista e l'ufficiale.

Di buon grado essi accettarono l'incarico.

.... Non pochi che si sian trovati in attesa d'andar sul terreno

avranno avuto, oso credere, un timore più grande che quello

d'arrischiar la pelle: il timore di fare una magra figura. Un passo

di più o di meno; un colpo di sciabola tirato un po' più in basso o

un po' più in alto; un colpo di pistola sparato un secondo prima o

un secondo dopo, basta a «squalificare» un gentiluomo; cosa orribile

fin nel vocabolo. E c'è di peggio: perchè è anche possibile far

ridere con qualche errore di inesperienza; e il danno del ridicolo è

in proporzione alla solennità della funzione che si compie. Che cosa

c'è che eguagli la solennità di un duello? Nessuna. Tutte le altre

funzioni, dal matrimonio al funerale, accomunano ogni sorta di gente;

ma i gentiluomini che si battono con tante regole son gente fuori del

comune e più in alto; se no, non si batterebbero così. Ne viene che uno

che faccia ridere in un duello è disprezzato pur dalla gente comune,

la quale non si batte con tanta solennità. Ebbene, io ero disposto a

morire, ed ebbi questo timore! Attendendo che i padrini tornassero

cercai prepararmi con la fantasia ad evitare così gran disgrazia;

nè mi domandavo se per l'addietro ci avrei pensato su tanto; nè mi

meravigliavo d'essere così tenuto a modalità della vita proprio sul

punto di rinunciarvi. Contraddizione ridicola, insomma, ma prova anche

questa del mutamento avvenuto in me.

Mi immaginavo sul terreno; avanzavo numerando i passi; sparavo mentre

vedevo Roveni procedere nella stessa guisa. Con uno sforzo resistevo

alla tentazione istintiva di chiuder gli occhi e li spalancavo al

momento del colpo. Guai se chiudessi gli occhi!: farei credere d'aver

paura!; farei ridere i testimoni dell'una e dell'altra parte! Studiavo

anche la miglior maniera di comportami durante le disposizioni

preliminari; e non esitavo a figurarmi la catastrofe, cadessi io o

cadesse Roveni....

Però insieme con questo ricordo di vaga e insulsa comicità mi è rimasto

il ricordo serio di un sentimento che allora mi sembrò un presentimento

assai triste. Mentre fantasticavo in tal modo, mi si affacciarono

alla mente, d'improvviso, le immagini di mio padre e di mia madre;

con perspicue sembianze di dolore. Mia madre ancora giovine, pallida,

sorridendo di quel sorriso che nessun volto mai ebbe per me, e quale

mi guardava allorchè io, ragazzo, ero malato; mio padre con quei

suoi occhi pieni di bontà e il capo un po' chino, come sotto un peso

di sventura. L'impressione che n'ebbi mi fece dubitare di rimanerne

troppo a lungo commosso. Forse...., di là...., mio padre e mia madre

attendevano, così, il mio destino incerto anche per essi?

«Chi sa quali sorprese ci prepara la morte?»

Ma, di ritorno, gli amici apparvero visibilmente malcontenti nello

stesso modo e nella stessa misura, non so se più di me o di Roveni.

Mentre il giornalista mi sogguardava, ripulendo gli occhiali col

fazzoletto, il rigido ufficiale parlò:

— L'ingegner Roveni s'è trincerato dietro l'articolo 151.

— Che articolo?

— «Si respinge la sfida dell'offensore che ha provocato ed offeso senza

giusto motivo».

— Senza giusto motivo?

Era il colmo della sfrontatezza!

— Lo sfidato — riferì il capitano con l'attitudine di chi cita un

nobile esempio — ha ascoltato le nostre comunicazioni senza commento;

solo, ha preso il codice Gelli e ha indicato l'articolo 151 dicendo:

«Ecco la mia risposta».

— Io però — disse il giornalista — son uscito dalla prammatica che

obbliga i padrini a non discutere e ho avvisato quel signore che si

pubblicherebbe il verbale. E lui: «Risponderò pubblicamente, se il

dottor Sivori vorrà lo scandalo!» E io: C'è poco da rispondere! E lui:

«Mi basterà dire ciò che potrò provare: che l'ingiuriato fui io; che

credetti mio dovere non raccogliere le offese, e credo mio dovere non

dar seguito alla vertenza per non compromettere due signore: quella

che il dottor Sivori si sente in obbligo di difendere e quella che io

non ho l'obbligo di difendere, ma che mi fornì la notizia sgradita al

dottor Sivori».

(Eugenia Moser e.... Anna Melvi!)

— Allora io ho detto — proseguì il giornalista —: Badi, signor

ingegnere, che nessun articolo di nessun codice o nessuna signora di

questo mondo tratterrà Sivori dall'assalirla pubblicamente, e la stampa

riferirà l'accaduto. E lui: «In tal caso, trascinerò il dottor Sivori

in Tribunale, e lo scandalo sarà più grande e più doloroso per una

terza persona: il dottor Sivori sa quale».

Ortensia! Ortensia apprenderebbe ciò che si diceva di me e di sua madre!

— Dopo ciò, che si fa? — il giornalista mi chiese.

Ero annichilito! Ad ogni costo, dovevo evitar il pericolo di quella

propalazione infame! Dovevo cedere alla minaccia.

— Dopo ciò — io dissi — voi vi sarete convinti che io ho a che fare con

un mascalzone furbo e pericoloso.

Ma il giornalista: — Io sono convinto che tu hai a che fare con uno che

ha paura!

— Roveni — osservai sorridendo, per celare l'intima angoscia — è un

formidabile tiratore a pistola.

Osservò l'ufficiale:

— Eh! credi non si possa essere tiratore formidabile e nello stesso

tempo aver paura?

In faccia al destino · 第 47 / 75 题