Non si batterebbe. Anche se insultato, oltraggiato in pubblico, si
comporterebbe da quel facchino che era e non si batterebbe, per un
lontano e oscuro scopo di vendetta. Ah no?... Ma non aveva previsto,
l'uomo sagace, che per indurlo a operare da gentiluomo e per evitarne
le bassezze c'era un modo più persuasivo di quel degli schiaffi: c'era
la stampa. Egli comporterebbe la vergogna di ogni offesa in un pubblico
ristretto e in luogo limitato, ma alla minaccia d'esser trattato da
vigliacco su pei giornali non potrebbe resistere. Doveva premergli la
stima dei molti a quell'ipocrita della lealtà, a quell'ambizioso!
Così, ardendo d'ira com'è facile immaginare, andai subito in cerca
degli amici che già avevo prescelti ad assistermi nel duello: il
giornalista e l'ufficiale.
Di buon grado essi accettarono l'incarico.
.... Non pochi che si sian trovati in attesa d'andar sul terreno
avranno avuto, oso credere, un timore più grande che quello
d'arrischiar la pelle: il timore di fare una magra figura. Un passo
di più o di meno; un colpo di sciabola tirato un po' più in basso o
un po' più in alto; un colpo di pistola sparato un secondo prima o
un secondo dopo, basta a «squalificare» un gentiluomo; cosa orribile
fin nel vocabolo. E c'è di peggio: perchè è anche possibile far
ridere con qualche errore di inesperienza; e il danno del ridicolo è
in proporzione alla solennità della funzione che si compie. Che cosa
c'è che eguagli la solennità di un duello? Nessuna. Tutte le altre
funzioni, dal matrimonio al funerale, accomunano ogni sorta di gente;
ma i gentiluomini che si battono con tante regole son gente fuori del
comune e più in alto; se no, non si batterebbero così. Ne viene che uno
che faccia ridere in un duello è disprezzato pur dalla gente comune,
la quale non si batte con tanta solennità. Ebbene, io ero disposto a
morire, ed ebbi questo timore! Attendendo che i padrini tornassero
cercai prepararmi con la fantasia ad evitare così gran disgrazia;
nè mi domandavo se per l'addietro ci avrei pensato su tanto; nè mi
meravigliavo d'essere così tenuto a modalità della vita proprio sul
punto di rinunciarvi. Contraddizione ridicola, insomma, ma prova anche
questa del mutamento avvenuto in me.
Mi immaginavo sul terreno; avanzavo numerando i passi; sparavo mentre
vedevo Roveni procedere nella stessa guisa. Con uno sforzo resistevo
alla tentazione istintiva di chiuder gli occhi e li spalancavo al
momento del colpo. Guai se chiudessi gli occhi!: farei credere d'aver
paura!; farei ridere i testimoni dell'una e dell'altra parte! Studiavo
anche la miglior maniera di comportami durante le disposizioni
preliminari; e non esitavo a figurarmi la catastrofe, cadessi io o
cadesse Roveni....
Però insieme con questo ricordo di vaga e insulsa comicità mi è rimasto
il ricordo serio di un sentimento che allora mi sembrò un presentimento
assai triste. Mentre fantasticavo in tal modo, mi si affacciarono
alla mente, d'improvviso, le immagini di mio padre e di mia madre;
con perspicue sembianze di dolore. Mia madre ancora giovine, pallida,
sorridendo di quel sorriso che nessun volto mai ebbe per me, e quale
mi guardava allorchè io, ragazzo, ero malato; mio padre con quei
suoi occhi pieni di bontà e il capo un po' chino, come sotto un peso
di sventura. L'impressione che n'ebbi mi fece dubitare di rimanerne
troppo a lungo commosso. Forse...., di là...., mio padre e mia madre
attendevano, così, il mio destino incerto anche per essi?
«Chi sa quali sorprese ci prepara la morte?»
Ma, di ritorno, gli amici apparvero visibilmente malcontenti nello
stesso modo e nella stessa misura, non so se più di me o di Roveni.
Mentre il giornalista mi sogguardava, ripulendo gli occhiali col
fazzoletto, il rigido ufficiale parlò:
— L'ingegner Roveni s'è trincerato dietro l'articolo 151.
— Che articolo?
— «Si respinge la sfida dell'offensore che ha provocato ed offeso senza
giusto motivo».
— Senza giusto motivo?
Era il colmo della sfrontatezza!
— Lo sfidato — riferì il capitano con l'attitudine di chi cita un
nobile esempio — ha ascoltato le nostre comunicazioni senza commento;
solo, ha preso il codice Gelli e ha indicato l'articolo 151 dicendo:
«Ecco la mia risposta».
— Io però — disse il giornalista — son uscito dalla prammatica che
obbliga i padrini a non discutere e ho avvisato quel signore che si
pubblicherebbe il verbale. E lui: «Risponderò pubblicamente, se il
dottor Sivori vorrà lo scandalo!» E io: C'è poco da rispondere! E lui:
«Mi basterà dire ciò che potrò provare: che l'ingiuriato fui io; che
credetti mio dovere non raccogliere le offese, e credo mio dovere non
dar seguito alla vertenza per non compromettere due signore: quella
che il dottor Sivori si sente in obbligo di difendere e quella che io
non ho l'obbligo di difendere, ma che mi fornì la notizia sgradita al
dottor Sivori».
(Eugenia Moser e.... Anna Melvi!)
— Allora io ho detto — proseguì il giornalista —: Badi, signor
ingegnere, che nessun articolo di nessun codice o nessuna signora di
questo mondo tratterrà Sivori dall'assalirla pubblicamente, e la stampa
riferirà l'accaduto. E lui: «In tal caso, trascinerò il dottor Sivori
in Tribunale, e lo scandalo sarà più grande e più doloroso per una
terza persona: il dottor Sivori sa quale».
Ortensia! Ortensia apprenderebbe ciò che si diceva di me e di sua madre!
— Dopo ciò, che si fa? — il giornalista mi chiese.
Ero annichilito! Ad ogni costo, dovevo evitar il pericolo di quella
propalazione infame! Dovevo cedere alla minaccia.
— Dopo ciò — io dissi — voi vi sarete convinti che io ho a che fare con
un mascalzone furbo e pericoloso.
Ma il giornalista: — Io sono convinto che tu hai a che fare con uno che
ha paura!
— Roveni — osservai sorridendo, per celare l'intima angoscia — è un
formidabile tiratore a pistola.
Osservò l'ufficiale:
— Eh! credi non si possa essere tiratore formidabile e nello stesso
tempo aver paura?