XIII.

«Si ricorda?» Con compiacenza patetica Anna Melvi, quel dì che andammo

alle Grotte, m'aveva chiesto: — «Si ricorda di quando io e Marcella,

piccoline, correvamo innanzi, mentre lei e la signora Eugenia andavano

incontro a Moser, e la signora Eugenia portava in braccio Ortensia? Una

Madonna! E a chi ci domandava chi era lei, noi non sapevamo che cosa

rispondere....»

Io sarei stato, allora, l'amante di Eugenia!

Anna quel giorno lontano pensava: «Verrà forse l'ora che te ne farò

ricordare amaramente». Così pensava per punirmi del mio disprezzo.

Io la ferivo; io avevo scoperta e manifestata la sua intenzione di

accalappiare Roveni. Guai se l'ingegnere le sfuggisse!

Finchè aveva sperato di sedurlo, la Melvi aveva taciuto: perduta ogni

speranza, essa si era proposto di vendicarsi, a un tempo e a un modo,

di me, di Ortensia — la rivale preferita —, e di Eugenia, colpevole

d'esser la madre di Ortensia. E non era un bel colpo far appunto Roveni

strumento della sua vendetta?

Ortensia infatti amava me; dell'ingegnere non voleva saperne. Ma Roveni

apprendendo che io ero stato l'amante della madre, troverebbe ben lui

la via a impedirle il mio matrimonio con la figliola!

Quante volte Anna Melvi, mentre osservava Ortensia con l'invidia e

l'odio di cui è capace una rivale abbattuta, doveva aver pensato: «Per

colpa tua e del tuo Sivori io non avrò Roveni, ma tu non avrai Sivori!»

Nè c'era da meravigliarsi che Roveni avesse creduto a una donna

spregevole anche per lui! Le anime triste hanno legami di reciproca

fiducia pur quando sembrano avverse. Poi, nessuno meglio della Melvi,

la quale fin da bambina capitava alla villa Moser, poteva malignare con

apparenza di verità intorno all'antica amicizia di Sivori e di Eugenia.

Poi, venne il giorno che Sivori abbandonò Ortensia, e ciò confermava

la calunnia; persuadeva magari Anna stessa d'aver cólto nel segno!

Ah verrebbe forse un altro giorno: quello che Ortensia imparerebbe il

perchè io l'avevo abbandonata: perchè ero stato l'amante di sua madre!

Tal giorno dovette parer prossimo ad Anna quando Ortensia respinse

definitivamente Roveni.

Se non che costui non era solito a precipitare: aveva creduto alla

calunnia, ma se ne varrebbe solo a tempo opportuno....

(Sfinito dai lunghi viaggi, dalle notti insonni, dalle battaglie di

pensieri e parole, io m'ero gettato sul letto.

Ma mi contorcevo e dibattevo in questa rete in cui i miei nemici mi

avevano preso).

.... E mi ero dimenticato affatto, per lungo tempo, di Anna Melvi...!

M'era uscito affatto dalla memoria quel suo: «Me ne infischio....

per ora!» Intanto l'altro sghignazzando mi ammoniva alla prudenza:

«Giudizio! Non provocatemi in nessun modo; se no, rivelerò tutto a

Ortensia». Questa la minaccia che Roveni aveva sospesa sul mio capo, di

una terribile vendetta avvenire.

Ma insomma: chi conoscendo Eugenia Moser e me potrebbe credere

alla calunnia, a un'infamia? Nessuno, tranne quelle due anime

triste. Potrebbe dunque credervi Ortensia se Roveni arrivasse alla

vigliaccheria estrema? Era un sospetto assurdo, il mio! mi ripugnava

fin concepirlo più chiaramente..... Infatti, a poco a poco, la mente mi

si ottenebrava. M'assopii. Mi riscosse il pensiero di Claudio. Allora

mi sfogai contro di lui.

Avevamo pattuito io e Guido che il primo a ricever nuove di Moser le

recherebbe all'altro. Guido non era venuto a cercarmi all'albergo nè

mi aveva mandata alcuna notizia. Nessuna notizia! Claudio però avrebbe

dovuto aver più fiducia in me e ritardare quant'era possibile così

dolorose angustie alla sua famiglia. Sapeva Ortensia della fuga del

padre? L'avevo vista in preda a un orgasmo di follia allorchè mi aveva

detto, a Valdigorgo, che l'onore del padre era in pericolo. Che aveva

fatto, quanto aveva sofferto se Eugenia non era riuscita a celarle la

verità della fuga? Ah! che pena, mio Dio!

Ma anche una tal pena, a poco a poco, cedette alla stanchezza; e mi

addormentai.

.... Dopo non forse più di mezzora mi risvegliò la voce del cameriere,

il quale mi annunziava la visita di un ignoto.

Benchè desto di soprassalto, io mi sentivo nel sangue il breve ristoro

e nello spirito quella leggerezza che si ha dopo il riposo e prima

di riacquistare la piena coscienza dei propri mali. Accolsi quasi

lietamente il visitatore. Egli, il signore ignoto al cameriere, era

il cavalier Fulgosi; e io pensai, lì per lì, che venisse per riparare

con i complimenti e le scuse al caso topico della mattina. Ma tutta la

sua persona, cedendo a strane mosse, rivelò un turbamento nuovo e più

grande. Volgeva il capo a destra e a sinistra, come una galana, per

accertarsi che potevo udirlo io solo; quindi avanzando come le gambe

lo reggessero a fatica esclamò con quanta efficacia d'espressione può

attingere un afono: — Ha scritto!...

Moser — compresi subito — aveva scritto a lui; a lui che così pallido

dava immagine di un morto con la barbetta e i baffetti tinti. Cadde a

sedere e:

— Ha scritto.... Son compromesso!

Quel terrore senza ragione e, più, l'amarezza che egli manifestava

d'essere sacrificato senza voglia, indegnamente, mi fecero gustare un

po' d'indugio a dimostrargli che avevo compreso.

— Ha scritto.... Chi?

— Lui! — E si guardò attorno balbettando: — _Ci Emme_.

— Claudio Moser? — feci io a voce alta.

Il gentleman tenne per strombazzato a tutto l'albergo il suo pericoloso

segreto; s'immaginò l'albergo circondato dalla polizia; e alzati gli

occhi al Cielo e aperte le braccia al fato, significò che tutto egli

aveva perduto benchè avesse fatto il possibile per non perder nulla.

— Moser ha scritto a lei?

Annuì col capo in silenzio; trasse dal portafoglio e mi porse una

lettera. Scriveva da Genova. Al cavaliere, quale fidato amico, Moser

accennava che dolorose circostanze l'avevano indotto ad allontanarsi da

Milano e lo pregava di cercare di me. Mi troverebbe dove gli direbbe

Guido: io, con falso indirizzo, l'informerei nel caso gli convenisse

imbarcarsi....

— Perchè scrivere proprio a me, che ho famiglia? — susurrava, nel

mentre che io leggevo, il cavaliere. — Compatisco...., compiango....;

ma per riguardo alla mia posizione, nella mia qualità di ex-ufficiale

dello Stato...., non avrebbe dovuto.... mettermi a rischio.... di

comparire suo.... complice! Che accadrà...? se si scopre che io?...

«Scappi anche lei in America», ebbi voglia di rispondere. Senonchè

l'ometto poteva essermi utile; e gli tolsi la paura di corpo.

— Stia tranquillo! Moser ha perduto la testa. Non ha mai avuto e non

avrà mai conti da pareggiare con la Giustizia.

— Davvero? Proprio? Oh come ne godo!

Avevo ridato la vita al morto!

— Se lo dice lei, dottore, non ci può esser dubbio!

E il più bell'indizio del miracolo da me compiuto fu che il cavaliere

estrasse il fazzoletto e si spolverò le scarpe; quindi ricorse al noto

taschino che teneva in serbo il famoso astuccio con lo specchietto e il

pettinino dei baffi.

— Ne godo, da amico! Non dubitavo neppur io, in fondo.... Mi pareva

impossibile che quel bravo ingegnere!... Solo, lei comprende, era

legittimo, umano il timore che io, così impreparato al servizio,

piccolo servizio impostomi dall'amicizia, io, dico, potessi rimettere

del mio decoro....: l'onore.... l'onore _avant tout_!

— Via! — feci, non concedendogli per buone quelle scuse —: da un uomo

di cuore quale è lei, un uomo d'onore e in disgrazia quale è Moser deve

sperare qualche cosa di più che parole!...

Con lo specchietto a mezz'aria Fulgosi non dissimulò di sentir il

rimprovero e disse sinceramente e umilmente:

— Giacchè lei m'assicura...., dica tutto quello che posso fare e lo

farò volontieri.

Così dicendo pareva un altro uomo; diveniva simpatico.

— Ad avvertire Moser che non corre alcun pericolo e che deve ritornare,

penso io. Lei e Guido pensino a Eugenia. Anzi: perchè non lei solo,

subito?

— Io? Ma certo! Vuol telegrafare? Corro subito! — esclamò l'ometto

scattando in piedi. — Ho la carrozza!

— A telegrafare penso io. Lei.... va a Valdigorgo! Meglio di ogni altro

lei può tranquillare la povera Eugenia, e Ortensia. La visita di un

amico cordiale in questi casi è un gran benefizio. Lei dirà che mi ha

visto tranquillo e contento; che io stesso l'ho pregato di recar lassù

la buona novella: gli affari del nostro amico sono accomodati.

— Ci vado! — Riposto al suo luogo l'astuccio dello specchietto e del

pettinino, Fulgosi portò la mano al cuore quasi per un giuramento o per

un voto. — Ci vado davvero! _Coute que coute_.

Tosto però l'entusiasmo sembrò cadergli nella dimanda:

— Ma arriverò in tempo per il treno delle diciotto e venti?

Arriverebbe in tempo, affrettando il fiacre, anche ad avvisare la sua

signora, che non dubitasse di un dramma o non soffrisse di gelosia se

non lo vedeva a casa all'ora del desinare.

— Vado! — ripetè; non senza aggiungere:

— E la ringrazio, dottore, d'avermi dato occasione a dimostrare la mia

sensibilità per quelle gentili signore, a torto provate dalla sventura!

Mosse rapido fino alla porta. Ma ivi s'arrestò; si voltò indietro, come

trattenuto da un ostacolo impensato, insormontabile.

— E desinare? Dove desino?

— Nel vagone _restaurant_!

— _Parbleu_! — L'idea gli irradiò il volto. Desinare in un vagone

_restaurant_ nobilitava vieppiù il suo sacrificio.... E partì.

In faccia al destino · 第 48 / 75 题