Successione così precipitosa di avvenimenti e di fatti comprendeva
fors'anche, per me, la corsa alla morte? «Altro il parlar di morte,
altro il morire», diceva a dritto e a rovescio il signor Learchi
sindaco di Valdigorgo; eppure io, attendendo l'ora del colloquio con
Roveni, parlavo a me stesso della morte ben diversamente da quando
l'apprensione di essa annientava in me la vita, e mi pareva di esserci
preparato con animo sicuro e freddo. La notizia della fuga di Claudio
mi accresceva il fastidio di un destino avverso; accresceva l'odio che
mi sospingeva contro Roveni. E Ortensia non mi amerebbe mai più come io
l'amavo; e all'amicizia avevo già pagato il mio debito. Dunque?... In
un duello a pistola non m'era difficile immaginare che Roveni colpisse
me come alla fabbrica aveva colpito nella carretta. Era stato, quello,
un ammonimento molto preciso....
Morire! «Quali dolci sorprese ci prepara la morte?» Credetemi: queste
parole di Pascal mi suonavano ora all'orecchio con invito più dolce
che quello d'andar a pranzo dal cavalier Fulgosi. Anzi! Un'impressione
strana provavo, quasi di lungo soffrire che riceverà lenimento, o quasi
di un amante che sarà appagato dopo lunga attesa.... Certo, poteva
anche accadere che io ammazzassi l'avversario; poteva accadere quel che
accade più spesso, che restassimo incolumi entrambi; ma, ad ogni modo,
bisognava far sul serio!
A Milano non ci avevo molti amici. Deliberai, alla fine, che ricorrerei
a due antichi compagni di scuola miei concittadini; l'uno ufficiale,
che mi avevan detto di stanza a Milano; l'altro che sapevo esservi
giornalista.
E risoluto, mi recai ove mi aspettava Roveni.
M'aspettava, allo studio dell'ingegner Salghi, ritto in piedi tra la
finestra e l'ampia tavola da disegno, fumando un sigaro virginia, con
l'aria di chi s'adatta a stento a ricevere un importuno o un inferiore.
Non aveva pronunziata che una parola: «avanti!», quando io, di fronte
a lui, fermo, fissandolo, dissi senza preamboli:
— Moser è scappato...
Alla notizia, mi accorsi che egli non rimase padrone di sè quale voleva
parere, e lo sforzo che sosteneva per sembrar tranquillo fu manifesto
a un istantaneo abbassar dello sguardo.
Pensò senza dubbio che se Moser era fuggito, Ortensia, non avendo più
da temere denuncia o processo per il padre, gli sfuggiva.
Io gli chiesi:
— La notizia vi meraviglia?
Allora i suoi tocchi bianchi tornarono su di me; con la sinistra
s'affilò l'uno dei baffi e disse a mezza voce, affettando incuranza.
— Peggio per lui se è scappato!
— No! peggio per voi! — Mi sentivo superiore io poichè la sua voce era
stata malferma; e volevo tagliar corto. — Peggio per voi!
E aggiunsi nello stesso tono: — Io so perchè Moser è fuggito come un
ladro! so che la colpa è vostra!
Roveni rise sguaiatamente deponendo lo sigaro su la tavola e
incrociando le braccia; ma la risata cessò d'un tratto, del tutto;
anche nell'ironia non serbava sorriso. Poi disse:
— Benone! Se Moser è fuggito come un ladro la colpa è mia! E se
domani s'imparerà che si è ammazzato, sarò io l'assassino che l'avrà
ammazzato!
— A questo punto? — io gridai. — Così, con tutta la brutalità che
non avete più coraggio di nascondermi, voi potete pensare a questa
sciagura estrema, a questa conseguenza ultima del vostro tradimento?
È l'incoscienza! E io che son venuto qua per accusarvi dinanzi alla
vostra coscienza! Non vi ho ancora conosciuto abbastanza! Volevo dirvi
che non avete saputo ordire così bene i vostri inganni da scampare alla
condanna degli onesti. Ma mi accorgo che non vi ho ancora conosciuto
abbastanza! Come dovete esser tristo!
Per lui furono parole che gli diedero tempo di rimettersi e delle quali
non sospettò tutta la gravità. Credè, forse, che io parlassi vagamente
d'inganni, nè supponeva che Moser fosse salvo e che mi fosse nota
la frode perpetrata nei libri della ditta. Sempre pallido, ma sicuro
adesso nello sguardo freddo e nella voce, e privo di sorriso, ribattè:
— Adagio, signor dottore; calma! Corre troppo, lei! Lei mi ha già
detto, tutto in una volta, che io sono un ingannatore, un traditore, un
tristo, un incosciente. Lei mi sembra un rappresentante del Pubblico
Ministero che fa la requisitoria a un povero diavolo d'accusato e
gli scaglia contumelie in nome della legge. Ma prima di far la parte
di accusato io voglio domandarle in nome di chi e con che diritto si
assume, lei, la parte di Pubblico Ministero!
— In nome della vostra vittima; col diritto che mi dà l'amicizia di
Moser; col diritto di chi ebbe il torto di credervi diverso da quel che
siete e di favorire senza volere i vostri inganni.
Tacque; ripigliò il virginia. Il suo sguardo mi sfuggì mentre lo
riaccendeva riflettendo. Allo stesso modo che Learchi dalla pipa, egli
attingeva forza e prudenza dallo sigaro.
— Benone! — fece poi. — Ora le concederò di giudicarmi. Solo la prego
di lasciar da parte le parole grosse, che su di me non hanno presa.
Amo i fatti, io. Dunque: sono accusato d'inganni. Con molta calma, come
vede, rispondo che l'ingannato sono io, e glielo provo. Non ho nulla da
nascondere, io!
Il suo sguardo, divenuto tagliente, compiva il significato
dell'ultima frase: accusava egli me di simulazione. Ma troppo lontano
dall'immaginare che cosa comprendeva quella frase «non ho nulla da
nascondere, io!», non la raccolsi e attesi.
Egli proseguì:
— Per dirle tutto, le dirò anche cose che lei conosce; ma è necessario
togliere ogni dubbio, ogni equivoco fra noi due.... Quando l'ingegnere
Moser ebbe bisogno di un direttore che gli raddrizzasse la baracca,
mi chiamò a Valdigorgo e mi promise mari e monti. Fin d'allora aveva
in vista il fallimento. Io usai tutta la mia energia per riparare;
introdussi economie e riuscii a ordinare e migliorare il personale, a
migliorare la produzione. Per contratto non avevo obbligo di far la
metà di quel che feci: per compenso del di più non ebbi un soldo di
più del meschino stipendio, e le promesse sfumarono. Ma l'ingannatore
sono io! Avrei potuto trovar di meglio e andarmene subito dopo il primo
anno, e lo dissi. Mi scongiurarono di restare. M'ero affezionato alla
famiglia....
— Affezionato alla famiglia! — interruppi ironico.
— Sì: affezionato alla famiglia! Lo ripeto. Aggiungo che a Valdigorgo
rimasi anche perchè una delle ragazze Moser cominciava a piacermi.
Per essere sicuro del terreno dove mettevo i piedi, come vuole il mio
temperamento, un giorno discorsi di quella mia simpatia alla madre. La
signora o previde che io non piacerei alla capricciosa figliuola o per
la bella figliuola sperava un miglior matrimonio; ma, d'altra parte,
temeva che io piantassi in asso il marito, e mi pregò di lasciar passar
qualche tempo prima di dichiararmi.... E l'ingannatore sono io!
— Eugenia Moser accusata di sotterfugi, di simulazione, da voi?...
— Non da me; dai fatti — oppose egli. — Sono fatti, questi! Se li può
smentire, aspetti che io abbia finito: ci sbrigheremo più presto.
Lo lasciai dire.
— Un bel giorno arrivò l'amico di casa....
Ma a vedermi urtato dalla espressione, si corresse subito: —.... un
vecchio amico della famiglia; non così vecchio però da non innamorare a
poco a poco la signorina che piaceva a me. Io non sospettavo; pensavo
a un'affezione quasi paterna; non badavo alle chiacchiere. Il dottor
Sivori sapeva le mie intenzioni, le sapevan tutti: perchè sarebbe stato
sleale? Invece egli amava e innamorava la signorina.... E l'ingannatore
sono io!...
Questa volta aveva colpito meglio. Io tacqui ancora. Fatto più sicuro
dal mio silenzio, Roveni continuò:
— Ma dovetti pur persuadermi che la signorina era incapricciata di
lei, dottor Sivori. Perciò le domandai quel colloquio prima della
sua partenza; e volli dimostrarle la serietà dei miei propositi.
Sivori ha molto potere su Ortensia — mi dicevo —; la convincerà a
non far sciocchezze, a non trattarmi indegnamente. Invece lei, signor
dottore, fingeva. Dopo aver innamorata la ragazza, scappava; per una
misteriosa ragione, senza il minimo tentativo di riparare al mal fatto,
scappava.... E l'ingannatore sono io!
Domandai: — Avete finito?
— Non ancora! Quando fui stanco di fare il collegiale e di aspettare
la manna celeste, ed ebbi una nuova proposta d'impiego lontano, volli
uscir d'incertezza; interrogai Ortensia. Mi rispose: «Non ci penso,
per adesso, a maritarmi». Non era un no: potevo sperare, e rimasi.
Ma la signorina non disse no allora per riguardo al babbo, che aveva
bisogno di me. Il no venne dopo, quando la società progettata da Moser
pareva sicura e non si danneggiava il babbo disgustandomi. E sono io
l'ingannatore!
— Avete finito? — ripetei più forte.
E Roveni, più forte ma pur come chi si padroneggia anche nella vittoria:
— Non ce n'è abbastanza? Vuol dell'altro? Ecco! L'affare della società
andò a rovescio. Moser stava per fare il capitombolo; gli operai,
senza paga, minacciavano di prenderlo a sassate. All'ultimo momento mi
domanda una somma per restituirmela, s'intende, il giorno dopo. Io gli
do tutto quello che ho: i miei poveri risparmi; e il giorno dopo Moser
fallisce.... Chi è l'ingannatore? Adesso ho finito!
Buttò in terra il resto del sigaro; incrociò le braccia e con un moto
del capo più insolente che accondiscendente:
— A lei!
— Avete finito male, come avete cominciato! — feci io, a mia volta.
— Per accusar di falsità Moser, Ortensia, Eugenia, me, non vi siete
accorto che svelavate voi stesso del tutto: falso in tutto, falso
sempre! Consapevole del vostro basso egoismo, voi assumeste la figura
di un uomo risoluto e diritto nel pensare e nell'operare, ma foste
sempre un calcolatore; non prudente: astuto, doppio. Finchè, per
disgrazia, vi siete smarrito in una passione e l'arma vi si è scambiata
in mano: dopo essere stato astuto siete stato audace; e siete caduto.
— Caduto, io? — Rise in quel suo tristo modo.
— Voi! Oh credete che io sarei venuto a questo diverbio se non fossi
certo di superarvi e di smascherarvi? Giù la maschera! I vostri
benefici per Moser che scopo ebbero? Aiutare Moser valeva assicurarvi
la dote della ragazza che vi piaceva. Ma non eravate uomo, voi,
da compromettervi per un capriccio: tastar terreno, metter le mani
innanzi, predisporre la madre prima della ragazza senza compromettervi
nè con l'una nè con l'altra, era la tattica nascosta sotto l'apparenza
di franchezza e di lealtà. Corteggiare Ortensia era pericoloso;
correvate il rischio di non poter più liberarvene se le faccende di
Moser si volgessero al peggio. Il vostro riserbo intanto.... — Ortensia
era così giovane! — vi meritava la stima della madre; il padre non
poteva stimarvi di più, e Ortensia adora i suoi; al momento opportuno
avrebbe ascoltato il loro consiglio....
Con una smorfia di riso, che parve ora una stigmata di cattiveria,
Roveni venne di qua dalla tavola, si arrestò spavaldo di fronte a me,
e m'interruppe:
— In quel mentre però avrei potuto spassarmela anch'io con la ragazza
di nascosto, come faceva chi portava la maschera dell'amico di casa!
— Tacete! — urlai sul punto di scagliarmegli addosso. — Non osate
malignare, voi, sul mio affetto e su la mia condotta! Per spassarvela
voi avevate Anna Melvi! Ortensia non le rassomigliava: a diciassette
anni avrebbe già saputo frenare la vostra volgarità. Oh quando penso
che dopo gli eccitamenti di un'Anna voi, chissà quante volte, avrete
contaminato nel vostro pensiero.... — (mi arrestai con ribrezzo) —
Ma appunto ciò fu quello che vi vinse! Ortensia era tanto diversa
dall'altra!, dalle altre! Ve ne innamoraste troppo; come non avreste
mai creduto, come non riusciste a celare nemmeno ai miei occhi; ed
ero cieco per voi, allora! Chi l'avrebbe mai detto? Venne il giorno
che l'avreste sposata anche senza dote, Ortensia! Gli affari di Moser
andavano male, ma non avevate più la forza di lasciar Valdigorgo. E
non potevate immaginarvi che Ortensia vi rifiutasse; così buon partito!
Finchè venne un altro giorno che Ortensia vi disse no, addirittura. No,
a voi! no, a Roveni! Insisteste: fu peggio. La volontà di una ragazza
di diciassette anni era più forte della vostra voglia! L'amore diventò
in voi una passione delittuosa; e dinanzi all'ostacolo ricorreste alle
minacce.
— Verissimo! L'avvertii, la signorina, che potevo far molto bene e
molto male a suo padre. Colpa sua se volle il male!
— E il primo passo fu quello di dissuadere i creditori dal compor la
società: è vero?
— Sì! — Mi sfidava apertamente a proseguire sperando d'arrestarmi
tosto, e rifarsi.
Proseguii:
— Ortensia non si piegò! Allora prestaste duemila lire a Moser per
interporvi ai creditori e dominarli; per impossessarvi di Learchi e
aver in mano la rovina di Moser. Ortensia non cedè neppur allora. E voi
affrettaste il fallimento, dopo aver falsato i libri della ditta....
A udir questo, Roveni divenne livido fin nelle labbra e fece come un
serpe che si raccoglie in se stesso, incerto se di celarsi ancora o
d'avventarsi. Tentò di sorridere; ma fu un sorriso viscido e velenoso;
gli occhi bianchi mandarono fiamme. Poscia ricuperò idee e voce:
— È un'insinuazione ridicola!
Io procedevo:
— Impossessandovi anche dell'onore di Moser pensavate: se Ortensia
vuol salvare suo padre dal disonore, cederà; se non cede, mi vendico!
Ah avere amato, desiderato, aspettato per degli anni, voi, e senza
riuscirci! Aver speso duemila lire! Si ha diritto di possedere una
bella ragazza per duemila lire!... La vostra vendetta doveva esser
degna del vostro amore; della vostra passione!
Roveni rifletteva, senza più sforzo di dissimulare. Adagio, contro la
mia irruenza, disse:
— E così io avrei dato di cozzo nel codice?.
— Non so che pezzo di carta basta a difendervi!
Anche questo mi aveva detto il curatore! Colpo non aspettava colpo.
Bisognava fingere di nuovo.
— Benone! — egli riprese. — Ma che tutto ciò è assurdo, che è roba da
romanzo, lo prova un'ipotesi molto semplice, molto probabile, che lei
si è dimenticato di fare. Le parole grosse mandano a rotoli la logica!
È logico supporre che nello stesso tempo che Ortensia avrebbe dovuto
arrendersi a discrezione il curatore avrebbe potuto scoprir la frode.
Come avrei fatto io, in tal caso, a salvar il padre per amor della
figlia?
— Persuadendo Learchi ad accomodar tutto, o trovando altrove ventimila
lire. L'avrete ben prevista la via di uscita!
— E lei è proprio convinto di tutto questo?
— Convinto? Ma non vi ho già detto che Moser è fuggito come un ladro?
La frode è scoperta!
A questo punto, in un istante, vacillò e s'avventò:
— Benone! Oggi stesso informerò io il Procuratore del Re che si è
scoperta una frode nel fallimento Moser e che Moser l'ha fatto fuggire
lei d'accordo col curatore!
Credeva d'avermi abbattuto, finalmente!
Ma a udire:
— Troppo tardi! Moser è già salvo! —; a udir tali parole Roveni rimase
come a ricevere una mazzata sul capo. Il sangue gli affluì tutto al
volto. Fuori di se, mi assalì, mi afferrò al petto, inferocito — una
tigre — urlando:
— Chi l'ha salvato?
— Io!
Allora il braccio gli ricadde pesantemente; chinò il capo; sghignazzò,
livido di nuovo; disse:
— Anna Melvi aveva dunque ragione!... L'amico di casa ha salvato
l'onore del marito.... Adesso potrà sposarla, la figliola...., senza
più dispiacere alla madre....
Che cosa? Una cosa orribile! Mi parve di comprendere; compresi.... E
afferrandogli un braccio con violenza pari alla sua:
— Spiegatevi! — Aveva gettato fango e veleno su Eugenia! Eugenia! —
Spiegatevi!
Egli mi guardava fisso: — Voglio dire che il codice non contempla il
caso dell'amante della madre che sposa la figliola.
La mia destra sfiorò la guancia del miserabile. D'un balzo egli si era
sottratto da un lato. Si ritrasse verso la porta laterale e toccò il
bottone d'un campanello. Fu un attimo. Contro di lui urlavo:
— Vigliacco! Calunniatore infame! — Ma già un servo o un portiere che
fosse, evidentemente in attesa mi tratteneva. — Vigliacco! — urlavo.
— I sicari! Hai sicari in agguato! — e tentavo divincolarmi, rivolto a
lui.
Immoto, su la soglia, Roveni mi guardava; pareva attendere che mi
quietassi per parlare. Stretto da quell'altro io gridavo sempre più
forte:
— Vile! vile! Calunniatore di donne! falsario! E mi dibattevo.
— Insultatemi impunemente! — Roveni potè dire alla fine. — Non mi
batterò; non voglio mandarvi una palla nello stomaco! Dovete vivere!
Devi vivere! — Mi par di sentirlo ripetere «devi vivere!»
E agitando la destra, quasi a farmi grazia, e volgendomi le spalle, nel
rinchiudere la porta dietro di se, mormorò non so che di «vendetta».
— Fuori! fuori! — ripeteva intanto quell'altro, che mi spingeva verso
l'altra porta. Io gridavo ancora: — Vigliacco!