XI.

Successione così precipitosa di avvenimenti e di fatti comprendeva

fors'anche, per me, la corsa alla morte? «Altro il parlar di morte,

altro il morire», diceva a dritto e a rovescio il signor Learchi

sindaco di Valdigorgo; eppure io, attendendo l'ora del colloquio con

Roveni, parlavo a me stesso della morte ben diversamente da quando

l'apprensione di essa annientava in me la vita, e mi pareva di esserci

preparato con animo sicuro e freddo. La notizia della fuga di Claudio

mi accresceva il fastidio di un destino avverso; accresceva l'odio che

mi sospingeva contro Roveni. E Ortensia non mi amerebbe mai più come io

l'amavo; e all'amicizia avevo già pagato il mio debito. Dunque?... In

un duello a pistola non m'era difficile immaginare che Roveni colpisse

me come alla fabbrica aveva colpito nella carretta. Era stato, quello,

un ammonimento molto preciso....

Morire! «Quali dolci sorprese ci prepara la morte?» Credetemi: queste

parole di Pascal mi suonavano ora all'orecchio con invito più dolce

che quello d'andar a pranzo dal cavalier Fulgosi. Anzi! Un'impressione

strana provavo, quasi di lungo soffrire che riceverà lenimento, o quasi

di un amante che sarà appagato dopo lunga attesa.... Certo, poteva

anche accadere che io ammazzassi l'avversario; poteva accadere quel che

accade più spesso, che restassimo incolumi entrambi; ma, ad ogni modo,

bisognava far sul serio!

A Milano non ci avevo molti amici. Deliberai, alla fine, che ricorrerei

a due antichi compagni di scuola miei concittadini; l'uno ufficiale,

che mi avevan detto di stanza a Milano; l'altro che sapevo esservi

giornalista.

E risoluto, mi recai ove mi aspettava Roveni.

M'aspettava, allo studio dell'ingegner Salghi, ritto in piedi tra la

finestra e l'ampia tavola da disegno, fumando un sigaro virginia, con

l'aria di chi s'adatta a stento a ricevere un importuno o un inferiore.

Non aveva pronunziata che una parola: «avanti!», quando io, di fronte

a lui, fermo, fissandolo, dissi senza preamboli:

— Moser è scappato...

Alla notizia, mi accorsi che egli non rimase padrone di sè quale voleva

parere, e lo sforzo che sosteneva per sembrar tranquillo fu manifesto

a un istantaneo abbassar dello sguardo.

Pensò senza dubbio che se Moser era fuggito, Ortensia, non avendo più

da temere denuncia o processo per il padre, gli sfuggiva.

Io gli chiesi:

— La notizia vi meraviglia?

Allora i suoi tocchi bianchi tornarono su di me; con la sinistra

s'affilò l'uno dei baffi e disse a mezza voce, affettando incuranza.

— Peggio per lui se è scappato!

— No! peggio per voi! — Mi sentivo superiore io poichè la sua voce era

stata malferma; e volevo tagliar corto. — Peggio per voi!

E aggiunsi nello stesso tono: — Io so perchè Moser è fuggito come un

ladro! so che la colpa è vostra!

Roveni rise sguaiatamente deponendo lo sigaro su la tavola e

incrociando le braccia; ma la risata cessò d'un tratto, del tutto;

anche nell'ironia non serbava sorriso. Poi disse:

— Benone! Se Moser è fuggito come un ladro la colpa è mia! E se

domani s'imparerà che si è ammazzato, sarò io l'assassino che l'avrà

ammazzato!

— A questo punto? — io gridai. — Così, con tutta la brutalità che

non avete più coraggio di nascondermi, voi potete pensare a questa

sciagura estrema, a questa conseguenza ultima del vostro tradimento?

È l'incoscienza! E io che son venuto qua per accusarvi dinanzi alla

vostra coscienza! Non vi ho ancora conosciuto abbastanza! Volevo dirvi

che non avete saputo ordire così bene i vostri inganni da scampare alla

condanna degli onesti. Ma mi accorgo che non vi ho ancora conosciuto

abbastanza! Come dovete esser tristo!

Per lui furono parole che gli diedero tempo di rimettersi e delle quali

non sospettò tutta la gravità. Credè, forse, che io parlassi vagamente

d'inganni, nè supponeva che Moser fosse salvo e che mi fosse nota

la frode perpetrata nei libri della ditta. Sempre pallido, ma sicuro

adesso nello sguardo freddo e nella voce, e privo di sorriso, ribattè:

— Adagio, signor dottore; calma! Corre troppo, lei! Lei mi ha già

detto, tutto in una volta, che io sono un ingannatore, un traditore, un

tristo, un incosciente. Lei mi sembra un rappresentante del Pubblico

Ministero che fa la requisitoria a un povero diavolo d'accusato e

gli scaglia contumelie in nome della legge. Ma prima di far la parte

di accusato io voglio domandarle in nome di chi e con che diritto si

assume, lei, la parte di Pubblico Ministero!

— In nome della vostra vittima; col diritto che mi dà l'amicizia di

Moser; col diritto di chi ebbe il torto di credervi diverso da quel che

siete e di favorire senza volere i vostri inganni.

Tacque; ripigliò il virginia. Il suo sguardo mi sfuggì mentre lo

riaccendeva riflettendo. Allo stesso modo che Learchi dalla pipa, egli

attingeva forza e prudenza dallo sigaro.

— Benone! — fece poi. — Ora le concederò di giudicarmi. Solo la prego

di lasciar da parte le parole grosse, che su di me non hanno presa.

Amo i fatti, io. Dunque: sono accusato d'inganni. Con molta calma, come

vede, rispondo che l'ingannato sono io, e glielo provo. Non ho nulla da

nascondere, io!

Il suo sguardo, divenuto tagliente, compiva il significato

dell'ultima frase: accusava egli me di simulazione. Ma troppo lontano

dall'immaginare che cosa comprendeva quella frase «non ho nulla da

nascondere, io!», non la raccolsi e attesi.

Egli proseguì:

— Per dirle tutto, le dirò anche cose che lei conosce; ma è necessario

togliere ogni dubbio, ogni equivoco fra noi due.... Quando l'ingegnere

Moser ebbe bisogno di un direttore che gli raddrizzasse la baracca,

mi chiamò a Valdigorgo e mi promise mari e monti. Fin d'allora aveva

in vista il fallimento. Io usai tutta la mia energia per riparare;

introdussi economie e riuscii a ordinare e migliorare il personale, a

migliorare la produzione. Per contratto non avevo obbligo di far la

metà di quel che feci: per compenso del di più non ebbi un soldo di

più del meschino stipendio, e le promesse sfumarono. Ma l'ingannatore

sono io! Avrei potuto trovar di meglio e andarmene subito dopo il primo

anno, e lo dissi. Mi scongiurarono di restare. M'ero affezionato alla

famiglia....

— Affezionato alla famiglia! — interruppi ironico.

— Sì: affezionato alla famiglia! Lo ripeto. Aggiungo che a Valdigorgo

rimasi anche perchè una delle ragazze Moser cominciava a piacermi.

Per essere sicuro del terreno dove mettevo i piedi, come vuole il mio

temperamento, un giorno discorsi di quella mia simpatia alla madre. La

signora o previde che io non piacerei alla capricciosa figliuola o per

la bella figliuola sperava un miglior matrimonio; ma, d'altra parte,

temeva che io piantassi in asso il marito, e mi pregò di lasciar passar

qualche tempo prima di dichiararmi.... E l'ingannatore sono io!

— Eugenia Moser accusata di sotterfugi, di simulazione, da voi?...

— Non da me; dai fatti — oppose egli. — Sono fatti, questi! Se li può

smentire, aspetti che io abbia finito: ci sbrigheremo più presto.

Lo lasciai dire.

— Un bel giorno arrivò l'amico di casa....

Ma a vedermi urtato dalla espressione, si corresse subito: —.... un

vecchio amico della famiglia; non così vecchio però da non innamorare a

poco a poco la signorina che piaceva a me. Io non sospettavo; pensavo

a un'affezione quasi paterna; non badavo alle chiacchiere. Il dottor

Sivori sapeva le mie intenzioni, le sapevan tutti: perchè sarebbe stato

sleale? Invece egli amava e innamorava la signorina.... E l'ingannatore

sono io!...

Questa volta aveva colpito meglio. Io tacqui ancora. Fatto più sicuro

dal mio silenzio, Roveni continuò:

— Ma dovetti pur persuadermi che la signorina era incapricciata di

lei, dottor Sivori. Perciò le domandai quel colloquio prima della

sua partenza; e volli dimostrarle la serietà dei miei propositi.

Sivori ha molto potere su Ortensia — mi dicevo —; la convincerà a

non far sciocchezze, a non trattarmi indegnamente. Invece lei, signor

dottore, fingeva. Dopo aver innamorata la ragazza, scappava; per una

misteriosa ragione, senza il minimo tentativo di riparare al mal fatto,

scappava.... E l'ingannatore sono io!

Domandai: — Avete finito?

— Non ancora! Quando fui stanco di fare il collegiale e di aspettare

la manna celeste, ed ebbi una nuova proposta d'impiego lontano, volli

uscir d'incertezza; interrogai Ortensia. Mi rispose: «Non ci penso,

per adesso, a maritarmi». Non era un no: potevo sperare, e rimasi.

Ma la signorina non disse no allora per riguardo al babbo, che aveva

bisogno di me. Il no venne dopo, quando la società progettata da Moser

pareva sicura e non si danneggiava il babbo disgustandomi. E sono io

l'ingannatore!

— Avete finito? — ripetei più forte.

E Roveni, più forte ma pur come chi si padroneggia anche nella vittoria:

— Non ce n'è abbastanza? Vuol dell'altro? Ecco! L'affare della società

andò a rovescio. Moser stava per fare il capitombolo; gli operai,

senza paga, minacciavano di prenderlo a sassate. All'ultimo momento mi

domanda una somma per restituirmela, s'intende, il giorno dopo. Io gli

do tutto quello che ho: i miei poveri risparmi; e il giorno dopo Moser

fallisce.... Chi è l'ingannatore? Adesso ho finito!

Buttò in terra il resto del sigaro; incrociò le braccia e con un moto

del capo più insolente che accondiscendente:

— A lei!

— Avete finito male, come avete cominciato! — feci io, a mia volta.

— Per accusar di falsità Moser, Ortensia, Eugenia, me, non vi siete

accorto che svelavate voi stesso del tutto: falso in tutto, falso

sempre! Consapevole del vostro basso egoismo, voi assumeste la figura

di un uomo risoluto e diritto nel pensare e nell'operare, ma foste

sempre un calcolatore; non prudente: astuto, doppio. Finchè, per

disgrazia, vi siete smarrito in una passione e l'arma vi si è scambiata

in mano: dopo essere stato astuto siete stato audace; e siete caduto.

— Caduto, io? — Rise in quel suo tristo modo.

— Voi! Oh credete che io sarei venuto a questo diverbio se non fossi

certo di superarvi e di smascherarvi? Giù la maschera! I vostri

benefici per Moser che scopo ebbero? Aiutare Moser valeva assicurarvi

la dote della ragazza che vi piaceva. Ma non eravate uomo, voi,

da compromettervi per un capriccio: tastar terreno, metter le mani

innanzi, predisporre la madre prima della ragazza senza compromettervi

nè con l'una nè con l'altra, era la tattica nascosta sotto l'apparenza

di franchezza e di lealtà. Corteggiare Ortensia era pericoloso;

correvate il rischio di non poter più liberarvene se le faccende di

Moser si volgessero al peggio. Il vostro riserbo intanto.... — Ortensia

era così giovane! — vi meritava la stima della madre; il padre non

poteva stimarvi di più, e Ortensia adora i suoi; al momento opportuno

avrebbe ascoltato il loro consiglio....

Con una smorfia di riso, che parve ora una stigmata di cattiveria,

Roveni venne di qua dalla tavola, si arrestò spavaldo di fronte a me,

e m'interruppe:

— In quel mentre però avrei potuto spassarmela anch'io con la ragazza

di nascosto, come faceva chi portava la maschera dell'amico di casa!

— Tacete! — urlai sul punto di scagliarmegli addosso. — Non osate

malignare, voi, sul mio affetto e su la mia condotta! Per spassarvela

voi avevate Anna Melvi! Ortensia non le rassomigliava: a diciassette

anni avrebbe già saputo frenare la vostra volgarità. Oh quando penso

che dopo gli eccitamenti di un'Anna voi, chissà quante volte, avrete

contaminato nel vostro pensiero.... — (mi arrestai con ribrezzo) —

Ma appunto ciò fu quello che vi vinse! Ortensia era tanto diversa

dall'altra!, dalle altre! Ve ne innamoraste troppo; come non avreste

mai creduto, come non riusciste a celare nemmeno ai miei occhi; ed

ero cieco per voi, allora! Chi l'avrebbe mai detto? Venne il giorno

che l'avreste sposata anche senza dote, Ortensia! Gli affari di Moser

andavano male, ma non avevate più la forza di lasciar Valdigorgo. E

non potevate immaginarvi che Ortensia vi rifiutasse; così buon partito!

Finchè venne un altro giorno che Ortensia vi disse no, addirittura. No,

a voi! no, a Roveni! Insisteste: fu peggio. La volontà di una ragazza

di diciassette anni era più forte della vostra voglia! L'amore diventò

in voi una passione delittuosa; e dinanzi all'ostacolo ricorreste alle

minacce.

— Verissimo! L'avvertii, la signorina, che potevo far molto bene e

molto male a suo padre. Colpa sua se volle il male!

— E il primo passo fu quello di dissuadere i creditori dal compor la

società: è vero?

— Sì! — Mi sfidava apertamente a proseguire sperando d'arrestarmi

tosto, e rifarsi.

Proseguii:

— Ortensia non si piegò! Allora prestaste duemila lire a Moser per

interporvi ai creditori e dominarli; per impossessarvi di Learchi e

aver in mano la rovina di Moser. Ortensia non cedè neppur allora. E voi

affrettaste il fallimento, dopo aver falsato i libri della ditta....

A udir questo, Roveni divenne livido fin nelle labbra e fece come un

serpe che si raccoglie in se stesso, incerto se di celarsi ancora o

d'avventarsi. Tentò di sorridere; ma fu un sorriso viscido e velenoso;

gli occhi bianchi mandarono fiamme. Poscia ricuperò idee e voce:

— È un'insinuazione ridicola!

Io procedevo:

— Impossessandovi anche dell'onore di Moser pensavate: se Ortensia

vuol salvare suo padre dal disonore, cederà; se non cede, mi vendico!

Ah avere amato, desiderato, aspettato per degli anni, voi, e senza

riuscirci! Aver speso duemila lire! Si ha diritto di possedere una

bella ragazza per duemila lire!... La vostra vendetta doveva esser

degna del vostro amore; della vostra passione!

Roveni rifletteva, senza più sforzo di dissimulare. Adagio, contro la

mia irruenza, disse:

— E così io avrei dato di cozzo nel codice?.

— Non so che pezzo di carta basta a difendervi!

Anche questo mi aveva detto il curatore! Colpo non aspettava colpo.

Bisognava fingere di nuovo.

— Benone! — egli riprese. — Ma che tutto ciò è assurdo, che è roba da

romanzo, lo prova un'ipotesi molto semplice, molto probabile, che lei

si è dimenticato di fare. Le parole grosse mandano a rotoli la logica!

È logico supporre che nello stesso tempo che Ortensia avrebbe dovuto

arrendersi a discrezione il curatore avrebbe potuto scoprir la frode.

Come avrei fatto io, in tal caso, a salvar il padre per amor della

figlia?

— Persuadendo Learchi ad accomodar tutto, o trovando altrove ventimila

lire. L'avrete ben prevista la via di uscita!

— E lei è proprio convinto di tutto questo?

— Convinto? Ma non vi ho già detto che Moser è fuggito come un ladro?

La frode è scoperta!

A questo punto, in un istante, vacillò e s'avventò:

— Benone! Oggi stesso informerò io il Procuratore del Re che si è

scoperta una frode nel fallimento Moser e che Moser l'ha fatto fuggire

lei d'accordo col curatore!

Credeva d'avermi abbattuto, finalmente!

Ma a udire:

— Troppo tardi! Moser è già salvo! —; a udir tali parole Roveni rimase

come a ricevere una mazzata sul capo. Il sangue gli affluì tutto al

volto. Fuori di se, mi assalì, mi afferrò al petto, inferocito — una

tigre — urlando:

— Chi l'ha salvato?

— Io!

Allora il braccio gli ricadde pesantemente; chinò il capo; sghignazzò,

livido di nuovo; disse:

— Anna Melvi aveva dunque ragione!... L'amico di casa ha salvato

l'onore del marito.... Adesso potrà sposarla, la figliola...., senza

più dispiacere alla madre....

Che cosa? Una cosa orribile! Mi parve di comprendere; compresi.... E

afferrandogli un braccio con violenza pari alla sua:

— Spiegatevi! — Aveva gettato fango e veleno su Eugenia! Eugenia! —

Spiegatevi!

Egli mi guardava fisso: — Voglio dire che il codice non contempla il

caso dell'amante della madre che sposa la figliola.

La mia destra sfiorò la guancia del miserabile. D'un balzo egli si era

sottratto da un lato. Si ritrasse verso la porta laterale e toccò il

bottone d'un campanello. Fu un attimo. Contro di lui urlavo:

— Vigliacco! Calunniatore infame! — Ma già un servo o un portiere che

fosse, evidentemente in attesa mi tratteneva. — Vigliacco! — urlavo.

— I sicari! Hai sicari in agguato! — e tentavo divincolarmi, rivolto a

lui.

Immoto, su la soglia, Roveni mi guardava; pareva attendere che mi

quietassi per parlare. Stretto da quell'altro io gridavo sempre più

forte:

— Vile! vile! Calunniatore di donne! falsario! E mi dibattevo.

— Insultatemi impunemente! — Roveni potè dire alla fine. — Non mi

batterò; non voglio mandarvi una palla nello stomaco! Dovete vivere!

Devi vivere! — Mi par di sentirlo ripetere «devi vivere!»

E agitando la destra, quasi a farmi grazia, e volgendomi le spalle, nel

rinchiudere la porta dietro di se, mormorò non so che di «vendetta».

— Fuori! fuori! — ripeteva intanto quell'altro, che mi spingeva verso

l'altra porta. Io gridavo ancora: — Vigliacco!

In faccia al destino · 第 46 / 75 题