Lieto che io avessi mantenuta la parola, il curatore mi accertò che
nessuno potrebbe più mettere in dubbio l'onestà di Moser e che con
l'arma a doppio taglio, preparata a strumento della sua perfidia,
Roveni non potrebbe più ferire che sè stesso.
— Mi dispiace di non poterlo denunciare! — disse. — Le ha saputo
far così bene, quel birbante! Ma se non avesse un documento che lo
salva!...
«Sfuggirà anche a me?», io pensavo uscendo, verso il mezzodì, dallo
studio del curatore. Prima di tutto però volevo veder Guido; dargli
e ricever notizie. Quand'ecco, fatti pochi passi, m'incontrai....
Immaginate in chi! Nel cavalier Fulgosi!
Era stupendo nel ricco e lungo paletot; con un colletto così alto
che pareva averlo ereditato da suo figlio, e la cravattina a tinte
scozzesi, e i guanti _gris-perle_; con i baffetti e la barbetta d'un
biondo pallido pallido: l'uomo di spirito, avverso ad ogni tintura,
aveva ceduto allo spirito della conservazione apparente. E l'uomo
di mondo in una città cosmopolita non si confuse a vedermi: mi fe'
un inchino alla francese, mi diede una stretta di mano all'inglese e
improvvisò un complimento da italiano e patriotta:
— Il dottor Sivori è come Romagnosi: quando si direbbe che è morto è
più vivo di prima!
Quale insigne opera meditavo? Quale nobile impresa mi aveva
ricondotto in patria? Le risposte che gli diedi non l'impedirono
dall'accompagnarsi meco e dal cadere, dopo pochi passi, in discorso
di Moser. Sapeva qualche cosa, non tutto, della disgrazia; quel tanto
che aveva appreso da Guido, con cui egli, sempre uomo superiore, era
rimasto in buona amicizia nonostante l'inimicizia ch'era divenuta
sempre più grave tra lui e il Learchi padre, ora sindaco di Valdigorgo.
Soavemente compianse la «gentile» Eugenia, la «amabile» Ortensia, la
«dolce» Marcella, e rievocò i bei giorni di Valdigorgo.
— Che bei giorni, eh, dottore?...; quando non pioveva....
Già: quel giorno che gli avevo dato dello sciocco, pioveva!
Ma il culto di così care memorie l'induceva a chiedermi un favore
grande, memorabile anch'esso.
— Non mi dica di no.... La mia signora sarà felice di rivederla! Mi
faccia grazia.... di venire a pranzo da noi, oggi.
Impossibile! avevo tante faccende!
— Lo credo, illustre amico; lo credo. Però dovrà pur rubarlo un po' di
tempo alle faccende, per desinare: lo rubi, e me ne faccia dono.
— Impossibile! — ripetei duro come un tedesco.
— Non vuol oggi? Ebbene: domani!
Dàlli e dàlli; _gutta cavat lapidem_; e, come si usa in ogni paese per
levarsi un peso d'addosso, finii per preferire l'oggi al dimani. Che
peccato non fosse a Milano anche Pieruccio! Era partito, il dì innanzi,
per Modena; di dove tornerebbe, fra pochi mesi, con le spalline.
— Ah le spalline e vent'anni! — sospirò il cavaliere allargando
le braccia e invidiando suo figlio. Di suo figlio le donne andavan
fanatiche anche al solo vederlo in divisa da collegiale.
— Si figuri che l'altra sera, all'ultima festa in casa De Mol....
Mentre narrava le figliali prodezze il cavaliere s'arrestava di tre
in tre passi, compiacendosi che i suoi gesti oratori attirassero
l'attenzione dei passanti. Tutti parevan chiedersi chi fosse quel
signore elegante e nello stesso tempo austero. Un senatore, così
giovane? O piuttosto un deputato? O un presidente di Corte d'Appello,
o un ex-ministro: un'_eccellenza_ insomma? Ed egli diceva:
—.... La giovine signora del colonnello.... — Pieruccio era stato sul
punto di sedur la moglie di un colonnello!
— Vede già la via per diventar generale — dissi io, indulgente.
— A proposito! — il cavaliere riprese. — C'era anche Anna Melvi in casa
De Mol. Cantò deliziosamente.... Si fa; si fa! è una ragazza che si fa!
La lanceremo!... E lei sa, dottore, che anche Roveni è a Milano? L'ho
visto più volte, il bravo ingegnere.
Io m'affrettai a metter da parte il «bravo ingegnere» preferendo il
minor male. Meglio discorrer della Melvi.
— Badi, cavaliere, che la Melvi è una ragazza pericolosa.
Un altro sospiro venne su dal cuore e dal colletto di quell'apparente
Eccellenza. Quindi:
— _On ne badine pas avec l'amour_. Ma io mi occupo di Anna solo per
l'amore dell'arte e per amore del mio paese. Ho la fortuna di alte
relazioni, e la lanceremo: vedrà! — Aggiunse che non poteva invitarla
a pranzo con noi perchè la sua signora — a torto, ve'! — ne era un
tantino gelosa. Ma a questo punto un'idea attraversò la mente di Sua
Eccellenza, che si fermò mormorando:
— A quest'ora ci dovrebbe essere....
— Chi? — esclamai io — Anna? Non voglio vederla! Intendiamoci!
— No, no — rispose egli. — Mi è venuto in mente che debbo vedere
un'altra persona prima di déjeuner e mi rincresce lasciarla, caro
dottore: a meno che ella non si compiaccia d'accompagnarmi sin qui
all'_Orologio_. Due minuti....; due passi.... Ci viene? Bravo! Quanto
è gentile!
— È la mia strada — dissi, senza alcun sospetto.
Giunti al Ristorante dell'_Orologio_, Fulgosi mi lasciò sulla soglia.
Ma, appena dentro, si rivolse accennandomi d'entrare: — Scusi, dottor
Sivori! — Quando gli fui presso, m'indicò, fra la gente, una persona
seduta a una tavola e chiamò forte:
— Ingegnere!
Roveni si volge: mi vede e resta immoto a guardarmi, mentre io resto
a guardarlo; e il cavaliere ride, felice della bella improvvisata
che mi ha fatta; solo non comprende il perchè io e Roveni non ci
salutiamo, non accorriamo l'uno incontro all'altro; e precipita lui
alla conclusione.
— Senza complimenti, ingegnere! Oggi lei è invitato a desinare da me,
con l'illustre....
Avanzando, io interrompo l'uno per dire all'altro:
— Ingegner Roveni! avrei bisogno di parlarle entro oggi, in libertà;
senza testimoni. I testimoni, se mai, li troveremo poi!
Egli risponde, pallido più di me, corrugando un po' le ciglia:
— Sta bene! Fra un'ora, allo studio dell'ingegner Salghi, viale
Monforte, 5. Saremo soli.
— Sta bene — io ripeto; e col capo fo segno al cavaliere che mi segua.
Fulgosi era sconvolto in modo indefinibile; dava l'impressione di un
uomo, e un uomo superiore, denudato all'improvviso là in mezzo a tutta
quella gente che faceva colazione.
Come quando una repentina bufera agita, piega, rovescia un arbusto
fiorito, sì che ne vedi il fusto brullo e le branche spinose, e i fiori
e le fronde esterne sembrano vanità in balìa del vento, io vidi allora
tutta l'intima povertà del cavaliere in quel fallace rivestimento
d'eleganza e di rettorica. Mi seguiva tacito, a capo chino nonostante
il puntello del colletto, e pareva attendersi l'ultimo sconquasso.
Non gli diedi dell'imbecille: gli imposi di non riferire ad anima
viva il mio incontro con Roveni e rimisi a miglior occasione l'invito
del pranzo. Dopo tutto gli dovevo gratitudine, perchè, mercè sua,
affrettavo la risoluzione che mi premeva.
E mi recai da Guido come avevo divisato. Ma se nella bufera il cavalier
Fulgosi scopriva miseramente sè stesso, Guido Learchi vi smarriva
interamente sè stesso. Gli affanni in Guido erano fuori di posto;
lo svisavano, e la sua faccia gioconda cedeva a impronte quasi di
un dolore fisico acuto, straziante; per esempio di un atroce dolor
di ventre. Finchè aveva potuto ripetere a se stesso: speriamo!, e
immaginar prossimo il ritorno a una beata pace famigliare, egli era
riuscito a illudere anche la sua Marcella e a mantener aperta la vena
del buon umore: sopravvenuto l'evento a cui non trovava rimedio nel
suo ottimismo e nella sua immaginazione, mi si presentò nell'aspetto
tragico, alla sua maniera.
— Che è successo di nuovo? — esclamai io, davvero atterrito.
— Zitto! per carità!...
Marcella indovinava una nuova disgrazia, e lui, con quella faccia, non
sapeva più che cosa darle a credere.
—.... che Marcella non ci senta!
Poi con un fil di voce e le braccia penzoloni mi annunciò: — Moser....
è scappato!
Il mio telegramma da Molinella era giunto a Valdigorgo troppo tardi.
Invano Eugenia aveva sperato che avvertendo Guido, Guido giungesse
in tempo di veder Claudio al suo possibile arrivo a Milano, prima che
prendesse altro treno.... Nè si sapeva che via avesse presa.