X.

Lieto che io avessi mantenuta la parola, il curatore mi accertò che

nessuno potrebbe più mettere in dubbio l'onestà di Moser e che con

l'arma a doppio taglio, preparata a strumento della sua perfidia,

Roveni non potrebbe più ferire che sè stesso.

— Mi dispiace di non poterlo denunciare! — disse. — Le ha saputo

far così bene, quel birbante! Ma se non avesse un documento che lo

salva!...

«Sfuggirà anche a me?», io pensavo uscendo, verso il mezzodì, dallo

studio del curatore. Prima di tutto però volevo veder Guido; dargli

e ricever notizie. Quand'ecco, fatti pochi passi, m'incontrai....

Immaginate in chi! Nel cavalier Fulgosi!

Era stupendo nel ricco e lungo paletot; con un colletto così alto

che pareva averlo ereditato da suo figlio, e la cravattina a tinte

scozzesi, e i guanti _gris-perle_; con i baffetti e la barbetta d'un

biondo pallido pallido: l'uomo di spirito, avverso ad ogni tintura,

aveva ceduto allo spirito della conservazione apparente. E l'uomo

di mondo in una città cosmopolita non si confuse a vedermi: mi fe'

un inchino alla francese, mi diede una stretta di mano all'inglese e

improvvisò un complimento da italiano e patriotta:

— Il dottor Sivori è come Romagnosi: quando si direbbe che è morto è

più vivo di prima!

Quale insigne opera meditavo? Quale nobile impresa mi aveva

ricondotto in patria? Le risposte che gli diedi non l'impedirono

dall'accompagnarsi meco e dal cadere, dopo pochi passi, in discorso

di Moser. Sapeva qualche cosa, non tutto, della disgrazia; quel tanto

che aveva appreso da Guido, con cui egli, sempre uomo superiore, era

rimasto in buona amicizia nonostante l'inimicizia ch'era divenuta

sempre più grave tra lui e il Learchi padre, ora sindaco di Valdigorgo.

Soavemente compianse la «gentile» Eugenia, la «amabile» Ortensia, la

«dolce» Marcella, e rievocò i bei giorni di Valdigorgo.

— Che bei giorni, eh, dottore?...; quando non pioveva....

Già: quel giorno che gli avevo dato dello sciocco, pioveva!

Ma il culto di così care memorie l'induceva a chiedermi un favore

grande, memorabile anch'esso.

— Non mi dica di no.... La mia signora sarà felice di rivederla! Mi

faccia grazia.... di venire a pranzo da noi, oggi.

Impossibile! avevo tante faccende!

— Lo credo, illustre amico; lo credo. Però dovrà pur rubarlo un po' di

tempo alle faccende, per desinare: lo rubi, e me ne faccia dono.

— Impossibile! — ripetei duro come un tedesco.

— Non vuol oggi? Ebbene: domani!

Dàlli e dàlli; _gutta cavat lapidem_; e, come si usa in ogni paese per

levarsi un peso d'addosso, finii per preferire l'oggi al dimani. Che

peccato non fosse a Milano anche Pieruccio! Era partito, il dì innanzi,

per Modena; di dove tornerebbe, fra pochi mesi, con le spalline.

— Ah le spalline e vent'anni! — sospirò il cavaliere allargando

le braccia e invidiando suo figlio. Di suo figlio le donne andavan

fanatiche anche al solo vederlo in divisa da collegiale.

— Si figuri che l'altra sera, all'ultima festa in casa De Mol....

Mentre narrava le figliali prodezze il cavaliere s'arrestava di tre

in tre passi, compiacendosi che i suoi gesti oratori attirassero

l'attenzione dei passanti. Tutti parevan chiedersi chi fosse quel

signore elegante e nello stesso tempo austero. Un senatore, così

giovane? O piuttosto un deputato? O un presidente di Corte d'Appello,

o un ex-ministro: un'_eccellenza_ insomma? Ed egli diceva:

—.... La giovine signora del colonnello.... — Pieruccio era stato sul

punto di sedur la moglie di un colonnello!

— Vede già la via per diventar generale — dissi io, indulgente.

— A proposito! — il cavaliere riprese. — C'era anche Anna Melvi in casa

De Mol. Cantò deliziosamente.... Si fa; si fa! è una ragazza che si fa!

La lanceremo!... E lei sa, dottore, che anche Roveni è a Milano? L'ho

visto più volte, il bravo ingegnere.

Io m'affrettai a metter da parte il «bravo ingegnere» preferendo il

minor male. Meglio discorrer della Melvi.

— Badi, cavaliere, che la Melvi è una ragazza pericolosa.

Un altro sospiro venne su dal cuore e dal colletto di quell'apparente

Eccellenza. Quindi:

— _On ne badine pas avec l'amour_. Ma io mi occupo di Anna solo per

l'amore dell'arte e per amore del mio paese. Ho la fortuna di alte

relazioni, e la lanceremo: vedrà! — Aggiunse che non poteva invitarla

a pranzo con noi perchè la sua signora — a torto, ve'! — ne era un

tantino gelosa. Ma a questo punto un'idea attraversò la mente di Sua

Eccellenza, che si fermò mormorando:

— A quest'ora ci dovrebbe essere....

— Chi? — esclamai io — Anna? Non voglio vederla! Intendiamoci!

— No, no — rispose egli. — Mi è venuto in mente che debbo vedere

un'altra persona prima di déjeuner e mi rincresce lasciarla, caro

dottore: a meno che ella non si compiaccia d'accompagnarmi sin qui

all'_Orologio_. Due minuti....; due passi.... Ci viene? Bravo! Quanto

è gentile!

— È la mia strada — dissi, senza alcun sospetto.

Giunti al Ristorante dell'_Orologio_, Fulgosi mi lasciò sulla soglia.

Ma, appena dentro, si rivolse accennandomi d'entrare: — Scusi, dottor

Sivori! — Quando gli fui presso, m'indicò, fra la gente, una persona

seduta a una tavola e chiamò forte:

— Ingegnere!

Roveni si volge: mi vede e resta immoto a guardarmi, mentre io resto

a guardarlo; e il cavaliere ride, felice della bella improvvisata

che mi ha fatta; solo non comprende il perchè io e Roveni non ci

salutiamo, non accorriamo l'uno incontro all'altro; e precipita lui

alla conclusione.

— Senza complimenti, ingegnere! Oggi lei è invitato a desinare da me,

con l'illustre....

Avanzando, io interrompo l'uno per dire all'altro:

— Ingegner Roveni! avrei bisogno di parlarle entro oggi, in libertà;

senza testimoni. I testimoni, se mai, li troveremo poi!

Egli risponde, pallido più di me, corrugando un po' le ciglia:

— Sta bene! Fra un'ora, allo studio dell'ingegner Salghi, viale

Monforte, 5. Saremo soli.

— Sta bene — io ripeto; e col capo fo segno al cavaliere che mi segua.

Fulgosi era sconvolto in modo indefinibile; dava l'impressione di un

uomo, e un uomo superiore, denudato all'improvviso là in mezzo a tutta

quella gente che faceva colazione.

Come quando una repentina bufera agita, piega, rovescia un arbusto

fiorito, sì che ne vedi il fusto brullo e le branche spinose, e i fiori

e le fronde esterne sembrano vanità in balìa del vento, io vidi allora

tutta l'intima povertà del cavaliere in quel fallace rivestimento

d'eleganza e di rettorica. Mi seguiva tacito, a capo chino nonostante

il puntello del colletto, e pareva attendersi l'ultimo sconquasso.

Non gli diedi dell'imbecille: gli imposi di non riferire ad anima

viva il mio incontro con Roveni e rimisi a miglior occasione l'invito

del pranzo. Dopo tutto gli dovevo gratitudine, perchè, mercè sua,

affrettavo la risoluzione che mi premeva.

E mi recai da Guido come avevo divisato. Ma se nella bufera il cavalier

Fulgosi scopriva miseramente sè stesso, Guido Learchi vi smarriva

interamente sè stesso. Gli affanni in Guido erano fuori di posto;

lo svisavano, e la sua faccia gioconda cedeva a impronte quasi di

un dolore fisico acuto, straziante; per esempio di un atroce dolor

di ventre. Finchè aveva potuto ripetere a se stesso: speriamo!, e

immaginar prossimo il ritorno a una beata pace famigliare, egli era

riuscito a illudere anche la sua Marcella e a mantener aperta la vena

del buon umore: sopravvenuto l'evento a cui non trovava rimedio nel

suo ottimismo e nella sua immaginazione, mi si presentò nell'aspetto

tragico, alla sua maniera.

— Che è successo di nuovo? — esclamai io, davvero atterrito.

— Zitto! per carità!...

Marcella indovinava una nuova disgrazia, e lui, con quella faccia, non

sapeva più che cosa darle a credere.

—.... che Marcella non ci senta!

Poi con un fil di voce e le braccia penzoloni mi annunciò: — Moser....

è scappato!

Il mio telegramma da Molinella era giunto a Valdigorgo troppo tardi.

Invano Eugenia aveva sperato che avvertendo Guido, Guido giungesse

in tempo di veder Claudio al suo possibile arrivo a Milano, prima che

prendesse altro treno.... Nè si sapeva che via avesse presa.

In faccia al destino · 第 45 / 75 题