Mi amava ancora? Era effetto di passione quel che a sua sorella e a sua
madre sembrava difetto d'indole e di carattere? Se io mi rispondevo:
— Sì, mi ama ancora —, ecco l'immagine di Roveni che si affacciava a
dirmi, come mi aveva detto alla fabbrica: «Fuori dei romanzi, nella
realtà vera, non può resistere in una ragazza di neppur diciotto
anni un amore che fu interrotto appena nato. Resiste in voi, spirito
infermo!»
E mi adattavo a pensare che Ortensia soffrisse non per amore, ma per
rancore, per l'amarezza della prima delusione, per l'abbandono in
cui l'avevo lasciata. Non sempre però mi riposava questo pensiero;
spesso anzi, per reazione, mi abbandonavo al ricordo di Ortensia con
disperata voluttà e disperatamente godevo di quella mia passione come
di un'elevazione sublime. S'acuiva allora in me l'intendimento delle
più nobili facoltà dello spirito; mi pareva d'intender Dio. Ortensia,
nell'aspetto di una giovinetta, era un'anima bella che aveva avvinta
l'anima mia, a cui l'anima mia si era avvinta per sempre, contro ogni
ritegno, ogni resistenza di pregiudizi e di piccoli doveri.
Stolto! Avevo creduto ingiusta quell'affinità di due anime per
differenza d'età!; avevo misurato ad anni quel che è immortale!; avevo
sacrificato a basse convenienze la felicità di un amore trascendente la
vita materiale e comune!
E una voce mi diceva: — Ortensia intende l'amore così!
Ah se avessi dato ascolto a quella voce!