I.

Mi ero proposto di rimanere a lungo a Berlino, perchè ivi spendevo

assai ed ero costretto a lavorar molto.

La moda mi aiutava a scrivere articoli o relazioni di pseudo-scienza

per giornali e periodici non solo d'Italia; e per lo più volgevo in

apparenze di sociologia facili osservazioni intorno la vita privata

e pubblica della Germania. Allorchè qualche rivista, di quelle più

gravi, mi impose argomenti più seriamente scientifici, fui obbligato a

studiare «sul serio»....; e di tutto ciò, in fondo, ridevo amaramente.

Però al disprezzo dell'opera seguiva in me un conforto anche maggiore

di quel che dà il lavoro per sè solo; il conforto di una nuova energia

che mi sosteneva quando mi sentivo più stanco. Era la coscienza di me

stesso ricuperata; era un impulso di emulazione per cui, al solito, mi

confrontavo a Roveni quasi a un ideal tipo di uomo temperato a una vita

sana e potente. Roveni mi aveva creduto debole. Ebbene, ora io faticavo

duramente per vivere e vivevo per vincere la mia passione.

Ma vincerei? Tutto ciò che non era ricordo di Valdigorgo mi pareva

fittizio, erroneo, falso; e rincasando ogni sera, nel silenzio dopo il

tumulto, provavo l'impressione di un artista comico che si spogli degli

abiti scenici per tornare alla vita vera; e con un abbandono, quasi

violento, ai ricordi tornavo _lassù_.

Soffrivo in modo che m'era necessaria una speranza. Speravo appunto che

quella mia condanna volontaria, quel mio esilio volontario, quel mio

faticar volontario un dì o l'altro finirebbe; uscirei da quello stadio

di prova; supererei la prova. Dopo, raccolte e ricomposte tutte le mie

forze, ritemprato e tranquillato, io potrei rivederla, Ortensia; potrei

risentirne la voce.... Oh se l'amavo ancora!

Più spesso che nei sogni, nella prima apprensione del sonno l'immagine

di lei tornava a me, non dolente ma sorridente; così viva che

sobbalzavo.... — Ortensia! Ortensia! — Avrei voluto chiamarla, la

chiamavo a voce alta, come lassù....; ma io non udivo dentro di me la

sua voce; non riuscivo a ricuperare nella memoria il timbro, il suono

preciso della sua voce; ed era uno spasimo.

Una volta, a una festa dell'ambasciata italiana, stavo chiacchierando

con un giornalista, quando egli, d'improvviso, mi vide impallidire e mi

chiese:

— Che avete?

Avevo intravvista, agile e bionda, passare nella ressa, tra le signore,

una giovinetta.... Le rassomigliava.

Volli esserle presentato.

Ma parlando perdetti il senso della somiglianza che avevo percepita;

invano, invano cercai nella sua voce un accento solo della voce

d'Ortensia, e mi allontanai desolato, pentito quasi di una colpa.

E talora la dolce immagine m'appariva per i luoghi più tumultuosi,

impensatamente; spariva tra la folla; mi lasciava doloroso come se mi

fosse crudelmente strappata una parte di me dopo un istantaneo gaudio

di tutto il mio essere.

Nè avevo un ritratto di Ortensia!

A me non era lecito possederne nemmeno il ritratto, mentre Roveni

poteva vederla, udirne la voce ogni giorno. La lontananza e il tempo

assopirebbero in cuore ad Ortensia il ricordo di me; la ragione

alleandosi alla giovinezza, che in lei domanderebbe amore vivo e

fervido, la persuaderebbe che io stesso l'esortavo a consentire a

Roveni. A poco a poco ella avrebbe nel cuore l'accensione della nuova

e più vigorosa fiamma, non più contenuta....

Io l'avevo baciata sulla fronte: Roveni le carpirebbe sulle labbra il

primo bacio, le prime ebbrezze....

A questo pensavo! Con che tormento, con che strazio! Era debolezza,

questa? Ancora m'infliggevo lo strazio degli ultimi giorni di

Valdigorgo preparandomi al giorno in cui apprenderei che Roveni aveva

il diritto di possederla.... Volevo, dovevo dominare in me, così, la

gelosia: Roveni possederebbe Ortensia interamente! E correvo al di là

di quel mio soffrire, al di là di quel giorno forse non lontano per

la felicità di Ortensia, cercando d'immaginare me stesso rassegnato,

pacato nell'animo. Rivedrei Ortensia moglie e madre; potrei un giorno,

senza rancore e pago della felicità di lei, accogliere tra le mie

braccia i suoi figliuoli....

Era debolezza, questa?

In data 2 dicembre 1890, da Pavia, ov'era all'Università, Guido mi

scrisse:

_Caro dottore_,

Un po' in ritardo ti do la notizia del mio patatrac! e della

mia successiva felicità. Cominciando dal patatrac, esso avvenne

un mese fa, per colpa di quel vecchio imbecille di Sansone, il

cavallo di Moser, nonchè di Gigi il servitore.

Come sai, Gigi aveva molti obblighi verso di me, che gli prestavo

lo schioppo e gli regalavo le cartucce per tirare ai beccafichi; e

in compenso lui trasmetteva degl'innocenti bigliettini a Marcella.

Ma Gigi un brutto giorno lasciò inginocchiare Sansone. Se per

causa del suo servitore, Moser si fosse rotta lui una gamba,

non c'è dubbio che avrebbe perdonato subito. Invece, a vedere

spelate le ginocchia dell'amato Sansone si arrabbiò, come sai

che si arrabbia delle volte; e Gigi, per difendersi cominciò a

dire insolenze, non al padrone, che le avrebbe perdonate, forse,

ma al cavallo; e fu bell'e fatta! Gigi fu licenziato, e venne a

sostituirlo un cretino, che al primo biglietto da consegnare a

Marcella, si fece cogliere dalla signora Eugenia. Per fortuna, nel

biglietto io (che avevo fatta una scappata a casa dopo gli esami)

dicevo solo che presto dovrei tornare a Pavia all'università

e che bisognava far buon uso del tempo; e pregavo Marcella di

venirmi incontro per la strada. Apriti Cielo! Un biglietto! Un

appuntamento! Come se fosse una gran cosa, una novità! La signora

Eugenia cominciò ad aprir gli occhi a Moser e lui...: apriti, o

terra!, spalancati, inferno!

Tu, Sivori, penserai che Moser si sia inquietato tanto perchè

crede Marcella ancora una bambina o perchè io non sono ancora

laureato. Niente affatto! Si è inquietato perchè è in rapporti

d'affari con mio padre! Non è un bell'originale? Un altro direbbe:

Essendo noi genitori in rapporti d'affari, tanto meglio se i

nostri figli si vogliono bene! Si fa tutta una famiglia, e buona

notte! Moser invece è andato in bestia appunto per ciò.

Ora tu t'immagini di vedermi piangere come un vitello; ma

t'inganni!

Io rido, felice e contento; perchè l'ingegnere ha sgridato tanto;

Marcella, poverina, ha pianto tanto; mia madre s'è mostrata così

afflitta, che la signora Eugenia, ha dovuto riparare al mal fatto;

e a poco a poco ha quietato il Cerbero numero uno. Figurati che

adesso io vado a trovare Marcella a Milano (dove i Moser sono da

quindici giorni) proprio come un fidanzato ufficiale! Ma c'è anche

il Cerbero numero due; mio padre! A questo ci penserà mia madre,

se vuole presto un nipotino in tutte le regole!

Non ho altro da dirti. Anna Melvi è spesso a Milano anche lei.

Studia il canto per _calcare le scene_. Ortensia, nell'ultimo

tempo che stettero lassù, era divenuta insopportabile.

Adesso accompagna Moser di qua e di là; ma io non dico che questo

è un capriccio, per non farti dispiacere....

Nel suo giocondo egoismo, Guido non vedeva cosa d'importanza che non

si riferisse al suo amore; non immaginava che impressione mi farebbe

quella sola frase: «Ortensia era divenuta insopportabile». Dunque la

tristezza di lei era cresciuta! La smania di divagamento, a cui Guido

alludeva infine, non significava forse che ella si tormentava come me

per dimenticare?

Approssimando l'anno nuovo, da Milano, Marcella ricambiò «a nome di

tutti» i miei auguri; e a una mia domanda abbastanza, esplicita intorno

a sua sorella, rispose così:

Di Ortensia cosa vuole che le dica? li ha sempre avuti, anche

da bambina, i grilli per il capo, gli alti e bassi di buon e

di cattivo umore, ma adesso! Si irrita per niente; e quando è

triste, si vede proprio che soffre. E perchè? A Milano non ci

voleva venire, e viceversa, a Valdigorgo si annoiava a morte;

ma adesso vorrebbe tornar in campagna, con questo freschino!

Quella linguaccia di Anna direbbe che stando a Milano Ortensia

si è innamorata di Roveni.... Ma io per Roveni ci spero poco!

Quando partimmo egli le disse, in mia presenza, che coltivava una

speranza....; essa finse di non capire. Cervellina sempre!

In faccia al destino · 第 33 / 75 题