Quando entrai alla fabbrica, Roveni, su la porta della piccola casa che
serviva a dimora ed ufficio del direttore, era intento a una faccenda
strana, quantunque potesse parere uno spasso di dopo colazione:
ripuliva un rewolver. Del resto, con l'usata franchezza di parole e di
modi, egli impedì subito la mia meraviglia.
— Mi brucia d'esser stato battuto ieri, al tiro. Ho sbagliato l'ultimo
piccione. A tiro a segno non sarebbe andata così.
Nè mi meravigliò il rancore che dimostrava così dicendo; indizio di
tenacia anche nell'amor proprio.
Aggiunse:
— Voglio vedere se oggi ho il polso fermo.
Appena fuori della porta era una carretta da trasportar mattoni. A
una parete di essa egli segnò un cerchio; si mise a distanza di una
quindicina di passi; mirò per alcuni istanti, e sparò.
— Centro! — disse un operaio che accorse per primo.
— Bravo! — feci io. Roveni con un lieve movimento del capo significò:
n'ero sicuro.
Non m'invitò a tirare, quasi dubitasse di umiliarmi; tranquillamente
riprese a pulire il rewolver. Chi avrebbe dubitato che tutto ciò
seguisse a un proposito e tendesse a un fine recondito?
Poi entrammo nell'ufficio; d'onde, dall'ampia finestra, si osservava
l'andamento laborioso degli operai. Laggiù, coloro che informavano le
crete agli stampi e la lunga fila delle carrette che recavano alla
fornace il materiale pronto alla cottura: un'altra fila di carrette
ne usciva con il materiale già cotto. Risonavano i mattoni nel venir
scaricati e ammucchiati. Transitavano intanto, con fragore di ruote
e tinnio di sonagli e voci di birocciai, le birocce di trasporto alla
ferrovia.
La produzione era davvero grande. Come spacciare tanta roba?
— Ora Moser ha una buona idea — disse Roveni mentre, deposta l'arma,
rovistava su lo scrittoio. — Pensa di costituire una società in cui
entrerebbero altri appaltatori.... Purchè non v'entrino le piovre!
— Chi sono?
— Si capisce: amici; ai quali è costretto a ricorrere nei momenti
d'angustia. Per il fondo di scorta non gli bastano certe volte i
prestiti concessi dalle banche. E la piovra più insaziabile è il signor
Learchi.
— Learchi!... — esclamai stupito. Che Learchi fosse stato un affarista
un tempo, lo sapevo; ma lo credevo.... in riposo. E apprendevo ch'egli
strozzava il padre della sua futura nuora, quando gli si sarebbe dato,
tutt'al più, del burbero benefico!
— Com'è difficile conoscere gli uomini!
Ora che cerco di rappresentarmi Roveni quale mi si dimostrò in quel
giorno, con ogni sua mossa e parola, ne ricordo la fuggevole occhiata
alla riflessione con cui accompagnai l'esclamazione di meraviglia.
E ricordo ora che non di rado egli aveva di tali occhiate, le quali
sembravano sfuggirgli, per quanto fosse padrone di sè, come sospettasse
d'esser lui in sospetto d'altri. Ma già Roveni aveva trovata la carta
ricercata.
— Vede? — disse. — È la proposta di un impiego per me. Potrei uscire
anche adesso, subito, dalla posizione apparentemente falsa in cui mi
trovo....
Richiamandomi così direttamente a quanto egli mi aveva detto dopo il
mio dibattito con Anna, l'ingegnere s'imponeva di nuovo, più leale di
me, al mio giudizio e alla mia stima. Per il peso della simulazione che
io avrei voluto gettarmi d'addosso, e non potevo, tentai interrompere
il discorso.
— Le ripeto che lei non mi deve alcuna spiegazione.
— Anzi! — ribattè egli. — Io ho proprio il dovere di spiegarmi con
lei. Lei è il più fidato amico della famiglia Moser ed è bene che
veda chiaro nel mio modo di procedere. È strano che un giovane della
mia età, non un bambino come Pieruccio Fulgosi, pensi sul serio a
una ragazza e si contenti di guardarla senza dirle nulla. Sembra un
mistero.
— Ma io so che Eugenia volle promessa da lei di tacere ad Ortensia, per
adesso....
— Ah! sa? Benissimo! Ho avuto riguardo alla signora Eugenia, che è
tanto apprensiva; e ho mantenuta la promessa, da uomo leale. Ma questa
lettera, questa proposta d'impiego mi scuserebbe abbastanza se uscissi
da ogni riserbo. Diavolo! Posso provare che un impiego non mi mancherà,
e con tutto il rispetto alla signora Eugenia, potrei cominciare a
corteggiare Ortensia, che non è più una bambina.... Invece, no: lei
ha visto; lei vede come mi comporto. Perchè? Appunto perchè non mi
piace di stare in una posizione falsa; perchè io debbo riguardi anche
a Moser e non voglio si dica che, mentre mi dispongo ad abbandonarlo,
gli innamoro la figliola senza avere la certezza assoluta di sposarla.
La certezza assoluta! L'impiego che mi propongono non l'accetto: è
vantaggioso; molto vantaggioso; ma non mi soddisfa del tutto. Eppoi:
non voglio, non debbo abbandonare Moser finchè non si sia provvisto di
un altro direttore, o non abbia costituita la società.
Costui era un uomo! Io?... Mi sentivo umiliato, avvilito; ebbi di
nuovo una smania impetuosa di riscuotermi, di svelarmi, di non restare
inferiore a lui.
— La sua condotta, ingegnere, non merita che lodi. Suo solo errore è
d'aver preso per sè un rimprovero che non era nelle mie intenzioni; che
lei forse potrebbe riferire a me stesso.
Egli mi fissò come non era solito e come chi dubita d'aver frainteso.
Quindi disse (e io non badai che le sue parole non s'accordavano del
tutto all'espressione da me attribuita alla sua occhiata):
— Lei pensa che io abbia dato retta alle chiacchiere di Anna? — E
scrollò le spalle.
— Quali chiacchiere? — domandai. — Che io sono innamorato di Ortensia?
— E che Ortensia è innamorata di lei.
Se io mi lasciavo andare alla confessione del mio amore, non
compromettevo Ortensia, per allora e per l'avvenire? Perciò sorrisi in
modo che quel sorriso valeva una menzogna; e dissi:
— Lei non crede ne l'una cosa nè l'altra? Perchè?
— Prima di tutto, perchè lo dice Anna. Povera diavola! Cercava
persuadermi che lei sposerebbe Ortensia, naturalmente per trarmi nella
rete. Non poteva capacitarsi, Anna, che Ortensia mi piacesse davvero!;
sperava sostituirla! Ma ha visto ieri come dà la caccia, adesso, al
dottor Minguzzi?
Intanto Roveni lasciava sospeso il discorso di prima. Ripresi io:
— E per quali altre ragioni le sembra inverosimile ciò che la Melvi
dice di me e di Ortensia?
— È impossibile che un uomo come lei abbia voluto innamorarsi di
Ortensia; un uomo di studio, di studi ben diversi dai miei; un uomo che
forse non ha mai pensato ad accasarsi e che, se mai ci pensasse, non si
perderebbe con una giovinetta...
— Oh bella! — esclamai dissimulando la ferita che mi diede
quest'argomento. — Non è possibile che io _abbia voluto innamorarmi_?
Non potrei essermi innamorato senza volere?
— No. Io non credo all'amore fatale dei romanzi. O meglio, credo che
gli amori romanzeschi siano per la gente debole, malata, senza volontà.
La volontà, per me, entra anche nell'amore.
— Uhm! — feci io lieto di dare al colloquio un avviamento di
discussione psicologica. Ed egli:
— Anche nell'amore c'entra la volontà! Ma scusi: un uomo sano, normale,
con la testa a posto, desidera una donna. Che deve fare per ottenerla?
Deve misurare gli ostacoli che lo separano da lei. Sono superabili?
Avanti! Non sono superabili? E allora non ci pensa più!
— Il guaio è che l'amore accieca, fa perder la testa.
— Accieca chi non ha occhi; fa impazzire chi non ha giudizio!
—.... O illude: attenua gli ostacoli che sembrarono superabili. In chi
non li può superare l'amore diventa poi romanzesco, come dice lei.
— L'uomo sano deve prevedere questo pericolo!
Poi con la sicurezza di un giusto orgoglio Roveni troncò la teoria per
addurre l'esempio di sè.
— Io spero di non illudermi; spero di superare gli ostacoli che si
frappongono per adesso a fidanzarmi con Ortensia; voglio superarli. Non
ci riuscirò? Non mi ammazzerò per questo, come si usa nei romanzi. Solo
— aggiunse — si può vivere anche senza moglie!
Quell'uomo di volontà indomita, quell'uomo che con la energia della
persona e della fisionomia pareva domandar a confronto la saldezza
del granito o del bronzo, e che pareva condensare e raffreddare a
un tempo tutta l'energia dell'animo e dei nervi nello sguardo degli
occhi chiari, quasi bianchi, quando disse: — Si può vivere anche senza
moglie! — tremò nella voce; le sue labbra ebbero un tremito! Ora io
domando: chi a osservare così vivi contrasti avrebbe giudicato tal uomo
all'opposto di quel che lo giudicavo io? Per me era un forte che amava
fortemente; che aveva giurato a sè stesso: o Ortensia, o nessun'altra!
Con amarezza; con invidia non abbastanza respinta nel cuore, osservai:
— Lei però dimostra anche che quanto più son gravi gli ostacoli, tanto
più aumenta l'amore, sia o no volontario....
Non si diè per vinto. Esclamò:
— Bene! Ecco perchè lei, dottor Sivori, non può essere innamorato di
Ortensia! Che cosa le impedirebbe di sposarla, se la volesse?
— La differenza di età.
— Che! Moser per darla in moglie a lei aggiungerebbe dieci anni addosso
a sua figlia!
— Ma io potrei non volerla per timore di renderla infelice; per la
fiducia almeno che moglie di un altro sarebbe meno infelice.
L'ingegnere ruppe in una sghignazzata. Rideva di rado, ma quando
rideva, rideva così: con violenza.
— Oh questa è grossa! Questa farebbe ridere anche in un romanzo!
Amare una donna vuol dire desiderare di renderla felice; vuol dire
sperare, aver certezza di renderla felice, come nessun altro: se no,
che amore sarebbe? — E proseguì: — Ma lei scherza! Si vede. Non nego
però che forse qualcuno le darebbe ragione, a costo di far ridere i
polli. Piuttosto che confessare la propria debolezza c'è chi cerca di
gabellare la debolezza per eroismo, e chiama egoisti gli altri. Io non
li posso soffrire.... So bene che lei non è di questi! Lei scherza!
Nelle ultime parole Roveni insistè per escludere assolutamente il
sospetto di un'allusione; mentre io sorridevo proprio a mo' di chi
ha scherzato. Per non scherzar più, avrei dovuto dirgli: «Ebbene:
Ortensia sarà mia!» Ma una voce mi diceva dentro: — «Il tuo sacrificio
è ridicolo per lui, per la sua forza; ma tu devi compierlo per la
felicità d'Ortensia!»
Tuttavia il discorso non era compiuto. Fiaccamente, quasi solo per
proseguire nell'argomento scherzoso, chiesi anche:
— E perchè Ortensia non potrebbe essere innamorata di me?
— Innamorata? Come dice Anna? Eh!, conosco le donne! conosco le
ragazze! Un capriccio....; un fuoco di paglia, potrebbe darsi; se
lei stesse ancora qua, o tornasse presto: sarebbe un primo amore;
e io mi ricordo di quello che disse lei del primo amore a proposito
di Pieruccio. Una ragazza come Ortensia, a diciassette anni, non fa
passioni.... Affezionarsi, sì. Questo è indiscutibile: a lei Ortensia
è molto affezionata; ed è un bene. Io ne sono contentissimo!
Spalancai gli occhi. Egli proseguì tranquillamente:
— Da un po' di tempo s'è fatta più seria, la signorina! Aveva tanti
capricci! Ma adesso diventa una donnina a modo. Brava! Perchè c'era da
preoccuparsene. Non sono un poeta io; sono un meccanico!
Quasi per concludere, ma in realtà per togliermi ogni timore in
proposito e ogni scrupolo, io mi sforzai a domandargli anche quando
penserebbe di chiederle la mano d'Ortensia.
— Appena sarò sicuro del mio avvenire; gliel'ho già detto.
— Ma lei è sicuro del suo avvenire!
— Non ancora. Le ripeto che non amo i castelli in aria e che sono un
uomo leale. Cerco un buon impiego; stabile. Quando l'avrò trovato,
mi terrò sciolto dalla promessa che ho fatta alla signora Eugenia e
parlerò liberamente a Ortensia. La mia partenza, a ogni modo, non sarà
avanti la primavera di quest'altr'anno; così avrò tempo di spiegarmi
anche con Moser. Va bene?
Gli strinsi la mano.
Forse un altro che ricordasse il proverbio «guardati da chi si dice
uomo leale», un altro forse avrebbe sospettato un motivo recondito e
oscuro alla condotta di Roveni; avrebbe potuto diffidare di lui appunto
perchè egli aveva voluto dissipare ogni possibile equivoco.
Ma io! Io mi chiesi: «Se fossi davvero fratello di Ortensia potrei
desiderare per mia sorella marito migliore?» La scienza mi suggeriva
ch'egli era un uomo eletto per forza, equilibrio, sanità, saviezza,
fede, predominio di sè e dominio della vita.
Che ero mai io al paragone di lui?... E Ortensia non saprebbe mai il
mio sacrificio!
«Ah morire per te, sorellina!»
Essa non era rimasta ad attendermi; ma vedendomi tornare, mi aspettò
presso il cancello. Non sorrise; non mi chiese di dove venivo. Disse:
— Porto l'elemosina a _Giovannin_. Quanti giorni ce ne siamo
dimenticati!
Allora sorrise; con l'ineffabile tristezza di un bel sogno dileguato.
Poi disse:
— Gli dia qualche soldo anche lei, per domani, che è festa.
Come Ortensia, senza dir nulla, pose il cartoccio su le ginocchia del
cieco, questi trattenne il suono dell'organetto e alzando quel suo
volto, che l'improvvisa gioia illuminava accrescendo l'orrore delle
pupille spente, esclamò:
— Ortensia di Claudio!
— Mi vuoi ancora bene, _Giovannin_?
Egli rispose, goffamente solenne:
— Come a Dio!
— Prendi — dissi io, buttandogli alcune monete nel cappello.
— Voi chi siete? — domandò allora il cieco perplesso, serio;
meravigliato egli stesso, pareva, che la voce non gli manifestasse di
subito la persona. Finchè rise dalla enorme bocca, che mostrava i denti
candidi, e con modo di stupida furbizie:
— Ah! Lo so chi siete!
— Chi sono?
— Lo so! lo so!
Era contento; godeva a indugiare nella risposta. Esclamò infine:
— Siete....: lo sposo di Ortensia!
Ella arrossì, mentre io ridevo più stupidamente del poveretto.
— Suona _Giovannin_....; — Ortensia disse con intenzione ironica,
nell'avviarsi.
Quando fummo di nuovo al cancello (e il cieco straziava l'«addio, mia
bella, addio!») essa mormorò:
— _Giovannin_ è forse da invidiare!
Io avevo l'angoscia alla gola; avrei voluto ribattere: «Anch'io
credetti invidiarlo un giorno! Ma tu in avvenire sarai felice!»
Chiesi invece, per celarmi:
— Dove vai?
— Su in casa, a cucire.
Nè la rividi in tutto il giorno. «Mette a prova la sua forza di volontà
— io pensavo. — Se resiste alla tentazione di star meco le ultime ore,
resisterà all'amore fino a guarirne, e forse in breve». Anche lei più
forte di me!; ed essa ignorava quant'io soffrivo!
Sul tardi Eugenia, passando dalla sala terrena e scorgendomi solo, si
meravigliò e ristette.
— Ortensia non è qui, con voi?
— No: m'ha detto che saliva a cucire.
La madre scosse il capo.
— Al solito — disse —: ieri si è divertita, e oggi è un brutto giorno.
Vedete se ho ragione di lamentarmi? Non si fa forza nemmeno per non
dispiacere a voi, gli ultimi momenti che siete qua.
Che dire? Pregai che la lasciasse queta; tentai scusarla con lo stesso
argomento: il malumore, dopo le ore di svago, era segno di una rara,
bella facoltà spirituale....
— Voi la scusate sempre! — disse l'ingenua madre.
Quindi volse il discorso alla mia visita alla fabbrica, della quale
l'avevo informata la mattina.
Credei desiderasse sapere se Roveni m'aveva parlato di Ortensia. Ma
ella mi prevenne:
— Roveni v'ha parlato di Moser? degli affari?
E vedendomi incerto, aggiunse:
— Io non so nulla, non debbo saper nulla. Claudio è fatto così....
Parla di tutto in casa, fuor che degli affari. Ma la notte è spesso
desto....; sospira. Temo mi nasconda qualche cosa di brutto.
M'affrettai a dirle del disegno che Claudio aveva di comporre una
società e che Roveni approvava; sebbene Claudio stentasse a ridurcisi.
— Vorrebbe esser solo; far tutto da solo. Però sarà meglio limiti le
sue fatiche....
— Certo che sarà meglio! Così non potrebbe continuare. Si consuma
l'esistenza....
Tranquillata intorno a ciò, Eugenia mi domandò se Roveni mi aveva
parlato di Ortensia.
Con acerba soddisfazione della mia coscienza, con l'acre voluttà di
contrappormi all'ingegnere e di essere forte come egli non avrebbe
immaginato mai, le risposi di sì: me ne aveva parlato; mi aveva
manifestato chiaramente le sue intenzioni.
Egli l'amava tanto, Ortensia, che aveva giurato a sè stesso: — o
Ortensia, o nessuna!
— Farà felice la vostra figliola; e sarà degno di lei.
Questo dissi!
— E di Ortensia, voi, che cosa pensate?
— Ha molta stima di Roveni; dalla stima verrà la simpatia, l'amore.
Questo dissi! Avevo vuotato il calice sino alla feccia! Ma Eugenia,
la buona amica che per bontà mi leggeva nel cuore, questa volta non mi
lesse nel cuore.