XXII.

Quando entrai alla fabbrica, Roveni, su la porta della piccola casa che

serviva a dimora ed ufficio del direttore, era intento a una faccenda

strana, quantunque potesse parere uno spasso di dopo colazione:

ripuliva un rewolver. Del resto, con l'usata franchezza di parole e di

modi, egli impedì subito la mia meraviglia.

— Mi brucia d'esser stato battuto ieri, al tiro. Ho sbagliato l'ultimo

piccione. A tiro a segno non sarebbe andata così.

Nè mi meravigliò il rancore che dimostrava così dicendo; indizio di

tenacia anche nell'amor proprio.

Aggiunse:

— Voglio vedere se oggi ho il polso fermo.

Appena fuori della porta era una carretta da trasportar mattoni. A

una parete di essa egli segnò un cerchio; si mise a distanza di una

quindicina di passi; mirò per alcuni istanti, e sparò.

— Centro! — disse un operaio che accorse per primo.

— Bravo! — feci io. Roveni con un lieve movimento del capo significò:

n'ero sicuro.

Non m'invitò a tirare, quasi dubitasse di umiliarmi; tranquillamente

riprese a pulire il rewolver. Chi avrebbe dubitato che tutto ciò

seguisse a un proposito e tendesse a un fine recondito?

Poi entrammo nell'ufficio; d'onde, dall'ampia finestra, si osservava

l'andamento laborioso degli operai. Laggiù, coloro che informavano le

crete agli stampi e la lunga fila delle carrette che recavano alla

fornace il materiale pronto alla cottura: un'altra fila di carrette

ne usciva con il materiale già cotto. Risonavano i mattoni nel venir

scaricati e ammucchiati. Transitavano intanto, con fragore di ruote

e tinnio di sonagli e voci di birocciai, le birocce di trasporto alla

ferrovia.

La produzione era davvero grande. Come spacciare tanta roba?

— Ora Moser ha una buona idea — disse Roveni mentre, deposta l'arma,

rovistava su lo scrittoio. — Pensa di costituire una società in cui

entrerebbero altri appaltatori.... Purchè non v'entrino le piovre!

— Chi sono?

— Si capisce: amici; ai quali è costretto a ricorrere nei momenti

d'angustia. Per il fondo di scorta non gli bastano certe volte i

prestiti concessi dalle banche. E la piovra più insaziabile è il signor

Learchi.

— Learchi!... — esclamai stupito. Che Learchi fosse stato un affarista

un tempo, lo sapevo; ma lo credevo.... in riposo. E apprendevo ch'egli

strozzava il padre della sua futura nuora, quando gli si sarebbe dato,

tutt'al più, del burbero benefico!

— Com'è difficile conoscere gli uomini!

Ora che cerco di rappresentarmi Roveni quale mi si dimostrò in quel

giorno, con ogni sua mossa e parola, ne ricordo la fuggevole occhiata

alla riflessione con cui accompagnai l'esclamazione di meraviglia.

E ricordo ora che non di rado egli aveva di tali occhiate, le quali

sembravano sfuggirgli, per quanto fosse padrone di sè, come sospettasse

d'esser lui in sospetto d'altri. Ma già Roveni aveva trovata la carta

ricercata.

— Vede? — disse. — È la proposta di un impiego per me. Potrei uscire

anche adesso, subito, dalla posizione apparentemente falsa in cui mi

trovo....

Richiamandomi così direttamente a quanto egli mi aveva detto dopo il

mio dibattito con Anna, l'ingegnere s'imponeva di nuovo, più leale di

me, al mio giudizio e alla mia stima. Per il peso della simulazione che

io avrei voluto gettarmi d'addosso, e non potevo, tentai interrompere

il discorso.

— Le ripeto che lei non mi deve alcuna spiegazione.

— Anzi! — ribattè egli. — Io ho proprio il dovere di spiegarmi con

lei. Lei è il più fidato amico della famiglia Moser ed è bene che

veda chiaro nel mio modo di procedere. È strano che un giovane della

mia età, non un bambino come Pieruccio Fulgosi, pensi sul serio a

una ragazza e si contenti di guardarla senza dirle nulla. Sembra un

mistero.

— Ma io so che Eugenia volle promessa da lei di tacere ad Ortensia, per

adesso....

— Ah! sa? Benissimo! Ho avuto riguardo alla signora Eugenia, che è

tanto apprensiva; e ho mantenuta la promessa, da uomo leale. Ma questa

lettera, questa proposta d'impiego mi scuserebbe abbastanza se uscissi

da ogni riserbo. Diavolo! Posso provare che un impiego non mi mancherà,

e con tutto il rispetto alla signora Eugenia, potrei cominciare a

corteggiare Ortensia, che non è più una bambina.... Invece, no: lei

ha visto; lei vede come mi comporto. Perchè? Appunto perchè non mi

piace di stare in una posizione falsa; perchè io debbo riguardi anche

a Moser e non voglio si dica che, mentre mi dispongo ad abbandonarlo,

gli innamoro la figliola senza avere la certezza assoluta di sposarla.

La certezza assoluta! L'impiego che mi propongono non l'accetto: è

vantaggioso; molto vantaggioso; ma non mi soddisfa del tutto. Eppoi:

non voglio, non debbo abbandonare Moser finchè non si sia provvisto di

un altro direttore, o non abbia costituita la società.

Costui era un uomo! Io?... Mi sentivo umiliato, avvilito; ebbi di

nuovo una smania impetuosa di riscuotermi, di svelarmi, di non restare

inferiore a lui.

— La sua condotta, ingegnere, non merita che lodi. Suo solo errore è

d'aver preso per sè un rimprovero che non era nelle mie intenzioni; che

lei forse potrebbe riferire a me stesso.

Egli mi fissò come non era solito e come chi dubita d'aver frainteso.

Quindi disse (e io non badai che le sue parole non s'accordavano del

tutto all'espressione da me attribuita alla sua occhiata):

— Lei pensa che io abbia dato retta alle chiacchiere di Anna? — E

scrollò le spalle.

— Quali chiacchiere? — domandai. — Che io sono innamorato di Ortensia?

— E che Ortensia è innamorata di lei.

Se io mi lasciavo andare alla confessione del mio amore, non

compromettevo Ortensia, per allora e per l'avvenire? Perciò sorrisi in

modo che quel sorriso valeva una menzogna; e dissi:

— Lei non crede ne l'una cosa nè l'altra? Perchè?

— Prima di tutto, perchè lo dice Anna. Povera diavola! Cercava

persuadermi che lei sposerebbe Ortensia, naturalmente per trarmi nella

rete. Non poteva capacitarsi, Anna, che Ortensia mi piacesse davvero!;

sperava sostituirla! Ma ha visto ieri come dà la caccia, adesso, al

dottor Minguzzi?

Intanto Roveni lasciava sospeso il discorso di prima. Ripresi io:

— E per quali altre ragioni le sembra inverosimile ciò che la Melvi

dice di me e di Ortensia?

— È impossibile che un uomo come lei abbia voluto innamorarsi di

Ortensia; un uomo di studio, di studi ben diversi dai miei; un uomo che

forse non ha mai pensato ad accasarsi e che, se mai ci pensasse, non si

perderebbe con una giovinetta...

— Oh bella! — esclamai dissimulando la ferita che mi diede

quest'argomento. — Non è possibile che io _abbia voluto innamorarmi_?

Non potrei essermi innamorato senza volere?

— No. Io non credo all'amore fatale dei romanzi. O meglio, credo che

gli amori romanzeschi siano per la gente debole, malata, senza volontà.

La volontà, per me, entra anche nell'amore.

— Uhm! — feci io lieto di dare al colloquio un avviamento di

discussione psicologica. Ed egli:

— Anche nell'amore c'entra la volontà! Ma scusi: un uomo sano, normale,

con la testa a posto, desidera una donna. Che deve fare per ottenerla?

Deve misurare gli ostacoli che lo separano da lei. Sono superabili?

Avanti! Non sono superabili? E allora non ci pensa più!

— Il guaio è che l'amore accieca, fa perder la testa.

— Accieca chi non ha occhi; fa impazzire chi non ha giudizio!

—.... O illude: attenua gli ostacoli che sembrarono superabili. In chi

non li può superare l'amore diventa poi romanzesco, come dice lei.

— L'uomo sano deve prevedere questo pericolo!

Poi con la sicurezza di un giusto orgoglio Roveni troncò la teoria per

addurre l'esempio di sè.

— Io spero di non illudermi; spero di superare gli ostacoli che si

frappongono per adesso a fidanzarmi con Ortensia; voglio superarli. Non

ci riuscirò? Non mi ammazzerò per questo, come si usa nei romanzi. Solo

— aggiunse — si può vivere anche senza moglie!

Quell'uomo di volontà indomita, quell'uomo che con la energia della

persona e della fisionomia pareva domandar a confronto la saldezza

del granito o del bronzo, e che pareva condensare e raffreddare a

un tempo tutta l'energia dell'animo e dei nervi nello sguardo degli

occhi chiari, quasi bianchi, quando disse: — Si può vivere anche senza

moglie! — tremò nella voce; le sue labbra ebbero un tremito! Ora io

domando: chi a osservare così vivi contrasti avrebbe giudicato tal uomo

all'opposto di quel che lo giudicavo io? Per me era un forte che amava

fortemente; che aveva giurato a sè stesso: o Ortensia, o nessun'altra!

Con amarezza; con invidia non abbastanza respinta nel cuore, osservai:

— Lei però dimostra anche che quanto più son gravi gli ostacoli, tanto

più aumenta l'amore, sia o no volontario....

Non si diè per vinto. Esclamò:

— Bene! Ecco perchè lei, dottor Sivori, non può essere innamorato di

Ortensia! Che cosa le impedirebbe di sposarla, se la volesse?

— La differenza di età.

— Che! Moser per darla in moglie a lei aggiungerebbe dieci anni addosso

a sua figlia!

— Ma io potrei non volerla per timore di renderla infelice; per la

fiducia almeno che moglie di un altro sarebbe meno infelice.

L'ingegnere ruppe in una sghignazzata. Rideva di rado, ma quando

rideva, rideva così: con violenza.

— Oh questa è grossa! Questa farebbe ridere anche in un romanzo!

Amare una donna vuol dire desiderare di renderla felice; vuol dire

sperare, aver certezza di renderla felice, come nessun altro: se no,

che amore sarebbe? — E proseguì: — Ma lei scherza! Si vede. Non nego

però che forse qualcuno le darebbe ragione, a costo di far ridere i

polli. Piuttosto che confessare la propria debolezza c'è chi cerca di

gabellare la debolezza per eroismo, e chiama egoisti gli altri. Io non

li posso soffrire.... So bene che lei non è di questi! Lei scherza!

Nelle ultime parole Roveni insistè per escludere assolutamente il

sospetto di un'allusione; mentre io sorridevo proprio a mo' di chi

ha scherzato. Per non scherzar più, avrei dovuto dirgli: «Ebbene:

Ortensia sarà mia!» Ma una voce mi diceva dentro: — «Il tuo sacrificio

è ridicolo per lui, per la sua forza; ma tu devi compierlo per la

felicità d'Ortensia!»

Tuttavia il discorso non era compiuto. Fiaccamente, quasi solo per

proseguire nell'argomento scherzoso, chiesi anche:

— E perchè Ortensia non potrebbe essere innamorata di me?

— Innamorata? Come dice Anna? Eh!, conosco le donne! conosco le

ragazze! Un capriccio....; un fuoco di paglia, potrebbe darsi; se

lei stesse ancora qua, o tornasse presto: sarebbe un primo amore;

e io mi ricordo di quello che disse lei del primo amore a proposito

di Pieruccio. Una ragazza come Ortensia, a diciassette anni, non fa

passioni.... Affezionarsi, sì. Questo è indiscutibile: a lei Ortensia

è molto affezionata; ed è un bene. Io ne sono contentissimo!

Spalancai gli occhi. Egli proseguì tranquillamente:

— Da un po' di tempo s'è fatta più seria, la signorina! Aveva tanti

capricci! Ma adesso diventa una donnina a modo. Brava! Perchè c'era da

preoccuparsene. Non sono un poeta io; sono un meccanico!

Quasi per concludere, ma in realtà per togliermi ogni timore in

proposito e ogni scrupolo, io mi sforzai a domandargli anche quando

penserebbe di chiederle la mano d'Ortensia.

— Appena sarò sicuro del mio avvenire; gliel'ho già detto.

— Ma lei è sicuro del suo avvenire!

— Non ancora. Le ripeto che non amo i castelli in aria e che sono un

uomo leale. Cerco un buon impiego; stabile. Quando l'avrò trovato,

mi terrò sciolto dalla promessa che ho fatta alla signora Eugenia e

parlerò liberamente a Ortensia. La mia partenza, a ogni modo, non sarà

avanti la primavera di quest'altr'anno; così avrò tempo di spiegarmi

anche con Moser. Va bene?

Gli strinsi la mano.

Forse un altro che ricordasse il proverbio «guardati da chi si dice

uomo leale», un altro forse avrebbe sospettato un motivo recondito e

oscuro alla condotta di Roveni; avrebbe potuto diffidare di lui appunto

perchè egli aveva voluto dissipare ogni possibile equivoco.

Ma io! Io mi chiesi: «Se fossi davvero fratello di Ortensia potrei

desiderare per mia sorella marito migliore?» La scienza mi suggeriva

ch'egli era un uomo eletto per forza, equilibrio, sanità, saviezza,

fede, predominio di sè e dominio della vita.

Che ero mai io al paragone di lui?... E Ortensia non saprebbe mai il

mio sacrificio!

«Ah morire per te, sorellina!»

Essa non era rimasta ad attendermi; ma vedendomi tornare, mi aspettò

presso il cancello. Non sorrise; non mi chiese di dove venivo. Disse:

— Porto l'elemosina a _Giovannin_. Quanti giorni ce ne siamo

dimenticati!

Allora sorrise; con l'ineffabile tristezza di un bel sogno dileguato.

Poi disse:

— Gli dia qualche soldo anche lei, per domani, che è festa.

Come Ortensia, senza dir nulla, pose il cartoccio su le ginocchia del

cieco, questi trattenne il suono dell'organetto e alzando quel suo

volto, che l'improvvisa gioia illuminava accrescendo l'orrore delle

pupille spente, esclamò:

— Ortensia di Claudio!

— Mi vuoi ancora bene, _Giovannin_?

Egli rispose, goffamente solenne:

— Come a Dio!

— Prendi — dissi io, buttandogli alcune monete nel cappello.

— Voi chi siete? — domandò allora il cieco perplesso, serio;

meravigliato egli stesso, pareva, che la voce non gli manifestasse di

subito la persona. Finchè rise dalla enorme bocca, che mostrava i denti

candidi, e con modo di stupida furbizie:

— Ah! Lo so chi siete!

— Chi sono?

— Lo so! lo so!

Era contento; godeva a indugiare nella risposta. Esclamò infine:

— Siete....: lo sposo di Ortensia!

Ella arrossì, mentre io ridevo più stupidamente del poveretto.

— Suona _Giovannin_....; — Ortensia disse con intenzione ironica,

nell'avviarsi.

Quando fummo di nuovo al cancello (e il cieco straziava l'«addio, mia

bella, addio!») essa mormorò:

— _Giovannin_ è forse da invidiare!

Io avevo l'angoscia alla gola; avrei voluto ribattere: «Anch'io

credetti invidiarlo un giorno! Ma tu in avvenire sarai felice!»

Chiesi invece, per celarmi:

— Dove vai?

— Su in casa, a cucire.

Nè la rividi in tutto il giorno. «Mette a prova la sua forza di volontà

— io pensavo. — Se resiste alla tentazione di star meco le ultime ore,

resisterà all'amore fino a guarirne, e forse in breve». Anche lei più

forte di me!; ed essa ignorava quant'io soffrivo!

Sul tardi Eugenia, passando dalla sala terrena e scorgendomi solo, si

meravigliò e ristette.

— Ortensia non è qui, con voi?

— No: m'ha detto che saliva a cucire.

La madre scosse il capo.

— Al solito — disse —: ieri si è divertita, e oggi è un brutto giorno.

Vedete se ho ragione di lamentarmi? Non si fa forza nemmeno per non

dispiacere a voi, gli ultimi momenti che siete qua.

Che dire? Pregai che la lasciasse queta; tentai scusarla con lo stesso

argomento: il malumore, dopo le ore di svago, era segno di una rara,

bella facoltà spirituale....

— Voi la scusate sempre! — disse l'ingenua madre.

Quindi volse il discorso alla mia visita alla fabbrica, della quale

l'avevo informata la mattina.

Credei desiderasse sapere se Roveni m'aveva parlato di Ortensia. Ma

ella mi prevenne:

— Roveni v'ha parlato di Moser? degli affari?

E vedendomi incerto, aggiunse:

— Io non so nulla, non debbo saper nulla. Claudio è fatto così....

Parla di tutto in casa, fuor che degli affari. Ma la notte è spesso

desto....; sospira. Temo mi nasconda qualche cosa di brutto.

M'affrettai a dirle del disegno che Claudio aveva di comporre una

società e che Roveni approvava; sebbene Claudio stentasse a ridurcisi.

— Vorrebbe esser solo; far tutto da solo. Però sarà meglio limiti le

sue fatiche....

— Certo che sarà meglio! Così non potrebbe continuare. Si consuma

l'esistenza....

Tranquillata intorno a ciò, Eugenia mi domandò se Roveni mi aveva

parlato di Ortensia.

Con acerba soddisfazione della mia coscienza, con l'acre voluttà di

contrappormi all'ingegnere e di essere forte come egli non avrebbe

immaginato mai, le risposi di sì: me ne aveva parlato; mi aveva

manifestato chiaramente le sue intenzioni.

Egli l'amava tanto, Ortensia, che aveva giurato a sè stesso: — o

Ortensia, o nessuna!

— Farà felice la vostra figliola; e sarà degno di lei.

Questo dissi!

— E di Ortensia, voi, che cosa pensate?

— Ha molta stima di Roveni; dalla stima verrà la simpatia, l'amore.

Questo dissi! Avevo vuotato il calice sino alla feccia! Ma Eugenia,

la buona amica che per bontà mi leggeva nel cuore, questa volta non mi

lesse nel cuore.

In faccia al destino · 第 29 / 75 题