XXIII.

L'agonia cominciò la mattina dopo; la domenica. L'ultimo giorno! Perchè

si ostinava Ortensia a starmi lontana anche in quelle ultime ore? Per

nascondermi il suo dolore, l'amore, lo sdegno? Per dimostrarmi la sua

fierezza? Avrei dato metà del mio sangue per rivedermela lieta dinanzi

ancora una volta, come quando accorreva ad augurarmi il buon giorno, e

il sorriso in cui m'appariva tutta la sua persona placava la cura che

mi rodeva. Non più quel sorriso! Mai più! Patire, frattanto, il castigo

quasi d'un delitto; dubitare che fosse insania non l'amore ma l'azione

generosa che mi era imposta da un destino crudele.... Ortensia!

Ortensia! Era una crudeltà.... Non poter chiamarla a voce alta per

quelle ultime ore; non poter invocarla a sostenere con la sua presenza

quell'agonia....

Dalla terrazza udii affrettare passi alla mia volta. A distrarre la mia

pena veniva invece il cavalier Fulgosi con un fascio di giornali, che

sollevava e agitava come un trofeo.

— Dottore! _Hurrà!_

_La Campana_ e _Il Corriere della Valle_, allora giunti, riferivano

che alla festa del 20 settembre in Valdigorgo era stato presente anche

un illustre scienziato; perciò il cavaliere veniva a portarmeli così

per tempo, e a portarne copie alle signorine. Ma perchè io partivo

l'indomani? Avrei potuto, dovuto attendere a partir con lui e con la

sua signora appena Pieruccio sarebbe ritornato da Varezze, ove era

guarito....

(Pieruccio era guarito!...)

— Si guarisce presto dell'amore a diciassette anni! E le medicine della

giovinezza sono dolci. Ma alla mia età — sospirò Fulgosi traendo di

tasca lo specchietto — è amaro non poter ammalarsi così! A me non resta

che trovar dolci le amarezze della politica. Eppoi...: _tout passe,

tout casse, tout lasse!_

Per non apparir gioioso, qual era, della réclame che s'era fatta egli

stesso nei giornali, si mutava a quell'aria di melanconia.

Sospirò e disse:

— Lei, dottore, almeno ha la scienza....

— _Almeno?_

Vedendosi in pericolo, aggiunse subito:

—.... se sdegna l'amore.

— E chi le ha detto che io lo sdegni?

— Nessuno.... Immagino....; suppongo....; forse.... Ah! è qua l'amabile

Ortensia. «Venite a noi parlar, s'altri nol niega!»

Ortensia, che sopravvenendo salvava il cavaliere dalla china

perigliosa, non si curò di lui e si rivolse a me concitata, quasi per

ira mal rattenuta:

— A messa in paese io non ci vado! Vado all'Oratorio. M'accompagna lei,

Sivori?

Io non avevo ancor risposto che Fulgosi s'inchinò come a una regina, e

disse:

— Anch'io, se crede.... — Ma ella l'interruppe, evidentemente decisa a

non volerlo.

— Domenica prossima m'accompagnerà lei, cavaliere.

— Volentierissimo! Parigi val bene una messa!

— Farà lei questo sacrificio.... — E Ortensia mi guardava.

— Un sacrificio — il cavaliere oppose — che il corrispondente della

_Campana_ invidierebbe. Legga, signorina, che cosa si dice qui.... — E

le porse uno dei giornali.

Da prima sommessamente, poi forte, Ortensia lesse; ma nel suo volto

pallido la lettura sostituiva tosto alla noia un'impronta di sarcasmo.

Mi parve di vedere un'anima intristita. E quando dalle lodi del

cavaliere «oratore splendido», degno di essere assunto non pure «alla

più alta carica municipale, ma a quella di rappresentante dell'intera

nazione», il corrispondente passò a descriver la festa, a nominar

le persone cospicue del pubblico e a vantar le «ideali parvenze»

delle signorine Moser, allora Ortensia proruppe: il cavaliere rimase

innondato da un'onda di torbida ilarità.

— Ma bravo! Bravo, signor cavaliere! E lei crede che nessuno se

n'accorga? Ah Ah! Ma la corrispondenza l'ha fatta lei! Tutti lo

capiranno; e se qualcuno non lo capirà, lo dirò io! io! a tutti!

Fulgosi affogava. Si mise a scongiurare:

— No, signorina, non lo creda; non è vero; non lo dica!... Anche se

lo crede, per carità non lo dica!... _Noblesse oblige_.... Lei così

gentile perchè vuol rovinarmi?

— A tutti! Tutti debbono saperlo! Mamma, Marcella, venite a leggere che

coraggio ha avuto il cavalier Fulgosi!

Fortunatamente Eugenia e Marcella, le quali venivano già pronte per

andare in paese, interpretarono quello sfogo come uno scherzo; e io

stesso m'intromisi a mutar la cosa in gioco.

Salvo, il cavaliere s'accontentò dei ringraziamenti che gli fece

Marcella; poi s'accomiatò più frettoloso di quando era venuto.

— Dunque — disse Eugenia — tu, Ortensia, che fai?

— Vado all'Oratorio.

— Un capriccio!

— Con Sivori, ci vado!

— Meno male! — disse Marcella. — Un capriccio questa volta che ha una

buona intenzione!

— Io vado con la mamma — interloquì Mino, che certo aveva qualche

affare in paese. — Piuttosto, di', Sivori (e mi susurrò all'orecchio):

— Mi prendi a Milano?

Risposi sogguardando a Ortensia, quasi per mitigare con la mia dolcezza

l'asprezza di lei.

— Volentieri, caro amico! Ma la difficoltà più grande è il permesso del

babbo. Bisognerà trovare una buona ragione o una grossa bugia.

Il fanciullo meditò a lungo, finchè quasi sapesse che a me non era più

difficile quel che ancora era difficile a lui:

— Dilla tu, Sivori, la bugia!

Intanto Ortensia raccomandava alla sorella; e alla madre: —

Spicciatevi: se no, perderete la messa! — E a me: — Andiamo?

Appena ci fummo incamminati io vidi che dalla concitazione,

dall'eccitazione di pocanzi il suo animo era caduto in una depressione

angosciosa. Che battaglia aveva sostenuta, in sè stessa, per esser

meco l'ultima volta! Certo non affidava più alcuna speranza a quella

gita, ma voleva forse che io comprendessi il male che le avevo fatto,

o comprendessi quant'era grande l'amore che io avevo ostinatamente

respinto. Il dì innanzi aveva resistito in un proposito di fierezza:

poi la passione doveva averla persuasa ch'era per lei maggior forza

confessarmi tutto. Se non che ora, a ritrovarsi sola meco, non poteva

nemmeno celare il panico che le incuteva il suo fermo proposito.

Procedeva a capo chino, senza trovar parola. Tornava la giovinetta

inesperta, intimidita dalla stessa passione che le aveva data tanta

forza. E io dopo la scena di pocanzi mi sentivo più colpevole: avevo io

forse intristita quell'anima?

Finalmente disse:

— Sono stata cattiva con Fulgosi! Ora me ne dispiace....

A udir la sua voce così diversa, a vederla così rabbonita, ebbi un

infrenabile moto di consolazione entro di me; le sorrisi.... L'amore ci

voleva buoni entrambi, nell'ultima ora che stavamo insieme! Il sole, il

cielo ci volevan buoni se non potevamo essere, per quell'ora, felici!

— Che giornata! — io dissi guardando intorno allo svoltar della

viottola. Solo in un punto vapori candidi quasi impercettibili velavano

il cielo: sul resto, nel chiaro azzurro, andava diffuso il sole ormai

autunnale, e per i dorsi bruni dei monti e per gli spazi verdeggianti,

e i molli declivi e i campi tracciati di solchi e carraie, effondeva

una dolcezza che non ha la primavera. Sui tetti d'ardesia, nel

paese, la luce si rifletteva come ad accenderli; prorompeva entro le

finestre; vibrava intorno il campanile dalla croce scintillante in

alto. Con più frequenza che in primavera giungevan pigolii dai campi, e

richiami nitidi di luì e gazzarre festose di passeri. Bianche farfalle

sorpassavano la siepe; vagolavano a due a due: lievi anime in rincorse

d'amore. La costa boschiva dell'antico convento era immersa in un

fulgore immoto, in uno splendore coerente e meraviglioso.... Io mi

ricordai d'un tramonto....

Ortensia guardava anch'essa; e ripetè: — Che giornata!

Indugiava quasi ad assaporare quella dolcezza; scosse il capo come

quella dolcezza le si mutasse dentro, nell'animo, in una mestizia

profonda. Quindi, per dire qualche cosa, disse:

— Don Pietro si spiccia in venti minuti. Ma il priore, in parrocchia,

non la finisce mai.

Aggiunse: — Del resto, per pregar bene non basta un minuto?

— Anche meno, per chi può pregare. Tu non puoi; me lo confessasti.

Senza titubanza, ma con un breve rossore, ribattè:

— È vero. Quand'ero così allegra, dopo la guarigione della mamma, non

ne sentivo il bisogno, di pregare, neppure per un secondo.... — La voce

le cadde interrotta perchè interruppe l'espressione del pensiero, che

doveva compiersi nella esclamazione: «ma ora!...» Riprese: — Lei però

non prega nemmeno quando è triste. Non crede a nulla!

A niente: nemmeno a lei, che mi amava! Invano ella mi aveva voluto

tanto bene; invano mi amava così; e io, che non raccoglievo dalle sue

parole il rimprovero e le lagrime, io ero perverso; ero spietato, io,

che non osavo guardarla negli occhi e sorprendervi quanto amore vi

tremava per me!

Esclamai:

— T'inganni! Oggi credo fino a me stesso! Mi sento buono oggi.... E tu?

— Mi sembrava di correre su l'orlo di un precipizio con il senso della

vertigine. — E tu credi a ciò che senti?

— Certo!

Tacque a lungo, dopo. Voleva pur dire; e non osava; finchè i nostri

occhi s'incontrarono.

Disse:

— Ho sempre pensato.... una cosa strana!: che ci rassomigliamo, noi

due.... Ma io non so esprimermi! Ecco — proseguiva rianimandosi — se

non ci rassomigliassimo, io non avrei tanta fiducia in lei. Invece,

credo che con lei non avrei paura di nulla, che potrei seguirla, a

occhi chiusi, nei più grandi pericoli....

Fin nelle parole c'era una voluttà d'abbandono! Perchè, strappato ogni

ritegno, dimesso ogni infingimento, io non la riceveva ed essa non

s'abbandonava nelle mie braccia? Fui per scongiurarla: «Abbi pietà di

me, di noi! lasciami fuggire! Non dir più una parola!»

Sorrise.

— Ma quante volte ho creduto che lei mi credesse sciocca! Per fortuna,

mi consolavo a indovinare....

— A indovinare che cosa?

—.... i suoi pensieri....; che so?...; le cause del suo malumore. Lei

invece.... non ha mai indovinato nulla di me!

— Questo ho indovinato: che hai l'anima di tua madre e il cuore di tuo

padre.

Il suo sguardo s'accese di una gioia istantanea....

Intanto chiamava la campanella dell'Oratorio, e affrettammo.

Poi rallentammo i passi senza che ce ne accorgessimo. Quando avrei

voluto chiederle: — a che pensi? — mi chiese essa:

— A che pensa? — provocandomi, per disperazione, a finir quell'angoscia.

— A nulla!

— Non si può non pensare a nulla. La notte, al buio, cerco il sonno

e non lo trovo, se mi viene in mente qualche cosa....; e provo a non

pensarci. Ma che! Non ci si riesce!

— Tu hai diciassette anni — ribattei amaramente: — io venti di più.

Alla mia età si può anche non pensare a nulla!

Ma pensavo, ancora, al male che avevo fatto!

Che possanza ogni mia parola, ogni mio atto, a poco a poco, di giorno

in giorno, aveva avuta su quell'intelligenza e in quel cuore!

— Non hai fiori oggi — dissi chinandomi a raccogliere un fiore di

colchico.

— Mi dia quello!

— No. È velenoso.

— Che importa? Me lo dia, Carlo!

E mentre lo fermava al petto:

— Non voglio più dirle: Sivori. Carlo: che bel nome!

Dal tono della voce m'accorsi che nel suo segreto più volte ella doveva

aver ripetuto forte, così, il mio nome.

— Andiamo: arriveremo a messa finita!

Quando arrivammo il campanello indicava il _Sanctus_; le donne

s'inginocchiavano.

Ortensia s'avvicinò a loro, là, dove ci eravamo rifugiati il dì della

bufera. Ed io, poggiato al pilastro, liberamente, adesso, avvolgevo

Ortensia del mio sguardo.

.... Dove andrei? in qual parte scamperei ai mio soffrire?

M'accogliesse, anzi che monti aprichi e boschivi, una landa;

m'arrestassero lo sguardo i muri d'una città anzi che estendermelo un

orizzonte sterminato: che importava? Per tutto ella mi seguirebbe a

farmi soffrire! Dolente immagine, mi seguirebbe? o ridente? Salva del

mio amore? felice un giorno nell'amore di Roveni? Ah se tutto non era

vanità come l'ombra che ci proteggeva; se tutto non era illusione come

la fede che le pareva sentire adesso, perchè il suo Dio non le toccava

il cuore e non le diceva: «Sii di me solo?»

Non impazzivo! All'Elevazione abbassai gli occhi, per non vederla, e

cercai invano nel mio cuore una preghiera infantile.

Ma se non potevo pregare, neanche potevo più maledire! Impossibile in

quel trepido silenzio invocare, come un tempo, un disordine enorme che

lanciasse il mondo delle passioni umane nelle tenebre e nella morte!

Impossibile sognare mai più che una potenza suprema, mostruosa e gaia,

si rivelasse a por termine alla sua commedia, ordinando: «Basta! Basta

con l'amore!; col dolore!» Per i buoni, per gl'ingenui, per i forti,

— se non per me — una fede, un Dio, c'era! E gettando lo sguardo

all'aperto: «Sì, tutto nell'autunno deperirebbe e ingiallirebbe, e

marcirebbe nell'inverno; ma in quel cielo cristallino e fervido, in

quella letizia luminosa e festiva, risplendeva, certa, una promessa di

vita.

Dal mio stesso dolore, nel sacrificio, non rampollerebbe un bene?...

Senza più ira, senza più gelosia mi provai a riguardarla....

E quando, finita la messa, la vidi venirmi incontro con quel sorriso di

dolore non più respinto, ma palese e quasi solenne, io era deliberato

al pari di lei. Lasciammo sfollare; indugiammo per il sentiero

risalutando chi oltrepassava e ci salutava.

Tra gli ultimi fu una coppia amorosa. La giovane arrossì; il giovane ci

fe' un saluto confidenziale.

— Lo ravviso....

— È un operaio della fabbrica. — Ma sì dicendo Ortensia ristette. Non

più vane parole!

— Domani, dunque.... È deciso?

Irremovibile nel pensiero, con il pensiero di fatalità che la parola

comprendeva, risposi:

— È necessario!

Anche qualche passo procedemmo; Ortensia, a capo chino, oppressa.

Ma s'arrestò di nuovo raccogliendo tutta l'energia della sua volontà

per guardarmi, parlarmi, dirmi con tutta la pietà, con tutto lo strazio

del suo cuore nella voce:

— Carlo! Che cosa le ho fatto, io?

La guardai. Tacqui un istante.

— Senti! Senti che cosa mi hai fatto! — esclamai in uno sfogo di

gratitudine e di passione. — Senti! Io ero un miserabile perchè non

credevo più in me; desideravo la morte, la distruzione, il nulla; io

era cattivo perchè invocavo a dividere un soffrire ignobile, per un

egoismo feroce, un'anima buona, e cercavo una sorella. Ma la sorella

vedeva sereno il cielo, ridente la terra, lieta come lei ogni cosa.

Era tanto giovane! Sua madre era guarita, ed essa coglieva dei fiori,

e cantava. E la giovinezza e la vita poterono più che l'apatia e la

morte: io fui vinto: essa mi fece rivivere: mi ridiede la coscienza

della vita.... Ecco che cosa mi hai fatto!

Oh quello sguardo, allora!

Continuavo:

— Ma io che farò per te?... Non è lontano il giorno che io scorgo, che

io invoco per te, per i tuoi.... per lui, lui, che ti ama e ti vuol

sua.... Io sento fin da oggi quel che t'augurerà quel giorno tuo padre.

E tu sarai felice, perchè noi ti vogliamo felice! Tu dovresti essere

felice, pienamente felice, per sempre! Ma se a Dio non bastassero le

preghiere di tua madre; se contro il destino non bastasse il nostro

volere; se mai in un lontano tempo la sventura passasse sul tuo

capo....

— Carlo! Carlo!

S'abbandonò, rompendo in singhiozzi, disperata, al mio petto.

Io la risollevai un poco perchè, piangendo, vedesse nei miei occhi

l'anima mia....

E la baciai nella fronte.

In faccia al destino · 第 30 / 75 题