Assistere alla commedia della vita col pianto nel cuore: anche questo
è la vita!
Alla festa del XX settembre, in Valdigorgo, che avrebbe dovuto
redimere il cavalier Fulgosi dal ridicolo in cui egli asseriva d'esser
precipitato per colpa della moglie, anch'io risi; ma la comicità dei
casi è solo nella mia memoria mentre ho vivo nel cuore il dolore che
in me accompagnava la stentata ilarità. Sì gran dolore risento, da non
poter indugiare nel racconto, quasi per un senso di profanazione. Tre
immagini, del resto, importa solo che io rilevi dalle ricordanze di
quel dì e le scorga nella lor propria luce: in luce d'amore, Ortensia;
chiaramente perfida, Anna Melvi; nella penombra da lui sempre cercata,
Roveni.
E mi rivedo, prima, nella sala del Municipio, rigurgitante di pubblico;
con il popolo in fondo; con le file delle signore in cospetto
all'oratore e, dietro, in poltrone, le autorità del Comune e del
Circolo che s'inaugurava. L'oratore parlava su di un palco, davanti a
un tavolino; e il discorso procedeva alla volta della pace universale,
tediosamente inzeppato di frasi a doppio senso, per congiungere il
tema della caccia alla politica. «Sappia l'Italia che il _punto di
mira_ dei Valdigorghesi è il bene della patria»....; e così via: col
_paretaio_ della difesa nazionale; con le _poules_ e il _bersaglio_ del
patriottismo....
Durante il fastidio dell'enfatico sproloquio, Ortensia cercava con
insistenza il mio sguardo. Mi sorrideva, e quel lieve sorriso senza
circospezione, senza sospetto, nell'innocente abbandono di un bene
che nulla più può contenere, mi angustiava di consolazione e di pena.
Ritraevo gli occhi da lei provando l'impressione che quello sguardo mi
rinnovasse l'anima; e pur conservando nella vista mentale l'amorosa
immagine, non resistevo alla tentazione di tornar a guardarla e
tremavo all'istantaneo riscontro dei nostri occhi. Là fra le altre
essa era sovrana non solo per la bellezza, ma perchè il suo aspetto
aveva perduto ai miei occhi ogni apparenza d'adolescente ignara, e io
la vedevo in tutto lo splendore della giovine innamorata e orgogliosa
dell'amore che le fioriva in petto. Ora temevo che gli altri ci
sorprendessero; ora, in un impeto di insania, avrei voluto che tutti
scorgessero come essa mi amava.
Sola cosa buona che facesse il cavaliere era quella che con la sua
personcina elevata sul palco impediva a Roveni di scorger Ortensia.
E rivedo Roveni che, impassibile, seduto acconto a Moser, s'estendeva
i folti e arditi baffi, o incrociava le braccia puntando lo sguardo al
soffitto. Anna Melvi sorrideva all'oratore; avventava occhiate a me;
guatava Ortensia.
Eppoi, dopo lung'ora, la catastrofe. A vendetta di Learchi e degli
altri capoccia clericali, ch'eran rimasti assenti, il cavaliere
improvvisava un inno al lavoro, e col «sacrosanto grido di: pane e
lavoro!» gettava l'offa ai socialisti. Più di una volta i suoi pugni
eloquenti non avevan per poco rovesciato il tavolino; ma quando egli
volle mitigare l'audacia di quel suo favore al socialismo e mandò un
poderoso grido di «Viva l'Italia!», allora.... Un crac formidabile;
un rovescio fragoroso e simultaneo del tavolino, dell'oratore, della
bottiglia e del bicchiere che eran sul tavolino. Un'asse del palco
s'era rotta e il palco s'era sfasciato.... Immaginare il trambusto, il
tumulto!
Della folla tutti si alzarono in piedi, addosso gli uni agli altri per
vedere; molti, troppi, accorrevano per soccorrere. La signora Fulgosi
svenne; le Melvi ridevano sgangheratamente; io e Moser rialzammo il
caduto, che ci raccomandava di raccogliere le cartelle del discorso,
mentre il dottor Minguzzi gli appiccicava un pezzo di taffetà in una
guancia sanguinosa.... Quand'ecco a quello scompiglio successe un
clamore più grande. Lo provocò una voce che gridava:
— Sono stati i clericali!... Tradimento dei clericali! — E alcuni
clericali o lor difensori, i quali si trovavan là in fondo,
protestarono con violenza.
Si videro braccia in aria; pugni piombar su teste; confondersi gente in
mischia....
Queste, furon queste le conseguenze del nobile intento della
pacificazione universale!...
Ebbene, in quel disordine, io rivolsi gli occhi più d'una volta a
Roveni e lo vidi sempre là, in piedi ma al posto di prima, immobile a
guardare freddamente lo spettacolo inaspettato; superiore a tutti nella
gazzarra. Era come lo spettatore di una farsa: di una farsa però che
non riesce a farlo ridere e di cui attende tranquillo la fine, quale
che sia. Anzi egli s'imponeva tanto alla mia attenzione e m'aveva
confermato in tale opinione della sua energia, che l'avrei paragonato
la un valoroso il quale assistesse a un conflitto non degno del suo
intervento. A chi mai, vedendolo in quell'attitudine, sarebbe venuto
il dubbio che quell'uomo fosse un vile? O chi avrebbe dubitato che,
se invece di comico il caso fosse stato tragico davvero, egli non si
sarebbe comportato diversamente?
.... Poi mi rivedo nella sala del _buffet_. Ivi gli invitati, mangiando
paste e _sandwich_, si preparavano ad assistere alla gara di tiro.
Io passavo di gruppo in gruppo, con la sola intenzione di star lontano
da quello in cui era Ortensia.
Insieme con la sorella, due o tre signorine paesane e alcuni giovani
corteggiatori, essa era rimasta confinata presso al balcone; nè il mio
sguardo poteva correre là senza incontrare lo sguardo di lei. Essendomi
avvicinato una volta, lei si staccò dagli altri e venne a me, in
apparenza ardita, ma mi chiese pavida, a bassa voce:
— Perchè non sta qua con me?... con noi?
Colto all'improvviso, non seppi che rispondere. Risposi sorridendo come
chi muova un benevolo rimprovero: — Bambina....
Essa, di pallida che era, avvampò.
Roveni, intanto, percorreva la sala con il fare di un padrone di casa.
Osservai che quel giorno gli occhi del giovane erano senz'ombra alcuna;
anzi il suo sguardo, così freddo per solito e teso innanzi a lui,
pareva più limpido e ricercava come per un'accondiscendenza o cortesia
nuova il mio sguardo. Aveva già saputo della mia partenza? Così pensai.
Eppure non potevo odiarlo!; tale concetto ne avevo!
— È vero che Ortensia sta bene vestita così? — mi chiese. E ci
accostammo insieme a quel crocchio.
Ortensia suggeriva qualche cosa all'orecchio di Marcella, la quale
prima parve disapprovare o schermirsi; indi, fattasi animo, ripeteva la
cosa a Guido. Questi fece due salti fregandosi le mani, tutto contento,
ed esclamando: — Bene! benone! benissimo!
— A Sivori non dispiacerà? — domandò ancora Marcella.
Infatti Ortensia era incerta, quasi dubitasse a interrogarmi.
Finalmente l'arcano mi fu chiarito da Guido.
— Lei e le ragazze se ne stanno in giro qui, per il paese. Io faccio di
tutto per sbagliare il primo colpo; mi metto fuori concorso; scappo e
torno da loro. Va bene?
Roveni udì e non fiatò. Invece dagli altri sorsero proteste per la
defezione delle Moser, appena esse ebbero ottenuto l'assenso del padre.
Ma Ortensia non si confuse:
— Assistere a una strage di piccioni? Lo lasciamo a voi questo bel
divertimento!
— Un capriccio, al solito — esclamò Anna Melvi accostandosi col
dottorino Minguzzi al fianco.
Marcella, confusa, le disse:
— Vieni anche tu, con noi....
— No, cara! Mi son prestata abbastanza.... Basta, oramai!
La povera Marcella divenne rossa rossa; Ortensia scosse il capo
sdegnosa; Guido ruppe in una risata. Ma Roveni con aria di perfetta
indifferenza domandò alla Melvi:
— Prestata a che?
— A sfidar la malignità per favorire l'amicizia!
Ribattè Roveni, col tono di prima:
— Eh! per la malignità lei non ha niente da temere! — Al colpo io
sorrisi; Anna mi vide; si morse le labbra, e mentre fissava l'ingegnere
con quei suoi occhi di vipera, non nascose lo sforzo a trovare una
risposta adeguata. La trovò e colpì anche me.
— C'è sempre da temere quando si hanno amici e nemici in una posizione
equivoca.
Il nemico ero io!
— Da una posizione equivoca — dissi — si può sempre uscire per la via
diritta, ma non si sa dove si possa finire con una condotta equivoca.
— Uhm! Una distinzione molto sottile — ribattè Anna astutamente. — Non
la capisco. E tu, Ortensia?
Ortensia rispose:
— Io non me ne intendo di queste cose.
E vedendo che io approvavo e sembravo incitarla aggiunse:
— Se non capisci tu, ho da capir io?
— Brava! — fece Roveni, non poggiando troppo sulla lode e andandosene.
— Andiamo! Andiamo. È ora! Al campo di tiro, signore e signori! Al
Poligono, per la gara! — ripeteva il segretario a destra e a sinistra.
Esclamò Anna:
— Dottor Minguzzi, noi sappiamo dove andiamo a finire: al Poligono!; e
senza equivoci, noi!
L'altro tergiversava, ma Anna se lo prese a braccetto e s'avviò, dopo
avermi avvolto in una occhiata di sprezzo.
Roveni intanto mi attendeva a capo della scala. Lasciò che le Moser ci
precedessero, per dirmi:
— Sono stato ferito da due parti in una volta; dalla frecciata della
Melvi e dalla risposta che lei ha data alla Melvi. Ma dica: per lei, io
sono soltanto in una posizione equivoca, o è equivoca la mia condotta?
Non aveva certo l'aria di un provocatore; in quella sua calma però
scorgevo il desiderio di metter carte in tavola. Sarebbe stata forse
diversa la mia risposta se mi fossi ricordato del proverbio: «chi è in
difetto è in sospetto»; ma gli scienziati, per quanto psicologi, han
poco uso di proverbi. Sinceramente, senza attenuazione alcuna, risposi
che potevo arrogarmi il diritto di giudicare la condotta di Anna, non
la sua.
— Non credo — aggiunsi — che lei sia uomo da percorrere vie oblique, e
non la credo affatto in una posizione falsa.
L'ingegnere disse: — Grazie; ad ogni modo, desidererei parlarle in
proposito. Ma lei non viene mai a trovarmi alla fabbrica!
— Verrò domani; sarà la visita di congedo.
Non mostrò meraviglia della notizia e conchiuse: — L'aspetto.
Sulla porta m'attendevano le sorelle; e noi tre soli c'incamminammo
per il paese. Nella maniera con cui Ortensia mi scrutava era evidente
il pensiero: «Lei lo sa già il bene che le voglio. Non avrà una buona
parola per me?»
Perciò essa aveva voluto restassimo soli; ma io, io, che avevo ceduto
temendo lo scorgere degli invitati alla festa, non volevo piegarmi.
Mi risonavano all'orecchio le parole di Roveni; mi rimproveravo e
insieme mi rinfrancavo pensando alla lealtà di lui; mi pareva nello
stesso tempo che io avessi tardato troppo a frenar la passione di
Ortensia; e ch'ella vi si abbandonasse troppo debolmente.
E non potevo dirle: — Se tu sapessi il bene che ti voglio!
Quasi strappandosi dai suoi pensieri, Ortensia esclamò:
— Sai, Marcella? Sivori non parte più per ora.
— Come? — feci io nel tono di chi respinge un brutto scherzo.
— Si è sfogato. È stato feroce. Non saran più i pettegolezzi di Anna
che lo faran partire così d'improvviso. Ad Anna nessuno bada più;
neanche Roveni.
— Ma io non parto per questo!
— Perchè dunque? — fece Marcella senza malizia.
— Perchè lunedì debbo essere a Milano.
Ortensia ritardava il passo sì da lasciar avanzar un po' la sorella, e
velata di subitanea tristezza, mormorò:
— Non credevo....; non credevo....
Le chiesi a voce alta:
— Che cosa non credevi?
Mormorava:
— Che lei mi tenesse ancora per una bambina....
— Ma no! via!
— Leggera, dunque; capricciosa; falsa, come Anna!
— Chi t'ha detto questo? Non è vero!
— Si vede, si vede!
— Ti prego, Ortensia....
Marcella, che si era fermata ad attenderci, rise.
— Vi bisticciate?
Proseguimmo in silenzio.
Io vincerei; ma a che prezzo! Nè tardai ad avvedermi che l'intima
battaglia di Ortensia superava forse, per asperità, quella che io
sosteneva in me. Ah il sogno della giovine innamorata s'abbatteva;
s'infrangevano le ardite speranze contro la mia durezza? Ma il
silenzio di lei mi significava che la giovinetta, che per un momento
avevo creduto debole, già m'opponeva la fierezza di una passione
pienamente consapevole, di una donna già consapevole e guardinga della
sua dignità. Dalla bella persona, alta e snella, che mi camminava al
fianco, ricevevo una impressione di severità e di nobiltà, che non
poteva essere solo l'abito elegante e di colore insolito a conferirle.
Quant'era mutata in pochi giorni! Nè era quella mutazione un
travisamento innaturale e transitorio, quale deriva talvolta da un gran
dolore; era come un raccoglimento rapido eppur naturale e duraturo che
una misteriosa energia aveva imposto a quell'animo irrequieto e della
quale tutta la persona pareva improvvisamente dominata e investita. Non
osavo guardarla negli occhi, nei begli occhi in cui poco prima avevo
scorto uno stupore di gioia e di vita nuova e poi un tremulo desiderio
d'abbandono: temevo ora di scorgervi lo sdegno e il rimprovero di
un'imperdonabile offesa.
Per togliermi e togliere Ortensia da tanta pena cercavo invano
d'apparir disinvolto, traendo argomento a discorrere da ciò che
osservavo nella via.
Ricordo che dalla piazza avanti la chiesa un figuro giullaresco
chiamava a suon di tromba gli ultimi curiosi attorno a una sonnambula.
— Facciamoci dir la sorte anche noi — propose Marcella. — Io
acconsentivo; ma Ortensia: — No. Non voglio! non voglio profezie di
sventure!
— Sciocchina, ci crederesti?
Non rispose alla sorella; tacita diede a me una di quelle occhiate che
mi passavano sul cuore come su di una ferita un'acuta punta.
Più tardi, da una svolta venne verso di noi un uomo, che riconobbi
da lungi, benchè a stento. Com'era deperito l'onesto Martino, il
merciaiuolo ambulante, da poi che non l'avevo rivisto! Curvo, portava
in ispalla un piccolo sacco e gli pendeva la bilancia dall'altro
braccio.
— Come va, Martino?
— Ah! — fece egli in atto di chi è stato colpito da un'enorme disgrazia.
Marcella chiese:
— Vostra moglie?...
Ma egli si mostrò afflitto per ben altro che per la perdita della
moglie! Allorchè potè parlare, brontolò:
— Mi è morto l'asino....
L'asino che io avevo invidiato era morto! Il ricordo mi fece sorridere.
E Ortensia:
— Ecco il sorriso brutto...., che speravo non vedere mai più!
— Tu non sai il perchè sorrido. Sorrido perchè un giorno io mi
confrontai all'asino di Martino; e c'è chi mi crede un grand'uomo!
A lei alludevo, che forse era stata indotta ad amarmi dall'opinione che
i suoi avevan di me.
Proseguivo:
— Sorrido anche perchè, a mio scapito, un giorno io mi confrontai a
Martino, che ora piange la morte dell'asino come non piangerebbe la
morte di sua moglie. E c'è chi mi crede un uomo diverso dagli altri!
Con la mia stessa ironia Ortensia ripetè la frase udita più volte da me:
— Ogni infamia è possibile....: anche che lei non sia diverso dagli
altri.
Tacqui, io, ora; e forse per il mio silenzio la sua speranza si ridestò
in un tentativo estremo.
— Da tanto tempo — mormorò — io mi son detto che non c'è uomo eguale a
lei. Perchè dovrei essermi ingannata?
Era pur dolce sentirla parlare senza ironia, senza amarezza, con
pentimento, con fede! Tacevo.
Fissandomi quasi per accendere ne' miei occhi smarriti la fiamma che
aveva nell'anima e per vincermi con una confessione ardita e violenta:
— Sì! sì! — ripetè senza dire di più.
Sì: non si era ingannata; voleva non essersi ingannata nel concetto
di me; sì, mi amava. Ma io chinai il viso...; non volevo vedere ciò
che di più sublime può attingere l'idealità e la passione umana: come
nella bella e fiorente giovinezza di una tal creatura una misteriosa
inspirazione aveva reso perfetto il sentimento della vita con
l'improvviso palpito dell'amore.
Essa.... Ancora sperava?
— Mino — disse dopo un poco — m'ha chiamata, stamattina al suo letto
per dirmi in un orecchio: «Se Sivori mi prende a Milano, ci vieni anche
tu, Ortensia?»
Mi riferiva l'innocente domanda del fratello per intenerirmi; ma fu
come non avessi udito.
— Da Milano, lei, va dopo a casa sua, a Molinella?
— No: all'estero. Laggiù andrò quest'altr'anno; d'estate.
— E non verrà a Valdigorgo?
— Non so se potrò venirci.
Non le restava più alcuna speranza! Tornò d'un tratto sarcastica.
— Ci ha qualche sorella, laggiù?
Ah! quanto male mi fece! Eppure non dissi: «Perchè mi fai tanto male?»;
risposi:
— Non ci ho che due vecchi: il Biondo e sua moglie.
— Le vogliono bene?
— Poveri vecchi!
— Ah dunque c'è qualcuno al mondo che le vuol bene!
Così, con la mia stessa ironia....
E non parlò più. Nel caffè, dove sedemmo ad attender Guido, fingeva
leggere i giornali. Ma quando Guido giunse, gli chiese impaziente:
— Il babbo tarderà molto?
Oh se tardò!; se fu grande la pena dell'attesa!
Infine rammento che Moser venendo a noi, con la carrozza, annunciò:
— Il primo premio all'assessore; il secondo a Roveni. — E rivolto a me
e a Guido: — Voi due avete fatto bene a squagliarvi. Costui (accennava
a Guido) tira ai piccioni come tu, Sivori, tiravi alle anitre. — Mentre
parlava, Claudio guardò Ortensia, aggrottò le ciglia; quindi le chiese:
— Cos'hai?
— Nulla, babbo; perchè?
— Mi pareva....
Marcella nel salire in carrozza mormorò in modo che io solo la udissi:
— Cervellina!