O forse tutto era un inganno? Per difendermi del male che facevo e che
avevo, inveii contro me stesso e rimproverai Ortensia. Innamorato, al
pari di tutti gl'innamorati forse io ero uno stolto che alla donna
reale aveva sostituito la creatura del suo sogno. Troppa bellezza,
troppa intelligenza avevo attribuito a quella ragazza diciassettenne;
e bisognava rompere l'incanto, non solo per risparmiarle soffrire, ma
per risparmiarmi soffrire.
Era bella; nessuno poteva negarlo: un fiore. Beltà però facile a
deperire presto, come accade di tutte le bionde.
Poi mi meravigliavo perchè adesso Ortensia non chiacchierava più
come per l'addietro, e la credevo perciò innamorata? Ma taceva solo
perchè tacevo io! A suggerirle argomenti, era stata loquace: da sè non
trovava da dire cose notabili. Del resto, le donne molto intelligenti
si dimostran tali nell'eleganza e nel buon gusto: Ortensia non aveva
sempre buon gusto.
— Perchè ti sei messa questa giubba grigia, che ti sta così male?
— Comincia a far fresco, la mattina.... È di flanella. Ma non la
porterò più.
— Te l'ho detto un'altra volta che è un colore che ti fa parer brutta.
— È vero; non me ne sono ricordata.
E io, dopo una pausa:
— Sei infatti molto smemorata, Ortensia! Tua madre e tua sorella hanno
ragione di dirtelo.
Rispose paziente, con un queto sorriso:
— Metterò giudizio, e lei non avrà più da sgridarmi.
Ahimè! I tentativi di rompere l'incanto erano vani! Essa mi guardava in
un modo....
Ma a quella frase di «metter giudizio» rammentai le raccomandazioni che
mi aveva fatte Eugenia e che avevo dimenticate da un pezzo. Tuttavia
aspro ripigliai:
— Tua madre desidera che io ti corregga.... Son gli ultimi consigli.
Essa, con un tremito nella voce (non m'ingannavo), esclamò:
— Ultimi? perchè ultimi?
— Ti ripeto che debbo partire lunedì. Sbigottita, pallida (non
m'ingannavo), mi fissò dicendo:
— Non lo credo; nessuno lo sa, in casa!
— Lo sapranno oggi stesso.
— Ma perchè? che è stato?
Ed io, col cuore che palpitava come il suo:
— Nulla.... L'altro dì te lo dissi pure che sarei partito a giorni.
— Io credevo scherzasse.... Non mi promise....?
L'interruppi:
— Fu una promessa della tua fantasia. Eccoti un consiglio: non
affidarti mai alla fantasia contro le imposizioni della realtà.
Questo le dissi, io, che avevo tentato invano di romper l'incanto!
Ma essa si strinse nervosamente le mani, a capo chino; poi mi guardò
in quel modo.... Non m'ingannavo! Mi sembrò di vacillare; non potei non
mitigare la voce, non dire:
— In realtà.... tu sei buona.
— Buona? — Sorrideva così triste!; un sorriso di amore dolente.
— Sì, buona! — proseguii fingendo di non capire e cercando pretesto
a inasprirmi di nuovo. — Il mondo invece è cattivo! Che dolore
sarebbe per me, un giorno, se dovessi apprendere che tu ti sei mutata
all'esperienza del mondo!
A sua volta, quasi suo malgrado, ribattè fiera, aspra:
— Lei ha poca fiducia in me; ed io ne ho tanta in lei!
— Che sai di me, tu? — esclamai senza più chiaramente avvertire quel
che mi dicessi. — Ricordati che ogni infamia è possibile: anche quelli
che stimiamo di più ci possono mancare!
Il mio pensiero, trasportato dalle mie stesse parole, corse a Roveni.
Ma indietreggiai; contenni l'impeto della gelosia, a cui stavo per
abbandonarmi.
— No: esagero. Non tutti quelli che stimiamo si dimostrano indegni
della nostra stima. Io di Roveni....
— Sivori! — Ortensia gridò, sdegnata, quasi minacciosa, come non
l'avevo mai vista.
— Lasciami dire. Di Roveni io ho tanta stima che non posso pensare alla
tua felicità senza pensare alla sua felicità.
Allora essa mormorò:
— Non credevo....; non credevo.... — e fuggì via. Non credeva che io
fossi spietato!
.... Annunciai poco dopo a Eugenia che partirei il lunedì prossimo.
Eugenia mi disse:
— Perchè non restare ancora un po' da noi? Speravamo restaste fino
all'inverno!... Volete andar laggiù, in pianura, in autunno?
Non andrei a Molinella.
— Farò come Roveni. Andrò anch'io lontano a cercar lavoro; ma con
minori speranze di lui!
— Vedete che non siete guarito? — la signora mormorò notando il modo
delle mie parole. Scoteva il capo; e come un giorno aveva detto:
«perchè Dio non v'ha dato una sorella?», ora disse:
— Se aveste una famiglia, vostra....
Questo dovevo udir io, da sua madre, senza rompere in pianto!
A desinare, dalle occhiate bieche di Claudio mi avvidi che Eugenia
l'aveva già informato della mia decisione. Mi avvidi anche che n'era
informata Marcella: Ortensia arrossì, guardandomi....
Quanto mi amava!