Mi amava?
Al sospetto rispose in me un proposito che poteva già essere effetto
di rimorso: «Ortensia non deve soffrire!»; e per i pochi giorni che
resterei ancora lassù, saprei attenuare ogni espressione affettuosa,
ponderare ogni parola, correggere ogni sguardo, affinchè l'affezione di
lei per me non prorompesse in amore e dolore, e il mio sacrificio fosse
pieno e grande.
«Non deve soffrire! Come vuole sua madre, deve viver lieta sino a
quando Roveni le manifesterà le sue intenzioni. Allora amerà e andrà
sposa felice».
Virtù? Sacrificio? Non eran vane parole. Ma il pensiero di perderla
interamente, tardi o presto, mi dava tale spasimo da scusarmi d'ogni
pensiero più insano.
«Che io mi posponga a Roveni, è giusto; ma non è giusto che io creda
alla felicità di Ortensia perchè egli le darà i gaudi dell'amor
materiale ed ella soggiacerà alla turpe legge dei sensi».
Ed eccomi a chiamar ribelli sublimi coloro che rifiutano di vivere nel
mondo per rifiutarsi alla legge universale, bestiale e prepotente; e si
mortificano e muoiono lieti d'esser sfuggiti all'inganno del piacere e
d'aver servito alla sensualità. Avessi potuto rapir meco, salva da ogni
cupidità e da ogni bruttura, la vergine che aveva inteso in me un bene
libero da quella esperienza materiale e torbida!
Ed ecco un altro tormento. In me, ora, un involontario contatto della
persona con Ortensia, sedendo vicini o passeggiando, o l'abbandono
innocente e confidente della sua mano alla mia, che non la ricercava,
destava un sospetto oscuro, improvviso, infrenabile, rapido come un
brivido: nel mio sangue, non nella mente.
Il mio pensiero ripugnava da quella istintiva concitazione sensuale,
mentre io la vedevo e la sentivo così fervida e giovine. La guardavo
fisso, con un timore doloroso. E lei diceva:
— Perchè mi guarda così?
Alla dimanda, mi si allargava il cuore, perchè non scorgevo ne' suoi
occhi nemmeno l'ombra di quel mio sospetto; perchè il suo sguardo
mi cadeva limpido nell'anima quasi a purificarla subito; perchè
rivelandosi ignara, fin nella voce, del motivo che io aveva avuto
a guardarla così, essa non attendeva risposta nè mostrava dubitare
d'altro motivo che non fosse un affettuoso e semplice indizio di
tenerezza....
Ma il più lieve contatto d'altri, o un altro sguardo, avrebbe potuto
proporle e insinuarle il desiderio; una differente stretta di mano
avrebbe potuto darle la sensuale commozione che non le davo io.... E un
altro la contaminerebbe!
In confronto a questa infamia — era un medico che la chiamava
un'infamia! — sembrava cessare ogni colpa nel mio amore nobile e puro;
e mi dicevo che se Ortensia mi amava, mi amava allo stesso modo di me,
nè proverebbe mai voluttà più grande....
.... Mi amava?
Era tanto mutata!; o mi pareva. Diversa nei modi: non accorreva più
come una volta, non rideva più con l'impeto di prima; diversa nello
sguardo, più luminoso e profondo; e in tutta la persona di lei sembrava
definirsi la gravezza di un intimo raccoglimento, d'una meraviglia
deliziosa, intensa, continua; quasi d'una beatitudine meditata e
riflessiva.... Se pure non m'ingannavo!
La consideravo con timida gioia. Ma diveniva tosto una gioia affannosa,
paurosa; e con più speranza che timore mi ripetevo:
«Forse m'inganno».