XIX.

Mi amava?

Al sospetto rispose in me un proposito che poteva già essere effetto

di rimorso: «Ortensia non deve soffrire!»; e per i pochi giorni che

resterei ancora lassù, saprei attenuare ogni espressione affettuosa,

ponderare ogni parola, correggere ogni sguardo, affinchè l'affezione di

lei per me non prorompesse in amore e dolore, e il mio sacrificio fosse

pieno e grande.

«Non deve soffrire! Come vuole sua madre, deve viver lieta sino a

quando Roveni le manifesterà le sue intenzioni. Allora amerà e andrà

sposa felice».

Virtù? Sacrificio? Non eran vane parole. Ma il pensiero di perderla

interamente, tardi o presto, mi dava tale spasimo da scusarmi d'ogni

pensiero più insano.

«Che io mi posponga a Roveni, è giusto; ma non è giusto che io creda

alla felicità di Ortensia perchè egli le darà i gaudi dell'amor

materiale ed ella soggiacerà alla turpe legge dei sensi».

Ed eccomi a chiamar ribelli sublimi coloro che rifiutano di vivere nel

mondo per rifiutarsi alla legge universale, bestiale e prepotente; e si

mortificano e muoiono lieti d'esser sfuggiti all'inganno del piacere e

d'aver servito alla sensualità. Avessi potuto rapir meco, salva da ogni

cupidità e da ogni bruttura, la vergine che aveva inteso in me un bene

libero da quella esperienza materiale e torbida!

Ed ecco un altro tormento. In me, ora, un involontario contatto della

persona con Ortensia, sedendo vicini o passeggiando, o l'abbandono

innocente e confidente della sua mano alla mia, che non la ricercava,

destava un sospetto oscuro, improvviso, infrenabile, rapido come un

brivido: nel mio sangue, non nella mente.

Il mio pensiero ripugnava da quella istintiva concitazione sensuale,

mentre io la vedevo e la sentivo così fervida e giovine. La guardavo

fisso, con un timore doloroso. E lei diceva:

— Perchè mi guarda così?

Alla dimanda, mi si allargava il cuore, perchè non scorgevo ne' suoi

occhi nemmeno l'ombra di quel mio sospetto; perchè il suo sguardo

mi cadeva limpido nell'anima quasi a purificarla subito; perchè

rivelandosi ignara, fin nella voce, del motivo che io aveva avuto

a guardarla così, essa non attendeva risposta nè mostrava dubitare

d'altro motivo che non fosse un affettuoso e semplice indizio di

tenerezza....

Ma il più lieve contatto d'altri, o un altro sguardo, avrebbe potuto

proporle e insinuarle il desiderio; una differente stretta di mano

avrebbe potuto darle la sensuale commozione che non le davo io.... E un

altro la contaminerebbe!

In confronto a questa infamia — era un medico che la chiamava

un'infamia! — sembrava cessare ogni colpa nel mio amore nobile e puro;

e mi dicevo che se Ortensia mi amava, mi amava allo stesso modo di me,

nè proverebbe mai voluttà più grande....

.... Mi amava?

Era tanto mutata!; o mi pareva. Diversa nei modi: non accorreva più

come una volta, non rideva più con l'impeto di prima; diversa nello

sguardo, più luminoso e profondo; e in tutta la persona di lei sembrava

definirsi la gravezza di un intimo raccoglimento, d'una meraviglia

deliziosa, intensa, continua; quasi d'una beatitudine meditata e

riflessiva.... Se pure non m'ingannavo!

La consideravo con timida gioia. Ma diveniva tosto una gioia affannosa,

paurosa; e con più speranza che timore mi ripetevo:

«Forse m'inganno».

In faccia al destino · 第 26 / 75 题