La vittoria è dei forti! Questo almeno sapevo per scienza ed
esperienza. Dunque.... fuggire!; inutile competere con Roveni,
forte di nervi, di mente, di animo, di fortuna! Già nel desiderio di
Eugenia egli era eletto sposo di Ortensia e presto il capo biondo,
che avevo visto un giorno poggiare con affettuoso abbandono sul petto
materno, s'abbandonerebbe per amore su quel petto forte. Fuggire....
Quando? Ah se fui debole! se fui vile! Mi affidai alla mia debolezza
per ritardare quell'ora; per non correre subito al limite verso il
quale il destino mi spingeva e di là dal quale non vedevo che cosa ci
fosse: la tenebra; il vuoto; il nulla come un tempo: peggio che la
morte! Mi raccomandai alla ragione. La mia partenza improvvisa dopo
il colloquio con Eugenia avrebbe rivelato il mio segreto a Eugenia,
ad Ortensia, a Claudio, a tutti! Ancora qualche giorno per nascondere
il mio segreto; per distogliere ogni sospetto anche da Anna Melvi;
per compiere il sacrificio che, lontano, conforterebbe forse il mio
dolore, tratterrebbe forse il mio braccio dall'estrema insania contro
me stesso! Ancora qualche giorno!
Per la mia vita infelice, per la mia triste giovinezza, per quel che
avevo sofferto e avrei da soffrire resistendo a vivere, impetravo da me
stesso qualche giorno ancora! — Rimasi. E intanto dissimulare, fingere,
mentire! Perduta la rettitudine del procedere, dubitavo e temevo. Mi
spaventava il dubbio che Ortensia s'avvedesse del mio dolore e dei miei
rossori; se ne avvedessero gli altri.
Avrei voluto conoscere quel che pensassero o dicessero di me la Melvi
madre, la Fulgosi e la Learchi; ma in ognuna temevo ragioni di celarmi
il loro pensiero. E per tutte queste indagini e per tutti questi
sospetti provavo come il disgusto di un avvilimento indegno di me e
della mia passione.
Peggio; a quando a quando mi abbattevo del tutto come sotto una
condanna meritata. Avevo voluto rivivere; non potevo rivivere che così
miseramente.... Quale un cieco che smarrito cerchi un sostegno, io
cercavo adesso Ortensia. Essa era la luce dei miei occhi.
Il suo sguardo, il riflesso dei suoi capelli, l'armonia della sua voce,
l'euritmia delle sue forme potevano nel mio animo sconvolto come (non
esagero) il sole che fenda l'oscurità e spazzi via un nembo. «A ogni
costo essa non deve soffrire!» — giuravo allora con un sentimento di
pietà e di gioia, con tutta la voluttà del sacrificio.
Non so dire con che cuore in quegli ultimi giorni la vedevo tornare a
me al mattino, sorridente e viva. Ella sorgeva adagio dalla scala della
terrazza, e giungendo su la soglia si fermava un istante: staccata dal
fondo arioso e chiaro, nella fresca e chiara veste, m'appariva immagine
sorridente, vivace, palpitante. E poi diceva: — Buon giorno....
Nè so dire di quale refrigerio mi era la sua voce. Il dolce suono
dell'accento paesano or si prolungava or si rinvigoriva in una
particolare dolcezza di timbro; in una soavità calda e tremula nelle
vocali forti, che s'acuiva a una intonazione nitida se elevava
o affrettava la parola o rideva. — Parla! — le dicevo, quasi per
raccogliere quell'armonia nel cuore e non perderla mai più.
Ma alla prima gioia di rivederla e di riudirla, sottentrava dopo pochi
minuti il cordoglio, la disperazione. E dovevo fingere, celarmi!...
Poi ebbi una nuova perplessità.
Perchè essa non era più mattiniera come una volta; tardava tanto a
discendere?
Un mattino quell'attesa fu anche più lunga.
— Dorme Ortensia? — domandai a Mino, che scendeva le scale.
Mino portò l'indice al naso, perchè tacessi; corse in tinello e tornò
con due bei grappoli d'uva: uno bianco e uno rosso.
— Glieli porto.... Come riderà a vederli quando si sveglia! — Si avviò;
tornò indietro:
— Ne ho mangiata tanta anch'io! Ne vuoi, Sivori? — Io gli diedi un
bacio. — Va, va; portali a tua sorella!
Salì infatti, per discendere poco dopo e dirmi:
— A vederli s'è svegliata!
L'immaginavo nell'atto di spiccare le dolci grane, desiosa, gioconda,
senza pensiero di me che l'aspettavo triste, solo, pensando a lei;
la scorgevo riabbandonare il capo al cuscino, dipartire dalla fronte
i capelli e guardare la striscia di cielo per le imposte socchiuse.
Ricadeva, dopo la prima allegrezza, nella pigrizia piacevole che lascia
il sonno non del tutto scosso dalla frescura del mattino di settembre,
e appena appena abbassando le palpebre raccoglieva ad una ad una, quasi
dalla luce esterna, le idee. Erano ricordi? desideri? propositi per
l'oggi? speranze lontane? Era amore?
Ah non per me, che aspettavo ansioso, da basso: ella stessa non sapeva
per chi, ma non per me, fermo nel proposito di non dirle: «il tuo
affetto, sorella, non mi basta più!»
Quando giunse, mi parve che i suoi occhi mi leggessero in cuore; che
il mio segreto le fosse già manifesto; ch'ella stessa fosse mutata.
E durante il giorno mi parve che le sue assenze per le faccende
domestiche si prolungassero troppo. Forse la tratteneva Eugenia, che
forse già sapeva di me....
Voglio confessare tutti quei miei affanni, quelle mie debolezze, quelle
mie tristezze!
Non solo provavo vergogna dell'infingimento: quel mostrarmi allegro e
disinvolto con Eugenia e con Moser; quello sforzo a padroneggiarmi e a
non mutar colore se si parlava d'Ortensia ch'ella non ci fosse, o al
sopravvenire improvviso di lei; quel cercarla non più franco e senza
incertezza come prima, ma con desiderio irrequieto; quell'attenderla a
lungo in un luogo senza parere...: non solo! La gelosia divenne in me
torva quale la gelosia di un uomo in preda a un amore senile; maligna
e gretta quale la gelosia di un marito vecchio per una moglie giovine.
Invano a veder Roveni ballare con Ortensia, nelle ultime sere, tentai
persuadermi che egli amava senza impeti e senza urti; a sorrisi di poca
significazione ed a inavvertibili occhiate, quasi prendendo l'amore per
un gioco tranquillo: ogni suo sguardo, ogni sorriso, ogni atto valeva
per me un'ardente ed evidente espressione d'amore; nè l'avaro che vide
rubarsi un tesoro patì mai tanto quanto io a seguire con l'occhio, nel
ballo, Ortensia e Roveni. Se parlavano, mi avvicinavo per udirli; se
ridevano, ne chiedevo, dopo, il perchè a Ortensia.
A poco a poco mi si faceva strada nell'animo il sospetto che fossero
d'accordo per ingannarmi; solo per il piacere d'ingannarmi; oppure
pensavo che Ortensia mentisse meco per pietà, accortasi della mia
passione; o anche perchè fosse stata sua madre a pregarla d'avere
misericordia di me....
A questo punto! A tal punto cresceva il mio soffrire che in certi
momenti mi pensavo in diritto di confessare il mio amore.
Ma non dovevo. Per la sua felicità, non dovevo! per la pace di Claudio
e di Eugenia, non dovevo! per la mia dignità e per il mio orgoglio, non
dovevo! Soffrire e tacere! Vederla ignara e tacere! Vedermela portar
via, e tacere!
Spiavo. Un pomeriggio Roveni venne ad attendere Moser. Io lasciai
che egli si accompagnasse, per il viale del giardino, con Ortensia,
allontanandomi con un pretesto. Poscia, di nascosto, li prevenni dalla
parte opposta e mi nascosi dietro la macchia ch'era intorno agli abeti
gemelli. Quando afferrai che parlavano di _lawn-tennis_ ebbi tal gioia
da svelarmi con un grido, come fossi là per impaurirli.
Alla gelosia ingiusta, seguiva più tormentoso il rimorso; e per
purificarmi del veleno che mi sembrava avere ingoiato, avrei versato
il sangue a gocce, da ferite. Che, dolcezza se avessi potuto domandar
perdono a Ortensia! Per giustificarmi almeno un poco, entro di me,
ebbi desiderio di narrarle i miei antichi amori; di apprenderle il
disprezzo, il ribrezzo, la nausea, la cattiveria che me n'era rimasta:
accrescerle così orrore della sensualità, della colpa e del tradimento;
ma avrei fatto male e mi vinsi.
Eppure si sarebbe potuto credere che qualche cosa di quel che turbinava
nella mia testa giungesse alla mente di Ortensia.
Uscì a dire con disgusto:
— Anna, che sguaiata! Non ha avuto il coraggio di chiedermi se
l'accompagnerei ancora alla fabbrica?
— E tu?
— Io le ho risposto di no. — Perchè no? — mi ha chiesto. — Perchè no! e
basta. — E lei: — Avrai da tener compagnia a Sivori. A te, che gli vuoi
bene, non fa le critiche che fa a me.
— Certo che gli voglio bene a Sivori: tanto tanto! — Gliel'ho detto
perchè ci ha rabbia. Ma non parliamone più, di colei. Mi fa ribrezzo!
Se non che un istante dopo aggiunse:
— Sa che Anna studia il canto?
— Per caffè-chantant è adatta — io mormorai.
— E sa che nome mi ha messo a me, per canzonarmi? «La Regina Ortensia
di Valdigorgo.» Crede di farmi dispetto! Eh! perchè faccio spesso a mio
modo e dico: piace a me e basta; e comando a tutti, anche a Sivori, il
nome non mi sta male!
— Anche a Roveni comandi?
— Sì che anche Roveni mi ubbidirebbe! Ma non comando mai nulla, a lui.
Io ripresi, senza più sorridere, con risoluzione che sembrò improvvisa:
— Anna lasciala cantare. Quanto a me, presto la libererò del mio
fastidio. Tra pochi giorni me ne vado....
A questa notizia Ortensia mi guardò incredula; balzò in piedi; venne
a me, che le sedevo, di fronte, su la poltrona alla parete opposta, e
severa, con un atto imperioso della mano:
— Non voglio!
— Ma io non ti riconosco per la Regina di Valdigorgo!
Con voce mutata, meno forte, seria, ella ricordò:
— Il babbo non la lascia partire prima che cada la neve. Non sono
d'accordo? — E rianimandosi: — Immagini, Sivori, la prima neve quassù,
che delizia! Immagini: tutto bianco.... I monti, là; e il giardino
tutto coperto; gli abeti, così alti, vestiti di bianco! E correre
fuori, là in mezzo? — Ma dubbiosa dell'efficacia della sua descrizione,
pregava con tutta la grazia degli occhi, della voce; premendomi con una
mano al braccio.
— Stia qui da noi, Sivori, finchè andremo in città, a Natale.
— Impossibile!
— Io e Mino non la lasceremo partire.... Pensi al dispiacere di Mino!
Ripetei: — Partirò a giorni.
— Mi getterò in ginocchio, a' suoi piedi.... Lasciarmi qua sola!
Le pareva che resterebbe sola!
— Ti restano tanti: il cavaliere....; Anna....
— Zitto! Non la nomini!
— La signora Learchi....; la Fulgosi.... — E in altro modo dissi: —
Roveni....
— Cattivo! Cattivo! Oh com'è cattivo! Anna ha ragione quando le dice
cattivo! — S'allontanava imbronciata.
Io....: ancora soffrire! ancora! ancora!
Era così dolce soffrire! Ancora ebbi pietà di me.
— Resterò due giorni di più e dirò a tutti: sono rimasto due giorni di
più, non per voi, per Ortensia! Sei contenta?
Allora tornò lieta.
— Due giorni? Proprio! Qua il lunario, che le dirò io il giorno della
partenza! Non ha nemmeno un calendario? Oh che uomo! — Uscì; tornò col
calendario, dicendo:
— Ne abbiamo? Dodici. Dodici settembre. I Santi vengono? Al primo
novembre. Dunque.... Dunque Sivori dovrebbe partire il tre: va bene? Il
tre per non lasciarmi sola il giorno dei Morti, con quella malinconia.
Otto e tre fanno undici.... È deciso!
Annunciò a voce alta, a una folla, immaginaria:
— Il dottor Sivori partirà da Valdigorgo fra due mesi, l'undici di
novembre! Avete inteso, signori? Ordine mio: della Regina Ortensia di
Valdigorgo!
Io pensavo ai monti e al giardino bianchi di neve. In tinello, il fuoco
acceso e crepitante.... Fuori, nel silenzio, fioccava; e tutti eravamo
attorno al fuoco; e io a raccontar favole, che Mino ascoltava da su le
ginocchia di Ortensia.... Ma rialzando gli occhi....: Ortensia aveva
perduto ogni segno della vivacità fanciullesca di pocanzi.
A che pensava?