Chi mi richiamava a cose più gravi?
Moser a vedermi «così chiaro», come egli diceva, diventava più chiaro
anche lui.
La sera, di ritorno a casa, m'abbracciava, esclamando:
— Te lo dicevo io? L'aria di Valdigorgo fa miracoli! Non ti resta che
abbandonare per sempre Spinoza e compagnia, e sarai l'uomo più felice
del mondo!
Quanto a lui, Moser, continuava la sua vita di lavoratore indefesso
e fiducioso. E gli argomenti che egli adduceva a sostegno della sua
fiducia, mi persuasero a poco a poco che la disparità di criteri fra
lui e Roveni indicasse in Roveni un po' di gelosia per la superiorità
di Moser. Il direttore avrebbe voluto primeggiare in tutto e su tutto,
nell'azienda; dominare anche il principale, perchè tal era la sua
natura; di qui il suo malcontento.
Così mi tranquillai, e tranquillato non pensai più agli affari di
Moser. Solo, ad accorgermi che negli occhi di Roveni persisteva
un'ombra, ne riferii il motivo al dissidio, lieve del resto, che egli
aveva con Claudio. Del resto, all'infuori di quell'ombra, la quale
poteva essere anche indizio di stanchezza, nulla appariva di mutato
nelle abitudini e nelle attitudini del giovane ingegnere. Mi par di
vederlo allorchè veniva a noi, la sera, dallo studio di Moser, là dove
l'aspettavamo. Si arrestava su la soglia della sala o della terrazza,
quasi a prender possesso della situazione. La sua prima occhiata era
diritta alla mia volta; ma non me ne meravigliavo, perchè di solito
ero nel gruppo giovanile, e di là prorompevano le grida che sfogavan la
lunga attesa; applausi di Anna e Ortensia; rimproveri a mezza voce di
Marcella; comiche esclamazioni di Guido.
— Che si fa? — domandava, sembrava comandare Roveni.
Se gridavano _polka_ o _waltzer_, egli afferrava, senza indugio nella
scelta, o Anna o Marcella o Ortensia, e trasportava la ballerina
seguendo la novella foga della signora Fulgosi, sotto le cui rapide
mani il pianoforte scontava le colpe del cavaliere.
Veramente Roveni rideva poco o punto, e per me sarebbe stato non
bell'indizio se non ci fossimo trovati in mezzo a compagni che
ridevan tanto. Mi pareva ch'egli dovesse sentirsi di tempra diversa
e più forte. Sorrideva a pena pur quando Ortensia voleva strisciar il
_waltzer_ con il cavalier Fulgosi e il povero gentleman era costretto
a scomporsi e ricomporsi alle norme dello strascico musicale, che la
moglie protraeva per dispetto.
Talvolta però scherzava anche lui, l'ingegnere. Non di rado si
schermiva dai giuochi e attaccava discorso con le signore e con i
soliti contendenti politici, il cavaliere e il vecchio Learchi. Mi
chiamava allora senza badare ad Anna, che l'avrebbe sempre voluto al
suo fianco.
— Qua, dottor Sivori! È vero o no che in paese è corsa la voce....
Serio, mi obbligava ad attestare una strampalata notizia di sua
invenzione, la quale era un po' scandalosa e faceva sobbalzare per le
risa l'adipe della Melvi madre. Oppure dal gruppo degli uomini diceva a
voce alta verso di me: — Me n'appello al dottor Sivori! È vero o no che
la guerra è nella natura delle cose? È vero o no che secondo Darwin, o
Spencer che sia, la prevalenza della forza è la legge dell'esistenza
universale? Dunque i fautori della pace universale sono i peggiori
nemici della società. I socialisti poi...., a domicilio coatto! in
galera! mitraglia!
Io assentivo allo scherzo, pur osservando che anche in questo si
rivelava l'energia dell'uomo.
Il vecchio Learchi grugniva: — bravo! —; e il cavaliere spalancava le
braccia.
— No, dottore, no!... Non faccia _bonne mine à mauvais jeu_! Stasera il
nostro bravo ingegnere è un po' _farceur_. Prima di tutto, confonde i
socialisti con i più nobili, più puri pensatori della pace universale!
Eppoi...., eppoi condannare _sans façon_ tutti i socialisti,
condannarli in nome della scienza...., ohibò...., è un'eresia! La
scienza è amore!
E giù uno sproloquio per finire con la libertà nell'ordine e viceversa.
Ma parlava con arte il cavaliere, mentre ascoltava e osservava sè
stesso. Il suo gestire era effetto di lungo studio, perchè gli altri
ascoltatori ammirassero i polsini, i gemelli nei polsini, gli anelli
delle dita, il candore e l'arco delle unghie. Ed ora tendeva il braccio
agitando due o tre volte la mano aperta a dita aperte; ora col gomito
nel braccio della poltrona abbandonava la mano fuor del polsino quasi
fosse sostenuta da quello; or appuntava all'avversario l'indice teso
fuor del pugno mollemente socchiuso col pollice a contatto del medio;
or apriva ad arco ambedue le braccia e concedeva la vista d'ambedue le
palme nell'atto del porgere....
Bisogna anche dire il perchè da quando era stato bandito Pieruccio
l'eloquenza del cavaliere navigava per il _mare magnum_ della
pacificazione sociale. Da che moveva in lui, a che tendeva il desiderio
di così vasta idealità?
Moveva dalla guerra domestica; intorno a cui informavano le Melvi. La
lontananza di Pieruccio aveva sollevato l'impenitente Don Giovanni,
il _vieux marcheur_, da un grave peso, dal timore di scandalizzare
il figliolo; e un giorno la signora l'aveva sorpreso mentre egli
affrettava gli approcci alla facile fortezza della cameriera. Questa,
bandita a sua volta, era andata rivelando per il paese le velleità del
padrone e la gelosia frenetica della padrona; onde chiacchiere e risa.
Il ridicolo!
La famiglia Fulgosi nel ridicolo!
— Colpa vostra: vergognatevi! — diceva la signora.
— Colpa vostra! — ribatteva il marito. — Siete nervosa nervosa nervosa!
E bisbetica! e accattabrighe! Gentildonna in apparenza; in realtà,
povera donna! Sì: povera donna!; lo ripeto senza tema di essere
smentito: povera donna!
Senza smentire, la gentildonna scagliò una spazzola a scomporre
l'accurata pettinatura della barbetta maritale.
Onde l'idea di fondare in Valdigorgo il «Club della caccia» con
inaugurazione al 20 settembre. Sissignori: dalla guerra famigliare
nacque nel cavaliere il desiderio di portare la pacificazione sociale
a Valdigorgo.
Dividevano il paese: socialismo germinante fra gli operai della
fabbrica Moser; moderatume governante in municipio con irremovibile
fede nel consiglio: «Adagio, Biagio!»; codineria collegante il grasso
priore al non men grasso e più cocciuto Learchi, ai quali tenevan
bordone clienti o satelliti in buon numero.
Anche lassù covava dunque l'odio di classe. Covava? Generava nelle
osterie, nel caffè di mezzo e nel caffè grande, lunghe e feroci
discussioni, che alla lor volta partorivano odii personali, indegni
del vivere civile, dell'amor di patria e dell'alta politica quale
insegnarono Cavour, Bismarck, Gladstone, e quale insegnava il cavalier
Fulgosi.
La pace è il maggior bene dei popoli, dei paesi, di un paese! Il
cavalier Fulgosi nel caffè grande esortava al bene di Valdigorgo:
«Primo passo, unitevi, o cittadini, nel nome dello _sport_!» Solo
_sport_ a Valdigorgo era la caccia. Ebbene: in un club ove si
raccogliessero per amor della caccia avversari d'ogni sorta, quanti
dissidi potrebbero esser composti, quante questioni risolute, quante
diatribe mitigate, quanti danni riparati, quanti vantaggi provveduti!
Perciò l'idea del cavaliere comprendeva la sublime elevazione di un
volo lirico: dall'amor della caccia all'amor della pace, all'amor del
paese, all'amor della patria tutta! Il proposito poi d'inaugurare il
nuovo club nel giorno anniversario della compiuta unificazione della
patria con la capitale Roma, non aveva forse qualche cosa del moderno
machiavellismo cavouriano, bismarchiano o gladstoniano? Come potrebbero
esimersi dal partecipare alla festa nazionale cacciatori d'ogni sorta,
fossero pure socialisti o clericali, se l'invito apparentemente non
chiamava che a festeggiare l'amor della caccia e della cacciagione?
Fin il sindaco, che cominciava a dubitare della sua resistenza nella
onorifica carica da molti anni occupata, ascoltò il consiglio del
segretario:
— Appoggi! appoggi! L'idea del cavaliere è buona.
Ma segretario e sindaco, poveri ingenui, ignoravano che cosa meditava
il cavaliere! (Alle prossime elezioni....) Intanto essi favorivano. E
il comitato presieduto dal cavaliere si mise a raccogliere soci; e un
comitato di signore s'adoperava ad accumulare premi che rendessero più
gloriosa una gara di tiro nel dì solenne.
Se non che non cessavano le battaglie nella famiglia Fulgosi e nelle
vicinanze. La signora Fulgosi dubitava che la cameriera attirasse il
marito in paese e faceva ancora volar le spazzole. Inoltre al signor
Learchi padre bastava, per politica, bere, mangiare, pipare e predicar
la castità ai rondoni....
Diceva: — Cacciatore è chi va a caccia; io a caccia non ci vado; quindi
del suo club, stimatissimo signor cavaliere, non so cosa farmene.
Religione ci vuole! Altro che caccia!
A parte la religione, l'ingegner Moser non andava più a caccia;
l'ingegner Roveni non aveva tempo di andarci; Sivori — l'illustre
pensatore — che cosa poteva cacciare? Eppure eran stati dei primi ad
associarsi. Perchè? Per vantaggio del paese, per amor della patria
tutta!...
.... In uno di quei giorni in cui si faceva scarrozzare a spese del
futuro club, il leggiadro cavaliere piombò alla villa mentre io ero con
Ortensia ed essa stava leggendo.
— _A quelque chose malheur est bon_! — egli disse entrando nella sala.
— Dolentissimo di non aver trovato l'ingegner Moser....
— Il babbo non torna che domattina — l'interruppe Ortensia.
— Me l'ha detto la signorina Marcella.... Felicissimo però, se
non disturbo, di mettermi al coperto e trattenermi in così amabile
compagnia. Come vedono, torniamo da capo. — Poi in accento toscano: —
Il tempo si rimette.... a piovere, Dio bonino!
Sorgeva infatti un nuvolone nero.
— La signorina leggeva? Ah! Dickens! Lo conosco poco, a dire la verità.
Non è uno de' miei autori. — E strizzandomi l'occhio: — Io preferisco
De Koch.
Gli chiesi:
— Come va il club?
— _All right_! — Mi prese a braccio per susurrarmi in modo che
Ortensia udisse: — Bisogna persuadere l'ingegner Moser ad accettare la
presidenza effettiva.
— Saremo invitati anche noi alla festa? al banchetto? — domandò
Ortensia.
— Invitate, sì: diavolo! Ma banchetto, no! Un _lunch_....
— Con molte paste!
—.... e _farewell_!
— Chi fa il discorso?
Sorrise.
— Forse io....; si capisce: per non urtar nessuno, al 20 settembre, ci
vuol tatto, _savoir-faire_.
E poichè tuonava:
— Niente paura! Sempre non è seren, sempre non piove!