XIV.

Chi mi richiamava a cose più gravi?

Moser a vedermi «così chiaro», come egli diceva, diventava più chiaro

anche lui.

La sera, di ritorno a casa, m'abbracciava, esclamando:

— Te lo dicevo io? L'aria di Valdigorgo fa miracoli! Non ti resta che

abbandonare per sempre Spinoza e compagnia, e sarai l'uomo più felice

del mondo!

Quanto a lui, Moser, continuava la sua vita di lavoratore indefesso

e fiducioso. E gli argomenti che egli adduceva a sostegno della sua

fiducia, mi persuasero a poco a poco che la disparità di criteri fra

lui e Roveni indicasse in Roveni un po' di gelosia per la superiorità

di Moser. Il direttore avrebbe voluto primeggiare in tutto e su tutto,

nell'azienda; dominare anche il principale, perchè tal era la sua

natura; di qui il suo malcontento.

Così mi tranquillai, e tranquillato non pensai più agli affari di

Moser. Solo, ad accorgermi che negli occhi di Roveni persisteva

un'ombra, ne riferii il motivo al dissidio, lieve del resto, che egli

aveva con Claudio. Del resto, all'infuori di quell'ombra, la quale

poteva essere anche indizio di stanchezza, nulla appariva di mutato

nelle abitudini e nelle attitudini del giovane ingegnere. Mi par di

vederlo allorchè veniva a noi, la sera, dallo studio di Moser, là dove

l'aspettavamo. Si arrestava su la soglia della sala o della terrazza,

quasi a prender possesso della situazione. La sua prima occhiata era

diritta alla mia volta; ma non me ne meravigliavo, perchè di solito

ero nel gruppo giovanile, e di là prorompevano le grida che sfogavan la

lunga attesa; applausi di Anna e Ortensia; rimproveri a mezza voce di

Marcella; comiche esclamazioni di Guido.

— Che si fa? — domandava, sembrava comandare Roveni.

Se gridavano _polka_ o _waltzer_, egli afferrava, senza indugio nella

scelta, o Anna o Marcella o Ortensia, e trasportava la ballerina

seguendo la novella foga della signora Fulgosi, sotto le cui rapide

mani il pianoforte scontava le colpe del cavaliere.

Veramente Roveni rideva poco o punto, e per me sarebbe stato non

bell'indizio se non ci fossimo trovati in mezzo a compagni che

ridevan tanto. Mi pareva ch'egli dovesse sentirsi di tempra diversa

e più forte. Sorrideva a pena pur quando Ortensia voleva strisciar il

_waltzer_ con il cavalier Fulgosi e il povero gentleman era costretto

a scomporsi e ricomporsi alle norme dello strascico musicale, che la

moglie protraeva per dispetto.

Talvolta però scherzava anche lui, l'ingegnere. Non di rado si

schermiva dai giuochi e attaccava discorso con le signore e con i

soliti contendenti politici, il cavaliere e il vecchio Learchi. Mi

chiamava allora senza badare ad Anna, che l'avrebbe sempre voluto al

suo fianco.

— Qua, dottor Sivori! È vero o no che in paese è corsa la voce....

Serio, mi obbligava ad attestare una strampalata notizia di sua

invenzione, la quale era un po' scandalosa e faceva sobbalzare per le

risa l'adipe della Melvi madre. Oppure dal gruppo degli uomini diceva a

voce alta verso di me: — Me n'appello al dottor Sivori! È vero o no che

la guerra è nella natura delle cose? È vero o no che secondo Darwin, o

Spencer che sia, la prevalenza della forza è la legge dell'esistenza

universale? Dunque i fautori della pace universale sono i peggiori

nemici della società. I socialisti poi...., a domicilio coatto! in

galera! mitraglia!

Io assentivo allo scherzo, pur osservando che anche in questo si

rivelava l'energia dell'uomo.

Il vecchio Learchi grugniva: — bravo! —; e il cavaliere spalancava le

braccia.

— No, dottore, no!... Non faccia _bonne mine à mauvais jeu_! Stasera il

nostro bravo ingegnere è un po' _farceur_. Prima di tutto, confonde i

socialisti con i più nobili, più puri pensatori della pace universale!

Eppoi...., eppoi condannare _sans façon_ tutti i socialisti,

condannarli in nome della scienza...., ohibò...., è un'eresia! La

scienza è amore!

E giù uno sproloquio per finire con la libertà nell'ordine e viceversa.

Ma parlava con arte il cavaliere, mentre ascoltava e osservava sè

stesso. Il suo gestire era effetto di lungo studio, perchè gli altri

ascoltatori ammirassero i polsini, i gemelli nei polsini, gli anelli

delle dita, il candore e l'arco delle unghie. Ed ora tendeva il braccio

agitando due o tre volte la mano aperta a dita aperte; ora col gomito

nel braccio della poltrona abbandonava la mano fuor del polsino quasi

fosse sostenuta da quello; or appuntava all'avversario l'indice teso

fuor del pugno mollemente socchiuso col pollice a contatto del medio;

or apriva ad arco ambedue le braccia e concedeva la vista d'ambedue le

palme nell'atto del porgere....

Bisogna anche dire il perchè da quando era stato bandito Pieruccio

l'eloquenza del cavaliere navigava per il _mare magnum_ della

pacificazione sociale. Da che moveva in lui, a che tendeva il desiderio

di così vasta idealità?

Moveva dalla guerra domestica; intorno a cui informavano le Melvi. La

lontananza di Pieruccio aveva sollevato l'impenitente Don Giovanni,

il _vieux marcheur_, da un grave peso, dal timore di scandalizzare

il figliolo; e un giorno la signora l'aveva sorpreso mentre egli

affrettava gli approcci alla facile fortezza della cameriera. Questa,

bandita a sua volta, era andata rivelando per il paese le velleità del

padrone e la gelosia frenetica della padrona; onde chiacchiere e risa.

Il ridicolo!

La famiglia Fulgosi nel ridicolo!

— Colpa vostra: vergognatevi! — diceva la signora.

— Colpa vostra! — ribatteva il marito. — Siete nervosa nervosa nervosa!

E bisbetica! e accattabrighe! Gentildonna in apparenza; in realtà,

povera donna! Sì: povera donna!; lo ripeto senza tema di essere

smentito: povera donna!

Senza smentire, la gentildonna scagliò una spazzola a scomporre

l'accurata pettinatura della barbetta maritale.

Onde l'idea di fondare in Valdigorgo il «Club della caccia» con

inaugurazione al 20 settembre. Sissignori: dalla guerra famigliare

nacque nel cavaliere il desiderio di portare la pacificazione sociale

a Valdigorgo.

Dividevano il paese: socialismo germinante fra gli operai della

fabbrica Moser; moderatume governante in municipio con irremovibile

fede nel consiglio: «Adagio, Biagio!»; codineria collegante il grasso

priore al non men grasso e più cocciuto Learchi, ai quali tenevan

bordone clienti o satelliti in buon numero.

Anche lassù covava dunque l'odio di classe. Covava? Generava nelle

osterie, nel caffè di mezzo e nel caffè grande, lunghe e feroci

discussioni, che alla lor volta partorivano odii personali, indegni

del vivere civile, dell'amor di patria e dell'alta politica quale

insegnarono Cavour, Bismarck, Gladstone, e quale insegnava il cavalier

Fulgosi.

La pace è il maggior bene dei popoli, dei paesi, di un paese! Il

cavalier Fulgosi nel caffè grande esortava al bene di Valdigorgo:

«Primo passo, unitevi, o cittadini, nel nome dello _sport_!» Solo

_sport_ a Valdigorgo era la caccia. Ebbene: in un club ove si

raccogliessero per amor della caccia avversari d'ogni sorta, quanti

dissidi potrebbero esser composti, quante questioni risolute, quante

diatribe mitigate, quanti danni riparati, quanti vantaggi provveduti!

Perciò l'idea del cavaliere comprendeva la sublime elevazione di un

volo lirico: dall'amor della caccia all'amor della pace, all'amor del

paese, all'amor della patria tutta! Il proposito poi d'inaugurare il

nuovo club nel giorno anniversario della compiuta unificazione della

patria con la capitale Roma, non aveva forse qualche cosa del moderno

machiavellismo cavouriano, bismarchiano o gladstoniano? Come potrebbero

esimersi dal partecipare alla festa nazionale cacciatori d'ogni sorta,

fossero pure socialisti o clericali, se l'invito apparentemente non

chiamava che a festeggiare l'amor della caccia e della cacciagione?

Fin il sindaco, che cominciava a dubitare della sua resistenza nella

onorifica carica da molti anni occupata, ascoltò il consiglio del

segretario:

— Appoggi! appoggi! L'idea del cavaliere è buona.

Ma segretario e sindaco, poveri ingenui, ignoravano che cosa meditava

il cavaliere! (Alle prossime elezioni....) Intanto essi favorivano. E

il comitato presieduto dal cavaliere si mise a raccogliere soci; e un

comitato di signore s'adoperava ad accumulare premi che rendessero più

gloriosa una gara di tiro nel dì solenne.

Se non che non cessavano le battaglie nella famiglia Fulgosi e nelle

vicinanze. La signora Fulgosi dubitava che la cameriera attirasse il

marito in paese e faceva ancora volar le spazzole. Inoltre al signor

Learchi padre bastava, per politica, bere, mangiare, pipare e predicar

la castità ai rondoni....

Diceva: — Cacciatore è chi va a caccia; io a caccia non ci vado; quindi

del suo club, stimatissimo signor cavaliere, non so cosa farmene.

Religione ci vuole! Altro che caccia!

A parte la religione, l'ingegner Moser non andava più a caccia;

l'ingegner Roveni non aveva tempo di andarci; Sivori — l'illustre

pensatore — che cosa poteva cacciare? Eppure eran stati dei primi ad

associarsi. Perchè? Per vantaggio del paese, per amor della patria

tutta!...

.... In uno di quei giorni in cui si faceva scarrozzare a spese del

futuro club, il leggiadro cavaliere piombò alla villa mentre io ero con

Ortensia ed essa stava leggendo.

— _A quelque chose malheur est bon_! — egli disse entrando nella sala.

— Dolentissimo di non aver trovato l'ingegner Moser....

— Il babbo non torna che domattina — l'interruppe Ortensia.

— Me l'ha detto la signorina Marcella.... Felicissimo però, se

non disturbo, di mettermi al coperto e trattenermi in così amabile

compagnia. Come vedono, torniamo da capo. — Poi in accento toscano: —

Il tempo si rimette.... a piovere, Dio bonino!

Sorgeva infatti un nuvolone nero.

— La signorina leggeva? Ah! Dickens! Lo conosco poco, a dire la verità.

Non è uno de' miei autori. — E strizzandomi l'occhio: — Io preferisco

De Koch.

Gli chiesi:

— Come va il club?

— _All right_! — Mi prese a braccio per susurrarmi in modo che

Ortensia udisse: — Bisogna persuadere l'ingegner Moser ad accettare la

presidenza effettiva.

— Saremo invitati anche noi alla festa? al banchetto? — domandò

Ortensia.

— Invitate, sì: diavolo! Ma banchetto, no! Un _lunch_....

— Con molte paste!

—.... e _farewell_!

— Chi fa il discorso?

Sorrise.

— Forse io....; si capisce: per non urtar nessuno, al 20 settembre, ci

vuol tatto, _savoir-faire_.

E poichè tuonava:

— Niente paura! Sempre non è seren, sempre non piove!

In faccia al destino · 第 19 / 75 题