Il sole! Il sole!
.... Ortensia, là in mezzo al prato, con la gonna bleuastra e il
corpetto chiaro, sorgeva evidente dal verde e contro il verde; e l'aria
là in mezzo sembrava più luminosa, ed essa una forma di vita più viva
d'ogni altra e più bella.
— Ortensia! — Io la chiamai a voce alta, compiacendomi del mio grido.
— Che cerchi, Ortensia?
Non rispondeva; faceva pochi passi, l'occhio intento a terra. Ma
avvicinandomi, compresi.
— Cerchi la buona fortuna, per me?
Rispose sorridendo: — Sì.
— Non la troverai!
— Io? — esclamò col tono d'impazienza e d'ira che per giuoco assumeva
spesso. — Io non la troverò?
— Nè tu, nè altri. Del resto, non so che farmene della fortuna!
Scherzavo; ero lieto. Ella ne fu certa e sorrise, esclamando:
— Dunque il trifoglietto per l'amore!
— Che sai tu dell'amore e de' miei amori?
— So che lei un dì o l'altro prenderà moglie e che....
— Oh se per questo — interruppi —, non lo troverai il trifoglietto
dalle quattro foglie!
— Io lo troverò anche se lei non prenderà moglie! Lo voglio, e basta!
Ma là non ce n'era di pronto al suo sguardo; e sapeva dove la fortuna
ne nascondeva.
— Venga con me!
Per un viale tortuoso, fra le macchie, si giungeva a un prato estraneo
al giardino, in cui alcune donne risciacquavano il bucato in una
cisterna. A questa recava l'acqua un piccolo fosso, queto queto, alle
sponde del quale cresceva l'erba e abbondava il trifoglio.
Le donne ci osservarono tra le file dei lenzuoli stesi su corde da palo
a palo; poscia ripresero il cicaleccio e lo squasso.
— Sarà meglio la cerchi io per te, la fortuna! — dissi io.
— Avanti! a chi la trova!
E andavamo adagio adagio, lungo il piccolo fosso.
— Una sposina per Sivori: bella...., buona....
Quindi passando rapida, come soleva, dal pensiero presente a un
pensiero o a un ricordo che apparentemente non aveva con quello uno
stretto legame, Ortensia aggiunse:
— Anna.... Oh! io la disprezzo, Anna!
— Adesso....
— No, sempre; anche prima che lei venisse quassù!
— E l'accompagnavi a trovar Roveni?
— Insisteva tanto! Poi, non facevo niente di male, io!
— Ne sono convinto, di te. Ma Anna che faceva?
Mi provai ad attenuare nel tono della domanda, non la curiosità, bensì
il timore che m'induceva a interrogarla. Quasi non osavo guardarla in
faccia.
— Non so...., non posso dir nulla....
— Non vuoi dirlo!
— Non posso dire quello che non ho visto.
— E allora perchè accusi?
— Perchè...., perchè quel giorno dei pizzicotti, io scappai a veder
lavorare in fabbrica. Quando tornai e fui sotto la finestra dello
studio, sentii che Roveni sgridava ad Anna....
— Cioè?
— Diceva piano: «C'è Ortensia....» Capisce? Era lui, Roveni, che doveva
sgridare ad Anna! Dunque, mi pare....
Io, senza più titubanza avevo fissato lo sguardo negli occhi di lei per
scoprirne tutto il pensiero; nè riuscendoci, perchè volevo più del suo
pensiero, sentii il bisogno di rimproverarla ancora.
— Tu ascoltavi, sotto la finestra!
— No! glielo giuro!
In questo mentre una delle donne con la gerla piena di biancheria
veniva verso di noi. Salutò, si fermò e chiese con faccia franca:
— Cosa cerca, signorina?
— Cerchiamo fortuna, Teresa!
— Eh non ne han bisogno loro! — disse la donna sorridendo un po'
maliziosa. Ma Ortensia, ingenua:
— Non ci credi, tu, nel trifoglietto dalle quattro foglie?
E l'altra guardando a me;
— La povera gente non ci crede in queste cose!
— Male! Se tu ci avessi creduto quand'eri ragazza, adesso non faresti
più la lavandaia; saresti contessa o duchessa.
— Oh ne trovavo tanto anch'io, quand'era giovane! — confessò la donna
intanto che riprendeva il sentiero. — Ma sì! Ci vuol altro!
Per dire qualche cosa, io dissi:
— Hai sentito? Andiamo, che è tempo perduto.
— Nossignore! — esclamò Ortensia. — Io ci credo!
Così proseguimmo; lei dimentica del discorso di prima, e io tornandoci
in segreto, quasi per forza, e con un sentimento di profanazione.
Aveva appena diciassette anni: che le avevano appreso i sogni? le
letture? le compagne? l'esempio di Anna? Quanto sapeva, insomma....,
dei piaceri e delle brutture dei sensi?
Possibile che dell'amore non presentisse quei diletti che il mistero
ingrandisce alla fantasia nelle prime commozioni del sangue? Possibile
non avesse pensato che certe «brutte cose» diventano lecite e
desiderabili solo per la benedizione del prete e per il vincolo della
legge?
Che turbamento avevano lasciato nell'animo suo le audacie della
Melvi con Roveni? Che cosa, a quelle parole, terribili per me e
sollecitatrici per lei: «C'è Ortensia....», aveva immaginato? un
bacio?... soltanto? Ciò che poteva aver immaginato essa cercavo
d'immaginar io; e ora mi pareva eccessivo il mio pensiero, e ora
limitato troppo; e avrei voluto chiarirmi con inchieste che non sapevo
nè dovevo fare: il senso di profanazione s'accresceva entro di me a un
ribrezzo quale per una indagine vergognosa.
La guardavo. Sì, sì, era affatto dimentica del discorso di prima: il
sole le splendeva nei capelli; cercava, bambina, il trifoglietto dalle
quattro foglie.
Io, uomo e corrotto, non sapevo neppure perchè temevo tanto; edotto
dalla scienza, non sapevo perchè ora vedessi un male in una necessità
fisiologica, se qualche imperioso moto del sangue e dei sensi
richiamasse in Ortensia immagini sensuali. Temevo; soffrivo; e mi
consolavo a guardarla.... Mi ripetevo che voci di colpa erano giunte
al suo orecchio, ma non all'anima sua; e io avevo ben visto in lei il
contrasto fra la voglia puerile di mostrarsi perspicace e il pudore
istintivo che le faceva parere enorme quel che ricordava; il lume degli
occhi, mentre parlava, e il lieve colore passato nelle sue guance,
subito avrebbero dovuto accertarmi che a lei ripugnava rimeditare ogni
impurità, proprio per un pudore d'istinto; per uno oscuro sgomento
dello spirito; per una nativa repulsione da ciò che l'intelligenza le
aveva appreso senza volere. E la stessa sua attività fisica....
— Ebbene? Non dice più nulla? — mi chiese tutta contenta di
costringermi a pazientare con lei nella ricerca. — A che pensa? Ohe!
signor dottore!...
Ma repentinamente io avevo osservato.... Gridai: — Là! — Nè avevo
compiuto il monosillabo che Ortensia, con più alto grido di gioia,
raccoglieva il quadrifoglietto, al margine del fosso.
— L'ho visto prima io — feci rallegrato, più che dal caso, da quella
allegrezza di lei, che bastava a dissipare dalla mia mente e dal mio
animo l'ultima ombra.
— No, prima io! Mi chinavo a raccoglierlo proprio quando lei ha detto:
— Là!
— Non è vero!
— È vero! — S'inquietava. Finchè, rabbonita, mi disse:
— A lei: glielo offro.
— Non lo voglio! Sono io che l'offro a voi, signorina, per ricordo, per
augurio, per gratitudine, per omaggio.
— Auff! — Diventando minacciosa, gridò: — Lo butto nell'acqua!
— Guai! la fortuna si vendicherebbe di tutti e due: anche di me che non
l'ho cercata per me.
— Dio! Dio! Che pazienza!
Ma infine ebbe una buona idea.
— Leveremo a sorte chi debba conservarlo; benchè sia di tutti e due.
La sorte favorì Ortensia; e io godetti anche di questo!
Ero dunque riuscito nell'intento di attenuare la mia esistenza, così
e così ricuperavo la vita con piena letizia, e dissipavo ogni fosco
pensiero e obliavo? O dovevo al sole la novella gioia? Che deliziose
ore riebbi nel giardino di Moser! Rivedendomi nei giorni del mio
rinnovamento, con che cuore rivedo il bel luogo!
Verso nord acacie e robinie e alberi in ischiera disegnavano l'erta,
con la strada del vecchio convento; e più oltre, riprese di boschi.
Alla parte occidentale, era un confine di siepi, tigli e platani: a
mezzodì la catena di monti in linea uguale, netta, tagliava il cielo;
simile a un limite remoto ma preciso. E da questo limite, d'un cupo
verde, alle ore meridiane sormontavano nel cielo cristallino nuvoli di
bambagia lucente al sole, che cadevano all'ombra delle montagne occidue
con pallore improvviso. Più spesso, sorgevano vapori bianchi, quasi
segnali d'una terra ignota e invisibile. Sopra, nello spazio di cielo,
passeri traversavano, pari a frecce, e le rondini esercitavano obliqui
voli e volteggiamenti.
Là dentro, nel giardino, ricevevo adesso impressioni di cui non credevo
più capace il mio spirito; mi beavo nell'amore della campagna. Vedevo
che riflessi metallici il sole traeva dalle foglie lisce delle magnolie
e dei lauri; come penetrava radioso tra il folto degli abeti; che toni
gialli suscitava dalle acacie e dai tigli; che denso e lieto verde gli
opponevano le tuje; di che sovrano fulgore investiva i fiori e allagava
il prato. Poi, di quelle piante conoscevo tutte le attitudini e le
movenze: dai molli abbandoni nell'aria mite, alle agitazioni penose
nella furia del vento. Anche avvertivo effluvi di profumi semplici e
commisti, alcuni dei quali da me non avvertiti mai. Certo, in quella
famiglia di piante ed erbe conoscevo pur dei rami che intisichivano,
e steli che pativano, e fiori che perdevano petali; ma tali indizi di
infermità e di morte sparivano dal mio sguardo confusi in un vasto e
complesso aspetto di giovinezza, di vita intensa, feconda, continua,
gioiosa: fiori e verde, luce e calore, giovinezza e amore!
Il sole! il sole! Finalmente nell'eterno splendore che avvolgeva
tutte le cose io rivedevo l'energia della vita universale e nella
vita universa tornavo a sentire me vivo. Al cielo, che bianco intorno
al divino lume diventava con insensibile gradazione del più puro
cobalto e del più puro indaco, tendeva da tutta la terra un'anima
sola, letificata: e in quella letizia comunicavano con voci udibili
e con voci inaudite le anime di quanti corpi volavano per l'aria; le
anime di quanti corpi correvano e indugiavano su la terra, o serpevano
tra l'erba, o si ricercavano sotto terra; le anime di tutti i fiori e
le anime d'ogni natura vegetativa; le anime delle acque fluenti, dei
fuochi e dei vapori latenti; le anime in tutte le forme ancora ignote
ad occhio umano, e l'anima mia. E per l'addietro io avevo infranto
in me il vincolo di tale comunione! Per essere felice, m'ero staccato
dalla universale vitalità; al lume del sole avevo creduto poter opporre
il lume del mio pensiero, e vivere! Pazzo!
Ora io mi gettavo su l'erba col gaudio di un bambino che ritorni tra
le braccia della madre. Navigavo con lo sguardo per il cielo fin dove
lo sguardo poteva resistere, e ascoltavo ogni più debole suono, e
addentrandomi con lo spirito nelle sensazioni molteplici, smarrivo
felice la continuità del mio pensiero. Oh non pensare! non pensare mai
più! e vivere!
Nè pensavo ai filosofi che predicarono il benefizio del tornare
all'amore della terra e della campagna: sentivo in me una virtù
superiore alle loro concezioni.
E non pensavo al piacere di chi va per i campi in traccia della sua
scienza di cause e di effetti, nè alla consolazione del poeta solitario
il quale chiama cielo e terra a testimone del suo amore.
Perchè io sapevo di una vita più viva, di una consolazione più pura,
di una gioia più umana e naturale insieme: quella della fanciulla che
viveva meco là fuori, nel giardino, con finezza sensitiva, con anima
ignara, con intelligenza serena. Per Ortensia tutto viveva; a lei tutto
parlava, senza sua riflessione, spontaneamente. Strapparla via di là,
a un tratto e per sempre, sarebbe stato come recidere un fiore.
Ella ne recideva, dei fiori, per adornarsene; ma alcune volte l'udii
dire: — peccato! —; e altre volte notai che dalla pianta non staccava
il fiore più bello.