XIII.

Il sole! Il sole!

.... Ortensia, là in mezzo al prato, con la gonna bleuastra e il

corpetto chiaro, sorgeva evidente dal verde e contro il verde; e l'aria

là in mezzo sembrava più luminosa, ed essa una forma di vita più viva

d'ogni altra e più bella.

— Ortensia! — Io la chiamai a voce alta, compiacendomi del mio grido.

— Che cerchi, Ortensia?

Non rispondeva; faceva pochi passi, l'occhio intento a terra. Ma

avvicinandomi, compresi.

— Cerchi la buona fortuna, per me?

Rispose sorridendo: — Sì.

— Non la troverai!

— Io? — esclamò col tono d'impazienza e d'ira che per giuoco assumeva

spesso. — Io non la troverò?

— Nè tu, nè altri. Del resto, non so che farmene della fortuna!

Scherzavo; ero lieto. Ella ne fu certa e sorrise, esclamando:

— Dunque il trifoglietto per l'amore!

— Che sai tu dell'amore e de' miei amori?

— So che lei un dì o l'altro prenderà moglie e che....

— Oh se per questo — interruppi —, non lo troverai il trifoglietto

dalle quattro foglie!

— Io lo troverò anche se lei non prenderà moglie! Lo voglio, e basta!

Ma là non ce n'era di pronto al suo sguardo; e sapeva dove la fortuna

ne nascondeva.

— Venga con me!

Per un viale tortuoso, fra le macchie, si giungeva a un prato estraneo

al giardino, in cui alcune donne risciacquavano il bucato in una

cisterna. A questa recava l'acqua un piccolo fosso, queto queto, alle

sponde del quale cresceva l'erba e abbondava il trifoglio.

Le donne ci osservarono tra le file dei lenzuoli stesi su corde da palo

a palo; poscia ripresero il cicaleccio e lo squasso.

— Sarà meglio la cerchi io per te, la fortuna! — dissi io.

— Avanti! a chi la trova!

E andavamo adagio adagio, lungo il piccolo fosso.

— Una sposina per Sivori: bella...., buona....

Quindi passando rapida, come soleva, dal pensiero presente a un

pensiero o a un ricordo che apparentemente non aveva con quello uno

stretto legame, Ortensia aggiunse:

— Anna.... Oh! io la disprezzo, Anna!

— Adesso....

— No, sempre; anche prima che lei venisse quassù!

— E l'accompagnavi a trovar Roveni?

— Insisteva tanto! Poi, non facevo niente di male, io!

— Ne sono convinto, di te. Ma Anna che faceva?

Mi provai ad attenuare nel tono della domanda, non la curiosità, bensì

il timore che m'induceva a interrogarla. Quasi non osavo guardarla in

faccia.

— Non so...., non posso dir nulla....

— Non vuoi dirlo!

— Non posso dire quello che non ho visto.

— E allora perchè accusi?

— Perchè...., perchè quel giorno dei pizzicotti, io scappai a veder

lavorare in fabbrica. Quando tornai e fui sotto la finestra dello

studio, sentii che Roveni sgridava ad Anna....

— Cioè?

— Diceva piano: «C'è Ortensia....» Capisce? Era lui, Roveni, che doveva

sgridare ad Anna! Dunque, mi pare....

Io, senza più titubanza avevo fissato lo sguardo negli occhi di lei per

scoprirne tutto il pensiero; nè riuscendoci, perchè volevo più del suo

pensiero, sentii il bisogno di rimproverarla ancora.

— Tu ascoltavi, sotto la finestra!

— No! glielo giuro!

In questo mentre una delle donne con la gerla piena di biancheria

veniva verso di noi. Salutò, si fermò e chiese con faccia franca:

— Cosa cerca, signorina?

— Cerchiamo fortuna, Teresa!

— Eh non ne han bisogno loro! — disse la donna sorridendo un po'

maliziosa. Ma Ortensia, ingenua:

— Non ci credi, tu, nel trifoglietto dalle quattro foglie?

E l'altra guardando a me;

— La povera gente non ci crede in queste cose!

— Male! Se tu ci avessi creduto quand'eri ragazza, adesso non faresti

più la lavandaia; saresti contessa o duchessa.

— Oh ne trovavo tanto anch'io, quand'era giovane! — confessò la donna

intanto che riprendeva il sentiero. — Ma sì! Ci vuol altro!

Per dire qualche cosa, io dissi:

— Hai sentito? Andiamo, che è tempo perduto.

— Nossignore! — esclamò Ortensia. — Io ci credo!

Così proseguimmo; lei dimentica del discorso di prima, e io tornandoci

in segreto, quasi per forza, e con un sentimento di profanazione.

Aveva appena diciassette anni: che le avevano appreso i sogni? le

letture? le compagne? l'esempio di Anna? Quanto sapeva, insomma....,

dei piaceri e delle brutture dei sensi?

Possibile che dell'amore non presentisse quei diletti che il mistero

ingrandisce alla fantasia nelle prime commozioni del sangue? Possibile

non avesse pensato che certe «brutte cose» diventano lecite e

desiderabili solo per la benedizione del prete e per il vincolo della

legge?

Che turbamento avevano lasciato nell'animo suo le audacie della

Melvi con Roveni? Che cosa, a quelle parole, terribili per me e

sollecitatrici per lei: «C'è Ortensia....», aveva immaginato? un

bacio?... soltanto? Ciò che poteva aver immaginato essa cercavo

d'immaginar io; e ora mi pareva eccessivo il mio pensiero, e ora

limitato troppo; e avrei voluto chiarirmi con inchieste che non sapevo

nè dovevo fare: il senso di profanazione s'accresceva entro di me a un

ribrezzo quale per una indagine vergognosa.

La guardavo. Sì, sì, era affatto dimentica del discorso di prima: il

sole le splendeva nei capelli; cercava, bambina, il trifoglietto dalle

quattro foglie.

Io, uomo e corrotto, non sapevo neppure perchè temevo tanto; edotto

dalla scienza, non sapevo perchè ora vedessi un male in una necessità

fisiologica, se qualche imperioso moto del sangue e dei sensi

richiamasse in Ortensia immagini sensuali. Temevo; soffrivo; e mi

consolavo a guardarla.... Mi ripetevo che voci di colpa erano giunte

al suo orecchio, ma non all'anima sua; e io avevo ben visto in lei il

contrasto fra la voglia puerile di mostrarsi perspicace e il pudore

istintivo che le faceva parere enorme quel che ricordava; il lume degli

occhi, mentre parlava, e il lieve colore passato nelle sue guance,

subito avrebbero dovuto accertarmi che a lei ripugnava rimeditare ogni

impurità, proprio per un pudore d'istinto; per uno oscuro sgomento

dello spirito; per una nativa repulsione da ciò che l'intelligenza le

aveva appreso senza volere. E la stessa sua attività fisica....

— Ebbene? Non dice più nulla? — mi chiese tutta contenta di

costringermi a pazientare con lei nella ricerca. — A che pensa? Ohe!

signor dottore!...

Ma repentinamente io avevo osservato.... Gridai: — Là! — Nè avevo

compiuto il monosillabo che Ortensia, con più alto grido di gioia,

raccoglieva il quadrifoglietto, al margine del fosso.

— L'ho visto prima io — feci rallegrato, più che dal caso, da quella

allegrezza di lei, che bastava a dissipare dalla mia mente e dal mio

animo l'ultima ombra.

— No, prima io! Mi chinavo a raccoglierlo proprio quando lei ha detto:

— Là!

— Non è vero!

— È vero! — S'inquietava. Finchè, rabbonita, mi disse:

— A lei: glielo offro.

— Non lo voglio! Sono io che l'offro a voi, signorina, per ricordo, per

augurio, per gratitudine, per omaggio.

— Auff! — Diventando minacciosa, gridò: — Lo butto nell'acqua!

— Guai! la fortuna si vendicherebbe di tutti e due: anche di me che non

l'ho cercata per me.

— Dio! Dio! Che pazienza!

Ma infine ebbe una buona idea.

— Leveremo a sorte chi debba conservarlo; benchè sia di tutti e due.

La sorte favorì Ortensia; e io godetti anche di questo!

Ero dunque riuscito nell'intento di attenuare la mia esistenza, così

e così ricuperavo la vita con piena letizia, e dissipavo ogni fosco

pensiero e obliavo? O dovevo al sole la novella gioia? Che deliziose

ore riebbi nel giardino di Moser! Rivedendomi nei giorni del mio

rinnovamento, con che cuore rivedo il bel luogo!

Verso nord acacie e robinie e alberi in ischiera disegnavano l'erta,

con la strada del vecchio convento; e più oltre, riprese di boschi.

Alla parte occidentale, era un confine di siepi, tigli e platani: a

mezzodì la catena di monti in linea uguale, netta, tagliava il cielo;

simile a un limite remoto ma preciso. E da questo limite, d'un cupo

verde, alle ore meridiane sormontavano nel cielo cristallino nuvoli di

bambagia lucente al sole, che cadevano all'ombra delle montagne occidue

con pallore improvviso. Più spesso, sorgevano vapori bianchi, quasi

segnali d'una terra ignota e invisibile. Sopra, nello spazio di cielo,

passeri traversavano, pari a frecce, e le rondini esercitavano obliqui

voli e volteggiamenti.

Là dentro, nel giardino, ricevevo adesso impressioni di cui non credevo

più capace il mio spirito; mi beavo nell'amore della campagna. Vedevo

che riflessi metallici il sole traeva dalle foglie lisce delle magnolie

e dei lauri; come penetrava radioso tra il folto degli abeti; che toni

gialli suscitava dalle acacie e dai tigli; che denso e lieto verde gli

opponevano le tuje; di che sovrano fulgore investiva i fiori e allagava

il prato. Poi, di quelle piante conoscevo tutte le attitudini e le

movenze: dai molli abbandoni nell'aria mite, alle agitazioni penose

nella furia del vento. Anche avvertivo effluvi di profumi semplici e

commisti, alcuni dei quali da me non avvertiti mai. Certo, in quella

famiglia di piante ed erbe conoscevo pur dei rami che intisichivano,

e steli che pativano, e fiori che perdevano petali; ma tali indizi di

infermità e di morte sparivano dal mio sguardo confusi in un vasto e

complesso aspetto di giovinezza, di vita intensa, feconda, continua,

gioiosa: fiori e verde, luce e calore, giovinezza e amore!

Il sole! il sole! Finalmente nell'eterno splendore che avvolgeva

tutte le cose io rivedevo l'energia della vita universale e nella

vita universa tornavo a sentire me vivo. Al cielo, che bianco intorno

al divino lume diventava con insensibile gradazione del più puro

cobalto e del più puro indaco, tendeva da tutta la terra un'anima

sola, letificata: e in quella letizia comunicavano con voci udibili

e con voci inaudite le anime di quanti corpi volavano per l'aria; le

anime di quanti corpi correvano e indugiavano su la terra, o serpevano

tra l'erba, o si ricercavano sotto terra; le anime di tutti i fiori e

le anime d'ogni natura vegetativa; le anime delle acque fluenti, dei

fuochi e dei vapori latenti; le anime in tutte le forme ancora ignote

ad occhio umano, e l'anima mia. E per l'addietro io avevo infranto

in me il vincolo di tale comunione! Per essere felice, m'ero staccato

dalla universale vitalità; al lume del sole avevo creduto poter opporre

il lume del mio pensiero, e vivere! Pazzo!

Ora io mi gettavo su l'erba col gaudio di un bambino che ritorni tra

le braccia della madre. Navigavo con lo sguardo per il cielo fin dove

lo sguardo poteva resistere, e ascoltavo ogni più debole suono, e

addentrandomi con lo spirito nelle sensazioni molteplici, smarrivo

felice la continuità del mio pensiero. Oh non pensare! non pensare mai

più! e vivere!

Nè pensavo ai filosofi che predicarono il benefizio del tornare

all'amore della terra e della campagna: sentivo in me una virtù

superiore alle loro concezioni.

E non pensavo al piacere di chi va per i campi in traccia della sua

scienza di cause e di effetti, nè alla consolazione del poeta solitario

il quale chiama cielo e terra a testimone del suo amore.

Perchè io sapevo di una vita più viva, di una consolazione più pura,

di una gioia più umana e naturale insieme: quella della fanciulla che

viveva meco là fuori, nel giardino, con finezza sensitiva, con anima

ignara, con intelligenza serena. Per Ortensia tutto viveva; a lei tutto

parlava, senza sua riflessione, spontaneamente. Strapparla via di là,

a un tratto e per sempre, sarebbe stato come recidere un fiore.

Ella ne recideva, dei fiori, per adornarsene; ma alcune volte l'udii

dire: — peccato! —; e altre volte notai che dalla pianta non staccava

il fiore più bello.

In faccia al destino · 第 18 / 75 题