Però quelle parole di Eugenia m'impensierirono. Per la prima volta,
dopo, esaminai la mia condotta, meditai sugli obblighi che m'imponeva
l'amicizia, dubitai che uno squallido e sordido egoismo mi trascinasse
a colpa di cui un giorno la coscienza mi rimorderebbe. Egoista, io
cercavo dall'affetto di Ortensia un benefizio assecondando in lei
quelle tendenze che a giudicarle con senno e con lume d'esperienza
erano dannose. Volendo dimenticar me stesso cercavo di veder lei
spensierata, e volendo reprimere dentro di me un pessimismo mortale
cercavo quella sua serenità a cui tutto appariva bello e buono.
Infelice, io traevo rimedio da lei consentendo a una felicità fuori
della vita reale. Ma se io volevo bene davvero a Ortensia dovevo
esentarla dai pericoli di una infelicità futura; dovevo predisporla
agli urti della realtà, armarla contro le violenze del destino.
Eugenia aveva ragione. Il compito che la madre mi affidava, di
contenere nella figliola le facoltà e le illusioni pericolose, diveniva
per me un imperioso dovere per lo stesso affetto che mi ricambiava
Ortensia.
Come chi si rassegna a cosa inevitabile, deliberai dunque di ubbidire
alla mia coscienza, che ora mi pareva del tutto ridesta.... Oh la
coscienza! Perchè non mi avvertì dell'errore in cui cadevo? Che
precettore della vita potevo essere io che non avevo una fede? Senza
il conforto di una fede, a qual concetto e a qual sentimento della vita
potevo ammonire che non esprimesse il veleno di un pessimismo mortale?
A compier tale dovere temetti da prima di nuocere a me medesimo,
ora che mi sentivo ravvivare; poi (lo confesso come si confessa un
delitto), provai la soddisfazione appunto dell'adempiere un dovere
grave, e avrei detto che anche in ciò si rinforzassero in me le energie
dell'animo.
Se non che la fatica della mia volontà era poca.
È così facile intorbidare un'acqua limpida! M'era così facile, appena
succedevano in me rivolgimenti di malumore, ripetere a voce alta note
voci di pessimismo e di duolo, che ricorrevano per abitudine alla mia
memoria!
Oh come orribil sei — mondo gentil!
Oppure:
Ascolta, Azzarellina:
La scïenza è dolore,
La speranza è ruina,
La gloria è roseo nugolo,
La bellezza è divina — ombra d'un fiore.
O peggio:
.... Amaro e noia
La vita: altro mai nulla, e fango è il mondo!
Ortensia protestava:
— Vede se ho ragione io di non volerne sapere dei poeti? Noiosi! Han
sempre da lamentarsi!
— Essi però han più ragione di te: essi han vissuto e guardato nella
vita.
— No! no! han torto! Non posso credere! Noiosi!...
Protestava, batteva i piedi, ma come chi s'impazienta a udire ciò che
potrebbe esser vero.
E le ripetevo:
— Tu vedi tutto bello e tutto buono. Presto imparerai che al mondo c'è
più cattiveria che bontà e che il brutto supera il bello.
— Dio! Dio! che uomo! — esclamava; e rimaneva sopra pensiero un
istante, guardandomi quasi mi ricercasse nel cuore quanto dolore e
quanta sciagura m'avessero condotto a creder così. Le restava come un
timor panico negli occhi.
Anche le dicevo:
— Tu sei facile alle impressioni, ma rifletti poco. Comincia dunque dal
riflettere su le impressioni degli altri: leggi.
— Leggeremo! purchè non sgridi, non rimproveri....
Ma di leggere non avrebbe trovata opportunità se non si fosse mutato il
tempo.
Al principio di settembre piovve alcuni giorni di seguito, con
autunnale ostinazione; e poichè non bastava cucire o ricamare a sbalzi
per passar la giornata, Ortensia dovè prendere un libro. Avevo vinto.
E qual migliore consigliere di un buon libro? Io ne sceglievo di quelli
che rappresentassero la vita qual è. Potevo così interrompere il triste
ufficio di ammonitore e quietarmi nella consuetudine che il maltempo
rendeva più raccolta e più cara, costringendoci a restar quasi sempre
in casa.
Però anche lei, la sorellina, aveva vinto oramai. Era così ubbidiente,
paziente, affettuosa! Io per lei sentivo rifluirmi nelle vene il sangue
della salute, nè mi bisognava più uno sforzo di volontà a bandire dalla
mente i pensieri maligni.
Mentre la pioggia or bruiva a pena a pena or squassava a dirotto,
dalla poltrona ov'ero adagiato io sogguardavo, con le palpebre un po'
chine, alla cupa linea boschiva, in fondo, tutta velata sotto il cielo
piovoso, e dinanzi, giù nel giardino, agli abeti densi, dall'innumeri
braccia ad arco e dalle esili vette immote a ricever l'acqua come Dio
la mandava.
Ortensia leggeva. Non leggeva male; rilevava anzi agevolmente il senso
e variava senza leziosaggine la bella voce, e di tratto in tratto
s'arrestava, colpita.
— To'! Questo è vero! Questo è bello!
Ma talvolta non coglieva giusta la pronuncia di parole, o non poneva
giusto l'accento tonico. Correggerla era tempo perduto.
— Si dice così — avvertiva io. — E lei:
— Si dice così, ma io dico a mio modo; mi piace di più!
E avanti impavida.
Sopravveniva Eugenia.
— Cerca Ortensia; cerca Ortensia.... Dov'è? con Sivori! Sempre con
Sivori! Ma non vi stanca?
— Voi vedete.... Mi mette di buon umore.
— Non ditelo a lei, che è capace di vantarsene, la cervellina!
— Sì, mamma, che me ne vanto!
Quando non avevo voglia d'ascoltare, abbassavo del tutto le palpebre.
Sognavo? No. Avevo in quest'affetto un legame alla vita; non era più
un'illusione: per quest'affetto muterei in una operosità determinata
e proficua l'attività del pensiero che male avevo usata in difficoltà
insuperabili, rodenti ed estenuanti. La vita non sarebbe più per me
una condanna; la morte non mi darebbe più un'apprensione continua;
l'avvenire non m'era più pauroso, perchè non avevo più da sopportare
danni e sventure senza che una voce mi dicesse: «sopporta se non per
te, per me!» E mi sembrava che nel mio avvenire sorgesse, con novella
aurora, il sole.
Intanto pioveva. Quando però la pioggia scemava, quasi snebbiasse,
Ortensia correva a prendere l'immane preistorico ombrello di tela
cerata verde, che sudavo a portare, e via, qua e là, quasi sempre non
dove la strada era buona, ma per strade fangose.
Immaginarsi la fatica! Le scarpe caricandosi di fango, diventavano
grandi e pesanti come case; nondimeno bisognava ubbidire alla
signorina.
Al terzo o quarto giorno di quel bel tempo, l'acqua cessò quasi per
uno stacco improvviso; cadde un fascio di raggi tra il nuvolo. Ortensia
gridò felice:
— Non piove più! Andiamo al Ponte del Crocefisso, a vedere la piena?
Io astrologavo.
— Tra poco ricomincia.
— No. Lei non se ne intende! Non vede che Monfalco è scoperto?
«Monfalco senza cappello, fa bello, fa bello»!
— Ma l'ombrello non farà male.
— Le dico che non piove più! Sono pratica io!
Via dunque senza ombrello, alla volta del Ponte.
Ella provava la stessa gioia che traeva i passeri di sotto il tetto
a litigare, a garrire e a bagnarsi, o forse delle piante e delle erbe
che si asciugavano ricreate. Cadeva una luce pallida, che si sarebbe
detta umida anch'essa a vederla sull'erboso velluto del clivo; finchè
a levante trasparve, si colorì, si delineò, s'avvivò a un tratto, andò
attenuandosi e scomparve, l'arcobaleno.
— L'iride! — aveva esclamato Ortensia. — Glielo dicevo? Non pioverà più!
— È già sparito. Noi torneremo a casa molli fracidi.
Infatti da mezzodì avanzava una schiera d'altri nuvoloni, più neri,
che avrebbero persuaso un eroe romano a tornare indietro e che invece
attraevano alla meta la mia compagna. Ci arrivammo, come Dio volle, a
osservar l'acqua torbida che passava gemebonda sotto il ponte, superava
enormi massi alle rive, piegava i giunchi e le canne da cui l'oscura
vôlta era invasa. Da lato, più gaia, chiara e spumeggiante, precipitava
nel torrente l'acqua che un canaletto formato d'asse riceveva da un
serbatoio in alto. La chiesuola a capo del ponte e a ridosso del monte,
usciva candida dal verde folto e cupo, e dinanzi alla porta, più bassa,
aveva un piccolo portico.
— È uno spettacolo stupendo! un paesaggio stupendo! — Ortensia ripeteva.
Io guardavo il cielo livido, plumbeo.
— Ortensia, ci siamo!
— Uhm! Comincio a crederlo anch'io! M'è caduto un gocciolone sul naso!
Ci rifugiammo, di corsa, là sotto il piccolo portico.
Ora quasi mani invisibili con infantile divino sollazzo rovesciavano
dal cielo secchie a furia; fitta fitta, grossa grossa, scrosciava la
pioggia: precipitava; piegava ramoscelli e rami; penetrava tutto, si
raccoglieva in rigagnoli, correva, allagava; e sotto quel chiasso il
rombo sinistro del fiume e il fragor della cascata.
La breve zona asciutta, ove eravamo, assumeva in tale diluvio, in tale
violenza, un'apparenza di protezione miracolosa; e a guardar per la
grata nell'oratorio, veniva da quel silenzio di là dentro, da quel
senso di chiuso, da quella penombra in cui giaceva il Cristo di rozza
pietà, una promessa di pace contro tanto fracasso.
Ortensia guardò là dentro anche lei; poi sorrise a riveder l'intemperie.
— Come si sta bene qui! — Ascoltava.
A me una voce diceva: «Per due anime concordi c'è sempre un asilo».
E il giorno dopo:
— Che piova un poco, pazienza! Ma così! — Ortensia batteva i piedi per
l'ira. Soggiunse:
— È ora di finirla! Non ha desiderio d'un po' di sole anche lei?
Ebbene, sì, anch'io desideravo il sole! Con un piacere, con una letizia
lo desideravo, quale non avevo provata forse mai in mia vita.
Oh il sole! il sole!
Comprendevo la gioia che del sole avrebbe Ortensia; e dal medesimo
nostro desiderio apprendevo che la nostra consuetudine era divenuta
l'affinità spirituale da me voluta; io sentivo che finalmente godrei
del sole come Ortensia, con Ortensia.