Ortensia non osava più, adesso, varcare il limite del cancello senza
avvertirmene.
Risento il piacere di quando, o dalla sala a terreno o dalla terrazza,
l'udivo chiedere alla madre o ad altri: — Dov'è Sivori? —. Impaziente
gridava forte: — Sivori! —, come chiamando Mino; come si chiama un
fratello. E se non mi trovava a terreno saliva di corsa alla mia
camera.
_Toc toc_.
— Che c'è?
— Mi accompagna alla bottega? — Era una botteguccia sulla via
maestra, in cui vendevano un po' di tutto. — Andiamo a comperar aghi e
cotone....
Oppure: — Vado all'orto per la frutta. Chi mi accompagna, lei o Mino?
— Tutt'e due!
Con maggiore attraenza andavamo alla cascina, non solo perchè c'era il
lattonzolo da riverire, le faraone e le anitre in attesa di becchime
e la massaia ridanciana; ma perchè la viottola che vi conduceva, al
di là dell'antico convento, era deliziosa per querce e per radure che
svelavano a tratti cielo e terra.
Quando poi aveva da cucire, Ortensia non restava più chiusa nella sua
stanza; cercava ne ammirassi ora la voglia di lavorare, la pazienza fin
a proseguire il ricamo di Marcella. Spesso diceva:
— Sono buona?
Buona, compiacevasi di udirselo ripetere, appunto perchè consapevole
della energia di volontà che, come le faceva parer bella talvolta la
ribellione, ora la conteneva in tanta sommissione con me.
Ripeteva: — Non mi sgriderà più: è vero? Mai più!
Per poco io non rimproveravo me stesso dell'aver dato soverchia
importanza a scappatelle; e pur temendo il malesempio di Anna,
ripensavo di Ortensia: «Il male è giunto al suo orecchio e alla sua
mente, ma senza contaminarla».
E pareva che questo pensiero mi facesse bene.
Anche con Mino, che avevo indegnamente tradito andando alle Grotte
senza di lui, avevo fatto la pace; ed egli interveniva ai miei colloqui
con la sorella, e pretendeva lo aiutassi a incollare o ingommare. Saldo
su le gambe, sicuro nel grembialone come in una corazza, col pennello
in resta, guai a non ubbidirgli!
Ma pur troppo io ero solo con me la mattina presto, allorchè mi pareva
più difficile riprendere la vita.
— Poltrone! — dicevo a Mino. — Ed egli:
— Più poltrona Ortensia! Diglielo a lei, che si alzi prima; lei è più
grande.
Non glielo dissi a Ortensia; ma essa ci udì, e diventò mattiniera.
Ai primi albori, dalla finestra spalancata della mia camera, io
vedevo ogni giorno un chiarore tenue, come di neve lontana nella notte
profonda. E più sollecita di ogni altro alato, una capinera mandava il
primo richiamo da lungi. Di dove mai? Nessuno rispondeva: essa ripeteva
più forte. Nessuno; e ripeteva più forte, approssimando. D'improvviso,
dal tetto o da un abete, sorgeva nitida, vigorosa, breve, la risposta.
Si ritrovavano così le piccole creature, e sol due, risvegliate nel
mondo immenso quando ancora tutti dormivano e tutto dormiva, e forse
rabbrividendo alla frescura sogguardavano con gli occhietti pavidi
al cielo, fuorchè da una parte, ancora notturno. Nelle loro voci era
un'ansietà di letizia non consentita a pieno, una trepidazione, uno
smarrimento quasi di paura. Piccole, innocenti creature, sol due nel
mondo immenso! Il giorno volevano; la luce, il sole! Quanto tardava!
Ma ecco il suono delle campane mattutine.... Nell'aria quieta e densa
i rintocchi suscitavan copiose onde vibranti, sì che tutta l'aria
sembrava agitata da un tremito metallico.... Poi il sole sormontando
suscitava innumerevoli specchi dalle foglie del platano e del cedro
aperte a rifletterlo, e crivellava di punti vividi i sempreverdi, e
indorava le ragnatele tra gli aghi degli abeti. Un brivido scorreva
per tutte le fronde, e tutte le piante parevano adergersi in una nuova
intensione di vita verso il cielo e verso il sole.
Infine, i rumori della strada....
Io risentivo fuori di me, per tal modo, l'armonia del giorno; ma
tuttavia mi chiedevo che cosa me ne avesse escluso, m'impedisse ancora
di parteciparvi con tutta l'anima. Quale colpa? qual destino?
A lungo attendevo, così. Quindi mi richiamava la bella voce: — Buon
giorno, Sivori!
Appena alzata Ortensia veniva sotto la mia finestra a salutarmi con un
lieve inchino, sorridente, il sole nei capelli.
«Dimenticare me stesso!» E scendevo.
.... Nè tacerò di un altro conforto che ebbi in quei giorni.
Pieruccio Fulgosi, dopo la gita alle Grotte, spasimò a dirittura
e visibilmente per Ortensia. Alle canzonature di Anna, alle
contraffazioni di Guido, ai miei sorrisi pietosi, agl'incitamenti di
Roveni, che battendogli una mano sulla spalla gli diceva: — Coraggio,
giovinotto! —, e sopra tutto all'incuranza di Ortensia, egli la sera,
durante i ballonzoli e i giochi, opponeva una faccia patibolare, un
silenzio patetico, un colletto sempre più angusto.
Quando, un pomeriggio, la signora Fulgosi, adducendo con Eugenia non so
che pretesto, venne da me per parlarmi in segreto. Aveva gli occhi fuor
del capo, come spesso; il viso pallido come sempre, e più del solito il
_tic_ delle palpebre e le raggricciature del naso. Sobbalzando con le
parole dietro le idee precipitose, quelle sue smorfie rappresentavano
gli sforzi per trattenere il filo delle idee e la furia delle parole,
mentre accrescevano l'espressione dell'aspetto tragico.
— Ah dottore, dottore! — cominciò affannosa e tremando —. Mi aiuti lei!
mi consigli!
Dubitai che in un accesso isterico avesse sofferto di qualche nuovo
malanno, e stavo per ricordarle che non esercitavo la medicina. Ma ella
esclamò: — Pieruccio! —; e recò le mani alla fronte, contro i capelli,
disperatamente.
— Che passione! Il mio Pieruccio..., questa notte.... — proseguiva
piano per aumentar l'enormità del fatto —, questa notte è uscito
di casa! Fuori di casa, la notte! Me ne sono accorta io!... Mi son
gettato uno scialle indosso e l'ho seguito. Immagini una povera madre,
di notte, per la strada, a quel modo, rasentando la siepe per non
esser vista.... Si è fermato qua, di fronte alla villa, proprio dove
sta _Giovannin_ il cieco, e pareva aspettasse.... Immagini, dottore,
immagini la mia angustia! Pensavo che la finestra s'aprisse; che
Ortensia gettasse le chiavi del cancello.... Che scandalo! Sarebbe
stata una sciagura per tutti!...
— Ma la finestra è rimasta chiusa, — feci io sorridendo, certo.
— Sì.... Avrò avuto torto di pensar male della ragazza.... Ma troppa
libertà! troppa libertà, dottore! Le ragazze in Inghilterra godono di
molta libertà, ma si educano in altro modo.... E intanto Ortensia mi ha
innamorato Pieruccio.... Capisce? Per esserle più vicino col pensiero
viene qua di notte! Poverino! È una passione terribile! A diciassette
anni.... Che passione!
Io contenevo a stento un commento sarcastico. Ella proseguiva:
— A vederlo immobile là, sotto la finestra di Ortensia, non mi è
rimasta una goccia di sangue nelle vene. Meditava il suicidio?... Gli
ho detto, accostandomi a poco a poco: «Torna a casa con la tua mamma»;
e lui, poverino, mi ha seguita come un agnello.
Colsi la pausa, che la commozione imponeva, per suggerire:
— Lo allontani.... Guarirà presto.
Ma la signora m'investì quasi a un affronto:
— Guarirà presto?! Presto?! Ah lei non sa che cosa ha fatto appena a
casa!... Una frenesia! un orrore! È nervoso come me.... Improperii,
bestemmie, maledizioni: anche a lei, dottore!...
(.... Poco male!)
—.... Maledizioni a tutti: Anna, Roveni, Guido, Moser. Non riuscivo a
quetarlo! Ha fracassato le seggiole, ha rovesciato il tavolino, ed è
andato in terra, in frantumi, il portafiori!: un portafiori di Boemia,
stupendo, magnifico!, dono di mia zia, la De Mol... Ha minacciato fin
suo padre, che è accorso....; e anche la cameriera!
(.... Come non ridere?)
— Allontanarlo, lei dice? È la mia idea. Subito! Domani! Lo manderò da
suo zio, mio fratello, il colonnello De Mol, a Varezze.... Bel sito,
Varezze! Ci son molti villeggianti e ci si divertono. Ma mandarlo con
chi, Pieruccio? Con suo padre?
— Con suo padre.
Non l'avessi mai detto! La signora gridò:
— Il cavaliere...., mio marito, a Varezze, in mezzo alla società, alle
donne? Non tornerebbe più a casa! — E spalancò le braccia come se il
cavaliere le fosse fuggito allora di seno. —.... Ah dottore!, i misteri
delle famiglie! Mio marito ha colpa di tutto! È lui la pietra dello
scandalo! Fulgosi è un uomo.... che non invecchia, un seduttore, un
gentleman traviato che non esiterebbe, se potesse, se io non tenessi
sopra tutto al mio decoro...., non esiterebbe a disonorarmi, a tradirmi
fin con donne vili! Ma io sono una gentildonna, una De Mol, parente
dei De Mol che han la villa a Rivalta! Maria, la povera Maria, che morì
etica — un angiolo! — era mia seconda cugina....
— L'accompagni lei, Pieruccio....
— Peggio! Lasciarlo a casa con la cameriera, mio marito?... Non mi
fido! Capisce?
— Capisco.... — (Il cavaliere cominciava a diventarmi simpatico). —
Dunque, lo lasci andar solo, Pieruccio....
— Solo, no. Temo, dottore.... L'avesse visto ierisera! Oggi dorme: gli
ho data tanta camomilla! Ma la passione.... Se si getta sotto il treno?
A queste parole la povera donna contrasse la faccia in modo da far
rabbrividire. Se non che io ero sordo e cieco alla pietà, anche perchè
avevo compreso ch'essa voleva l'accompagnassi io, il suo Pieruccio, a
quel paese.
Spietato a dirittura mormorai: — Se l'accompagnasse la cameriera?
— Oooh! — La signora non dubitò che io scherzassi, ma si meravigliò non
tenessi suo figlio per più che un ragazzo. La passione lo ingigantiva
agli occhi materni; la passione.... e la lettura dei giornali.
— Sempre suicidi d'amore! Per me, io non voglio armi in casa. Pieruccio
desiderava lo schioppo per andar a caccia con Guido Learchi. Niente!
Gli ho regalato invece il binocolo....
Ah! il binocolo fu la mia salvezza.
— Stupendo binocolo! — esclamai; e assunta tutta la gravità possibile
parlai a lungo, da sapiente consigliero. — Nei giovani, signora,
l'ambizione di primeggiare supera ogni altra passione; vince, se
soddisfatta, ogni altro desiderio, ogni male. Il binocolo che lei
ha regalato al suo figliolo è davvero invidiabile in un luogo come
Varezze per scrutar il mare, la riviera, l'orizzonte, le signore e
le signorine. I giovinotti invidieranno Pieruccio. Le signore e le
signorine se lo contenderanno.... — (il binocolo se non Pieruccio) —
Ed è questo il mio consiglio: che lei lasci travedere al suo figliolo
il piacere che troverà laggiù; l'invidia che vi susciterà. Conosco i
giovani: son certo ch'egli partirà volentieri....
Io avevo corso il rischio d'infuriare la gentildonna e d'esser
assalito come capitava al cavaliere. Ma per fortuna anche stavolta
la mia serietà non la lasciò nel dubbio di una canzonatura; e la mia
esperienza nella medicina delle passioni dovè convincerla.
Infatti il giorno dopo Pieruccio partiva, accompagnato dal binocolo
invece che da me o dalla cameriera.
Anna Melvi ne fu dolente, chè perdeva chi le serviva da contraccolpo
alle chiassose lusinghe con cui tentava Roveni. Quanto a Ortensia, ella
trasse un sospiro di soddisfazione; disse: — buon viaggio! — e non ne
parlò più.
Ma chi lo crederebbe? La mia soddisfazione fu assai più grande!
Già più volte io avevo chiesto a me stesso: «Se il mio affetto non
è assurdo e insano, che farò quando, presto o tardi, saprò Ortensia
fidanzata? quando andrà sposa?» E avevo risposto con animo tranquillo:
«Farò come un fratello. Ne godrò».
Ebbene, il godimento che provavo per l'allontanamento di Pieruccio non
era forse quello di una gelosia cessata? Non avrei osato confessarlo,
ma mi aveva tenuto inquieto a lungo quello scimunito, che ricercava
invano lo sguardo di Ortensia; mi aveva turbato quel meschino ragazzo
che si era ridotto a vagheggiare il suo amore di notte, attraverso
la finestra chiusa e dal sito ove Giovannin il cieco stirava
dall'organetto l'«addio mia bella, addio»! Senza mai confessarlo a me
stesso, io avevo temuto che vagheggiata da Pieruccio Fulgosi, Ortensia
riflettesse come ella poteva già essere amata, più virilmente, da
altri; oscuramente io avevo temuto che questo solo pensiero in Ortensia
mi carpisse parte del suo affetto per me!
.... Fu dopo la partenza di Pieruccio che Eugenia, a vedermi la fronte
sempre più schiarita, si compiacque del mio miglioramento.
— Merito vostro, di voi tutti — io le dissi. — Sento il bene che mi
volete e non me ne sento più indegno. Come ricambiarvi?
— Restate qua con noi sino all'inverno.
— Impossibile!
Pur troppo il tempo volava e presto dovrei abbandonare Valdigorgo per
cercar lavoro, sebbene non sapessi nè dove nè come. Io non ero tal
possidente da vivere di sola rendita; nè speravo più rendite dagli
studi, a cui avevo rinunciato per sempre.
Eugenia riprese:
— Non parliamo di partenza adesso; ve ne prego anche per Claudio. Per
Claudio? — aggiunse sorridendo. — E Mino? E Ortensia?
Allora io le dissi: — Sapete che mi par d'avere una sorella in Ortensia?
— Fosse davvero! Anzi; trattatela proprio da sorella; correggetela de'
suoi difetti.
— Sono così bei difetti!
— No, Sivori. Ortensia mi dà molto pensiero per il suo carattere. È
eccessiva in tutto. A vederla, sembra sicura, sicurissima di esser
felice per tutta la vita e si direbbe che non si preoccupi di nulla, ma
poi, di tratto in tratto, senza che se ne sappia il perchè, ha certe
malinconie...; i famosi capricci. Ve ne sarete accorto anche voi,
benchè da poi che siete qui voi questo sia accaduto più di rado. Ma vi
ricorderete delle bizze che faceva da bambina a contrariarla. Adesso
per lei è una contrarietà intollerabile ogni volta che s'accorge che la
vita non possiam farcela noi a nostro modo. E a questo mondo bisogna
invece sopportare, soffrire. Ci son tanti doveri da compiere!; e la
nostra volontà non val nulla in quello che non dipende da noi. Vorrei
vederla persuasa di queste cose, per risparmiarle dolori più grandi in
avvenire. Ho torto?
— No — risposi.
— Per darvi un'idea del suo carattere: quando ero malata diceva con
ira al medico: «Voglio che la mamma guarisca». Voglio! Il medico e
la malattia dovevano ubbidire a lei. Io peggiorai; e allora fu per
parecchi giorni una disperazione muta, continua. Non mangiava, non
dormiva più, sempre al mio letto, e guai se il medico o Claudio o
Marcella tentavano di confortarla. Ma se io morivo?
Il discorso fu interrotto dal sopravvenire di Ortensia....