III.

Si vedrà poi il perchè io mi costringa a raccontare la mia storia. Non

la racconto, certo, per voluttà di dolorose rimembranze — le spasmodie

romantiche han stancato il mondo, — nè per dilettantismo letterario —

bel gusto parere un letterato ai medici e un medico ai letterati! — No,

no; il mio intento è non so se più umile o più alto.

Ma poichè la prima cagione di un lungo soffrire fu l'infermità che

mi condusse a Valdigorgo, bisogna pure che io accenni un po' più

chiaramente a quel che avevo.

Medico non senza qualche nozione di psichiatria, facilmente io avrei

saputo definire in altri il mio caso. In costui — avrei detto — ci

sono indizi sicuri di «lipemania», c'è «atonia della sfera psichica»,

c'è «malinconia lucida». Se non dimostra egli stesso gravi anomalie

o asimmetrie somatiche, il suo albero genealogico deve annoverare

individui colpiti da pazzia degenerativa: costui è candidato al

manicomio o al suicidio. — Così avrei detto di un altro; ma di me mi

ostinavo a pensare diversamente, e non solo perchè mi mancavano di

quelle tali anomalie o asimmetrie gravi, e non solo perchè il mio

albero genealogico, da quante generazioni ne conoscevo, non aveva

fruttato mai pazzi o lipemaniaci.

Del mio male senza dubbio c'eran cause all'in fuori dell'ordine

fisiologico. Quali cause, insomma? Vi dirò: immaginate un uomo che

credè di poter volare al cielo.... — «il sapere» disse Shakespeare

«è l'ala con cui si sale al Cielo» —, e immaginatelo quest'uomo

precipitato dall'alto del suo sogno in un abisso buio e freddo,

con addosso l'irrisione di tutto l'universo e di sè stesso. Non

comprendete? Oh come manifestarvi allora, in poche parole, la mia

miseria? Io ero vittima del mio orgoglio e mi ritenevo nientemeno che

una vittima del secolo scientifico. Nell'immenso, stupendo progresso

delle scienze nel secolo XIX avevo sorprese certe relazioni forse

sfuggite a tutti, certe comprensioni sintetiche sfuggite a tutti

nell'abuso dell'analisi; e poggiando su di esse avevo preteso di

superare i limiti della scienza.... Il meglio della mia vita era stato

sacrificato così, dolorosamente, ad apprendere la vanità de' miei

sforzi. Eran stati lunghi anni di lotta. Avanti per la verità! avanti

per la gloria!; e ogni giorno più dubitavo e soffrivo; finchè, al

crollo del mio edifizio, caddi, vinto, nel nulla. _Nel nulla!_

Forse fu ingiusta l'imprecazione di un filosofo: «Scienza, perchè

arricchisci la mente a scapito del cuore?»; forse ciò non è vero. Ma

io, che non ero più uno scienziato o che, avendo violentato il potere

della scienza, non lo fui mai, io più spaventosamente d'ogni altro

dovevo pagare il fio della mia insania: il mio cuore era esaurito; _non

sentivo più nulla_. Ecco perchè non giudicavo quest'apatia un semplice

caso di «atonia della sfera psichica».

Non basta. Negli esauriti o neurastenici è frequente la tentazione

della morte e, insieme, l'orrore della morte. Ed io pure, uomo divenuto

inutile a tutti, a tutto e a sè stesso, io pure desideravo morire e non

osavo. Ma in me non c'era un avvilimento inconsapevole: io avevo voluto

dimostrare con modo e metodo positivo che al di là della trasformazione

del nostro organismo in dissoluzione l'anima sopravvive....; e da quel

tentativo di confermare con la scienza l'antica fede mi era rimasta

l'apprensione dell'_al di là_. Ecco perchè non mi credevo semplicemente

un neurastenico. Mi credevo invece caduto non per stanchezza ma per

disperazione; e nello stesso tempo mi vedevo pessimista insanabile non

per «depressione del tono vitale», ma per la certezza che eran stati

vani i miei sforzi e sarebbero sempre vani gli sforzi della scienza a

varcare i limiti di ciò che si definì l'_inconoscibile_.

Non importa dire in che errasse, o quanto, la mia diagnosi: importa

vedere com'era grande la mia miseria. Consideravo in me effetti e

fenomeni diversi da quelli ben noti alla psichiatria, e pur scorgendone

la somiglianza con quelli, li consideravo più paurosi, d'un'entità vaga

e più vasta; la mia miseria era quindi più grande che quella di un

medico che scorga in sè stesso una malattia incurabile, con fenomeni

fisiologicamente chiari, patologicamente certi, senza tenebrose

estensioni....

Eppoi.... Eppoi, tiriamo innanzi!

In faccia al destino · 第 8 / 75 题