La mattina dopo mi incamminavo al di là del cancello per la via montana
a cercar un nuovo e più sicuro nascondiglio. Ma troppo tardi! Ortensia
mi raggiunse di corsa.
— Andiamo a salutare _Giovannin_?
Andammo là, presso il muricciolo di fronte alla villa, dove ogni
mattina Giovannino il cieco veniva, con lo sgabelletto sotto il
braccio, l'organetto in una mano e il bastone nell'altra. Ivi, accanto
al muro, sedeva ad aspettare l'elemosina mentre riprendeva dallo
sfiatato strumento l'«addio, mia bella, addio!»; e intanto borbottava
e sorrideva, nessuno sapeva a chi.
Per gli occhi aperti e immoti non vedevano le spente pupille; non
aspetto di cielo e di campagna o di persona tornava alla memoria di
quel povero diavolo. _Giovannin_ sorrideva, ma d'un sorriso cieco
anch'esso, come per una insistente contrazione delle labbra, o
per ebetudine; finchè non sopravvenivano i monellacci. Allora, giù
l'organetto e su il bastone! S'alzava in piedi, ad armarsi anche dello
sgabelletto, quando i nemici l'assalivano troppo da presso; e alle
beffe rispondeva con parole oscene, che anch'egli aveva apprese. Senza
dubbio però quell'omicciattolo dalle gambe rachitiche e storte, dalla
testa enorme, su cui non bastava il cappello elemosinato, dalla fronte
nera di schianze per botte contro i muri, dal dorso informe nel gabbano
non proprio, dai piedi perduti in mostruose scarpe, quel miserabile
aveva talvolta consolazioni per le quali sorrideva in altro modo, con
un barlume di pensiero e di sentimento.
Ortensia gli chiese:
— Sai chi sono?
Subito egli, tutt'allegro:
— Ortensia di Claudio!
Fin da bambine Ortensia e Marcella gli recavano i dolci e le frutta.
— Mi vuoi bene?
— Come a Dio!
La ragazza ruppe in una risata esclamando: — Troppo! troppo! — Ma quel
troppo rispondeva a una elemosina più copiosa del solito.
Scambiate poche altre parole col cieco, Ortensia mi chiese:
— Va a spasso?
— Sì.
— Buona passeggiata!
Nient'altro ella disse; non dimostrò intenzione d'accompagnarmi, nè
fece alcun accenno alle raccomandazioni paterne della sera innanzi.
Fosse nel suo contegno delicatezza spontanea, o suggerita dalla madre,
le scorsi in viso il sincero augurio che la passeggiata mi facesse
bene. Quasi che camminando io potessi fuggir da me stesso!; quasi che
io potessi non riferir la mia miseria a ogni cosa che trattenesse
il mio sguardo, a ogni persona che incontrassi! Mi confrontavo a
Giovannino. Ero forse men cieco di lui io che vedevo senza lume di
ragione l'infinito universo e nell'infinito universo vedevo senza
un perchè l'atomo del mio corpo, l'attimo della mia esistenza?
Ma _Giovannin_ almeno or s'adirava, or sorrideva. Io invece non
sentivo nulla, più nulla! Oh, non potendo amare, se avessi potuto
odiare! Odiare con la voluttà del despota che uccide e distrugge,
con lo scherno del misantropo che nega ai credenti e agli illusi la
possibilità d'esser felici! Odiare il gregge matto che pasce e si
riproduce nei pascoli opimi o fra i triboli, e bela invocazioni alla
felicità! Odiare l'umanità che trovò il telegrafo e perdè Dio; che
rintraccia bacilli mortiferi e patisce il raffreddore; che proclama
fratellanza e perfeziona la guerra; che va in chiesa e s'uccide per
amore; che scrive poemi e pute!
Ma neanche odiare potevo! Nulla! Per me al mondo non c'era più
nulla! Solo quel vuoto enorme entro di me.... — Buona passeggiata! —
Voleva forse l'augurio che divagassi lo sguardo per i noti luoghi e
ricuperassi altri ricordi?
Ebbene: mentre salivo alla strada dell'antico convento, sulla porta
della prima casupola, trovai, di poco mutata, la pallida fanciulletta
che un giorno, con gli occhi nel mistero, m'aveva dimandato: — Li fa la
gatta i gattini?
Ed ecco da questo ricordo derivarne, non so come, un altro: di una
faccia puerile anche più pallida. Era tra le memorie della mia gaia
vita di studente l'impressione che provai un giorno, quando su la
tavola anatomica vidi un compagno spolpare le gambe d'un bambino.
Tranquillamente m'ero esercitato in più d'un cadavere.... Eppure la
vista di quel bambino...., che impressione! Or dunque ascoltai se
questo ricordo mi rinnovasse il senso penoso di quell'impressione
antica. No. Rimase un ricordo del tutto mentale; non sentivo più nulla;
e la pallida ragazzetta, riconoscendomi, stupì che non le dicessi
nulla.
— Buona passeggiata! — Poco oltre, a una seconda casupola, intravvidi
il calzolaio socialista, che, un giorno, alla mia richiesta se pensasse
di non dover più tirar lo spago nella sua repubblica sociale, aveva
tratto dalle ginocchia una logora ciabatta, e mostrandomela aveva
risposto:
— Invece che rappezzare di queste, cuciremo scarpe nuove!
Così il ciabattino concepiva le sorti progressive dell'umanità! Ma a
rivederlo, ecco un altro ricordo: nelle sorti progressive dell'umanità
io ci avevo creduto più di lui! Una fede più grande io avevo avuta!
Ah i bei tempi quando dallo studiare il male in questo o in quell'uomo
ero risalito a studiar la vita di tutti gli uomini; dalla medicina alla
storia, dalla storia all'antropologia, alla biologia, alla psicologia,
etcetera, e avevo distrutto dei e religioni, filosofi e sistemi, per
conquistare positivamente Dio!
Bei giorni anche quando avevo visto morire i miei con sereno dolore,
con nobile rassegnazione alla necessità della vita!
Bei giorni quando la morte non mi faceva ancora ombra all'amore e delle
donne amate per brev'ora non scorgevo lo scheletro, non mi chiedevo
perchè e come era viva la carne che ne rivestiva lo scheletro!
Chi mi avrebbe mai detto in quei tempi di fede: Verrà il dì che
proverai in te un male a cui non basteranno le docce, da te consigliate
adesso a chi non ha la tua fede! — Altro che nervi esausti! Il cuore,
il cuore era esaurito; e non di sangue; e a tal punto che...
Meglio ridere!
Al bivio presi la via del monte. Ci rividi Martino, cenciaiuolo e
merciaiuolo, che scendeva con la biroccia e l'asino. Dei due, chi
mostrava più segni del tempo trascorso nella mia assenza, non era
l'asino, era Martino. Aveva la barba bianca e camminava curvo; non
come una volta a lato alla biroccia, ma dietro. L'asino invece, tale
e quale: nel pelo, nell'andatura, in tutto. E dei tre, il cenciaiuolo,
l'asino ed io, chi più invecchiato? Io! Ma che cosa mai aveva meritato
o demeritato dalla sorte in quei due anni l'onesto Martino? Così
invecchiato mi appariva, che non potei non interrogarlo.
— Nessuno al mondo è felice come voi! — io gli dissi per ridere, per
divagarmi.
Mi guardò e rise lui per rispetto; chè alle canzonature degli eguali
rispondeva in altro modo.
— No? — continuai. — Vostra moglie non sta bene?
— Bene; grazie a Dio.
— Foste ammalato voi?
— Grazie a Dio, nossignore.
— E l'asino sta benone! Dunque è cresciuto il prezzo della mercanzia?
— No, no! Il percalle anzi si compra meglio; anche la tela. Ma.... —
sospirò.
— Calato il prezzo degli stracci?
Scosse il capo guardandomi tuttavia incerto.
— Ah, capisco! Qualche disgrazia, forse, che non potete confidarmi....
Il poveretto, da uomo uso a longanimità, chinò la testa e tacque a
lungo. Quindi si sfogò:
— Le par poco, a lei, lavorar vent'anni, da casa a casa, a stentare il
soldo? Consumare le gambe; mangiar polenta, e non avanzarsi un soldo
per....
Io lo prevenni:
— Per aprir bottega!...
— Non è vita da cani questa?
A parte la vita da cani; ah! ah! ecco il male di Martino! Una
botteguccia nel villaggio gli avrebbe reso meno che il mestiere
ambulante; e altra volta avevo cercato persuaderlo con argomenti e
conti. Invano: la bottega era il suo sogno e il suo rovello. Più che la
stanchezza di gambe e di pazienza e peggio che la polenta lo tribolava
l'ambizione non soddisfatta. Affanno assiduo e pane quotidiano, per cui
invecchiava, gli era un'ambizione insoddisfatta! Ma io perchè ero più
invecchiato di lui? Ecco un altro ricordo: senz'aver avuto mai nè donna
nè asino che mi volesse bene, o a cui io volessi bene, come Martino,
io avevo avuto una assai più nobile ambizione. La gloria! la gloria! la
gloria!
Quanto all'asino....
Il collo dimesso, le orecchie pendule e gli occhi sonnolenti, l'asino
che io interrogavo per ridere, per divagarmi, rispondeva:
— Solita vita, caro signore! — Tritar fieno e paglia, nel sacco che
gli dondolava al collo, strada facendo; brucare acacie, arrivandoci, e
scorticare il prato quando aveva erba fresca; d'estate arrostarsi dalle
mosche con la squallida coda o drizzare il pelo indosso l'inverno;
grattarsi la schiena, nella stalla, contro il muro e fuori, in mezzo
alla polvere, con ragli e gamba all'aria; dare il buon giorno, in suo
modo, al padrone e tutto il giorno vagar con lui senza intromettersi
a contratti e a diatribe. Neppur si curava, per ragioni sue intime,
non meditate e non lamentate, delle asine in cui s'incontrasse: appena
a primavera le salutava; ma d'un saluto fraterno, o d'un reciproco
ingenuo poetico richiamo alla natura novella.
E poichè l'asino di Martino era anche utile al commercio e
all'industria, forme e prove di progresso umano; poichè all'industria e
al commercio senza dubbio è più utile un merciaiuolo che un filosofo;
poichè, secondo filosofia, di me viveva meglio il cenciaiuolo, ma,
secondo natura, del cenciaiuolo viveva meglio l'asino, fra i tre il più
sapiente era dunque l'asino e fra i tre il più asino ero dunque io!
Ridere?... Ripensavo:
Interrogai la divinità, non mi rispose. Interrogai gli uomini, non
seppero rispondermi. Interrogai le cose, mistero! Interrogai me stesso,
e seppi che non posso sapere....
Dall'asino, tutt'al più, posso apprendere che per vivere non importa
sapere; e un tempo mi sarebbe bastato opporgli: senza sapere che
importa vivere? E adesso io vivo senza sentire!
— Addio Martino! Cerca fortuna, per la bottega....
Per me non c'era più alcuna fortuna, alcuna speranza!
Voglio dirla la cosa orrenda! Voglio dir tutto!
Ero arrivato a tal punto d'insensibilità che i miei morti — mio padre e
mia madre!... — tornavano al mio pensiero, c'insistevano, ma io non ne
avevo più il sentimento! Che io non pensassi nemmeno a mia madre morta
quando nella morte scorgevo solo un fatto fisico, una trasformazione
materiale, pazienza! Ma ora le ombre dei miei tornavano a me; e non
parlavano più al mio cuore; come illusioni inutili! come niente! Ora io
pensavo che la morte non fosse annientamento della coscienza, non fosse
solo trasformazione della materia, nondimeno ogni affetto dei miei
cari, anche ogni affetto dei miei cari era spento in me! Comprendete
tutta la mia miseria?
Orribile! Se la scienza, non per effetto necessario ma per sola
conseguenza occasionale, può avere condotto un uomo, un solo uomo, a
tale estremo, sia pur maledetta la scienza!
— Buona passeggiata! — Proseguivo per l'erta via che congiunge
Valdigorgo a Paviglio. Da Valdigorgo giungeva ancora, a quando
a quando, un confuso murmure di voci e d'opere. Salivano donne
fastidiosamente liete della vendita o della compera al mercato;
transitavano carbonai e somieri: ai lati, ora spazi di campi, ora
lembi di bosco, e verdi ripe, lente o scoscese; qua donne con le
vesti succinte che ammucchiavano il fieno; là una mucca che pasceva,
una pecora che sbucava da una macchia; più oltre una casupola nitida.
Chioccolii nella fratta. Ma la vita che scorgevo e udivo intorno a me,
no, non mi ridava l'anima! Tra due massi scaturiva un'acqua sorgiva
che rigava d'una limpida vena un fossatello senza limo. Nè io avevo
sete. Un birocciaio però, venendo con la biroccia carica di legna,
lasciò procedere i muli, e gettatosi in ginocchio a terra, con la testa
indietro e teso il collo, ricevette il zampillo nella bocca; avido,
ingordo, d'un solo fiato. La gola riarsa si dilatava, palpitava al
passar del liquido e della frescura.
Ristoro ineffabile! Splendevano gli occhi all'uomo quando si rialzò
con un forte: — Ah!... — E riafferrata la frusta mentre si asciugava
la bocca col dorso dell'altra mano, egli la fe' schioccare, e mandò da
lungi un grido alle sue bestie.
A me parve un uomo che avesse ricuperato la vita.