IV.

Tra i pochi che venivano alla villa Moser c'era per me una sola persona

nuova; l'ingegnere che Claudio aveva assunto a dirigergli la fabbrica

di laterizi. La fornace che era stata principio alla fortuna di Moser

e che aveva dato aumento al lavoro degli operai in Valdigorgo, era

divenuta una delle più rinomate nell'Italia settentrionale; a vigilarne

l'andamento non bastò più la sola attività di Claudio da quand'egli si

fu addossato altre imprese.

E soli assidui alla villa, per lo più di sera, erano i Fulgosi, i

Learchi e le Melvi: pochi, perchè Moser pretendeva libertà e pace

almeno in casa sua, nell'asilo del suo riposo, sebbene anche qui

piuttosto che riposare egli svariasse la sua alacrità.

Profittando della distanza dal paese (la villa era a monte e il

paese tre chilometri a valle), Eugenia sapeva accontentare il marito

conservando buone relazioni con le famiglie paesane più notevoli senza

che queste potessero, come forse desideravano, turbar la pace di lassù.

Non la turbavano essi, i villeggianti prossimi e vecchi d'amicizia e di

consuetudine. Ma nell'infermità dei miei tristissimi giorni come eran

noiosi, insoffribili per me anche quei pochi e vecchi conoscenti!

Primo, il cavaliere Fulgosi. Un uomo invidiabile; uno di coloro a

cui il mondo serve di sfondo e cornice per la loro figura, per la

loro apparenza. Pensionato d'uno di quegli uffici che rendon l'uomo

uniforme, preciso e sciocco come un regolamento, a sessant'anni poco o

nulla differiva da quel che era stato a trenta: sempre elegante, cioè

vano; sempre amabile in società, cioè fatuo. A Valdigorgo chi poteva

competere con lui? Unico a far toilette due o tre volte al giorno;

unico a portar in tasca lo specchietto e il pettinino per considerare

ogni mezz'ora se gli scarsi capelli, d'un biondo bianchiccio e d'un

biondo sporco, celassero, ben disposti, le lacune dell'età, e se

i baffetti rilevassero l'esili punte su e contro il profilo della

barbetta, e se la cravatta, a colori sentimentali, conservasse sempre

il giusto mezzo; unico a contemplar in sè medesimo ora il candor

delle unghie o la forma delle scarpe, ora i gemelli o i polsini o le

armoniche tinte delle calze di seta; ora l'orecchia del fazzoletto,

gentilmente colorato, fuor della tasca, o il brillar degli anelli nelle

scarne dita. Per parlare egli s'era adornato della fraseologia e dei

motti dei giornalisti brillanti; spropositava spesso nella pronuncia

delle frasi inglesi, ch'eran le preferite, e ripescava, per di più,

qualche sentenza scolastica o classica.

Con aria diplomatica discuteva troppo spesso in politica, poichè

un'ambizioncella politica gli si era inacidita nel cuore, nè ancora

aveva cessato di ripetere a se stesso: _j'attends mon astre_.

Aveva il suo programma nel motto «ordine nella libertà e libertà

nell'ordine» senza che paresse comprenderne egli stesso il pieno,

solenne significato che pareva attribuirvi. Infatti questo amatore

della libertà nell'ordine, questo amabile _gentleman_, era stato un

tirannico capo-ufficio ed era adesso un petulante marito pensionato.

Angustianti smorfie e _tic_ nervosi gli opponeva la signora Fulgosi;

ma apostrofandolo «imbecille» in casa, la moglie non mancava mai di

chiamarlo «cavaliere» fuori. Ella portava a Valdigorgo la correttezza

dei modi e la scorrettezza dei pettegolezzi e degli isterismi

aristocratici. Il loro figliuolo, Pieruccio, nato certo in conseguenza

di un litigio, manifestava, ora più che sedicenne, com'erano

inconciliabili anche in lui la natura materna e paterna. Fastidioso e

incoercibile per metà del giorno; compassato e affettato la sera, dopo

la _toilette_; antipatico sempre.

Involontario riscontro ai Fulgosi facevano i Learchi. Egli, Learchi

padre, era un risaiolo arricchito. Aveva dunque il diritto d'insegnare

agli altri la maniera di viver bene. In tutto si sarebbe dovuto fare

come aveva fatto e faceva lui. Ignorante e testardo; gran mangiatore e

non minore bevitore e fumatore di pipa. Ligio alle pratiche religiose,

vi tranquillava la coscienza; si assicurava con esse a star di là,

anche meglio che di qua, e frattanto sorreggeva il perfetto egoismo

cattolico dicendosi clericale «e me ne vanto». Sua moglie, la signora

Redegonda, era buona di cuore e sempre ilare; ma di testa piccola.

L'universo per lei consisteva nella cucina, dove esercitava molt'arte,

e con ingenua rozzezza stupiva a ogni altra cosa che non fossero

manicaretti, pasticci, dolci d'ogni sorta. Felici entrambi dell'aver

maritata bene, a un ricco, la figliola, aspettavano per di più la

consolazione di aver dottore il figliolo. E questi — Guido — poteva

piacere o spiacere al pari d'ogni cuor contento.

Quanto alle Melvi, la madre non riusciva a nascondere a me l'ipocrisia

e la malignità della paesana che non potè mai uscir di paese e che in

paese vuol sembrar amica di tutti perchè invisa a tutti. Lingua iniqua!

Ma quante esclamazioni, espansioni d'affetto! La bontà si sarebbe

detto trasudasse da tutti i pori della sua piccola e grassa persona;

la virtù in lei sembrava tanta da permetterle di congratularsi a ogni

nuovo matrimonio che s'annunciasse o celebrasse a Valdigorgo, quando la

rodeva l'invidia, la tormentava il dubbio di non poter accalappiare un

marito per la sua Anna;, la sua Anna, irresistibile, per lei, di vezzi

e più di carne. Ed Anna.... Che dire di _Anna Melvi_: come esprimere

quel che io provo ora, scrivendo queste due parole?

Di rado tutti costoro, nei primi giorni del mio ritorno lassù, si eran

trovati insieme alla villa. Di solito l'una e l'altra mamma saliva

da Eugenia, e sol talvolta, quando Eugenia riposava, le ragazze e i

giovani si erano raccolti nell'ampia sala a terreno, o nella terrazza,

ai loro giochi di pegni, mentre Moser si divagava aizzando il cavalier

Fulgosi contro il Learchi padre. Io per lo più avevo cercato scampo

nella mia camera, col pretesto di dormire.

Ma venne la buona novella; il medico curante, pago della mia

approvazione non che del buon effetto delle sue cure, annunciò che a

giorni permetterebbe alla convalescente d'alzarsi.

Eugenia era in piena convalescenza. Ed io?... La sera della buona

novella andavo per la casa cercando invano di raccogliere in me il

senso di quella letizia che vedevo fuori di me. Non potevo fingere

un piacere che mi sfuggiva; avrei voluto fuggire accusandomi quale un

amico indegno; neppur mi commoveva la gioia di Claudio!

Egli fece portare due bottiglie nel salotto, per gli amici; e mi

attendeva con Fulgosi e Learchi. Dovetti entrare.

— _Lupus in fabula!_ — esclamò il cavaliere. — E Claudio: — Sentite

questa! Quando eravamo all'Università a Bologna, io agli ultimi anni

e Sivori ai primi, facevamo qualche scappata a caccia nelle risaie di

Molinella. Ci accompagnava un omicciattolo, un falegname soprannominato

il Biondo.... Ah! il Biondo! ma par di vederlo! Aveva uno schioppo che

pareva un catenaccio; mirava chiudendo gli occhi, e non sbagliava un

colpo. È vero?

Accennai di sì col capo; non celando la poca voglia di riudire aneddoti

della mia biografia. Ma Claudio proseguì:

— Dunque mentre io e il Biondo stavamo alla posta delle anitre, e non

pensavamo che alle anitre, quel bel matto lì (e accennava a me) era

spesso colla testa nelle nuvole e metteva giù lo schioppo per guardare

al libro che portava in tasca. Una bella maniera d'andare a caccia! Non

si sarebbe accorto d'un rinoceronte quando leggeva. Ma un giorno che

ritornavamo in barca — era d'autunno inoltrato — io gli prendo il libro

e glielo scaravento in mezzo all'acqua. Cosa fa lui? Spicca un volo e

gli va dietro alla pesca.

— Non fu così — interruppi fiaccamente.

— Così! Proprio così! Il Biondo è ancor vivo e sano, e sebbene sia

il tuo fittavolo, adesso, è un galantuomo capace di testimoniare la

verità.... Bene! noi sudammo a pescar lui, l'amico; lo tirammo su

sporco e fracido come si meritava; e con la tremarella addosso. Io

gli davo quanti pugni potevo, più per sfogare la rabbia che m'era

venuta che per mantenergli la circolazione del sangue, e Sivori, lo

credereste?, si lamentava: — Il mio libro!... Il mio libro... Non ho

capito una cosa!... — Non vi dico altro! Quasi quasi si era affogato

solo perchè non aveva capito una cosa!

— Non è vero! — brontolai. — Era un'edizione pregevole....

Nessuno mi badò. Ridevano tutti, e più di tutti rise il piccolo Mino,

che era venuto in cerca di me. Non desiderando di meglio che sottrarmi

alla filosofia del buon senso, chiesi al ragazzo che cosa voleva.

— Se mi comperi i burattini, ti racconto una bella favola.

Ripigliò Moser: — Sublimi poi erano le discussioni col Biondo

falegname! Sivori sosteneva che ammazzare una quaglia era uno strappo

all'anima universale, come diceva lui; il Biondo invece sosteneva

che Domineddio non avrebbe creato le quaglie se non dovessero essere

mangiate arrosto. Avevano così diversi punti di vista che Sivori con

cinquanta colpi non strappava nulla, e il Biondo — lo confesso, lo

ripeto — tirava meglio di me! Ma le quaglie chi le mangiava? chi le

gustava di più? Ah quei bocconcini di anima universale! Altro che

Spinoza eh, Sivori?

Risero di nuovo. Finchè Mino tirandomi per la giacca mi forzò ad

appartarmi con lui in un angolo. Ivi solennemente prese a raccontare:

— «Castelli in aria».... Beppe andava per il bosco.

Intanto udivo Learchi sentenziare, vuotato il bicchiere:

— La filosofia sta nel seguir la volontà di Dio, ricordandosi però che

lui dice: «Aiutati che t'aiuto!»; e quando la coscienza è tranquilla,

tutto va bene a questo mondo!

— Il mondo bisogna farselo! — ribatteva Moser. — Farsi una, famiglia;

lavorare per la propria famiglia e non pensare ad altro!

— Io sono fatalista — avvertiva il cavalier Fulgosi. — «Sua ventura ha

ciascun dal dì che nasce....»

Tratto dall'astuccio il piccolo pettine, il cavaliere si pareggiò i

baffi, si mirò allo specchietto; poi aggiunse che io ero uno di quelli

nati apposta per far camminare il mondo.

— Senza filosofia, caro signor Learchi, il mondo non camminerebbe. È la

scienza delle scienze, che innalza l'umanità. Excelsior!

— Il mondo andrebbe benone lo stesso! — urlava Learchi. — Religione,

fede per sopportare i guai; e basta!

Mino tornò da capo:

—.... Beppe andava per il bosco, e trovò un pulcino. Lo portò a casa e

lo mise a dormire nella stoppa. Beppe diceva: Quando il pulcino sarà

grande, diventerà una gallina; e la gallina farà le ova e comprerò

un'agnellina. E l'agnellina diventerà una pecorina, e la pecorina farà

le ova....

Le ova della pecorina? Mi sovvenne delle mie opere. Il pulcino morto

nella stoppa della scienza? Il mio ingegno!... Questa, questa, o esimio

cavalier Fulgosi, questa è la morale della favola!

.... Non mi sarei dunque stancato mai d'interporre sempre, da per

tutto, la mia accidia? Con stento ero entrato là nel salotto a udir

parlar di me; con stento ascoltavo il ragazzo....; ma appunto perciò

avrei dovuto avvertire un risveglio nella mia volontà. In me c'era

già stato qualche mutamento notevole. Non seguirebbe questi mutamenti,

sebbene lievi, una riscossa dell'anima? Come in un barlume riflettei su

le mie impressioni e le mie azioni dei giorni innanzi.

Già Mino era riuscito a farmi guardar il mondo attraverso un vetro

color rosa e a farmi dire con lui che così il mondo era più bello;

mi aveva costretto a inventare e a narrargli una favola, che ora

ricambiava con: «Castelli in aria» e con le ova della pecorina. Già

la timida Marcella mi aveva veduto salir più spesso a trovar la madre

e a sorprender lei nell'ansietà delle faccende domestiche, la cui

importanza ironicamente esageravo. Ortensia poi aveva ripresa con me

tutta la confidenza d'un tempo, di quando era la mia «piccola amica».

Ah se avessero potuto immaginare che fatica mi costava tutto ciò!

Ma intanto io mi domandavo perchè non approfitterei del loro aiuto

a ricuperare il dominio della mia volontà. Volli restar con Mino;

volli vedere che facevano gli altri.... Mi affacciai alla porta della

sala dove la signora Fulgosi cominciava a tempestar un _waltzer_

sul pianoforte; le ragazze e i giovani le facevan chiasso d'intorno.

Quand'ecco tonò una voce gioconda.

Era l'ingegnere preposto da Moser a dirigere la fabbrica di laterizi.

— Arrivo! Pazienza! — egli rispose alle voci che lo chiamavano.

Ma prima corse a consegnar delle carte a Moser, a dargli notizie, a

prender ordini. Di sulla porta io l'osservavo.

L'ingegner Roveni quando parlava d'affari era parco nelle parole,

immobile, attento. Aveva risposte pronte. L'antipatia che mi separava

da tutti gli estranei non poteva resistere contro di lui; anzi dal

primo giorno che l'avevo visto non mi era spiaciuto quel giovane

dalla fisionomia decisa: non bella per il naso breve un po' all'insù,

ma abbellita da due folti baffi biondi; e dalla persona robusta e a

mosse un po' dure, quasi di macchina non ben levigata e non in piena

attività, eppure in un perfetto equilibrio di tutte le forze alla

regola dell'arbitrio. Per una inesplicabile contraddizione non mi

spiaceva quell'uomo, ambizioso, si vedeva, fin dal modo di camminare.

Passandomi accanto egli mi salutò con un franco:

— Buona sera, dottor Sivori! — e andò difilato a prender Anna Melvi per

ballare il _waltzer_.

Io mi riaccostai agli uomini seri.

— Che fibra! — disse Claudio, che ora parlava di Roveni. — Tutto il

giorno lavora per me e la notte studia per sè.

Aggiunse che Roveni s'occupava con passione in studi d'elettricità.

Quindi disse:

— Io penso con dolore al giorno che dovrà abbandonarmi.

Una risposta mi venne al pensiero e alle labbra: — «Hai un mezzo molto

semplice per trattenerlo: dagli in moglie una delle tue figliole».

Ma sarebbe stato come dire a uno che possegga un tesoro: — dallo

al tale —, o almeno sarebbe stato come proporre un sacrificio

intempestivo; perchè nel sereno egoismo del suo amor famigliare, Moser

non s'era ancora accorto che le figliole pervenivano all'età da marito.

Perciò tacqui.

E feci bene. Rientrando poco dopo nella sala dove ballavano, scorsi

d'improvviso che la maggiore delle sorelle Moser e la più adatta al

Roveni (il quale era sui ventotto anni), aveva già disposto del suo

cuore.

Sì: la timida Marcella...., con Guido Learchi.... Mentre con Roveni

ballava Anna Melvi e Ortensia con Pieruccio Fulgosi, Marcella e

Guido si dicevano meno parole con le labbra che cogli occhi; vedevano

l'uno negli occhi dell'altra la propria felicità. Non ne mostravano

meraviglia nè la Melvi madre nè la signora Learchi, che assistevano

da presso il pianoforte. Meravigliato rimasi io; poi disgustato per un

turbamento strano; poi, preso da una voglia anche più strana di ridere,

ridere d'ironia. — Forse per rivivere vivendo con questi ragazzi dovrei

fare all'amore anch'io? — mi chiesi; e fissai Guido ridendo.

Egli venne da me rosso in faccia, con l'indice al naso:

— Zzz.... zitto, per carità!

— Oh! credi che anche gli altri non abbiano gli occhi per vedere?

— Gli altri fingono di non vedere e non dicono nulla — rispose con voce

dolente. Sorrideva anche lui, ma per timore. Ed io per spasso quasi

crudele chiamai Marcella:

— Debbo dar retta a Guido?

Ella era divenuta più rossa di lui; si provava a fingere, a nascondersi.

— Perchè? che vuol dire?

— Debbo aiutarvi?

— Non so..., non capisco.... Mi lasci andare!

Invece la strinsi al braccio e le chiesi piano:

— Gli vuoi molto bene? —; e la guardavo negli occhi come per impedirle

di sfuggirmi. Sentiva essa la punta della cattiveria nelle mie parole e

nei miei modi apparentemente scherzosi? Ah io volevo distrarmi: volevo

sottrarmi a me stesso: interpormi meschinamente alla vita che vedevo

fuori di me, e che mi sfuggiva!

— Non è vero!...; non so.... Chi gliel'ha detto? — rispondeva la

poverina, cedendo a poco a poco.

— E tua madre lo sa?

Abbassò gli occhi, esitando ancora:

— Sì.... credo di sì; ma il babbo, no! — Mi scongiurava con i begli

occhi.

— Il babbo presto o tardi dovrà saperlo!

— Oh per amor di Dio non dica nulla! È tanto buono lei! Non ci

comprometta, Sivori! Guai, guai, se il babbo lo sapesse ora! — Pregava

apertamente; sperava nella sua preghiera ed in me, e appariva ancor

timorosa del pericolo. Soave creatura!

Anna Melvi, rasentandoci, ammiccò; fece: — Zzz.... — e ruppe in una

bella risata; e i due colombi, Guido e Marcella, mi scapparono.

Passavano davanti a me, intanto che Anna afferrava Pieruccio e si

slanciava con lui, Roveni e Ortensia. Forse anche questa una coppia

amorosa? Mi sembrarono estranei l'uno all'altra. L'ingegnere era

tutto intento a condur giusto il passo e a non farsi scorger peggior

ballerino di quel che era; e Ortensia non dimostrava che il piacere

della danza: in un pieno abbandono d'ogni energia al ritmo; con ogni

energia raccolta e diffusa nel giacere che le vibrava nel sangue, tutta

la persona di lei esprimeva giovinezza lieta, e solo gioia e grazie

ignare. Nondimeno allorchè ella cessò il ballo e venne a me, io le

dissi con intenzione maligna:

— Bel giovane, Roveni....

Oh! essa non si turbò per nulla! Rise domandando:

— Lo dice a me?

— A chi dovrei dirlo, piuttosto?

— Ad Anna.

— E due! — esclamai persuaso che Ortensia intendesse svelarmi in Anna

e nell'ingegnere il secondo paio d'innamorati.

Appunto allora Roveni, il quale conversava e scherzava ugualmente con

le vecchie e con le giovani, lasciava la Melvi madre e la Learchi,

e come avrebbe parlato a qualsiasi altra delle ragazze domandò a

Ortensia: — Sarà lei che farà ballare il dottor Sivori? — Ma Ortensia

non fece in tempo a rispondergli, perchè Anna si staccò d'un tratto da

Pieruccio, lo piantò e si porse a Roveni; e via.

Pieruccio rimase intontito là dove l'aveva lasciato Anna; con quegli

occhi bovini rivolti verso di noi, anzi verso Ortensia. A questa

susurrai, col solito sarcasmo:

— Quell'infelice soffre; e si direbbe che soffre per te.

— No — ella rispose —: soffre per il colletto. — L'alto e rigido

colletto l'attanagliava infatti; l'affogava.

In questo mentre la Melvi accresceva l'esitazione di Roveni e

l'induceva a stringerla più forte mancando al tempo o cadendo in

contrattempi: gli s'abbandonava affaticata e liberava una mano per

risollevare i capelli che le si erano sciolti; ansimava e rilevava il

petto turgido alla inspirazione frequente. Poscia di fronte a Pieruccio

Fulgosi sorrise a lui, lusinghiera insieme e beffarda. Civettava con

l'ingegnere e nello stesso tempo si burlava del giovincello. Ma questi

era degno figlio di suo padre, e con l'aplomb di un uomo di spirito

s'avvicinò ad Ortensia:

— Permette?... Posso?

Ella accondiscese senza dir nulla; rivolse a me un'occhiata che diceva

quanto colui era antipatico anche a lei, e riprese dopo pochi passi

quella letizia ingenua che nel ballo dimostrava con ogni compagno.

Io tornai ad osservar Marcella. Più di Ortensia la vista di lei

tratteneva la mia attenzione perchè Marcella, che, a guida di Roveni

e di Fulgosi danzava in maniera scolastica e fredda, la vedevo ora,

che ballava di nuovo con Learchi, quasi arrisa tutta dal lume de' suoi

occhi: era la felicità di un rapimento, l'accondiscendenza di un'anima

pura alla felicità dell'anima che la rapiva seco. Ugualmente per Guido.

Inconsci di quanto poteva essere di materiale e d'umano nel commotivo

sollazzo, trasalivano in rapidi giri con un desiderio di sollevarsi,

guardandosi così, lungi agli uomini, fuori del mondo, liberi da quello

stesso contatto dei corpi che li inebbriava e li intimidiva a vicenda.

E quando Learchi accompagnò Marcella a sedere, egli ristette in piedi

presso di lei senza parole; ambedue in un'attitudine quasi dolorosa:

quel distacco repentino, quel ritorno al riposo materiale, era uno

strappo alle loro anime che, accomunate nel piacere, non avrebbero

voluto o potuto dividersi subito così.

A tal vista io provavo un rancore, un astio di cui non avrebbe dato

sufficiente ragione neppure l'invidia, se l'invidia fosse stata

possibile in me.

— Che fa lei qui? — mi chiese Anna Melvi.

— Studio — risposi, per dir qualche cosa.

Mi fissò per un attimo e disse:

— Ne imparerà delle belle!

Avrei voluto pungerla, ferirla quella ragazzaccia sguaiata; ma Ortensia

la chiamò. Salivano da Eugenia. Quando rientrarono, Ortensia tornò

subito a me dicendomi, felice:

— La mamma dorme.... Vedesse! È queta queta.

Ma fin quella tenerezza filiale mi amareggiava! Senza badare che il mio

turbamento, di una tristezza oscura e profonda, era pur esso indizio

di risveglio psichico, io, di fronte alla affettuosa espansione della

giovinetta, ebbi vergogna di me e provai il bisogno di dissimulare.

Finalmente cercai parole che sembrassero buone.

— Dunque presto la porteremo in giardino, tua madre?

— Sì! E lei starà sempre con noi? Non scapperà più? Non sarà più stanco

e nelle nuvole? Terrà compagnia alla mamma?

Certo — risposi appena.

Ortensia mi ringraziò e nel ringraziarmi ella mi guardò quasi dicesse:

«Lei crede di comprendere tutto il bene ch'io voglio a mia madre. Ma io

gliene voglio di più, molto di più!»

Come dopo un riposo la signora Fulgosi ebbe trovato l'andare del

_dancing_, l'ingegner venne a prendere Ortensia. Su di lei raccolsi ora

la mia attenzione quasi sperando da lei sola una commozione diversa e

benefica. Ancora ella procedeva semplice e vaga, pur quando la nuova

danza imprimeva una consapevole mollezza e cadenze a riprese leggiadre

fino alla leziosaggine; e nei trapassi violenti al ritorno vorticoso,

trascorreva leggera e composta, liberandosi con spontanea agilità dal

contatto terreno.

Una voce dietro a me susurrò:

— E _charmante_ quella bambina!

Aveva parlato il cavalier Fulgosi.

— Che pezzo di carne! — disse invece il signor Learchi padre, alludendo

ad Anna, che si rapiva Pieruccio.

— Anna è più _coquette_ — giudicava il cavaliere. — E Learchi:

— Ha più grazia di Dio addosso. A quel che pare, suo figlio in queste

partite è della mia opinione.

— Prime armi! — fe' contento il mondano genitore.

Io continuavo a considerare Ortensia.

Alta, snella, bionda. I copiosi e fini capelli non erano di un biondo

aureo, ma acquistavano riflessi d'oro a ogni luce; le linee del volto

erano già in armonia così viva che essa poteva forse scemare, non

perfezionarsi nella piena fioritura della giovinezza. Gli occhi aveva

strani per un colore nè cilestre nè verde, e ombrati da palpebre

lunghe; e sotto agli occhi due archi pallidi ma lievi lievi sarebbero

stati segni di mestizia a chi l'avesse vista riposata e silenziosa: se

non che era un po' difficile vedere Ortensia riposata e silenziosa!

Le labbra si componevano insieme con un vezzoso moto involontario se

prolungava le parole: meno belle quando parlava, anche per giuoco, con

ira; e forse non belle in esclamazioni di dolore e di pianto: erano

fatte per sorridere.

Mirabili, signorilmente perfette, le mani.... E a quella freschezza

giovanile cresceva lume una nativa gentilezza, manifesta per i modi

spontanei, per le acconciature semplici, per le vesti umili e le tinte

chiare, e sin per i fiori che si puntava al petto.

Ma a lei, se Roveni perde vasi con Anna, non restava altro adoratore

che l'antipatico Pieruccio?

Meglio così per «la mia piccola amica»!; meglio ritardasse a

conoscere i perfidi inganni della giovinezza e le stupide illusioni

dell'amore!...

E in quella sera di gioia per tutti, a me parve non aver altro pensiero

buono che questo.

In faccia al destino · 第 9 / 75 题