Aspirazioni e preparativi piemontesi.
Il Piemonte era divenuto la mira per tutti i nemici dell’Austria e de’
Governi tormentatori degli Italiani; l’appoggio dei vinti del 1848. Il
Parlamento, per quanto scarmigliato, parea voce di tutta l’Italia, e a
quella davasi ascolto; i ministri, che si sbalzavano a vicenda, erano
considerati come rappresentanti di idee, e ne avevano, certo non tali
da bastare al grande concetto nazionale. Stavano dalla destra Revel,
D’Azeglio, Balbo, altri illustri per nobiltà e carattere, per posizione e
precedenti, che credeano essersi fatto abbastanza per allora, e tremavano
non giungessero al potere i rivoluzionarj, nati nel 48.
Dei quali oratore era Camillo conte di Cavour, variamente giudicato mentre
visse, sistematicamente ammirato dopo morte. Egli stava coi conservatori,
anzi coi clericali dapprima, e collaborava al giornale _Il Risorgimento_,
mentre Rattazzi conduceva la sinistra, irrequieta, impaziente, che voleva
un’altra riscossa. I due capi s’unirono, e formossene quel che si disse
il connubio, transazione per unire le forze de’ varj partiti. Il colpo di
Stato del 2 dicembre in Francia parea far prevalere la riazione; e poichè
il nuovo imperatore domandava si frenassero le cospirazioni e la stampa,
fu proposta una legge per regolarla (1852 2 febbrajo). Il Menabrea la
sostenne con fortissimo discorso, ma con violenza gli si opposero Rattazzi
e Cavour. Quest’ultimo, entrato nel ministero D’Azeglio, veduto che a
nulla approdava la parte che dicevasi moderata, se ne staccò; e ito col
Rattazzi a Parigi per intendersi coll’imperatore, presto ebbero abbattuto
D’Azeglio. E alla politica moderata e timida sottentrava la bellicosa e
aggressiva, che diceasi virile, e che dichiarava passato il tempo degli
iniziatori. Ne parve manifestazione e frutto l’attentato milanese del 6
febbrajo 1853.
E cominciando dagli ordinamenti interni, furono aboliti gli stabilimenti
religiosi, pochi eccettuandone; colla legge Siccardi si cassò il fôro
ecclesiastico e la personalità giuridica delle corporazioni; si dichiarò
distrutto il concordato del 1841 col papa; si escluse dalle scuole laiche
ogni ingerenza di ecclesiastici; ai beni di manomorta s’impose una tassa
particolare. Roma protestò; le popolazioni si divisero di parere, altre
approvando, altre disapprovando i mutamenti introdotti. Nei sei anni del
Ministero Cavour il Piemonte si ravvivò, giacchè Paleocapa spingeva le
strade di ferro; Lamarmora ricomponeva l’esercito; Rattazzi riformava
l’amministrazione e la legislatura; Cavour inaugurava la nazionale
politica a danno dell’Austria.
Ingegno vivace e pronto; efficacia a persuadere meravigliosa, comechè
infelice parlatore; colla prudenza e l’imprudenza d’un politico; fino
conoscitore degli uomini, dei quali valevasi come di stromenti; destro a
mescersi fra le parti più esaltate, e a scompigliarne le trame; sapendo
per mille esperienze quanto le sublimi declamazioni nascondano vilissimi
pensieri; persuaso intimamente che tutto si compra nelle moderne società,
conoscendo la propria abilità e confidando in quella; ridendo in cuor
suo delle forme e dei formalisti, guardando nei fatti e nella realtà;
le dicerie al Parlamento ascoltava sempre col sogghigno sulle labbra
e rispondeva coll’ironia pungente e sprezzante, ch’era tanta parte del
suo talento oratorio. «I fischi (diceva alla Camera) non mi muovono; li
disprezzo altamente e proseguo».
Nell’intento di sbrattare l’Italia dai principi indigeni e stranieri,
sempre avea cerco appoggio dall’Inghilterra, amica dei paesi turbolenti e
nemica del papa. Ma allorchè Palmerston cedette al Ministero conservatore
di Derby, meno condiscendenza vi trovò Cavour, chè si accostò di più alla
Francia.
Dopo che il 1848 ebbe rotte le alleanze del 1815, non si era mai riuscito
a costituirne di tali, che assodassero l’equilibrio in Europa. Col
pretesto di attentati della Russia, Inghilterra e Francia si allearono
(1854 marzo) a sostegno della Turchia e procurarono trarre nella propria
lega le altre Potenze europee. La Prussia si tenne in disparte; l’Austria,
sul cui territorio sarebbesi dovuto passare per attaccare la Russia,
esitò lungamente; alfine, sentendo i pericoli d’un incendio europeo, lo
prevenne col chiarirsi neutra. Ne ebbe dispetto la Russia, che nel 1848
aveale dato mano a salvarsi: più n’ebbero le due alleate, che giurarono
vendetta; ma fu merito di essa se così la guerra non divenne generale e se
i combattenti dovettero restringere le orribili loro stragi nella penisola
della Crimea.
Fu certo una delle guerre più micidiali e forse delle meno ragionevoli
che la storia ricordi: ma con essa rinacquero tutte le speranze dei popoli
oppressi, fidenti in una conflagrazione universale; e come la Grecia, così
l’Italia ribollì.
Quando la guerra fu ridotta marittima, importava alle due alleate d’avere
un appoggio in Italia, e lo ricercarono dal re di Napoli. Questi avea
sempre tenuto relazioni amichevoli coll’imperatore di Russia, e avutolo
anche ospite, per lo che ricusò. Vi diede ascolto Cavour. Benchè i timidi
trovassero strano questo andare in sostegno del Turco, per una causa in
cui non s’aveva interesse alcuno, lasciando il paese sguernito ed esposto
agli Austriaci, che potrebbero valersi dell’opportunità; altri riflettè
s’aprirebbe un’occasione di riparare le ultime sconfitte, di trovar
posto fra le grandi Potenze, d’addestrare sulla Cernaja i soldati per poi
adoprarli sul Po o sull’Adige, dopo fattesi amiche Inghilterra e Francia.
Si mandarono infatti 20,000 uomini sotto il generale Lamarmora, e ben si
disse che da Torino s’andò a Milano per la via della Cernaja.
Perocchè, presa Sebastopoli, si fece la pace colla Russia, e per trattarne
si radunò un Congresso a Parigi (1856 30 marzo). Il Piemonte, come avea
combattuto colle grandi Potenze, domandò di poter sedere con esse nel
Congresso, e per quanto altri contraddicessero, e massime l’Austria,
lo ottenne. I liberali speravano in quell’occasione si sarebbero levate
di mezzo le differenze che esistevano coll’Austria; si torrebbero via,
mediante un concordato, le irregolarità delle relazioni col papa e
l’inquietudine delle coscienze timide; s’indurrebbe l’Austria a levare i
sequestri de’ Lombardi, a rimpatriare i banditi, a far buoni trattati di
commercio, a concedere qualcosa alle aspirazioni nazionali. Destinavasi
a rappresentare il regno Massimo D’Azeglio, ma poichè la condizione sua
privata l’avrebbe reso inferiore agli altri inviati, risolse d’andarvi lo
stesso ministro Cavour. Non si aveva alcun programma determinato; al più
cercavasi ottenere qualche compenso pel tanto denaro e pel sangue versato,
ma presto furono introdotte quistioni estranee allo scopo proposto.
L’imperatore dei Francesi, da un lato volea vendicarsi dell’Austria, la
cui neutralità armata aveva impedito una guerra che portasse un totale
rimpasto dell’Europa, dall’altro avea più volte domandato al re o al
ministro che cosa potesse fare a vantaggio dell’Italia. Spinse egli il
Cavour a cacciare in mezzo qualche proposito, ed egli, scostandosi affatto
da ciò che vi si trattava e dagli interessi delle Potenze intervenute,
tolse a deplorare la condizione sregolata in cui si trovava l’Italia, e
principalmente gli Stati meridionali e il Pontifizio: rimaner la penisola
parte in guardia de’ Tedeschi, parte dei Francesi; da ciò un fomite
di scontentezza e disordine, che rendeva impossibile qualsiasi assetto
regolare: e proponeva si secolarizzasse il governo papale, surrogando
al diritto canonico il Codice Napoleone, e staccando le Legazioni, che
si porrebbero sotto un vicario pontifizio laico decennale, con truppa
indigena: si mettesse anche un limite all’Austria, richiamandola ai
trattati del 1815, mentre ora si fortificava a Piacenza, si era estesa a
Parma, in Toscana, nelle Romagne, divenendo minacciosa all’indipendenza
de’ varj Stati.
Alcuno dei congregati protestò contro l’oratore italiano; d’altro qui
trattarsi; mancarvi i rappresentanti delle Potenze accusate: i Greci
sotto la Turchia stavano ben peggio: eppure si era fatto guerra perchè la
Russia avea voluto mescolarsene: or qual diritto di mescolarsi degli Stati
italiani? ciò contrastare alla non intervenzione negli affari interni d’un
altro paese, sancita nel 1830 qual dogma politico, e per la quale appunto
erasi fatta la spedizione di Crimea. Ma Cavour, animato dall’imperatore,
stende una lunga memoria sui casi d’Italia: spinge i giornali a parlare
nell’egual senso: tornato a Torino, nella Camera, prorompe più violento,
vantandosi che «la situazione anormale e infelice d’Italia fosse stata
denunziata all’Europa non più da demagoghi e rivoluzionarj, ma dai
rappresentanti delle prime Potenze europee»: agli smoderati soddisfaceva
coll’assicurare che la politica della Sardegna rimaneva ostile all’Austria
più che non fosse stata giammai.
Così la guerra fattasi in Crimea a favore dei Turchi, riuscì in realtà
contro l’Austria: la pace di Parigi che la chiudeva, diveniva «semenza
di denti di drago»; e mentre garantiva la conservazione della Turchia,
preparava la distruzione dei principati tra cui era divisa l’Italia;
ed il rinnovamento italiano, fino allora commesso all’iniziativa de’
particolari, diventava impresa di un Governo.
Pertanto in tutti i modi secondare gli Italiani nel riluttare contro
gli invisi regnanti e massime contro l’austriaco; e cercarvi adesioni
all’estero. In Inghilterra si moltiplicarono scritture, discorsi,
_meeting_ contro dei Governi italiani, e massime del Pontifizio. Ma poichè
non più in là che nel 1849 aveano tutti i Potentati attestato la necessità
del dominio temporale, non sarebbe puerilità il voler abbatterlo adesso?
pertanto le ire si addensarono piuttosto contro il Governo di Napoli.
Già nel 1854 Mazzini avea esibito a Garibaldi d’andare a conquistare
la Sicilia; questi ricusò: l’accettò Giovanni Interdonati, che scoperto
fuggì. Dai ripetuti tentativi restavano eccitate le speranze e fomentate
le ire dei rivoluzionarj; mentre si asseriva che il movimento dovea
fondarsi, non più su congiure e sollevazioni, ma sulla diplomazia, e sul
proposito di costituire un regno dell’Alta Italia.
Manin, già dittatore di Venezia, che fermo nell’amore dei Governi
repubblicani, non si era rifuggito in Piemonte a godere, ma in Parigi a
stentare, il 19 settembre 1855 aveva emanato una lettera, consigliando
una società che mirasse all’indipendenza e unificazione dell’Italia,
fosse monarchica o federativa; poi riponendo affatto la sua bandiera, il
6 gennajo 1856, pubblicò un indirizzo, dove eccitava a concorrere colle
forze popolari a sostenere il Governo sardo, e vi poneva in testa:
Partito nazionale italiano.
_Indipendenza. Unificazione._
«Convinto che, anzitutto, bisogna _fare l’Italia_, che questa è la
quistione precedente e prevalente, io dico alla Casa di Savoja: «Fate
l’Italia e sono con voi; se no, no». Dico ai costituzionali: «Pensate
a fare l’Italia e non ad ingrandire il Piemonte; siate Italiani e non
municipali, e sono con voi; se no, no». Dico infine ai repubblicani:
«Sparisca ogni denominazione di partiti accanniti a concordanza e
discrepanza, piuttosto sopra quistioni secondarie e subalterne che non
sopra la quistione principale e vitale: fate voi per primi nuovo atto
d’abnegazione e sacrifizj alla causa nazionale. La vera distinzione è in
due campi. Il campo dell’opinione nazionale vivificatrice, e il campo
dell’opinione municipale separatista. Io repubblicano pianto pel primo
il vessillo vivificatore. Vi si rannodi, lo circondi, lo difenda chiunque
vuole che l’Italia sia, e l’Italia sarà».
Altro nemico a combattere diceva essere la teoria dell’assassinio
politico; mentre la morale in atti e in teorica costituisce la forza viva
e vera. «È vergognoso l’udire ogni giorno raccontare accoltellamenti
atroci in Italia. Le nostre mani debbono essere nette; il pugnale
lasciamolo ai Sanfedisti».
Erano dottrine vaghe; parole prolisse e condite colla solita prurigine
d’insulti a chi diversamente pensasse: ma gli avversarj del Mazzini
andarono superbi di opporgli un nome illustre, e così, a fronte della
_Giovane Italia_, restò la _Società Nazionale_.
Nella nuova via si posero molti anche repubblicani, e Torino divenne
il centro dell’azione italiana, e fattore principale Giuseppe La
Farina, profugo siciliano, di pronto ingegno e di forte volere, che
da repubblicano risoluto volgeasi allora a sostenere la monarchia,
personificata nel re di Sardegna.
Mentre Manin da Parigi proclamava _Agitatevi ed agitate_, Mazzini da
Londra ripeteva: «Non libri ci vogliono, ma cartuccie». Ordironsi dunque
nuove cospirazioni. Un pugno d’uomini, partito da Sarzana, invase le
terre di Massa (1856 agosto), ma non vi trovò rispondenza. Un altro pugno
sollevossi a Cefalù e Girgenti in Sicilia; nel tempo stesso che a Napoli
scoppiavano la polveriera e una fregata: e un Milano, soldato, in una
festiva rivista al Campo di Marte, avventava un colpo di bajonetta al re.
Costui fu mandato a morte, e così il barone Bentivegna, capo di sollevati
siciliani; e furono celebrati in versi e in prosa come eroi e martiri e
«i migliori de’ figli d’Italia». Anche Pisacane salpava da Genova per
isbarcare nel regno, ma sbarcato fu ucciso, e sequestrato il legno.
Cavour ne levò rumore come di violato diritto delle genti, e l’Europa
lo sostenne: l’Inghilterra mandò in quelle acque una flotta; si minacciò
richiamare gli ambasciadori: e il re, malgrado la sua fermezza, dovette
restituire il vascello portatore di guerra.
Dalle Legazioni fu mandata al Cavour una medaglia col motto «Che fan qui
tante peregrine spade?» e un’altra come al «Solo che la difese a viso
aperto», e una spada al Lamarmora col motto «L’antico valore negli italici
cor non è ancor morto»: si aprì una soscrizione per munire Alessandria con
cento cannoni, un’altra per dare diecimila fucili a quel qualunque paese
d’Italia che primo insorgesse.
Ad ogni sobbuglio tentato contro gli altri paesi rinfacciavasi la
sicurezza che godeva il Piemonte, senza reazioni, senza corti marziali,
senza violazione dello Statuto; garantito unicamente dalle libertà
costituzionali e dalla fiducia nel proprio re. Ma ecco appunto in quei
giorni scoprirsi in Genova un complotto. La notte 30 giugno 1857 si
tenta occupare i forti, incendiare le caserme, uccidere i capi; al tempo
stesso che sollevavasi Livorno, e che una nave portava l’insurrezione in
Calabria. Il tentativo fu represso colla forza su tutti i punti; ma le
indagini d’allora, e più i vanti di poi, rivelarono come una mina fosse
preparata sotto tutti i Governi della penisola, non eccettuato quello che
stava all’ombra del vessillo tricolore.
Felice Orsini, uno dei più zelanti atteggiatori delle idee mazziniane,
nel maggio del 1854 avea tentato una spedizione alle foci della Magra.
Entrato poi al servizio dell’Austria, forse per corrompere le truppe, era
stato carcerato a Mantova, donde fuggito passò in Inghilterra, e quivi
preparò, con altri Italiani, una macchina infernale (1858 gennajo), che
lanciò a Parigi sotto la carrozza dell’imperatore mentre andava al teatro.
Molte persone innocenti ne restarono uccise o ferite; l’imperatore ne
andò illeso: Orsini preso e processato, professò avere operato per amore
dell’Italia, che credeva tradita da Napoleone, e morendo la raccomandava
a questo, come fosse del dover suo il redimerla.
Vuolsi che questo fatto operasse sull’animo dell’imperatore, il quale
viepiù si fissò nel concetto di fare qualcosa per l’Italia, oppure
di sostituirvi all’influenza austriaca l’influenza francese. Chiamato
Cavour alle acque di Plombières, vi concertò che la Francia ajuterebbe
il Piemonte a sbrattare dagli Austriaci il regno Lombardo-Veneto; questo,
coi piccoli ducati e l’Istria e il Trentino verrebbe annesso alla Corona
sarda, che in compenso cederebbe alla Francia Savoja e Nizza. Dicono
si convenisse pure che il Reame toccherebbe a Murat, la Sicilia a un
secondogenito di Savoja, a un Buonaparte la Toscana, cresciuta colle
Legazioni; tutti legati in federazione, avente a capo il pontefice, il
quale modificherebbe il suo Governo sul modello francese.
Tutto stava nel trovare un’occasione, un pretesto di romper guerra
all’Austria, e d’allora tutte le mire furono volte a ciò. S’incalorì
quindi la stampa, furibonda in Italia, in Francia alternantesi
fra ingiurie violente e ipocrite disdette. Quivi, sotto il nome di
Lagueronnière, uscì un opuscolo ove, commiserate le condizioni d’Italia,
proponevasi un rimpasto di essa in federazione: nessuno degli Stati
presenti verrebbe alterato, salvo dare un incremento alla Toscana, che
diverrebbe quasi il punto d’appoggio al bilanciarsi dei due maggiori
Stati della settentrionale e della meridionale Italia: il papa capo della
federazione italica, gran cancelliere di essa, come della germanica era
un tempo l’arcivescovo di Colonia.
Di ciò tutto, più o meno apertamente discutevasi nei giornali, che a
centinaja erano pullulati in Italia. Il La Farina cominciò a pubblicare
il _Piccolo Corriere d’Italia_, in fogli sottilissimi, che spedito in
lettere negli altri paesi d’Italia, ajutatane la diffusione dai tanti
comitati, v’era accolto come un oracolo perchè proibito, e le notizie e
i sentimenti n’erano ricevuti senza disputa nè critica, e servivano di
materia e di testo agli altri giornali tutti. Ebbe quindi un’influenza
estesissima, divisa pure colla _Corrispondenza litografata_, per cui lo
Stefani, profugo veneto, mandava le notizie da ripetere a tutti i giornali
d’Italia; mezzi onde far echeggiare da mille organi la verità o menzogna
qualunque che si volesse. Cavour se ne servì a oltranza; se ne servirono i
cospiratori di ciascun paese per mandarvi informazioni, le quali, fossero
pure false e assurde, acquistavano fede dall’essere ripetute. Se ne
servirono tutte le ignobili passioni per isfogarsi in lodi o in calunnie,
che esaltavano mediocri e ribaldi, deprimevano e minacciavano i meglio
onorati e pensanti, e destinavano i posti e incombenti futuri, secondo
un’idoneità convenzionale.
Di tal passo i migrati divennero i veri padroni dei paesi; nessuno
poteva operare se non secondo le loro prescrizioni, sotto pena di essere
denigrato: un libro, uno scritto era levato a cielo con lodi, o sepolto
col silenzio: davasi la parola d’ordine, fuori della quale non v’era
che oscurantisti, austriacanti, spie: nessuno fu più se non quello
che il giornale lo faceva: chi avrebbe osato contraddirvi per l’amore
infruttifero e pericoloso della verità e della giustizia?
Se n’agitava viepiù il Lombardo-Veneto. Quando vi venne l’imperatore,
erasi preparato il terreno in modo, che guai a chi non solo l’avesse
festeggiato, ma pur lasciato di mostrargli avversione. Il giorno che
questi entrava in Milano, a Torino s’inaugurava con gran solennità e
davanti al palazzo del Senato un monumento, che i Lombardi facevano
erigere in glorificazione dei vinti del 1848. Ogni atto, ogni passo
dell’imperatore era accompagnato di beffe, caricature, minaccie.
Questa scherma fu seguitata contro l’arciduca Massimiliano, destinato
governatore del Lombardo-Veneto, e che cercava tutti i modi di farsi
perdonare l’essere straniero. Acquistò così una popolarità che dava
ombra, come un ostacolo alla meditata annessione: e perciò fu scalzata
in tutte le maniere. Fra le quali scaltrissimo fu il divulgare che alcuni
ordissero di farlo re del Lombardo-Veneto; arma a due tagli che lo faceva
sospetto alla Corte viennese, e insieme bestemmiare dagl’Italiani come un
impedimento all’emancipazione.
Tutto ciò aveva accumulato materie incendiarie, quando, al ricevimento del
Capodanno 1859, l’imperatore de’ Francesi, invece de’ soliti complimenti,
disse all’Hübner, ambasciatore austriaco: «Duolmi che le nostre relazioni
col vostro Governo non sieno più così buone».
Conturbossi l’Europa a quel motto, scaddero le azioni pubbliche: ne
trasalirono di gioja gl’italiani, come ad intimazione di guerra: guerra
fu il grido generale; l’Austria credette doversi munire movendo in qua il
terzo corpo d’armata: il Piemonte raddoppiò i preparativi, e sollecitò la
fuga dei coscritti e la migrazione de’ giovani lombardi; lo che divenne
una moda, alla quale il sottrarsi costava insulti e peggio: il generale
Garibaldi preparavasi, e domandò denari per procacciare un milione di
fucili.
Il re di Piemonte, nell’aprire le Camere a Torino, professava di «non
essere insensibile alle grida di dolore che da tante parti d’Italia si
levavano verso di esso», col che costituivasi centro de’ lamenti e oggetto
delle speranze.
Vi si aggiunse il matrimonio del principe Napoleone, cugino
dell’imperatore, colla figlia del re di Sardegna, celebrato nel gennajo.
Il Governo fece dal Parlamento autorizzare un prestito di 50 milioni per
resistere alle minaccie dell’Austria, e dirigeva una Nota alle Potenze (4
marzo), assicurandole che tutti i provvedimenti non erano che difensivi.
L’Austria anch’essa diramò Note (5 e 29 marzo) mostrando com’essa non
desiderasse di meglio che di essere lasciata tranquilla negli Stati
garantitile dai trattati, e di poter effettuarvi miglioramenti, i quali
però erano stati cento volte promessi, e cento volte falliti. E le
Potenze rispondeano assicurazioni di pace e la conservazione delle _cose
esistenti_; i liberali sinceri temeano questa guerra, persuasi che dal
conflitto di principi con principi non può uscire se non il despotismo.
Russel disapprovando il contegno del Piemonte, assicurava che all’Italia
niuna cosa gioverebbe meglio che le trattative diplomatiche. Una nuova
Nota del Cavour (7 marzo) alle intimazioni del Governo inglese rispondeva,
i suoi provvedimenti non essere che difensivi, nè farebbe se non «una
propaganda pacifica onde viemeglio illuminare l’opinione italiana, e
preparare gli elementi ad una soluzione, sì tosto l’Austria disarmando
rientrasse nei limiti assegnatile da formali accordi.»
Lord Malmesbury alle Camere inglesi protestava (28 marzo) che nè l’Austria
al Piemonte, nè il Piemonte all’Austria avrebbe mosso attacco. E pareva
aver ragione, poichè l’Austria mostravasi disposta anche a ritirare le sue
guarnigioni dai luoghi occupati, e il papa, con Nota espressa, domandò che
sì la Francia, sì l’Austria revocassero le truppe che teneano a Roma e a
Bologna, volendo egli «affidarsi alla Provvidenza, che certo non l’avrebbe
abbandonato».
La Società Nazionale invece pubblicò un programma ove organizzava il paese
per la guerra.
Garibaldi, rappresentante le forze vive della nazione, parea non volesse
adoprarsi dal Governo; pure il saperlo venuto più volte a Torino bastò
perchè molti giovani dalla Toscana, e più dal Lombardo-Veneto accorressero
a prendere servizio in Piemonte, ove si formò a Ivrea un’Accademia
militare per formare uffiziali. Questo concorso, più che i parziali
conflitti prorompenti qua e là, agitava gli spiriti, poichè non poteva
omai sottrarsene alcun giovane che non volesse insulti dagli uomini,
sprezzo dalle donne. Il carnevale riesce chiassoso a Torino quanto cupo
a Milano: ogni fatto è occasione di dimostrazioni: i giornali attizzano,
e non solo divulgano qualunque errore dell’Austria, ma ne inventano; il
Governo piemontese chiama sotto le armi tutti i contingenti, e manda fuori
un _Memorandum_, in cui si dicevano all’Austria le più severe parole che
mai in diplomazia si fossero formulate, pur confessando che il possesso
di essa in Italia era conforme ai trattati e legale.
E l’Austria, stanca della situazione, irritata dalle provocazioni,
prevedendo che alle parole minacciose terrebbero dietro i fatti, risolse
uscire dal sistema d’aspettazione, pel quale era sempre stata famosa, e
mandò un _Ultimatum_ (26 aprile), domandando che la Sardegna sciogliesse
i corpi franchi, come condizione preliminare all’accettare il proposto
congresso. Era tardi. Se avesse voluto invadere il Piemonte, dovea averlo
fatto nel gennajo: ora aveagli lasciato quattro mesi per prepararsi, e
alla Francia per ingrossare verso le Alpi: tre giorni dava ancora per
rispondere all’intimazione: due altri fece perdere l’Inghilterra per
rappiccare accordi; intanto Cavour fa decretare tra immensi applausi la
dittatura; e proclama che scopo della guerra dev’essere l’indipendenza
d’Italia.
Tirata l’Austria _nella rete tesale_, l’esercito passò il Ticino l’ultimo
d’aprile 1859, capitanato dal generale Giulay, che non godeva la fiducia
nè dell’esercito nè del paese. Perchè mai non si procedette colla maggiore
rapidità, in modo da trovarsi sopra Torino e sotto Alessandria nel minor
tempo possibile? Ben gl’Italiani avevano munito la sponda del Po con opere
improvvisate, ma che valeano solo contro chi non le affrontasse; aveano
rotte strade, allagate campagne; ma ciò intercettava alcuni, non tutti i
passi.
Appena dichiarata guerra, il Piemonte alzò il grido d’allarme, e tosto
l’imperatore dei Francesi dichiarò muovere in soccorso di re Vittorio,
suo parente, aggredito dall’Austria. Ma l’esercito non era pronto; le
strade del Moncenisio in quella stagione ancora ingombre di neve, e quasi
inaccessibili alla cavalleria: il trasporto per mare lungo e faticoso. Il
Piemonte potea disporre di non più di 64,000 soldati, 9400 cavalli e 120
cannoni; talchè, se grave era il pericolo, maggiore apparve il coraggio.
Ma gli Austriaci stettero accampati fra il Ticino e il Po, coi disgusti e
i danni che reca inevitabilmente un esercito, massime di nemici, e nessuna
importante fazione fu tentata.
Alcuni Francesi erano giunti a Genova sino dal 26 aprile; il 10 maggio si
mosse da Parigi l’imperatore, il 12 sbarcò a Genova, in persona volendo
per la prima volta capitanare una guerra, nella quale spiegò tutti i mezzi
che danno le nuove invenzioni.
Qual tripudio fu a Torino allorchè v’arrivò l’esercito francese! era
non solo la salvezza, ma la vittoria: e uniti procedettero verso il
Ticino. Ognun capisce come la Lombardia stesse in febbrile ansietà,
mentre combattevansi le sue sorti così davvicino; sebbene però se
ne fossero ritirate tutte le truppe, non fece verun movimento. Ma il
generale Garibaldi, a capo di un corpo franco, cominciò a volteggiare
sulle rive del Ticino e del Lago Maggiore, lasciate scoperte dai
Tedeschi, e varcatolo prese il forte di Laveno e s’avanzò verso Varese
e Como (23-26 maggio), donde contava pel Lario spingersi a Bergamo e
Brescia, e sollevando dappertutto le popolazioni, tagliare la ritirata
agli Austriaci. L’esercito, continuando in avanti e fatta una stupenda
conversione, presentò battaglia al nemico (3 giugno); il quale già era
in ritirata per ripararsi alla sua linea militare, il Mincio e l’Adige.
Il ponte di Boffalora minato, non saltò quanto bastasse per sospendere
la marcia degli alleati, i quali, non misurando i sacrifizj d’uomini,
potettero passare, e dare la battaglia di Magenta (4 giugno), ove
restarono feriti o morti cinque generali tedeschi, 276 ufficiali, 5432
soldati; e dei Francesi perirono i generali Espinasse e Cler, feriti 246
ufficiali, 4598 soldati.
I Milanesi, come videro gli Austriaci difilare, in ordine sì ma in
ritirata, vuotando il castello e la città, proruppero in esultanze e in
quei disordini a cui gettasi una città abbandonata. Presto v’arrivarono
commissarj regj; il Municipio proclamò re Vittorio Emanuele; i più destri
s’accalcarono attorno a chi poteva largire posti, speranze, vendette,
mentre i chiassoni facevano alzare barricate quando niun bisogno ve n’era,
e i buoni studiavano ad allestire ospedali ove ricoverare le migliaja
di feriti che giungeano dal campo. Da Magenta l’imperatore scrisse un
memorabile proclama, ove diceva l’onore e gl’interessi della Francia
avergli imposto di soccorrere l’assalito Piemonte; cercare egli gloria
non da conquiste materiali, ma nel far libera una sì bella parte d’Europa:
il suo esercito non avrebbe atteso che a combattere il nemico e mantenere
l’ordine interno, senza porre ostacoli alla libera manifestazione dei voti
legittimi, e concludeva esortando a volare sotto la bandiera di Vittorio
Emanuele e non essere «oggi che soldati, per domani trovarsi liberi
cittadini d’un gran paese».
Era un evidente appello alla insurrezione generale, ad armarsi tutti per
l’acquisto dell’indipendenza dall’Alpi all’Adriatico.
L’esercito austriaco, nel cui comando a Giulay era succeduto Schlick,
ritiravasi con tutti i suoi armamenti verso il Mincio, e l’aveva anche
passato. Nel tempo stesso che l’esercito francese scendeva pel Cenisio, un
altro corpo, sotto la direzione del principe Napoleone, era stato spedito
per mare a Livorno, che (tacendo per ora l’intento politico) dovea per
la Toscana risalire verso il Po, prendendo così di fianco gli Austriaci,
stanziati a Bologna, a Ferrara, a Piacenza. Questi, forse nell’intento
di serbarsi grossi per le battaglie decisive, abbandonarono quei posti,
distruggendo i forti; talchè il principe Napoleone, senza ferir colpo,
potè congiungersi all’imperatore sul Mincio. Il generale Canrobert era
stato spedito verso Mantova. Il re di Sardegna col suo esercito formava
l’ala sinistra, mirando alla fortezza di Peschiera: il centro era tenuto
in linea estesa dai Francesi. In tali condizioni avvenne la battaglia
di Solferino (24 giugno), ove si combattè l’intera giornata al sole
bruciante; sul tardo, un’orrida procella parve crescere lo sgomento d’una
delle maggiori stragi che la storia delle più accannite battaglie ricordi.
L’imperatore d’Austria si credette vinto, e ordinò la ritirata,
abbandonando non più che una ventina di cannoni al nemico, e ripiegossi
ancora dietro al Mincio. Gli alleati ben tosto passarono quel fiume (26
giugno), colla baldanza della vittoria e colla fiducia di nuove.
In questo mezzo gravi fatti erano succeduti. Il clero francese credette
minacciata la podestà pontifizia; fu dunque mestieri chetarlo con
esplicitamente assicurare che non era la rivoluzione che passasse le Alpi,
bensì lo stendardo di san Luigi; e l’imperatore diramò una circolare
ai vescovi promettendo che «il papa sarebbe rispettato in tutti i
suoi diritti di governo temporale». Ma appena gli Austriaci lasciarono
Bologna, le Legazioni si sollevarono, e vi si dichiarò la dittatura di
Vittorio Emanuele. Appena l’esercito francese toccò il suolo toscano,
Firenze tumultuò (27 aprile); il popolo cominciò a schiamazzare perchè
si accettasse la bandiera tricolore: gli aristocratici intimarono a
Leopoldo che abdicasse: il quale sentendosi circumvenuto, preferì partire,
mentre sonavano le grida di Viva la guerra, Viva l’indipendenza, Viva
Vittorio Emanuele. Buoncompagni dal verone della legazione sarda annunziò
che il granduca avea abbandonato il paese, e il suo re provvederebbe
alle sorti toscane e fece nominare un Governo provvisorio, e offrire la
dittatura a Vittorio Emanuele. Anche la duchessa di Parma si ritirò,
lasciando una reggenza che governasse a nome di suo figlio Roberto, e
andava a ricoverarsi in paese neutro, e subito i Parmigiani alzavano
le insegne italiane. A Massa e Carrara levasi rumore, e le occupano le
milizie italiane, subito dichiarando la dittatura di Vittorio Emanuele;
il duca protesta contro tale slealtà, e il Piemonte dichiara accettarne
la responsabilità e tenersi in guerra col duca. Questi, istituita una
reggenza, si ritira (11 maggio). Così il moto si propaga più di quello
che avessero sperato coloro che gli aveano dato l’impulso.
Ma l’Europa si adombrava dell’immensa influenza che la Francia veniva
ad acquistare nella penisola. Credeasi necessario alla Confederazione
Germanica che l’Austria restasse padrona della linea del Mincio; e dieci
giorni dopo la battaglia di Magenta, la _Gazzetta Prussiana_ annunziò che
si mobilizzavano sei dei nove corpi dell’armata prussiana. Potea dunque
credersi che la Germania si movesse tutta a soccorrere l’Austria, che fino
allora aveala indarno richiesta.
In Francia pure stavasi inquieti, sì perchè vedeasi dilatare la
rivoluzione, sì perchè spiaceva il combattere a fianco di quel Garibaldi
che tanti Francesi aveva uccisi nel 1849; e mentre a Plombières si era
convenuto che la Sardegna guerreggebbe solo con truppe organizzate,
esclusi i corpi franchi, or vedeasi il nome di lui ne’ bollettini a fianco
a quelli di Niel, di L’Espinasse, d’altri luogotenenti d’Oudinot.
Rimostranze di vario genere arrivavano dunque al campo dell’imperatore.
D’altra parte, egli era rimasto sbigottito dalla strage di Solferino:
incerte essere le sorti della guerra, ed egli affrontando le fortezze,
dovrebbe combattere non più colle bajonette ma coi cannoni, e sapeva
che gli Austriaci aveano intero l’esercito, preparavansi a una nuova
battaglia, non meno fiera e pericolosa: e in ogni modo rinserrandosi nel
quadrilatero, erano certi di resistere.
Mandò dunque esibire all’imperatore d’Austria un armistizio (8 luglio),
e invitatolo a sè, conchiuse con esso un accordo (12 luglio). Davasi egli
la parte migliore, offrendo pace dopo la vittoria: l’imperatore d’Austria
l’accettava come abbattuto dalla sventura, non privato di forze.
Le condizioni ne erano: l’Austria cedeva la Lombardia all’imperatore de’
Francesi, che la donava al re di Sardegna. L’imperatore d’Austria conserva
la Venezia, la quale entra in una confederazione italiana, preseduta
dal papa; non s’impedirà la ristaurazione dei principi: s’aumenteranno i
possessi del granduca di Toscana.
Tutto ciò erasi combinato senza farne motto agl’Italiani, e perciò il
ministro Cavour, vedendo falliti gli accordi fatti a Plombières, gittò
via il portafoglio, e quindi, ritiratosi alla sua villa di Leri (12
giugno), disse col solito sogghigno: «Or ricominceremo a cospirare». E
così fece, affaticandosi ad eludere la firma del suo re come avea già
eluso l’Austria. Il portafoglio fu raccolto da Rattazzi, sul quale pesò
dunque tutta l’impopolarità di quel trattato.
La Lombardia restava, con tutte le regole dell’antica diplomazia,
acquistata al Piemonte. Il Parlamento aveva concesso i pieni poteri al
Governo, valendosi dei quali, il nuovo paese venne ridotto all’assetto
piemontese. Ne derivarono infiniti malcontenti; e dovendo allora
confessare molti e sentire tutti che l’amministrazione in Lombardia
era assai superiore, più pronto ed esatto il servizio delle casse, più
regolari la finanza e i protocolli, più indipendente l’organizzazione
comunale e la giudiziaria, più liberale il Codice civile, meno fiero il
criminale, pareva che il Piemonte potesse imparare e adottare assai. Ma la
ragion politica induceva a tutto rovesciare, sì per prevenire ogni idea
di ristabilimento del dominio antico, sì per rimuovere le aspirazioni
di parità e d’autonomia: e tanto più quando credevasi la conquista del
Piemonte si fermerebbe a questo punto.
Gli Austriaci avevano portata con sè la corona ferrea, e conservato al
paese rimasto il nome di Regno Lombardo-Veneto, benchè del Lombardo non
ritenessero che parte del Mantovano. Neppure il Po restava esatto confine,
giacchè serbavano parte di territorio anche sulla destra in modo da poter
varcarlo a loro voglia.
Ma già il Piemonte, elevato a Regno dell’Alta Italia, grandezze maggiori
agognava. La pace di Villafranca non era per anco ratificata, come fu
poi a Zurigo, e già tutto era disposto a violarla. Nei Ducati e nelle
Legazioni si protestò non voler più gli antichi principi. Clamorose
deputazioni da tutte le parti venivano a fondersi col nuovo regno; ma
poichè ne mostrava alta disapprovazione l’imperatore, il re non volle che
«accogliere i loro voti», fece protestare dai giornali contro l’illegalità
d’un pugno di cospiratori che esprimevansi a nome delle popolazioni;
intanto però lo stemma di Savoja s’alzava dappertutto, e i dittatori
dichiaravano governare in nome del re Vittorio (24 7bre). Quando vennero i
deputati delle Romagne, il re accolse parimente i loro voti. Meno agevole
fu il sollevarsi dell’Umbria e delle Marche; ed essendo insorta Perugia,
fu presa dagli Svizzeri pontifizj.
Il Governo aveva mandato governatori Farini a Modena, Pallieri a Parma,
a Bologna Azeglio, poi Lionetto Cipriano per tutte le Romagne. E subito
si fecero prestiti per 33,380,000 lire, oltre le anticipazioni avute di
lire 4,733,039: e 500,000 lire dal re, e 300,000 dal Ministero. Poi Farini
fu acclamato dittatore a Modena e Parma, dove promulgò lo Statuto e i
Codici piemontesi, e cercò far detestare i caduti col far pubblicare le
loro carte, anche domestiche. Stabilita la legge militare fra i quattro
Stati, ne veniva conferita la capitananza a Garibaldi, che vi sostituì il
generale Fanti.
Un’Assemblea costituente accoltasi in Firenze il 10 agosto decretava
decaduta la Casa di Lorena. Poca fatica durò per conservare in quiete il
popolo toscano, che non aveva preso parte al tumulto; e per soddisfare ai
voti di coloro che volevano si concorresse alla guerra dell’indipendenza,
pregò il re di Piemonte ad assumere la dittatura militare del paese.
Il napoletano Ulloa diede spinta agli ordinamenti militari, negletti in
paese. I triumviri Danzini, Malenchini e Peruzzi in tredici giorni fecero
più leggi e provvedimenti che altri in molti anni, poi rassegnarono i
poteri in mano al Buoncompagni. Egli creò un Ministero, preseduto da
Bettino Ricasoli, e tutti si diedero a riformare a pressa pressa, cercando
soprattutto creare istituzioni che rimarrebbero al paese quand’anche
venisse annesso al nuovo regno. Con fermezza moderarono l’interno, e
repressero così coloro che volevano portar la rivolta nel Napoletano
e negli Stati Pontifizj, così i fiacchi tentativi degli affezionati al
prisco Governo, i quali si limitavano a guajolare, tener il broncio, far
epigrammi e lanciare qualche petardo. Ma poichè realmente in mano della
Toscana stava il decidere se la federazione pattuita fosse possibile, colà
si diressero tutti gli sforzi e gl’intrighi.
E scopo comune era sofisticare il trattato di Villafranca, e ridurlo a
parola morta, atteso che l’imperatore dei Francesi ripeteva assolutamente
volerlo osservato, ma non permetterebbe mai che altri s’intromettesse
nelle sorti italiane, neppure i Napoletani che pur sono italiani. Capirono
il linguaggio i realisti, e solo vedeano che bisognava accelerare, prima
che la riflessione sottentrasse.
Così l’idea della confederazione diveniva ognor meno possibile. Come il
papa sarebbe potuto essere a capo d’un’unione che aveagli già tolto metà
del dominio? Come il re di Napoli, che pur sentivasi minacciato? e come
non vedere che l’Austria vi ricupererebbe quel primato, per abbattere
il quale erasi versato tanto sangue? Inoltre la confederazione tende al
repubblicano, mentre ora l’Europa è foggiata alla monarchia, o alle varie
forme dell’assolutismo democratico, troppo avverse all’assoluta libertà.
Benchè dunque ripetuta nella pace di Zurigo, conchiusa il 17 ottobre, e
giurata da Francia e Piemonte, la confederazione metteasi sotto i piedi,
vagheggiando l’unità geografica, il regno forte, il pesar sulla bilancia
europea.
Un opuscolo parigino _Il papa e il congresso_, scritto o consentito
dall’imperatore, asseriva la necessità del dominio pontifizio, ma
ristretto a Roma e suo circondario; e parve un sagrificare alla
nazionalità i diritti pattuiti. Cavour, che opportunamente erasi ritirato,
ritornò al Ministero (1860 14 gennajo) con propositi nuovi, quali erano di
tentare l’acquisto non più soltanto dell’Alta Italia, ma di tutta. Osare
molto è il modo di riuscire.
L’imperatore de’ Francesi cercò ancora fermar quella valanga delle
annessioni con consigli e proteste; e proponeva al regno d’Italia
s’annettesse Parma e Piacenza: la Toscana tornasse nella sua autonomia
politica; le Romagne avessero un’amministrazione laica col vicariato di
Vittorio Emanuele in nome del pontefice. Ma queste interposizioni non
si credettero mai sincere, o si pensò poterle sorpassare francamente.
In fatto stabilivasi che l’Emilia e la Toscana col suffragio universale
dicessero sì o no sulla formola, «Annessione al regno costituzionale di
Vittorio Emanuele, o dominio separato».
Compita la votazione colla inevitabile superiorità del _sì_, il Farini e
il Ricasoli recavano a Torino (22 marzo) gli omaggi di quelle provincie,
che restavano dichiarate parte integrante del regno italico.
Alle Potenze europee non poteva piacere questa infrazione dei trattati del
1815, che alle stipulazioni diplomatiche surrogava il suffragio popolare.
«Attesi questi incrementi» Napoleone reclamò la cessione alla Francia di
Nizza e della Savoja. Cavour poco esitava su questo patto, del resto già
consentito a Plombières.
La facilità con cui erano riuscite l’Emilia e la Toscana, e gli applausi
che vi si alzavano, doveano essere stimolo al resto d’Italia ad imitarle.
In fatto l’Umbria e le Marche erano sommosse dagli impazienti, viepiù
dacchè parea la Francia voler rimettere l’accordo tra il papa ed il
regno. La politica romana era diretta dal cardinale Antonelli, ed era
venuto ministro delle armi monsignor De Mérode, figlio di quel che fu
capo e martire della rivoluzione, per cui nel 1880 il Belgio cattolico si
sottrasse all’Olanda protestante. Per un drammatico accidente da soldato
fattosi prete e cameriere di Sua Santità, con ingegno brillante e attività
instancabile si fece campione della causa del papa, e con ardito concetto
pensò dar alla santa Sede una forza propria. Chiese a ciò un generale di
grand’abilità nell’organizzare, il Lamoricière, onestissimo uomo quanto
prode soldato, vincitore di Costantina e di Abdel-Kader, popolarissimo per
aver creato il corpo degli zuavi, poi ritiratosi malcontento dagli affari
e dalle armi quando alla repubblica successe l’impero. Egli accettò, sia
per devozione alla santa Sede, sia per esercitare la propria attività,
e l’imperatore, cui dovea piacere questo modo di trarsi d’impaccio, gli
consentì l’andata. Si fece appello a tutti i Cattolici come a nuova
crociata; e vi accorsero molti della nobiltà francese e belga, non
ricevendo soldo; molti giovinetti usciti dai collegj di Francia vennero
a schierarvisi come un tempo alle crociate, poi alla guerra d’America;
taluni accompagnati dai loro parenti. Ma il Lamoricière capiva che gente
sì fatta è eccellente per colpi di mano, all’uso di Garibaldi, mentre qui
si trattava di tener l’ordine interno, e seriamente imporre a un nemico
che si presentasse.
Ai rivoluzionarj spiaceva questa possibilità di difesa, onde accaloravano
le esclamazioni esterne e le irrequietudini interne; formavansi bande;
cresceano i delitti, tantochè il Governo italiano spediva un’intimata a
Roma che le bande d’avventurieri formatesi sotto un capitano straniero
si licenziassero, se no, l’esercito italiano invaderebbe le provincie
pontifizie.
Prima che la risposta potesse giungere, il generale Fanti invadeva la
Romagna (1860 11 settemb.): Cialdini penetrava nelle Marche, Della Rocca
nell’Umbria. Lamoricière, scorgendo non poter resistere, cercò guadagnare
Ancona, ma raggiunto a Castelfidardo, fu disfatto (18 settemb.), e a
stento potè giungere soletto ad Ancona, che per nulla preparata, dopo
breve assedio cedeva. Così le Marche e l’Umbria entrarono a far parte
della famiglia italica.
Non minore sentivasi l’agitazione nelle Due Sicilie, commosse dai tanti
esuli, che non erano voluti rimpatriare malgrado l’amnistia. Morto
Ferdinando II (1859 maggio), succedeva il giovane figlio Francesco. Col
mandar via novantun cittadini sgombrò le carceri politiche. Del prender
parte alla guerra dell’indipendenza sentiva il pericolo. Mancatane
l’occasione per la pace di Villafranca, moltiplicaronsi le imputazioni
contro il re, che aveva lasciato decidere le sorti italiane senza di lui.
In Sicilia s’indussero a sollevarsi alcuni, ed ora si gridavano decaduti
i Borboni, ora si acclamava Vittorio Emanuele. Da ciò il dover adunarsi
truppe a difesa dell’isola, e l’occhieggiarla tutti i rivoluzionarj
come opportuno appoggio. Infatti a Genova si preparava una spedizione;
tutti sapevano che il 5 maggio Garibaldi s’imbarcherebbe co’ suoi; e
infatti quel giorno, occupati con finta violenza due legni della società
Rubattino, costeggiavano raccogliendo da ogni proda uomini e armi. Tutta
Italia si scosse all’annunzio di questo fatto e all’incertezza della
destinazione.
Quei mille ardimentosi sbarcarono a Marsala, dove legni inglesi ne
agevolarono la discesa, impedendo che le navi napoletane potessero
bombardare i battelli se non quando furono vuoti. Garibaldi (1860 12
maggio), avuti pochi seguaci e cavalli, procedette verso Milazzo, il
fascino del successo accrescendogli seguaci e applausi: egli si proclama
dittatore a nome di Vittorio Emanuele (14 maggio); superata a Calatafimi
una piccola resistenza, giunge a Palermo, che fu presa via per via, poco
mescolandovisi i cittadini: al 6 giugno soscrivevasi la convenzione,
per cui 30,000 buoni soldati cedevano a un pugno di ragunaticci, e parte
arrolavansi con questi, parte salpavano pel continente.
Già il resto dell’isola erasi sollevato. A Palermo sistemavasi un Governo,
ma Garibaldi non consentì l’immediata annessione al regno d’Italia, avria
potuto farsi o re o capo di repubblica.
Facile è immaginarsi lo scompiglio di Napoli, ben prevedendo che la
rivoluzione, ormai padrona dell’isola, si appiglierebbe al continente;
per condiscendenza a chi credeva così rimuovere il pericolo si richiamò
in vigore la Costituzione del 1848, mettendo a capo del Ministero lo
Spinelli, in voce di liberale; si mandarono Manna e Winspeare a Torino
per far lega offensiva e difensiva.
A questi temporeggiava le risposte il Cavour, col pretesto di voler
rispettare il voto dei popoli e non conoscere le intenzioni di Garibaldi,
al quale il re dirigeva una lettera consigliandolo a non più conturbare
il regno.
Il tentennare del Governo napoletano, come succede in ogni rivoluzione,
lasciava sfrenare le passioni, onde delitti e cozzi, e tumulti e rivolte
contro i rappresentanti o del popolo o del Governo o delle Potenze.
La flotta, che unica poteva riparare un’invasione, diveniva sempre più
sospetta. E già Garibaldini sbarcavano qua e là: Garibaldi stesso scende a
Reggio; le provincie insorgono; il re, veduta vana la resistenza, lascia
la capitale per non esporla a un assalto, e per concentrarsi a Capua e
Gaeta, dopo protestato contro quanto avveniva.
Liborio Romano, suo ministro fin a quel giorno, mandò subito invitar
Garibaldi, dicendolo aspettato come un liberatore: Garibaldi entrava senza
seguito come senza ostacolo: e padrone qui pure faceva atti sovrani,
e consegnava la flotta al Persano ammiraglio piemontese, e la Corona a
Vittorio Emanuele.
Le truppe italiane entravano nel regno per Pescara, e unitesi a Garibaldi
che sul Volturno era dovuto arrestarsi, attaccavano Capua che s’arrendeva.
Re Vittorio mosse alla volta del Napolitano «per rassodare l’ordine» e
fermare e spegnere la rivoluzione; e alle Camere domandava il voto di
approvazione alla politica fin là seguita, e di poter unire allo Stato le
nuove provincie; e n’ebbe 296 voti con 6 contrarj. Proclamavasi in Napoli
il plebiscito che annetteva anche quel regno (3 novembre).
Chiuso in Gaeta, il re di Napoli doveva aspettare o che il popolo si
riavesse dalla sorpresa, o lo soccorressero i re, i quali comprendessero
che nel trionfo dell’insurrezione trattavasi la propria loro causa, e
volessero far rispettare o la dignità regia, o il diritto delle genti, o
le loro promesse.
Il generale Cialdini presto raccolse quanto era duopo a un serio assedio
di Gaeta, mentre l’ammiraglio Persano disponeva la flotta per mare: e
l’imperatore di Francia, che aveva dichiarato non permetterebbe l’attacco
da quella parte, recedendo da tal proposito, fece dalle sue navi
abbandonare la rada, e così fu intimato il blocco.
La difesa fu degna di miglior sorte, e lunghissima sarebbe durata se non
intervenivano o casi o arti inattese. Il 5 febbrajo scoppiava in Gaeta
(non si sa bene se per accidente o per altra cagione, dice la relazione
officiale) un deposito di polveri, onde moltissimi morti e feriti, e,
aperta larga breccia, era impossibile di più resistere. Il 13 febbrajo si
capitolò. La famiglia reale s’imbarcava per Civitavecchia, accolta dal
papa coll’amorevolezza ond’egli n’era stato accolto nel suo esiglio. La
cittadella di Messina, tenuta dal maresciallo Fergola con 4000 uomini,
negò lungo tempo rendersi, finchè Cialdini la prese.
Da tutto ciò nacquero scontenti, e viepiù nella Sicilia, per molti mesi
in mano dei prodittatori, che non essendo d’accordo sulle sorti future
dell’isola, variarono d’intenti, patendone e le finanze, e la sicurezza
pubblica, e la libertà.
I volontarj stavano ancora sotto la mano di Garibaldi, vogliosi di
lanciarsi contro gli Stati Pontifizj, dacchè vedevano che l’imperatore dei
Francesi era disposto a lasciar fare. Di ciò s’inquietavano le Potenze,
che unanimemente avevano considerata l’indipendenza del pontefice come
reclamata dal mondo cattolico, e non credevano opportuno restasse in
tutela della sola Francia; ma l’imperatore le rassicurava: aver veduto
mal volentieri la caduta del regno delle Due Sicilie, e violate le
stipulazioni di Zurigo, ma i fatti compiuti non potersi non riconoscere.
Garibaldi domandava sino in Parlamento un milione di fucili, e non dava
pace al Ministero, e massime al Cavour, «il cattivo genio d’Italia»,
quasi gli avesse guasta l’impresa di Napoli coll’introdurvi le truppe
regie, e credeva poter gettarsi contro l’imbelle Roma come contro l’armato
quadrilatero, e di là avventare la rivoluzione in Austria, in Boemia, in
Ungheria, e rassettare tutta Europa nell’ordine nuovo.
E il re di Sardegna mutava il titolo con quello di re d’Italia (1861
27 marzo); e la Camera accettava un ordine del giorno pel quale si
riconosceva l’Italia una e Roma sua capitale. Le Potenze ne protestarono
e Russia e Prussia richiamarono l’ambasciatore: lo stesso imperatore dei
Francesi ricusava di riconoscere il nuovo regno.
Tutto ciò rese amari gli ultimi giorni di Cavour, che spirava il 6 giugno
a cinquantun anno; ogni bene che accadde da poi, si disse conseguenza del
preparato da lui; ogni male, conseguenza dell’essere egli mancato. Tanto
era morto a tempo.
Il succeduto Ministero Ricasoli durò nel proposito di voler Roma e
Venezia, o almeno di dirlo: e se Cavour lo sperava dalla Francia, Ricasoli
confidava nell’Inghilterra.
La Francia, quasi a consolazione della perdita del gran ministro,
riconobbe il nuovo regno, o piuttosto il titolo di re d’Italia assunto da
Vittorio Emanuele II, «declinando qualunque solidarietà in imprese atte
a turbare la pace dell’Europa» (_Moniteur_ 25 giugno): frasi elastiche,
malgrado le quali adoprò anche in appresso perchè altre Potenze lo
riconoscessero, siccome hanno fatto.
Ma dacchè erasi costituito un Governo, doveva cessare la rivoluzione;
bisognava tornare a qualche calma gli spiriti, a qualche ordine la
sovvertita Italia, ricostituire l’esercito, risanguare le finanze, ridurre
le nuove provincie ad abbandonare e le pretensioni e le abitudini per
uniformarsi ad unità: tutto ciò fra le esorbitanze dei rivoluzionarj, e
l’ebbrezza di successi che nulla lasciavano credere impossibile.
Garibaldi, creazione del pensiero popolare, acquistava le proporzioni non
d’un eroe ma d’un dio. L’amor proprio gli fu solleticato dalle immense
lodi profusegli da un secolo meticoloso, debole, egoista, cui parve
fenomeno un uomo che non ha esitanze o riguardi, non cerca impieghi,
decorazioni, stipendj. Bisognò conchiudere che l’ambizione sua era più
elevata, e trovava soddisfazione nel servir la nazione, sebbene talvolta
siasi messo fin sopra di essa, esclamando: «L’Italia l’ho fatta io; posso
disfarla».
Sciaguratamente trovossi a lato settarj egoisti, inetti al Governo perchè
formati nelle società segrete, e che davano consigli personali, gretti,
irosi; cortigiani, che sono ben lungi dal suo disinteresse, talvolta
gl’insinuarono ch’e’ sia l’apostolo dell’umanità, l’iniziatore di tutte
le rivoluzioni da farsi, di tutte le nazionalità da costituirsi.
Cavour, maneggiatore di giornali, e abile a scassinare il credito altrui
nei caffè o alla tribuna, avea saputo dargli il gambetto dopo le imprese
nell’Italia meridionale, e surrogare a lui il re, ai volontarj il
Parlamento; non volle lasciargli vincere neppure i più innocenti puntigli,
come la medaglia di cui volea decorare i Garibaldini; concitò contro di
questi le gelosie dell’esercito.
Ricasoli sottentrato, restituì a Garibaldi l’iniziativa, sebbene
si trovasse costretto a dichiarazioni e concessioni intempestive.
I Garibaldini erano scontenti che la conquista da essi vantata del
Napolitano fosse attribuita ai regj: i Mazziniani disapprovavano l’aver
consolidata la monarchia; molti tornavano verso l’unione federale. Per
satollare tutti non v’era che offrir in pascolo Roma, e tutti speravano
da oggi a domani vederla occupata.
Ricasoli, che l’invasione di Roma sentiva impeditagli dalla cattolicità,
diresse al papa una lettera (10 settemb.) per persuaderlo ad una
transazione, per cui, rinunziando al potere temporale, s’assicurerebbe
ampie facoltà spirituali. Suggeriva insomma che il papa conservasse l’alto
dominio sopra gli Stati toltigli, e la sovranità assoluta di Roma e del
Patrimonio di san Pietro, formanti uno Stato autonomo, con governo laico:
il re d’Italia pagherebbe un tributo, ma governerebbe le provincie come
parte integrale del regno: le Potenze garantirebbero il trattato, e si
obbligherebbero ad un sussidio al pontefice.
Col titolo di solennizzare la canonizzazione di martiri del Giappone,
il papa convocava a Roma grandissimo numero di prelati da tutta la
cristianità; i quali in tal occasione dichiararono che, per l’indipendenza
spirituale della Sede pontifizia, credevano, ora più che mai necessaria
la conservazione del potere temporale.
Ne fremettero gli esagerati: e costituivasi un’_Assemblea nazionale
italiana_ per promuover arrolamenti di volontarj, con comitati
dappertutto. Ne crescevano la baldanza dei sommovitori e le apprensioni
del Governo, che prima parea secondarli; sicchè Ricasoli, soverchiato
dalla sinistra, abbandonato dalla destra, dovette rassegnar i poteri
il giorno appunto (2 marzo) che Garibaldi sbarcava a Genova. Rattazzi,
richiamato alla presidenza del Ministero, Garibaldi mostrò aggradirlo,
e s’intese con lui per portar la rivoluzione in Grecia, in Albania, nel
Montenegro, poi nell’Ungheria; di là prendere alle spalle l’Austria, e
strapparle la Venezia.
A Genova intanto tenevasi un’adunanza (9 marzo), diretta a collegare in
un’_Associazione emancipatrice_ tutte le associazioni democratiche del
regno, collo scopo di compiere il plebiscito 21 ottobre 1860; con Roma
capitale; eguaglianza de’ diritti politici in tutte le classi; concorso
delle armi civiche a promuovere e assicurare l’unità e la libertà della
patria. Per quanto i capi temperassero i discorsi e le risoluzioni,
appariva il costituirsi d’un potere estralegale, che esautorerebbe il
Governo, e lo trascinerebbe ai fini, che sono rappresentati da Garibaldi
e Mazzini: sol come una necessità o un atto di gratitudine accettando
la monarchia, finchè i casi europei portassero ad altro principio più
razionale.
Di fatto Garibaldi passa in Lombardia, e in tutte le città inaugura
i tiri nazionali, con feste e con discorsi che dicevano assai, e pur
lasciavano intendere di più: proclamavasi l’êra dei popoli; l’apoteosi
della carabina: «Donne, sospendete al capoletto la santa carabina»; ed
ogni ovazione dovea finire con un improperio a Roma, una provocazione
contro i preti, scabbia d’Italia, vermi da calpestare. Per moderare la
trascendenza, il Governo credette opportuno fondere coll’esercito antico
il meridionale, qual erasi costituito sotto Garibaldi e con volontari.
Provvedimento che disgustò e i tanti ufficiali garibaldini dimessi, e quei
dell’antico esercito che si vedeano sorpassati da gente subitaria.
Si pensò pure di mandar il re a Napoli, tristissima essendo la condizione
delle Due Sicilie. Moltissimi erano gl’interessi guastati in un paese che
cessava d’esser autonomo, in una gran città decaduta da capitale, in un
regno dove le imposte venivano più che triplicate; tolte le istituzioni
più lodate, fra cui il Banco di San Giacomo che tanto era prosperato.
Per effettuare la coscrizione, il Governo doveva colà applicar le sue
leggi, e poichè i natii vi repugnavano, ne nascea la trista necessità di
rigori. A Licata si tolse l’acqua in punizione; si cacciarono in carcere
madri e spose lattanti perchè i figli o i mariti erano contumaci; altri
eccessi erano consigliati dallo zelo de’ nuovi impiegati.
Nella tornata 5 dicembre 1863 della Camera dei deputati si dovette fremere
all’esposizione che amici e nemici fecero dello stato della Sicilia.
Gli abitanti di Girgenti progettavano di migrar tutti insieme; Palermo
fu messo in istato d’assedio, e la popolazione era unanime contro i
forestieri; sessantaquattro carabinieri in un anno furono assassinati. Il
ministro Pisanelli esclamava: «Se un uomo di Stato s’inchinasse verso le
popolazioni napoletane come un medico sul morente per esplorarne i dolori,
udrebbe: «Noi ci sentiamo feriti, ci sentiamo umiliati».
Da ciò orribile incremento del brigantaggio. Sono strani e sin feroci
i modi con cui venne combattuto: si vuol mostrarsi zelanti e si diventa
feroci; si sveglia lo spirito di calunnia e di denunzia; cadono sotto le
stesse reti e liberali e retrivi, e la coscienza pubblica si sgomenta. Fu
votata una legge, che prese il nome del deputato Pica, ove metteasi che
almeno i côlti fossero sottoposti a qualche forma di giudizio, e non solo
la morte, ma potesse infliggersi o la prigionia o la relegazione; pur si
ricorreva fino alla taglia, come ne’ tempi più calamitosi.
Garibaldi intanto continuava la sua corsa trionfale per la Lombardia:
fermatosi ai bagni di Trescorre fra Bergamo e Brescia, ivi accorreano come
a santuario i suoi devoti, e i giovani che seco aveano combattuto, e quei
che speravano combatter seco; e formavasi un battaglione di volontarj,
a titolo di voler andare nelle provincie meridionali a sconfiggere i
briganti, meglio che nol sapessero le truppe regie. Insomma voleasi
per forza di popolo compire ciò chela diplomazia non permetteva agli
eserciti regolari; e dal Tirolo non men che dalla Dalmazia metter fuoco
al Lombardo-Veneto. Il Governo pensò impedirlo seriamente, attesochè
gli Austriaci avrebbero potuto prendere il passo innanzi, e difendersi
nel modo migliore, cioè attaccando. Si fa qualche arresto, ma Garibaldi
protesta altamente, aver egli stesso raccolti a Sárnico quei giovani,
smaniosi di servire un’altra volta la patria. Ciò impediva i tribunali
dal giudicarli secondo la legge.
Diminuivasi dunque anche la giustizia, onde l’Italia potea trovarsi
gettata in quelle annuali insurrezioni militari, di cui sono tormentate da
sì lungo tempo la Spagna e le antiche sue colonie. Che il Governo avesse
intelligenze con Garibaldi non v’è dubbio; ma mentre esso parlava di
Grecia e di Albania, Garibaldi intendeva Roma, e forse credea realmente
che il Gabinetto non facesse che dissimulare la meta vera. Come aveva
voluto nel 1860 che fosse cassato di ministro Cavour, così ora il voleva
di Rattazzi, e che si rinnegasse l’alleanza di Francia e si assalisse
Roma, e non cessava di lagnarsi gli si fosse interrotto il progetto di
provocar l’Austria, e costringerla a rompere ella stessa le ostilità,
nelle quali infallibilmente soccomberebbe. Nel Parlamento (sbigottito
dall’esposizione finanziaria che attestava pel 1862 uno squilibrio di
432 milioni) le interpellanze imbarazzavano il Ministero, mentre non
sollevavano che un lembo del velo che tutto offuscava: ma parve la
vittoria rimanesse al Ministero, poichè la maggioranza gli raccomandava
di tener illese le prerogative della Corona e del Parlamento; e alle
Potenze estere mandava attestando essere e risoluto e forte abbastanza per
reprimere qualunque turbamento, senza riguardi a persona qual si fosse.
Garibaldi sbarcò a Palermo, accolto con frenetici applausi come venuto a
liberarli da questi, siccome già dai Borbonici. L’entusiasmo propagavasi a
tutta l’isola; attruppamenti; grida sediziose; raccoglievansi volontarj e
denari; la guardia nazionale vi teneva mano; il prefetto denunciava mene
del partito borbonico e de’ clericali, e scontentezza per le nuove tasse
del registro e bollo.
Cresceva la persuasione che Garibaldi operasse d’accordo col Ministero, e
poichè questo non avea dato nessuna istruzione ai prefetti, avea rimesso
in libertà i sollevati di Sárnico, neppur impedendo partissero per la
Sicilia, supponeansi intenzioni nascoste, che le autorità locali dovessero
ignorare, ma non contrariare.
Garibaldi stesso (10 luglio) passando in rassegna la guardia nazionale
davanti alle autorità civili e militari, svelenivasi contro Napoleone
che impediva all’Italia di occupar Roma: e cinquantamila spettatori
applaudivano a furia, e la stampa diffondeva per tutto il mondo ingiurie
contro l’autore della emancipazione italiana, come fosse ostacolo alla
italiana unità: le dimostrazioni di piazza prorompevano in altre città e
notabilmente a Milano, fin a insultare la casa del console di Francia.
Le autorità municipali connivevano se non eccitavano; anzi a Milano
emisero esse prime il motto di _Roma o morte_, che subito, con tutta la
frenesia dell’imitazione e della paura, fu scritto su tutti i cappelli, e
si propagò a Genova, a Brescia, dappertutto, urlando contro la Francia,
e dalle bandiere tricolori levando le strisce azzurre che soleano
accompagnarle.
Il Governo più non potea starsi quieto: mandò in Sicilia il generale
Cugia, con otto reggimenti di truppe e quattro battaglioni di bersaglieri;
e facea fare dal re un proclama (3 agosto), ove riprovava quei «giovani
inesperti e delusi, che faceano segno di guerra il nome di Roma»; si
guardassero dalle colpevoli impazienze e dalle improvvide agitazioni; ogni
appello che non fosse il suo era «ribellione e guerra civile».
Si arrivò a creder finzione anche ciò. Garibaldi leggeva a’ suoi sdegnoso
il proclama reale, asserendolo opera dei ministri, mentr’egli col re aveva
altre intelligenze. E diviso il suo esercito in tre colonne, una dirigeva
a Messina, una verso Girgenti, una menava egli stesso per Caltanisetta,
e ricevendo continui rinforzi, giungeva a Catania. Se toccasse il
continente, la guerra civile era inevitabile; già erano disposti novemila
uomini a Castelpucci per entrar nell’Umbria, altri verrebbero da Bologna,
seimila dal mare, convergendo sopra Roma; la demagogia concentrerebbe
tutti i suoi sforzi con quelli dell’eroe. Il quale, fidato nella sua
stella e nell’insurrezione, su due vapori francesi imbarcava i suoi, e
traverso alla flotta regia, sbarcava a Melito in Calabria. Il Governo
dichiara in istato d’assedio e l’isola e la terraferma napolitana,
affidando pieni poteri al generale Lamarmora, che procede risolutamente,
impedisce ogni moto della Basilicata e della Calabria. Garibaldi respinto
a Reggio, guadagna le alture di Aspromonte, divisando di là sparger bande
alle sottoposte marine che propaghino la rivoluzione. Ma Cialdini manda
il colonnello Pallavicini che lo attacca e ferisce: duemila Garibaldini
sono fatti prigioni da milleduecento soldati regolari, e la campagna è
terminata.
Dell’inaspettato trionfo non osò gloriarsi il Ministero: contro cui le
imprecazioni tonarono dappertutto, come i vanti al percosso: e Rattazzi
restò esecrato perchè aveva prevenuto la guerra civile e l’onnipotenza
delle armi. Il vero vinto era la giustizia, poichè sottraevasi un
cittadino al suo giudice, nessuno osando processare l’idolo del popolo.
All’azione di Garibaldi mescolavasi quella di Mazzini, che ricominciò
quella sua agitazione da impotente; mandò fuori proclami; moltiplicossi
sui giornali; infine chiarì guerra al Ministero, e chiese i fondi
necessarj a ravvivare l’impresa; ma mentre Garibaldi domandava un
milione di fucili, cioè trenta milioni in dono, Mazzini contentavasi di
trecentomila lire, e raccomandava di raccoglierle anche dai più poveri,
dirigersi specialmente ai centri industriali, alle manifatture! La
cospirazione rinterzò le fila; si diffusero gli stili; si protestò contro
il Piemonte come erasi fatto contro l’Austria; nuova bufera gittata in un
paese che già navigava in mare burrascoso.
Con intenti più vasti operava la massoneria. Colle loggie italiane
corrispondevano quelle di altri paesi, principalmente per congratulare
del trionfo della nazionalità e unità, e delle idee massoniche. In
appresso moltiplicaronsi; e quaranta funzionavano nel 1863: nel 1864 il
grand’Oriente di Torino n’avea dipendenti settantasei, di cui dieci fuor
d’Italia; oltre le irregolari che dipendono o da nessuno o dal grande
Oriente di Palermo. A questo avea cercato Garibaldi, dopo un famoso
viaggio a Londra, incardinare le loggie tutte italiane, ma non riuscì,
e invece s’adunarono a Firenze il 21 maggio 1864, dove si ripristinò
l’unione fra le trenta del grand’Oriente di Torino e le altrettante di
quel di Palermo sotto Garibaldi, coll’unità massonica consolidando l’unità
nazionale: il grand’Oriente fu composto di venti membri del rito italiano,
eguale al francese, e venti dello scozzese: appena Roma sarà divenuta
capitale d’Italia, verrà proclamata sede dell’Ordine, e vi si convocherà
un’assemblea generale[147].
Le loggie nel 1865 erano cresciute a cenquindici, ed operarono
efficacemente nelle elezioni di quell’anno. Loro principale obiettivo è
Roma, centro dell’unità cattolica. Pertanto Pio IX pensò premunire coloro
che si illudessero col credere la massoneria solo occupata ad ajutare i
poveri e sollevare i sofferenti.
Un riso beffardo si levò perchè il papa, minacciato d’ogni parte e già
prossimo a perdere il suo dominio temporale, avesse tirato fuori una
predica dal cassone, e coi luoghi comuni fulminato quell’associazione di
trastullo o di beneficenza. Ma i sinceri accertano, essere efficacissimi
gl’intendimenti secreti della massoneria, nella quale sono venute a colare
tutte le società ch’eransi formate dapprima per abbattere i principi
antichi, poi riunite per usufruttare il regno nuovo.
L’opera provvidenziale di formare la nazione fra tanti disordini di popoli
e inettezza di governanti, apparve singolarmente nella serie di ministeri
che sbalzaronsi a vicenda, e che compromisero l’onore e l’orgoglio
del paese, e lasciarono, quanto fu da loro, soffogare la coscienza
pubblica, il sentimento del diritto, il discernimento del bene e del
male, mediante l’indisciplina espressa da atti o violenti o avidi e da
una stampa vendereccia o piazzajuola, che sovverte l’opinione arrogandosi
d’esprimerla.
Costoro fomentavano il mal essere, e in parte lo creavano mettendo a nudo
o anche esagerando i pubblici sofferimenti; il debito pubblico andar più
sempre ingrossando; durare tuttavia i briganti: non nata l’industria:
spento il commercio sotto gl’improvvidi trattati esteri e la mancanza
di capitali; dimezzato il valore de’ beni fondi; nessun ostacolo alle
dilapidazioni e prevaricazioni degl’impiegati; scontenti le migliaja di
frati e monache, continuamente minacciati di soppressione; spinta alla
manìa la voglia dei godimenti e l’intolleranza dei doveri: il Governo non
sapere altro se non vendere, far debiti, mettere imposizioni: mezzo suo
la corruzione: teoria il distruggere: circondarsi di nullità: comprare i
piazzajuoli perchè applaudissero e ingannassero, deprimendo la probità e
la capacità: invece di dare vita indipendente ai Comuni, vi si fomentava
la febbre dello spendere e indebitarsi: lo sgoverno era eretto a sistema;
non rivoluzione, non riordinamento: il Parlamento disonoravasi non solo
coll’ignoranza, ma con bassezza di calunnie, d’ingiustizie.
Infatto i delitti crebbero a segno, che dovettero moltiplicarsi le
prigioni, destinandovi principalmente i conventi, e spendendovi venti
milioni l’anno, oltre i bagni: nel 1865 non meno di 60,360 arresti furono
fatti dalla sola arma de’ carabinieri, mentre internamente i costumi
si sbrigliavano, lettere e scienze giacevano, a dir poco, neglette, a
vergogna de’ ministri che ogni tratto piantavano e spiantavano nuovi
metodi di istruzione quando nè la gioventù nè i professori aveano voglia
di studiare: onde non riuscivano che ad incepparla pedantescamente fra
ispettori, presidi, provveditori. Mentre si minacciava continuamente al
vicino esoso, non si preparavano i modi onde rapidamente trasformare le
truppe dallo stato di pace a quello di guerra.
Fra ciò lo Stato teologizzava; premiava e decorava i preti meno
meritevoli; si arrestarono alcuni che soscrissero un indirizzo al papa;
proibivasi l’obolo di san Pietro, mentre raccomandavasi la soscrizione al
giornale e all’indirizzo d’un padre Passaglia. Così, non potendo trarre
Roma all’Italia, scalzavasi il principio cattolico, calpestavasi colla
religione ogni sentimento d’autorità. L’emigrazione crebbe a proporzione
elevatissima. Onde era uno scontento di tutti, eccetto quel milione di
persone che rosica alla greppia del Governo.
Alle accuse contrapponeasi la consolazione di vedere il regno riconosciuto
dalla Spagna, dalla Baviera, dalla Sassonia, dopo che l’avevano fatto
e la Russia e la Prussia, sempre tutte protestando accettare il fatto,
senza ledere il diritto di nessun pretendente; contrapponeasi la gloria
dell’essere nazione, del sentirsi grandi. Pure confessavasi troppo pesante
la dipendenza dal forestiero. Il Ministero, quasi a sua discolpa, dichiarò
che «da Torino non si potea governare». Ma a tai detti pochi s’accorsero
di ciò che si tramava. In fatto improvvisamente si annunziò che, il 15
settembre 1864, il Governo avea conchiuso colla Francia una convenzione,
per la quale otteneva Roma all’Italia, col patto di trasferire la capitale
a Firenze. La prima parte faceva tollerare la seconda; ma come si scoprì
ch’era bugiarda, proruppe lo sdegno de’ Torinesi, il quale fu interpretato
per ribellione, e domato con una strage, qual mai non erasi fatta in
nessuna delle città ribelli, quasi a provare che si sapea reprimere
ogni rivolta, fin sulla città più fedele e iniziatrice, sul popolo più
soldatesco.
In quel sangue scivolò il Ministero Minghetti-Peruzzi, e al nuovo fu
messo a capo il generale Lamarmora al solo scopo di dare effetto a quella
convenzione. Essa portava che fra due anni i Francesi usciranno d’Italia:
il regno promette rispettare il dominio papale, nè adoprare verso di
esso che mezzi morali: si assumerà la parte di debito che compete alle
provincie da esso occupate: la capitale sarà da Torino trasportata entro
sei mesi a Firenze.
Se di alcuna cosa fosse ancora possibile meravigliarsi nella politica
odierna, sarebbe la diversa interpretazione che diedero i due contraenti
alla convenzione. L’ambasciadore di Francia a quel ministro degli affari
esteri dichiarava: «Noi, firmando la convenzione del 15 settembre, avevamo
inteso assicurare la coesistenza in Italia di due sovranità distinte:
quella del papa nei limiti odierni e quella del regno d’Italia;
2º «che mezzi morali significano per noi la persuasione, lo spirito
conciliante, l’influenza degl’interessi morali e materiali, l’effetto del
tempo che, calmando le passioni, dee fare scomparire gli ostacoli che fino
ad oggi si opposero alla riconciliazione d’una Potenza cattolica col capo
della cattolicità;
3º «che finalmente, per le eventualità non prevedute dalla convenzione,
la Francia si riservò formalmente la più assoluta libertà d’azione, senza
qualsiasi restrizione».
In una memorabile nota 18 novembre 1865, il cardinale Antonelli, detto
come fosse strano il fare una convenzione senza tampoco informarne la
parte più interessata, riprova la condotta delle Potenze verso la santa
Sede, lasciandola spogliare di tutti quasi i suoi possessi. Ed ora che il
papa è minacciato in quel poco che gli resta da coloro che lo circondano
da ogni parte, eccolo abbandonato, senz’altra garanzia che la promessa di
chi ha pronunziato, sua necessaria capitale essere Roma. Rammenta poi come
la libertà dell’apostolico ministero non appartenga alla sola Roma o al
suo sovrano, bensì riguardi tutti gli Stati cattolici o che hanno sudditi
cattolici: essere ironico parlare «dei felici cambiamenti del Governo
piemontese rispetto a Roma, mentre il sacrilego voto di Roma per capitale
non fu mai ritirato, anzi ogni tratto ridestasi; mentre si assicurò,
volersi adoprare tutti i mezzi morali per raggiungerlo; cioè, al partire
delle truppe francesi vi si susciterà la rivoluzione, e col pretesto di
calmarla si occuperà il rimasto territorio».
Tristissima restava la condizione delle provincie pontifizie, minacciate
tuttodì dalla cospirazione interna e dalle mene esterne. Il papa,
prevedendo quel che succederà al levarsi di colui che si era assunto di
essere unico a difenderlo, benedicendo gli uffiziali prossimi a partire
diceva: «Se Dio ci conserverà la tranquillità lo benedirò: se mi mandi
disastri, lo benedirò ancora».
Con nobile iniziativa Pio IX avea scritto al re d’Italia, invitandolo
a trattare seco per provvedere alle sedi vescovili del regno, di cui
ben ottanta trovavansi vacanti, sia per morte, sia per incarceramento
o esiglio dei titolari. Il re spedì a Roma con carattere confidenziale
il commendatore Vegezzi, che facilmente potè venire a un accordo, ma
nuove pretensioni del Ministero impedirono ogni conclusione, lasciando
incancrenire la piaga delle ostilità che contro le credenze della
maggioranza esercitava il Governo, «spaventato da un’opinione pubblica
del tutto artificiale».
Trasferita la capitale con tutto il disordine della fretta, lo crebbero
e l’attuazione dei Codici improvvisati e la rinnovazione della Camera
elettiva. Il Ministero era stato modificato, e il Parlamento sciolto e
intimate le nuove elezioni per la fine d’ottobre, dove il Ministero,
impaurito dall’apparire di tanti cattolici, che poteano impedire
le soppressioni e gl’incameramenti, voluti dagl’intolleranti e dai
finanzieri, pose tutto in opera per attraversarli, laonde restò il
sopravvento al partito d’azione, che secondato dalla frammassoneria,
potè (come fu scritto) mostrare la sua ostilità non solo per gli
uomini d’ordine, ma per gl’ingegni limpidi e i caratteri fermi. Nel
discorso d’apertura, al re faceasi tacere ogni rimpianto o saluto
per la capitale abbandonata, ogni parola allusiva a Venezia, eppure
domandare nuovi sagrifizj; applaudirsi d’avere interrotte le trattative
col papa, e annunziare non solo la soppressione degli Ordini religiosi
e l’incameramento de’ beni ecclesiastici, ma la segregazione dello
Stato dalla Chiesa. Erasi voluto con ciò dare un’esca al partito ormai
prevalente, ma questo agognava al potere, e ben tosto il disaccordo
apertissimo fra la Camera e il Ministero portò la caduta di questo.