CAPITOLO CXCIII.

Rassetto forzato. Moto ripreso.

Adunque desiderj, concessioni, riforme, esplosione, anarchia, reazione

si succedettero con rapida vicenda, questa volta come le altre, e nulla

meglio istruendo delle altre volte. Delle quali abbiamo veduto riprodursi

il decorso e gli errori, e sempre a chi citava il passato rispondersi, —

Ma adesso è tutt’altra cosa, adesso l’idea è più diffusa, il popolo vi ha

parte, la ragione è maturata»[132].

I fatti, e ancor meno i sentimenti si presumerebbe dedurre dai giornali,

dai libercoli, dai manifesti d’allora, nè tampoco dalle dicerie alle

Camere o dalle relazioni d’inviati e ministri, improntate della fisionomia

personale, e sottomesse alla necessità o di attutire, o d’infervorare,

o di sottrare se stessi all’insulto plebeo, o di ottenere applausi col

blandire le vulgarità. Coloro che più tardi tolsero a parlarne con serietà

e connessione, acquistano valore quando espongano atti, di cui furono

testimonj o parte: ma poichè solo i grandi e i furfanti hanno coraggio

di confessare i proprj falli, e i governanti di quel tempo non erano nè

l’uno nè l’altro, i più si restrinsero ad apologie di sè, a requisitorie

contro gli avversi, riboccanti di quell’individualità che rivela anima e

intelligenza mediocre; e dove, non che aver appagata o assopita la propria

coscienza, nè tampoco all’amor proprio soddisfecero, giacchè provocarono

ricozzi fino alla calunnia, e finirono col rimpicciolirsi nell’esiglio e

nella sventura che suole ingrandire.

I forestieri ci pajono la più parte ingiusti e parziali; e fino i

migliori, quelli che trattano d’arte militare, cascano nell’assurdo quando

toccano al civile. De’ nostri i più scrissero ostilmente, perchè chi

loda ha aria di adulatore, di franco chi maligna; oppure sistematicamente

vantarono un partito e incriminarono l’avverso, a persone vive e onorate

imprimendo stigmate d’infamia senza processo, coll’iniquità che si

rimprovera alle corti statarie, supponendo uno onesto fin a un dato

istante, e ribaldo e scellerato dopo quell’istante, senz’avvertire

il perchè di tale mutazione[133]. Ve n’ha che, complici o godenti,

ogni disgrazia spiegano col tradimento, stile da caffè; ovvero colla

superiorità della forza, che è un precipitarsi nel fatalismo e umiliarsi

in eterna inferiorità; o come il vulgo, incaricano di tutti i danni i

Governi, riuscendo così insulsi giudici e assurdi maestri. Ve n’ha che

non immolerebbero mai i rancori personali alla verità o alla patria;

lodando o biasimando per proposito, per nomi e prevenzioni, gli scrittori

municipali, restringono la morale e la politica a parziali aspetti,

dando valore a fatti e aneddoti che immeschiniscono i concetti: mentre

lo storico, siccome l’oratore, è fuoco fatuo, che brilla non riscalda,

abbaglia non guida, e produce effetti talor perniciosi, sempre effimeri,

ogniqualvolta non si palesi grave, convinto, disinteressato. Alcuni

vivranno malgrado la passione, o forse a causa della passione, perchè

generosa e sincera. Montanelli volle onestare la propria causa colla

virtù e la gentilezza, e farla amare, mentre Guerrazzi alla sua sospinge

a sferzate, colla rabbia di chi soccombette e non può dire senza colpa.

Farini vale nell’esporre i i Governi, le cospirazioni, la diplomazia,

e coll’intrepido pronunziare e con certa dignità retorica acquista

autorità. Ranalli, anch’esso di stile accademico, approfonda le tresche

de’ cospiranti e il vigore delle moltitudini, attribuisce le colpe anche

di queste ai governanti; ma rifacendo il proprio lavoro, ebbe la lealtà

troppo rara di ricredersi d’opinioni e di fatti.

Appartengono alla polemica, quando anche assumano proporzioni di storia,

i racconti di Cattaneo, Ricciardi, Anelli, La Farina, La Cecilia...:

interesse di romanzo ispirano Dandolo, Ulloa, la Belgiojoso, i narratori

della guerra di bande. La turba desidera situazioni e giudizj ricisi; e

allettata al linguaggio delle passioni, vuole panegirici o imprecazioni

sulle persone e sui fatti che o carpirono ammirazione ed amore, o

attrassero odj e spregi, del pari subitanei ed esagerati, portanti il

carattere violento della passione, e l’instabilità che della violenza è

espiazione. Il crepuscolo avversa del pari e la notte e il sole, perchè al

pari lo dissipano: laonde la limpida sposizione dei fatti, che scoprirebbe

l’erroneità dei principj, è bestemmiata dalle plebi, che gridano morte

a Cristo e salute a Barabba. Troppi attesero a contentarle; troppi

rinnegarono quel serio e modesto pudore che riconosce e i falli proprj e i

meriti degli avversarj, quella lealtà che fa preferire la sicurezza della

propria coscienza al trionfo delle proprie idee, quella sana imparzialità

che deriva dall’abbracciare molte cose, e che è di buona giustizia insieme

e di buon gusto; trascurano di ponderare la verità e fin la probabilità

degli avvenimenti, quand’anche abbiano la sincerità di palesarli. E

questo mostrare retorica invece di convinzione, quest’arzigogolare di

sentimentalità quando fa mestieri di fredda ragione e di riverenza ai

fatti, questo pretendere col fumo delle chimere colmare l’abisso che

separa la difettosa realtà delle cose dall’ideale perfezione, convincono

che poco s’imparò, e che domani ricominciando inciamperemmo alle stesse

pietre, avremmo le stesse ignoranze e, ch’è peggio, le stesse mezze

cognizioni, che furono causa principale della mostrata inettitudine[134].

Decomporre con rispetto quella miscela di lagrime e di sangue, non a

servigio d’un partito, ma per isvolgere quello spirito politico, che è

l’intelligenza del ben pubblico e il coraggio di farlo prevalere, in

modo da farsi udire alla posterità, non è a sperare si faccia mentre

così recenti sono le impressioni personali, i rancori di parte, le

permalosità di parentela, di paese, di classe; e per affrontarli vuolsi

un coraggio ch’è raro, un’abnegazione ch’è eroica, perchè tocca a ciò

che l’uomo ha più caro, la reputazione propria; perchè, fra tepidi amori

ed ire bollenti, si è certi di spiacere a tutti i partiti, di vederci

decretate le gemonie anche mentre ci benedicono le anime schiette. Chi

(primo distintivo de’ pensatori) si sottragga alla tirannide di qualsiasi

fazione, resista alle idee d’un’età anche lusingandole, risoluto di non

mancare alle proprie convinzioni per paura d’essere mal inteso o mal

giudicato; accetti le dure conseguenze de’ fatti compiuti, e, pur vedendo

il meglio, contentisi del bene; avendo già fatta la propria rivoluzione,

al giungere della pubblica sappia cercare temperamenti e transazioni fra

le opinioni proprie e le necessità dei tempi: colla confidenza in sè che,

appoggiata a forti studj, è la condizion necessaria allo schiudersi de’

grandi talenti, osi repulsare l’errore con tutta l’energia che permette

la pulitezza, e per amore dell’umanità calpestar vipere che certo lo

morsicheranno; si proponga di restaurare la facoltà che nelle rivoluzioni

più deperisce, il buon senso; abbondi di quell’attitudine pratica che,

come nelle procelle, non guarda indietro ma avanti, e senta la necessità

di compatirci tutti ove tutti errammo, quello potrà divenire fisiologo,

non patologo della rivoluzione.

Della quale, chi attenuò il merito de’ cominciamenti perchè favoriti

da opportunissime contingenze, confessi che per grandi sfortune essa fu

precipitata dappoi, e per le condizioni generali dell’Europa. Intanto era

la prima volta che si trovassero a fronte i tre poteri della società;

principi, plebe, popolo: quel de’ primi espresso dall’esercito, dalle

ordinanze, dallo stato d’assedio; quel dei secondi dalle grida, dai

giornali, dalle dimostrazioni piazzesche; quel del popolo dal pensiero,

dagli interessi, dalla morale. E chi ha mai veduto tirocinj senza

errori? qual meraviglia se Governi radicali, sostituiti repente a Governi

petrificati, nell’incessante barcollare non mostravano nè coerenza, nè

decoro? Le doti che costituiscono un buon capo non sono quelle che fanno

buoni amici; nè il suffragio delle moltitudini s’acquista colla severità,

l’esattezza, il sentimento della propria dignità. Quei capi governavano

a sproposito, con deliberazioni lente, con partiti medj, colla debolezza

che fomenta l’insubordinazione dei governati: ma perchè non furono

deposti? e perchè i surrogati non apparvero migliori? e perchè l’audacia,

indispensabile nelle rivoluzioni, si manifestò soltanto ne’ piazzajuoli

che cogli articoli o coi fischi insultavano a principi fuggiaschi o a

governanti inermi?

Era anche la prima volta che Italia affrontasse grandi Potenze con vera

guerra; e i vilipendj consueti dovettero ammutolire quando, non solo

eserciti disciplinati, ma gioventù inavvezza, popolazioni pacifiche,

città aperte, sfidarono la morte, sia coll’impeto istantaneo, sia colla

più difficile perseveranza, e fin dopo sconsolati dello sperare. Ma

l’inesperienza bellica ci avea fatto credere bisognasse munire ciascuna

città; quasi le piccole e particolari difese vagliano contro a grossi

eserciti e al fulminar delle artiglierie; quasi da popoli civilissimi

e in pingui contrade possa aspettarsi l’eroismo de’ semibarbari: nè

tampoco comprendemmo che i pochi e novizj, sorti a combattere un esercito

agguerrito, devono evitare gli scontri di fronte, moltiplicando invece gli

urti di fianco, dove anche il coraggio inesercitato assai vale se diretto

da buoni uffiziali; ma che in nessun caso possono oggi vincersi le guerre

senza la grande strategia.

Appunto in vista di tali difficoltà, da trent’anni i pensatori, fedeli

alla dolorosa teoria delle proteste, adoperavano per rimutare la potenza

dalle spade alla ragione, e sfuggire la rivoluzione, la quale impianta la

forza sopra al diritto e al dovere; ammazza le libertà coll’opprimerle

quando trionfi, col farle temere quando vinta le invochi; prepara i

popoli alla tirannia col meritarla, e ve li fa rassegnare per paura di

peggio; scalza quanto rimane di fermo nelle coscienze, di generoso nelle

convinzioni; deprime i caratteri, induce il bisogno di stordirsi, disvia

dalla legale resistenza, avvezza al provvisorio, a confidare nel caso e

nell’imprevisto. Il movimento cominciò pacifico, e i moderati dicevano,

«Badate di non porgere pretesto a snudare le spade, perchè in quel giorno

perirete»: in fatto, ogni volta che col subbuglio si provocò la forza,

noi fummo percossi, trucidati, sbanditi; nel 1848 sfidammo il nemico in

campo, e dovemmo soccombere, come succede ogni volta che al desiderio non

corrispondono le forze o alle forze la volontà.

E la forza trionfò di nuovo; ma noi continuammo a credere che una

nazione vale per quello che pensa, ancora più che non per quello che

fa, e sono le grandi idee che menano alle grandi cose. Più dunque che

imputare altri, noi credemmo obbligo di esaminare noi stessi; e questo

ci condusse anzitutto a confessare che si procedette senza sincerità,

anzi coll’aborrimento dalla verità; ed oltre che è natura delle fazioni

ostentare un fine diverso dal reale, il sincerare i detti o gli atti

dichiaravasi codardia e tradimento; si crearono fantocci ideali invece

di persone; parole chiare e precise furono stiracchiate al senso delle

passioni nostre; non uno dei mali accadutici arrivò senza essere predetto;

predetto anche da voci ascoltate, ma che cessavano d’esserlo all’istante

che diceano quello ch’era, non quel che si volea che fosse. Così tutti

abusarono del principio, e traviarono nelle conseguenze. I politici

dozzinali smarrironsi, perchè tenevano in veduta unicamente la nazione,

mentre il mondo è invaso da idee, da interessi, da concetti, da fatti, che

travalicano le angustie della nazionalità; e male attribuivano a persone

singole quel ch’era sentimento della progrediente società, nel vortice

della quale se vuolsi che non venga assorbito l’individuo è necessario

accrescergli vigoria.

I mutamenti riescono durevoli allorchè i più trovinsi d’accordo sopra

un punto, e a questo convergano l’attenzione e le opere. Qui invece

si volle innovare il tutto d’un colpo; modo di scontentare chi perde

il goduto, nè ancora coglie lo sperato. Predicavasi l’affratellamento,

e ciascun popolo o città o uomo adocchiava a convenienze particolari,

dando agl’interessi privati il linguaggio e la maschera di interesse

pubblico. Si ricantava la libertà, e s’impediva di fare, e nè tampoco

pensare altrimenti, e dichiaravasi tirannide la repressione della licenza.

Si tolse per iniziatore il papa, ma bestemmiandolo appena resistè alla

corrente. Dai principi chiedeasi appoggio e spinta, e non si dissimulava

di volerli sbattere appena cessassero di parer necessari. Era primo

proposito l’emancipazione dagli stranieri, eppure quanto e più che da

quelli si aborriva il dipendere uno dall’altro. Le grida di piazza doveano

riscuotere assenso e lode a Torino e a Palermo, infamia a Napoli; parer

sante come il martirio a Milano fino a un dato giorno, e dopo di quello

sediziose. Ai soldati imponeasi di faticare, soffrire, vincere, e intanto

se ne impacciavano gli atti e calunniavano i consigli, e moveasi querela

del troppo che si facea per loro. Il suffragio universale dovea valere

per fondere la Lombardia col Piemonte, non per istaccare la Sicilia da

Napoli. La logica è più potente che non si creda.

Ora è doloroso e istruttivo il confessare come le nazioni dalla nostra

rivoluzione ritirassero le simpatie, che universali aveano concedute

ai primi agitamenti. I Francesi del Governo parlavano di carpirsi la

Savoja non solo, ma e il contado di Nizza; i Francesi avversi al Governo

tentarono invadere e ammutinare la Savoja; mentre improperj ci erano

lanciati dalle loro tribune, conforti ci venivano soltanto da pochi che

voleano carezzare il vulgo fraseggiando la disapprovazione: la Dieta

tedesca, attarantata di libertà, pure giudicò micidiale alla Germania lo

staccare il Veneto dall’Austria: il demagogo Kossuth esibiva a questa

ducentomila Ungheresi per reprimere l’Italia: a Radetkzy accorrevano

studenti dalle Università austriache, crociati opposti ai nostri: da

Inghilterra avemmo benevolenze, arringhe, libri; ma combattenti, prestiti,

doni? Quegli stessi diplomatici che a suono di mani gridavano «Viva

Italia», a noi dicevano all’orecchio, «Rassegnatevi e sottomettetevi»; e

ai padroni, «Uccideteli pure, che n’avete diritto». E appena la cacciata

del papa ne offrì un pretesto, sorse gara fra tutti gli stranieri nello

spegnere questi incendj.

Eppure anch’essi devono convenire che, se nel moto rimasero mediocri

i mediocri di prima, se nei capi apparvero inettitudine e deficienza

di senno civile e di militare educazione, in nessuno si videro le

colpe dell’avidità, e onoratamente tornarono i più a guadagnarsi la

vita faticando. Fra i deplorabili dissensi, tra l’urto di conservatori

pusillanimi e di progressisti sovversivi, la nazionalità che dapprima

era memoria, divenne affetto, e ne fu sentito più comunemente il bisogno,

espresso da singhiozzi prima, dall’esultanza poi, infine dalle proteste.

Verrà esso soddisfatto? Sì, purchè senza violare il diritto e la morale,

senza persecuzioni: sì, qualora non si confonda l’unità nazionale

coll’unità amministrativa: sì, qualora agl’inni non si surroghino

elegie, cioè sempre lenocinj e sentimentalità laddove occorre robustezza

d’abnegazione; qualora si cerchi come operare, più che non pretesti a non

operare e lo sciocco onore di non essere nulla, non mescolarsi di nulla:

nè si inglorii d’eroica astinenza quel dormiveglia di chi non sa cosa

fare, e da cui appena tratto tratto riscuotono i bottoni di fuoco; qualora

si assuma il coraggio di confessare i proprj sbagli, e nel ravvedimento

ritemprarsi; qualora l’indipendenza la cominci ciascuno da se medesimo,

fidando nell’energia personale, sviluppando le proprie facoltà, non

questuando dallo Stato onori e profitti a scapito della dignità, che poi

credesi di ricuperare col dir male e fare un’opposizione frivola e di

calcolo.

I giornalisti, la cui autorità è sempre grande in tempo e fra persone che

non istudiano, e che, abdicando alla propria, si rassegnano a pensare

colla testa altrui, erettisi tiranni dell’opinione, blandendo agli

ignobili istinti col gettare l’oltraggio in faccia alle persone e alle

cose che la nazione era abituata a venerare per scienza, per politica,

per virtù, creavano abilità e virtù fittizie; inducendo a tremare di

mali finti, accecavano sui veri, ch’essi non conosceano per imperizia

o dissimulavano per pravità: quel baratto di lodi e strapazzi; quel

farnetico ora di denigrare ora di esaltare senza nè verità nè riflessione,

stillando il biasimo nelle lodi; quella baldanza di rancori servili,

quella gelosia del bruto contro ogni merito che trascenda la mediocrità,

quell’adulare alla ciurma illusa o vendereccia ch’essi intitolavano

popolo, sbigottì i buoni, che di rado sono eroi, e ancora una volta il

numero impose al merito, cioè la forza all’intelligenza; ed anche nel

campo di questa restò la sovranità del vulgo, che fu il vero nemico in

tutte quelle vicende.

All’ombra di costoro vegetava la fungaja delle stemperatezze; una

folla impressionabile, come i solfanelli, accesa al minimo attrito,

spenta al minimo soffio, che cangia convinzioni a norma della gazzetta

che legge o del buffone che la fa ridere: una furia di sollevare la

inesperta democrazia al posto cui richiedonsi e abilità e pratica e

stima e disinteresse; un’esuberante fede nell’attitudine dei novizj; una

presunzione in sè, che fa ripudiare la mano del fratello; una dicacità,

che può spingere a morire, ma non riesce a dar vittoria; un preferire il

trionfo de’ concetti giornalieri al trionfo della coscienza; un ricusare

il bene evidente per ismania d’un bene fantastico; un repudiare il tempo,

il quale annichila le opere fatte senz’esso. Così ognuno vuole pagare la

propria quota d’illusioni: così, sordi agli avvisi della sperienza, si

attende solo ai colpi delle catastrofi.

E s’altra volta mai apparve manifesto che, nell’individuo come nelle

nazioni, il trionfo più difficile è quello sovra se stessi: giacchè molti

seppero sacrificare la vita, non le passioni, che pure compromettevano il

bene generale; pochi rinunziare a quella popolarità, che è l’appoggio e il

pericolo delle anime fiacche; pochi mostrarono sapienza civile, robusta

moderatezza, abilità riordinatrice, quel buon senso che, risolutamente

volendo i beni essenziali, si rassegna agl’inconvenienti inseparabili;

quella indipendente probità, che non vacilla secondo le tesi e antitesi

della politica, tutte egualmente vere o false, perchè non hanno in sè la

ragione dell’essere, ma sono spinte dal movimento sociale che sempre le

alterna.

Da ogni paese, oltre quelli che morirono d’angoscia od impazzirono,

migliaja esularono, o costretti, o per moda, o motivi vergognosi

mantellando di martirio. Il Piemonte principalmente ne riboccava; e mentre

gli onesti e laboriosi vi trovarono onore e guadagno negli impieghi,

nell’avvocatura, nell’istruzione, nella stampa, ne’ tanti lavori pubblici,

e potentemente contribuirono a inoculare al paese ciò che di meglio

offriva l’esperienza degli altri, la tempesta buttò sulla riva e schiuma

e immondezze; e pretendendo pane, posti, potere, influenza, senz’abilità

nè onoratezza nè fatica nè merito, sotto ai portici, nelle botteghe,

ne’ circoli mantenevano una postuma convulsione galvanica; continuando i

fischi anche dopo lo spettacolo; nè precedenti onorevoli nè nome illibato

nè carattere venerando lasciavano immune; come in un incendio di cui i

campati s’accusassero a vicenda, palleggiavansi ingiurie e oltraggi,

persistendo nel satanico uffizio di rinfocolare le ire fraterne, di

scagionare persino i tiranni col falsarne od esagerarne le colpe. Quelli

che, stando in panciolle, aveano esclamato «vincemmo alle barricate,

combattemmo a Pastrengo, repulsammo i Francesi da Civitavecchia», diceano

poi «Carlalberto tradì Milano; Ruggero Settimo disertò dalla Sicilia;

Mazzini e Brofferio fuggirono ad ogni approssimarsi del nemico»: e la

calunnia tornò (come già Foscolo se ne lagnava nel 1816) il piatto che fra

loro s’imbandivano i pazienti de’ medesimi dolori, stillando bava contro

il partito o l’uomo avverso, colle reciproche incriminazioni diffondendo

quella disamorevolezza che profitta soltanto agli oppressori.

Insomma la rivoluzione aveva avuto per sola unità l’odio; si comprese

ch’esso non basta alla riuscita, eppure sopravvisse, e da odio de’

dominanti divenne odio dei fatti. E se noi insistiamo su questi torti

dei vinti, egli è perchè dilaniano il cuore più che le violenze dei

vincitori; perchè le nuove speranze non possono fondarsi se non sopra le

virtù che allora ci mancarono, o dai peccati d’allora saranno ruinate.

Intanto da una parte ne derivava aborrimento del vero, spregio del santo,

tentativi forsennati che bisognava mettere al bando militare; dall’altra

a fiducie senza limite sottentrava uno scoraggiamento senza conforti,

un disperare della vita morale e del progresso, dall’inettitudine de’

pochi arruffapopolo arguendo inetto il grosso della nazione; nessuno

era contento della posizione propria, perchè nessuno credeasela imposta

dal dovere, ma solo da un fatto che domani potrebbe cangiarsi, non

essendosi che sospese le ostilità perchè v’era uno più forte; l’alleanza

de’ principi co’ preti ingeriva l’idea che la religione sia maestra di

servilità e complice d’oppressione; fra l’ancipite esagerare pervertivansi

il senso comune e il concetto dell’onesto; il popolo, ingannato tante

volte dalle idee, più a nessuna credeva, e spinto ad eccessi di cui

soffriva le funeste conseguenze, rinnegava anche le massime sacrosante di

cui quelli avevano usurpato il manto.

Ciò rendea ben tristi i primi momenti della ristorazione. Eransi dissipate

immense riserve, esaurite le finanze, cresciuti i debiti, buttato in corso

moltissima carta monetata, gravati i Comuni, reso più costoso perchè

più difficile il governare. I ristabiliti, non potendo impedire che si

ricordasse e sperasse, dovettero premunirsi con quartieri incastellati,

campi, truppe forestiere, eserciti ingrossati, sbirraglie, e lungo

stato d’assedio che escludeva dalle condizioni normali d’ogni società

incivilita, alla regolare azione de’ tribunali e dell’amministrazione

surrogando l’arbitrio incondizionato del militare e le corti marziali,

sciolte da quelle formalità che proteggono la vita e la sicurezza del

cittadino. La commissione militare istituita a Este contro bande di ladri,

dilatatesi con colore politico in quel confine della Venezia col Modenese

e colla Romagna, dalle rivelazioni di alcuni ebbe appiglio a sempre

nuovi processi, che portarono centinaja di supplizj[135]. In tre anni

furono mandate a morte nel Lombardo-Veneto quattrocentrentadue persone,

mentre non più che settantuna dal 1814 al 48: il che fatto conoscere

all’imperatore, inorridito egli sospese quelle procedure eccezionali, e

diminuì le pene portate dal feroce codice marziale di Maria Teresa.

Con tanti fuorusciti e con tanti detenuti o vessati dalla rinascente

Polizia, con tanti finiti per corda o polvere e piombo; colla fierezza

inevitabile ad un potere costretto a pensare alla propria conservazione;

colla tirannide o sistemata o abnorme, inducevasi ne’ popoli un erettismo

convulso; la morale deteriorava peggio ancora che l’economia, giacchè le

idee eccezionali presto si applicano anche in generale, per quanto assurde

ed inique.

Governanti reazionarj, mancanti della voglia o dell’attitudine di

riconciliare la subordinazione colla libertà, l’ordine col progresso,

vituperarono quanto erasi domandato dalla rivoluzione, smentirono quanto

le aveano consentito; contro la petulanza plebea parve giustificata

l’esuberanza clericale e soldatesca; dal traboccare delle esigenze

trassero motivo a negare fin il giusto e il promesso; non credettero

giovasse condiscendere alquanto ai soccombuti per conciliarseli, esaudire

a ragionevoli domande per dare il torto alle inopportune, stringere in

partito compatto tutti quelli che all’anarchia preferiscono l’ordine,

persuadersi che ben governa soltanto chi si associa agli interessi, alle

idee, ai sentimenti del popolo; che, quando i poteri rinunziano ad ogni

iniziativa, perdono la cooperazione dei ben pensanti e dei ben volenti,

e resta abbandonato il progresso a un’opposizione scarsa di logica e

d’efficacia.

Francia ha bisogno che alcuno faccia i suoi affari, riservandosi sempre

di disapprovarlo: e l’accentramento fa che da Parigi parta l’ordine

del come pensare e sentire, non meno che il cenno delle rivoluzioni.

Luigi Buonaparte, che invano erasi provato in Italia, poi due volte

ne’ dipartimenti, riuscì a Parigi a salire al maggior posto, cacciare

in prigione o in esiglio chi si opponeva, e costituire un impero, che,

sostenuto da rara abilità e da una irremovibile fermezza, prometteva i

vantaggi del primo senza le rischiose glorie, e che cercava popolarità

col mostrarsi premuroso degli interessi del popolo. Gli stessi che aveano

improvvisato la repubblica per poter governare, invocarono la monarchia

per essere governati; e siccome su Francia suol modellarsi l’Europa,

caddero in discredito i Governi parlamentari. E questi furono aboliti in

Italia, dove col lasciarli ineseguiti come a Napoli, dove con espressi

decreti come nei paesi austriaci, nei ducati, in Romagna[136].

Il perdono del passato si proclamò dappertutto, ma con numerose eccezioni,

e colla riserva di revocarlo ad ogni nuova ombra di colpa, e gravando di

sospetti e d’esclusioni chi si sottraeva dalla forca.

Forse unico nella storia fu il contegno del popolo lombardo ne’ primi

tempi, a Governi senza ipocrisia ma senza raffinatezza, opponendo

un’assoluta astinenza; non a teatri, non a feste, non a convegni, non

badare ai soldati neppure per mitigarne la fierezza; pagare perchè

costretti, e tenere sempre l’occhio fissato di fuori, come fosse uno

stato precario e di mero fatto. Ma del silenzio e del non far nulla,

si pretese lode come d’eroismo: quindi venerare ciecamente l’opinione

vulgare, e amar ed aborrire una persona o una cosa sol perchè sgradita o

benvoluta dai vincitori; vivendo cioè d’imprestito, e qui pure scomunando

chi pensasse ed operasse non per moda ma per convinzione, impedendo così

di formarsi un’opinione pubblica; e dimenandosi senza effetto, benchè non

senza pericolo. Vigilava su tale situazione la stampa di fuori, e impediva

anche atti innocenti col denunziarli, alterarli, malignarli: col qual

modo al dignitoso contegno imprimevano aspetto di violenta obbligazione,

attesochè al minimo declinarne infliggevano il marchio di fuoco e talora

peggio. Anzi infliggevanlo a chi mai non disviò, sopra la diceria d’un

frivolo, la lettera d’un malevolo; e convintisi d’avere accusato a torto,

non aveano la lealtà di disdirsi; quand’anche ciò potesse valere in una

società palustre, che trangugia le accuse a occhi bendati, e si nausea

della più lampante discolpa.

Venne a rincalzarsene anche l’armeggio delle società secrete, che

scomparse al momento dell’azione, rinacquero dopo esauste le speranze;

abbracciarono anzi tutt’Europa. Mazzini, benchè a Roma si fosse dimesso

dal triumvirato, l’assunse di nuovo in Isvizzera, anzi la dittatura; e a

nome del popolo romano, decretava, eleggeva ad impieghi, vietava di pagare

le taglie, mentre esso ne imponeva per allestire nuove rivoluzioni, e

rinfiancato dalle migliaja di profughi, spediva esploratori ed emissarj

per tutto, e collegavasi all’unica fazione che stesse ancora in piedi, la

comunista. Di là uscirono spesse condanne di morte che venivano eseguite

fin nel mezzo di Milano, di San Marino, di Roma, di Bologna, di Ancona,

e principalmente la Romagna fu contaminata di assassinj: orribile postumo

della rivoluzione, che da una parte rese alla nazione quella taccia onde

per due secoli era stata obbrobriosa alle genti civili; dall’altra anche

fra gli educati offuscò il senso morale: fu anzi teoricamente sostenuto

che sia necessario fra un popolo sprovvisto d’altri mezzi a punire

i traditori; così agli assassini dando per complice la coscienza di

tutta la nazione, alla quale interdicevasi fin il coraggio della pietà.

Anche persone frementi di sdegni nazionali riconosceano inevitabili

le eccezionali repressioni contro l’irrompere delle passioni brutali;

e D’Azeglio, uno dei più moderati espresse, in un discorso ai proprj

elettori, che l’Europa era stata salvata dagli eserciti e dalle corti

marziali.

Dalle particolari si passò anche ad uccisioni cumulative, non per iscoppio

d’un popolo oltraggiato che spezza le sue catene e le pesta sul cranio

degli oltraggiatori, ma sotterraneamente armando di stiletti un pugno

di arrisicati o di venali, tutti delusi col mentire l’estensione della

congiura e i mezzi di riuscita.

Una commissione speciale a Mantova continuò lungo tempo un processo contro

persone onorevoli, professori, parroci, dottori, perchè aveano diffuso

cartelle del prestito mazziniano, e predisposto ad un’insurrezione.

Di tempo in tempo se ne impiccavano alcuni, fra cui l’arciprete di

Revere; e il giorno di sant’Ambrogio del 1852 si strozzò, con altri,

don Enrico Tazzoli, professore di storia ecclesiastica nel seminario,

raccomandatissimo per probità di costume, limpidezza d’ingegno, carità

di opere[137]. Ebbe esacerbato il supplizio dalla sconsacrazione,

fatta piangendo dal proprio vescovo per preciso ordine da Roma; dettò

lettere che rimarranno testimonio del come le tenerissime affezioni non

fiaccassero la sua intrepidezza; a’ suoi compagni somministrò le uniche

consolazioni da quel gran momento: e ultimo abbandonossi al capestro.

La Lombardia, che sperava cessati i supplizj dacchè quattro anni di

compressione aveano rimosso i pericoli, si coperse di lutto: «Su quelle

forche leggete, _Nessuna conciliazione! non più pace!_» diceano i

cospiratori, e fidavano che l’indignazione si tradurrebbe in furore di

rivolta al primo offrirsene il destro. Pertanto, senz’avervi predisposto

il paese, quando tutt’il resto d’Europa tranquillavasi nell’obbedienza o

nello spossamento, quando Milano si spensierava la domenica di carnevale

(1853 6 febbrajo), ecco alcuni trafiggere a morte qualche soldato e

uffiziale, sorprendere la gran guardia e qualche fucile, mentre la

popolazione inconscia e aliena stordiva di quella temerità senza prendervi

parte, e lasciò che la truppa agevolmente prevalesse.

Il governatore militare, stupito non men dell’inatteso attentato che

del facilissimo trionfo, e un pugno di masnadieri, incitati coll’oro e

coll’alcoole, discernendo da un intero popolo quieto, agiato, bisognoso

di tutelare la proprietà e d’avviare i traffici, rassicurava i cittadini a

tornare alle loro cure, ai divertimenti; tutto essere finito. L’assassinio

desta tale raccapriccio, tanto parve assurdo e scellerato il proclama

che doveva accompagnare quel fatto, che le popolazioni non furono mai

propense quanto allora a riconciliarsi co’ vincitori, che li campavano

da tali eccessi; allorchè quelli, credendosi meglio informati sulla

natura di quell’attentato, mutarono tono, inveirono contro tutto il

paese, e lo misero in rigorosissimo stato d’assedio. Chiuse le porte,

impedito il circolare delle carrozze, il sonare delle campane, gli uffizj

solenni, percorsa la città da ronde coll’arma pronta, frugate case e

persone, interrotti i carteggi, rotti i silenzj della notte dal _chi

viva_, obbligato chiunque ad arrestarsi davanti al fucile inarcato delle

frequentissime sentinelle, a subire la sospettosa indagine, l’insolente

invettiva, gli schiaffi, quando ogni resistenza sarebbe stata caso di

morte. Alcuni furono côlti a tentone, e compendiosamente impiccavansi al

cospetto della città, certa dell’innocenza d’alcuni e compatendo agli

altri, persone basse e sedotte dai veri rei, ai quali erasi lasciato

tempo ed agio a sottrarsi. Non v’era autorità municipale, non fermezza

sacerdotale, non rappresentanza di corpi che s’interponesse fra il soldato

vendicatore e la popolazione flagellata. A lungo durò quella condizione;

più a lungo alcuni rigori vessatorj introdotti allora; e quel colpo

esacerbò gli animi peggio che non avvenisse dopo la rivoluzione: allora

potevano dire «Tentammo e fallimmo»; qui erano puniti senza nè atto nè

tentativo.

Due gravissime conseguenze ne scaturirono. Nella persuasione che quel moto

fosse ordito dai profughi lombardi, il Governo austriaco sequestrò i loro

beni. Nell’armistizio col Piemonte erasi stipulata la libera partenza

di chi volesse, talchè non poteva imputarsi il rimanere fuori; castigo

speciale per questi attentati non poteva infliggersi se la colpa non

risultasse da indagini e sentenze speciali; alcuni poi di que’ colpiti

già erano regolarmente riconosciuti cittadini piemontesi; talchè quel

Governo rimostrò a favore loro, e non ottenendo ascolto, ne crebbero le

malevolenze e l’allontanamento.

Ebbe pure il Governo militare a credere che i sicarj fossero venuti

dal Canton Ticino, e colà ricoverassero dappoi: onde proferì il blocco

contro quel paese, e fra tre giorni partissero quanti Ticinesi stavano in

dominio austriaco. Per la vicinanza e il comune linguaggio e l’operosità,

que’ paesani tengono vivissime comunicazioni colla limitrofa Lombardia:

vinaj, caldarrostaj, facchini, spazzacamini, calderari, imbianchini,

muratori, serventi ne affluiscono alle città lombarde; molte case di

commercio, molti bottegaj, oltre quelli che popolano e spesso onorano le

scuole, le accademie, i seminarj nostri. Fu spettacolo di desolazione il

dovere, tutti a un tratto, andarsene forse 6000 dal paese ove erano nati

o accasati da anni ed anni, per portarsi in un altro dove non teneano nè

conoscenze nè parenti nè mestiere, dove molti non potrebbero vivere che

della carità. Il Canton Ticino ne immiserì, per quanto il resto della

Svizzera, e fin paesi stranieri mandassero soccorso a gente che, colpita

in monte, doveva considerarsi come innocente[138].

Si presunse che l’amministrazione austriaca volesse con ciò punire il

Governo del Canton Ticino, composto da alcun tempo di trascendenti, o

a dire meglio in arbitrio d’un corpo di carabinieri che impongono il

loro volere ai comizj elettorali, ai giudici, agli amministratori, ai

cittadini. La Costituzione unitaria, che accentrò a Berna il Governo dello

Stato, minorò la potestà de’ Cantoni, e perciò l’influenza di costoro e

dei capoparte da cui dipendono, ma l’esercitavano sempre negli oggetti

riservati all’amministrazione paesana. I Lombardi che vi rifuggirono

dopo il 1848, aggiuntisi a quelli del 21 e del 31, preponderavano nel

paese, anche perchè superiori in denaro, ingegno, operosità; e spinsero

ad ordinamenti conformi al loro liberalismo: tal fu l’abolire ogni

frateria, espellendo anche alquanti Cappuccini lombardi; tale il volgere

all’istruzione laicale e militare i seminarj d’Ascona e Poleggio, per

istituzione dipendenti dall’arcivescovo di Milano; e a questo e al vescovo

di Como impedire d’esercitare la loro autorità diocesana. Ne vennero

nell’interno scismi e persecuzioni, dolendosi i padri di vedersi tolta la

libertà di fare educare i figli da chi volessero; dolendosi i parrocchiani

di vedersi imposti pastori riprovati dal superiore ecclesiastico e fino

scomunicati; dolendosi il Governo austriaco dell’ingiuria fatta a quei

Cappuccini suoi; dolendosi Roma della conculcata sua autorità. Intanto

brigavasi per tenere in posto gli eccessivi; per isbalzarli brigavasi

da altri; e ne seguirono processi, insurrezioni, violenze, assassinj.

Sotto la pressione del blocco e della conseguente miseria, credeasi che

il popolo abbatterebbe il Governo che n’era cagione, e surrogherebbe i

moderati, e che a tale intento l’Austria lo prolungasse; quando, pochi

giorni prima delle elezioni, s’udì ch’era sciolto. Chi non osava credere

l’Austria complice de’ rivoluzionarj, persuadevasi che ne’ suoi consigli

avessero peso quelle società secrete, alle quali taluni imputano tutti

i fatti che altrimenti non si sanno spiegare, quasi immensa ne sia

l’efficacia per sovvertire la società.

Ma quest’Austria, che erasi creduta perita, dalla caldaja di Medea,

ov’era stata buttata a pezzi emergeva ringiovanita; la politica attiva

diretta da Buol, facea migliore prova che non la conservatrice di

Metternich (1773-1850); le finanze e il commercio trovarono in De Bruck un

accorgimento e una pratica, che speravasi camperebbero dal naufragio; e il

Ministero, composto di persone nuove, e interessate a impedire il ritorno

dell’antico assetto anche per conservare se medesime, diè spinta insolita

a una macchina, che erasi lasciata arrugginire. A quel rinnovamento

parve sconvenire la Costituzione, promessa dal cessato, ratificata dal

sottentrato imperatore; e questo annunziò ai ministri che non doveano più

conto se non a lui.

Essi avranno sottinteso «ed alla propria coscienza».

L’impero più operò in tre anni che non avesse in trenta; fu dei primi a

coprirsi di telegrafi elettrici, estese le strade ferrate, le tariffe

daziarie via via alleggerì, strinse convenzioni doganali coi ducati

vicini, sciolse la stampa dalla censura preventiva, pose in esperimento

un sistema d’istruzione, nel nuovo Codice penale introdusse la pubblicità

de’ processi e la difesa; ma delle riforme capitali, come il parificare

le eterogenee popolazioni, l’abolire le giurisdizioni baronali, i servigi

di corpo, le servitù agricole e i moltissimi vincoli alla proprietà,

la formazione de’ Comuni, ed altre provvidenze con cui rigenerò le sue

provincie ungheresi, slave, tedesche, non risentirono le italiane, che

già n’erano al possesso. Solo nel Veneto è memorabile la cessazione

del _pensionatico_, per cui le pecore poteano mandarsi a pascere sulle

proprietà altrui. Nella pubblica amministrazione si tolse quell’arcano

che prima la disonorava.

Poco a poco quello stato eccezionale, di cui profitta chiunque ha

un diritto da conculcare o un dovere da negligere, andò cessando;

si rimetteano in atto le autorità civili; ma poichè si coglieva

quell’occasione onde riformarle, ne derivava una lentezza che noceva

sì pel disordine che lasciava prolungarsi, sì per le speranze che

quello stato d’aspettazione alimentava. La venuta dell’imperatore (1857

febbrajo), l’oblìo incondizionato delle colpe di Stato, il riparo addotto

a moltissimi disordini dacchè la presenza offrì modo a conoscerli,

la ricostituzione d’un Governo generale, la liberalissima norma pei

passaporti, le numerose grazie concedute, i sequestri levati, l’invio d’un

arciduca benevolo, il proposito ostentato di volere il bene del paese e

il debito rispetto a una nazionalità permalosa e ad un paese incastonato

fra la Svizzera e il Piemonte, ravviarono gli spiriti all’operosità.

Ma nè lealtà e giustizia nè intelligente proposito del meglio riparavano

all’irreconciliabile rancore contro la dominazione tedesca. Fatto

rilevantissimo fu il concordato che, dopo lunghissime trattative,

l’Austria conchiuse colla santa Sede nel 1855. La Chiesa avea prevalso

nello Stato finchè vi stette unita; lo Stato invigoritosi volle

sottrarsene; ma errò nel credere di potersela ridurre dipendente.

Fu il grande sbaglio de’ rivoluzionarj, e la causa di ingiustizie e

di un’anarchia, che durerà finchè l’esperienza non abbia condotto

l’equilibrio fra due potestà di natura differente. Nell’Austria

specialmente, da Giuseppe II in poi, la Chiesa era tenuta in un

assoggettamento, che le dava l’odiosità di dominante e i mali di

oppressa. Parve indecoroso a Francesco Giuseppe, il quale solennemente

riconobbe la supremazia papale nelle cose ecclesiastiche, e concordò (a

tacere gli oggetti che poco a noi riguardano) che la Chiesa resterebbe

libera in tutti i suoi atti interni, e di pubblicare scritti, eleggere

vescovi e parroci, erigere o restringere ordini monastici, comunicare

col capo supremo e coi fedeli, statuire di tutto ciò che concerne i

sacramenti, la sua disciplina, i suoi possessi. Non per questo si torrebbe

quell’eguaglianza de’ cittadini in faccia alla legge, ch’è considerata

il migliore acquisto del secolo; pei delitti, anche l’ecclesiastico

rimarrebbe passibile de’ tribunali ordinarj; se non che, nei casi

d’esecuzione capitale, dovrebbe ai vescovi comunicarsi il processo. Ai

vescovi pure lasciasi l’ispezione sopra le cose stampate, e libertà di

proibire ciò che offenda il costume e il dogma.

Di tal modo era stabilito, non il segregamento, ma la distinzione delle

due potestà, non l’antagonismo ma l’armonia: e ne derivò esultanza a quei

pochi che sono capaci di ravvisare come si connettano tutte le libertà

fra loro, e di conoscere quanto valutabili sieno le ecclesiastiche; ne

fecero elegie ed epigrammi quei che hanno paura dei preti. E la paura

parve giustificata allorchè qualche vescovo voleva che verun’opera si

stampasse senza l’approvazione curiale. Questa da un secolo era disusata

qui; dopo il 1850 era tolta anche la censura politica preventiva: sicchè

coloro che, invece di lasciarsi ammusolare celiando, vigilano seriamente

all’acquisto e alla conservazione delle giuste franchigie, donde che esse

vengano, opposero la legalità a quella pretensione, la quale in fatti

restò ridotta entro limiti ragionevoli e legittimi.

In Toscana rimase abolita la Costituzione e occupato per sei anni il

paese da Tedeschi, che nel 1855 si restrinsero alla guarnigione in

Livorno. Quanto minori v’erano i ribaldi feroci, più apparivano quelle

dimostrazioni, che, se possono aver un senso preparativo, sono futili dopo

il fatto. Gli anniversarj dei disastri e delle vittorie celebravansi;

gli avvocati cercavano occasioni di dicerie; nessuno voleva le cariche

municipali, e si bersagliavano quei che le tenessero. Vuolsi celebrare

l’anniversario della battaglia di Curtatone, supponendo intrigare il

Ministero col costringerlo ad opporsi. Questo nol fa, ma crede doverne

avvertire il comandante austriaco, perchè non se ne tenga offeso; e questo

invece risponde, onorar il valore, e andrebbe egli stesso ai funerali se

non sapesse che a molti spiacerebbe; onde allora si grida che il Ministero

è più tedesco dei Tedeschi. Domandavasi sempre la Costituzione, e intanto

si dice impossibile l’attuarla, presenti i Tedeschi.

Il sistema comunale fu rimesso qual prima della rivoluzione, cioè

all’elezione surrogando ancora l’estrazione a sorte delle borse. Il Codice

penale fu modificato, crescendo i rigori; nel Codice penale militare

s’introdussero la fustigazione e la bastonatura.

In un paese dove le libertà ecclesiastiche fanno paura più che le

principesche tirannie, e dove gran parte del liberalismo consistette

sempre nell’osteggiare la Curia romana, si temeva sempre che un concordato

infirmasse le leggi leopoldine «fondamento e palladio della civiltà

e della prosperità toscana», e lentasse i rigori contro il clero e le

manimorte. Neppur nell’entusiasmo per Pio IX eransi voluti mitigare: ma

nel 1849 fu annunziato dal ministro Mazzei che stavasi per conchiudere

un concordato. I vescovi esultanti si raccolsero per consigliarne i

modi; l’opinione si sgomentò a segno, che il ministro dovè cedere il

portafoglio; Baldasseroni (1795-1876) assicurò che nella _convenzione_

conchiusa in fatto con Roma il 25 aprile 1851, le prerogative sovrane non

sarebbero toccate, che le spiegazioni tranquillanti fatte circolare non

erano un sotterfugio del Ministero, ma veramente concertate con Roma,

e che le leggi del 1751 e 1769 contro i nuovi acquisti di manomorta

non sarebbero toccate, nè accettata la bolla _Auctorem Fidei_. Ciò

importava ai pensatori toscani. Gli spaventi rinacquero allorchè, nel

1857, Pio IX visitò Firenze: e i vescovi gli sottoposero un indirizzo

perchè impetrasse l’abolizione delle restrizioni leopoldine; e di nuovo

il _Monitore officiale_ dovette uscire a rassicurare i sudditi che di

nulla sarebbe rallentata la tutela dello Stato sopra la persona e i

beni della Chiesa[139]: paventandosi non assorbito tutto il territorio

dall’_ingordigia clericale_.

Quando poi importava sopire gli scandali e le ire, e in quattro anni

(1852) si erano dimenticate le ingiurie e mutato scopo agli odj, si volle

condurre a termine il processo del dittatore Guerrazzi e di quarantasette

correi, di cui trentuno erano fuggiaschi. Ben diceva il regio procuratore

«che causa più solenne mai era stata sottoposta a’ tribunali toscani,

e che offrisse maggior copia di documenti e di testimonj, d’avvenimenti

strepitosi, di commozioni di popoli, di passioni anco individuali poste in

azione e in contrasto, di nomi d’accusati, alcuni già noti per dottrina

ed abbondanza di quel dono superiore, che, come bene adoperato dà modo

di più meritare, così espone, quando s’isterilisca o si abusi, a maggior

responsalità». Doveva inevitabilmente esservi implicato il principe;

ragione di più ad evitare quel processo: il quale invece, tratto in

lunghissimo, fu poi esposto al pubblico sia ne’ dibattimenti, sia negli

atti di accusa e nelle apologie stampate, nelle difese, nelle discussioni

de’ giornali; dove piena la libertà della difesa; dove molti testimonj,

dopo sì lungo tempo, si riducevano, o per paura della pubblica opinione

adombravano il vero; infine il Guerrazzi fu condannato ai ferri, che il

principe commutò, a lui come agli altri, in esiglio. Questo famoso, che

avea sminuita la propria grandezza col mostrare nella _Apologia_ come

fosse zimbello de’ più audaci o delle grida plebee, nel lungo carcere

condensò l’antico suo livore contro la società, della quale e dell’umanità

vendicossi sputandole in faccia la _Beatrice Cenci_.

Giusta il conto reso da una Giunta al ristaurato Governo, le entrate

della Toscana ammonterebbero a circa ventisette milioni: ma spendendo

in proporzione di quel che fece il Ministero democratico dal 26 ottobre

1848 al 7 febbrajo seguente, in un anno si sarebbero erogati quarantatre

milioni; e cinquantacinque in proporzione di quel che spese il Governo

provvisorio dall’8 febbrajo all’11 aprile; ne’ quali due periodi la

finanza fu deteriorata di nove milioni e mezzo.

Gravi sciagure crebbero i danni del paese. Il cholera, già micidiale nel

1835 e ne’ due anni seguenti, infierì di nuovo nel 54 e 55, colpendo

sessantamila persone, uccidendone trentunmila ottocensessanta. Poi

cominciò la scarsezza dei cereali: i geli del 1847 e 49 guastarono gli

ulivi; la raccolta delle patate fu perduta dalla cancrena, dall’oidio

l’uva, dall’atrofia i bachi da seta, benchè meno d’altrove. I tremuoti del

46 aveano già sovvertito le colline pisane e volterrane. Poi dopo nevi e

pioggie stemperate, nel febbrajo del 1855 tremò il val d’Arezzo: il poggio

di Belmonte si scoscese sopra Pieve Santo Stefano, arrestando il Tevere

che la valle inondò fino ventitrè braccia elevandosi. Altri guaj portarono

le inondazioni nel Casentino, e nel Valdarno inferiore.

In vista di tanti mali, nel 1854 il Governo perdonò un milione

sull’imposta, ma le penurie dello Stato non permisero di rinnovare

la largizione quando ne cresceva il bisogno. Aumentarono invece i

delitti contro la proprietà e in conseguenza i carcerati, il cui numero

giornaliero medio nel 1850 era di mille cinquecento, e nel 1856 di

duemila settecensettantaquattro. Nel mite paese non mancarono però

assassinj politici; si attentò alla vita del ministro Baldasseroni, e

bisognò ristabilire la pena di morte, da infliggersi però solo quando

i voti cadano unanimi. Al disagguaglio delle spese dovette sopperirsi

col ripristinar tasse sul macello, sulla pastorizia, sui contratti

e la successione; aggravare le dogane, a costo di diminuire con ciò

l’introduzione delle merci; la lega doganale tentata coll’Austria fu

avversata dalla pubblica opinione[140].

I lavori pel prosciugamento della Maremma grossetana, che dal 1829 al

1856 costarono venti milioni vennero rallentati, sicchè laghi e paludi

ristagnarono ove erano poco prima fecondate le campagne. Nè meglio riuscì

l’essiccamento della palude di Biéntina. Si provvide di nuovo porto

Livorno, ma il disegno datone dal francese Poirel riuscì infelice, e

la spesa di otto milioni, doppia della predestinata, è ben lontana dal

rendere frutto degno. Si estesero le strade ferrate, ma finora servono

solo alla circolazione interna non attaccandosi a quelle di veruno Stato

vicino. Si cercò il prosperamento dell’agricoltura, sì da privati quali

il Ridolfi, il Lambruschini, il Ricasoli, Digny, Bichi Ruspoli, Cuppari,

Ginori...; sì dalla società dei Georgofili e dalla Agraria: il Governo

pose scuole tecniche, e accademie di arti e manifatture; istituì un

archivio generale di Stato, un uffizio di statistica generale.

Il ducato di Modena continuò nelle tradizioni patriarcali, in mano d’un

giovane principe, sul quale non posavano nè tradizioni tiranniche, nè

memorie di sangue, nè patti d’abjezione; e che sentivasi e talento e forza

più di quelli che lo circondavano.

Il ducato di Parma, che avea patteggiato coll’Austria alleanza difensiva

contro i nemici esterni ed interni, fu da questa restituita a Carlo III

Borbone, la cui gioventù disonestata non apparve corretta dalla sventura e

dal matrimonio colla virtuosa Luigia di Francia. Un giorno ch’egli tornava

dal passeggio pomeridiano, gli si accostò uno e lo trafisse, e benchè

fosse in mezzo al popolo, niuno volle conoscerlo nè arrestarlo, nè tampoco

soccorrere al ferito, che poco dopo spirò (1854 26 marzo). Si trovarono

trecento lire in cassa. La duchessa, come reggente del fanciullo Roberto,

ai ministri impopolari surroga Lombardini, Pallavicino, Salati, Cattani,

ritira l’ordine del prestito forzato, supplendovi con uno spontaneo

che ella garantisce col pubblico patrimonio; l’esercito riduce da sei

a duemila uomini, la lista civile da due milioni a seicentomila lire;

riordina i tribunali che già erano a modo francese; affida cattedre anche

a professori compromessi nella rivoluzione.

Parvero pegni di riconciliamento, eppure i momentanei applausi presto

si conversero in disapprovazione; il paese non tardò a divenire teatro

di turbolenze ed assassinj, al punto che la duchessa dovè chiamare capo

della Polizia un suddito austriaco, e i processi furono assunti dal conte

di Crenneville comandante della guarnigione tedesca, in forza dello stato

d’assedio.

Per accordi derivanti fin dal trattato d’Aquisgrana, poi modificati in

quel di Vienna e nel segreto del 28 novembre 1844, se si estinguesse la

linea ducale quello Stato sarebbe riversibile all’Austria, ed una piccola

porzione al Piemonte. Il popolo sapendo questo colla solita inesattezza,

credeva il ducato dovesse ricadere legittimamente a Casa di Savoja, e

aspirava ad accelerarne l’istante: l’Austria, come a sè riversibile,

pretendeva esercitarvi un’alta ispezione; altrettanto pretendeva il

Piemonte per la vicinanza.

Da principio i Francesi restarono arbitri di Roma, e i soldati faceano

da soldati, quantunque senza ferocia; ed erano perseguitati a stiletti

e contumelie al pari dei preti, e questi e quelli ripudiati dalla

popolazione, mentre fra loro guardavansi in sinistro. L’ambasciatore

signor di Courcelles cercava che il pontefice largisse ordini liberali,

e si circondasse di buoni amministratori; ma quelli aveano fatto troppo

mala prova, questi sempre fu difficile trovare in Romagna, difficilissimo

allora che tanti erano resi inservibili pei fatti precedenti. Luigi

Buonaparte allora diventato presidente della Repubblica francese,

volendo cattivarsi gli animi od almeno i voti col mostrarsi restauratore

dell’ordine, eppure amico della libertà, diresse una lettera (1850 18

agosto) al suo ajutante Ney, ove esprimeva che l’esercito repubblicano

non era ito a schiacciare la libertà italiana, bensì a regolarla,

preservandola dagli eccessi proprj; disapprovava i comporti della

Commissione riordinatrice, e diceva di compendiare il Governo temporale

del papa in questi atti, amnistia, secolarizzamento dell’amministrazione,

Codice Napoleone, Governo liberale. La lettera levò gran rumore, eppure

mancava di carattere uffiziale: il papa ebbe assicurazione che trattavasi

d’una mera mostra, e mandò da Gaeta un motuproprio, pel quale istituiva

un Consiglio di Stato e uno di finanze, prometteva riforme amministrative

e giudiziali; di costituzione o di secolarizzamento non più parola: e i

Francesi si affrettarono a magnificare le concessioni, le quali dicevano

avere essi suggerite anzi imposte al papa, per sodare la libertà d’Italia.

Abrogati gli ordini del Governo repubblicano, rimessi i tribunali colle

variatissime loro giurisdizioni, e persino il Sant’Uffizio, di nome

spaventoso, ma che si limita a preparare le decisioni ecclesiastiche in

fatto di matrimonj misti, digiuni, astinenze, e nelle cui carceri nel

1849 si era trovato un solo prete per falsificazione di carte private;

dall’amnistia faceansi esclusioni eccessive, che guastavano in apparenza

il benefizio, mentre nel fatto nessuno ne’ primi sei mesi fu arrestato

o punito per atti politici; nessuno de’ tanti amnistiati, che aveano

accettato incarichi rivoluzionarj, lasciando che l’autorità francese li

munisse di passaporti per andarsene. Pure la Polizia molestava fino alcuni

de’ liberali che più si erano opposti alle trascendenze; spiaceva il veder

ripristinati abusi, della cui distruzione tutt’Europa aveva applaudito

Pio IX; dacchè poi gli onesti aveano gustate le attrattive del vivere

libero, del licenzioso i ribaldi, riusciva difficilissimo il rintegrare

lo stato primitivo. La censura impediva ogni manifestazione franca,

eppure non potea togliere la sovversiva stampa clandestina; processavasi,

ma colla fiacchezza che colpisce il subalterno mentre non osa il forte

e subornatore; disarmati tutti i cittadini, viepiù imbaldanzivano le

orde, che infestavano principalmente i paesi settentrionali, malgrado

l’inesorabile giustizia che ne faceano gli Austriaci. Gli assassinj

continuanti obbligarono a severe procedure sommarie, e ventiquattro

persone furono mandate al supplizio nella sola Sinigaglia. Si tessè il

processo dell’assassinio di Rossi, e, cosa nuova ne’ fasti giudiziarj,

il reo più aggravato non si osò indicare che col nome di _un tale, quel

signore_.

Solo quando si sentì sicuro che l’indipendenza del suo potere non

sarebbe menomata, Pio IX tornò a Roma fra l’ossequio dei Francesi e dei

diplomatici, e il silenzio della moltitudine. I provvedimenti furono

ancor meno delle promesse, e tutto rimase all’arbitrio del segretario

di Stato cardinale Antonelli (1806-76), divenuto scopo all’odio comune,

benchè dapprima fosse stato consigliatore degli ordini più liberali, ed

ora tenesse testa agli esagerati reazionarj. I succedutisi Governi aveano

cresciuto il debito pubblico a settanta milioni; le sêtte fremeano; audace

il contrabbando, spudorata la corruzione, moda il cospirare, disimparato

l’obbedire; rinterzata la insulsaggine di compromettenti miracoli colla

stizza di ripullulanti insurrezioni e d’incessanti assassinj politici;

liberalità l’avversare la religione, involgendo l’autorità spirituale

nell’aborrimento della temporale: e alle piaghe gravissime trovandosi

impossibili i palliativi, rendeasi necessaria la forza, la forza!

Perciò i Tedeschi continuavano ad occupare le Legazioni[141], i Francesi

ad occupare Roma e Civitavecchia, intanto che si provvede ad allestire

reggimenti nazionali, e crescere la marina, che oggi conta 1893 navi fra

grandi e piccole, portanti 31,637 tonnellate, e su di esse 9711 persone.

Più appropriato al gran sacerdote è l’avere ravviato le opere pubbliche

e la cura delle arti belle. Nel che notevole è lo sterro dell’antica

Via Appia, donde quantità sempre nuova di monumenti e di anticaglie, di

cui altre vengono in luce nei ripigliati scavi di Vulci e di Canino.

Fu ordinata una statistica generale, che dà a conoscere i bisogni e

gli spedienti; la riduzione de’ pesi e delle misure a decimali; e il

censimento, pel quale i Gesuiti rimisurarono per undicimila metri la base

della triangolazione fatta da Boscowich, di cui era perduto un termine.

Si compì ad Aricia un viadotto di trecentundici metri, a triplice fila

d’archi, elevantisi fino a sessanta metri per superare la frapposta

valle. Il Tevere è percorso da vaporiere, e tutti i fiumi vigilati e

provveduti[142]. A Viterbo si fabbricano il vitriolo tanto cercato, e

ferri agricoli: Spoleto è ricca di pastorizie, e di mandorle e ghiande

il paese alto: bellissime selve ha Frosinone, donde si trae scorza per

le concerie: agrumi, fichi, pistacchi, carrubi, castagni, cristalli

arricchiscono Ascoli: Fermo i cappelli e i crivelli da grano: Forlì il

ricino, Fabriano le cartiere, Gubbio il bestiame, Faenza le majoliche:

la pineta di Ravenna è delle migliori foreste: dal Bolognese si hanno

venticinque milioni di libbre di canape, e corami, carta, aceto, acque

odorose. Con ingenti opere ora si sanano le paludi d’Ostia e Ferrara. Le

strade ferrate pigliarono colà pure incremento; e già si posero telegrafi

elettrici, e con quelli s’istituì la corrispondenza metereologica. Il 24

ottobre 1850 fu emanata la legge comunale, abbastanza ampia e fondamento

al resto del Governo, ma non si vede eseguita.

Per instaurare l’autorità, Pio IX ricorse ai mezzi che s’adoprano per

abbatterla, e dai Gesuiti fece intraprendere un giornale, la _Civiltà

Cattolica_, «collo scopo di proclamare la riverenza del suddito

all’autorità, e del superiore ad ogni diritto dei sudditi, subordinazione

alla forza della legge morale, unità di morale sotto l’insegnamento

della Chiesa cattolica, unità della Chiesa sotto il Governo del vicario

di Cristo». Grandiosissimo esercizio sopra punti irrefragabili: ma se il

rissarsi intorno alle dispute di ciascun giorno profitti meglio che il

sodare cardinali verità, da cui si sillogizzino poi le applicazioni; se

l’esporre i supremi canoni della fede o dell’autorità al senso comune

e ai dibattimenti dei caffè e de’ circoli; se il pronunziare nelle

opinioni politiche coll’asseveranza e l’esclusività che solo è propria

dei dogmi religiosi; se il moltiplicarsi avversarj col ghermire corpo

a corpo scrittori e attori, e con ciò provocare ricolpi dove l’ingegno

può prestare aspetto di ragione, e la violenza di difesa incolpata; se

l’intolleranza de’ minimi dissensi, d’ogni minor precisione di linguaggio,

delle condiscendenze forse necessarie, spesso opportune, del sussidio

secolaresco nel trarre dalla pietra dell’altare la favilla che sola può

ridonare la luce e il calore; se l’accettare l’ultima abjezione degli

odierni giornali, le corrispondenze anonime, donde un malvagio tira

a sicurtà sopra l’onest’uomo, portino al trionfo la causa del vero,

ne appello alle migliaja d’associati di quel giornale, redatto con un

talento, un accordo, una costanza, che nessuno degli avversi raggiunse

mai.

Strepitoso rincalzo alla suprema potestà diede Pio IX, dichiarando

il dogma dell’Immacolata Concezione. Più volte dibattuto ne’ secoli

precedenti, era già vietato il metterlo in disputa. Esule a Gaeta, quasi

le tempeste politiche neppure scotessero la nave di Pietro, Pio IX mandò

un’enciclica a tutti i vescovi del mondo, interrogandoli sull’opinione

di essi e delle loro Chiese intorno a quell’asserto, e se gioverebbe

definirlo dogmaticamente. Nella credenza la cattolicità si trovò

d’accordo; ad alcuni sembrava inopportuno il rimescolare questione antica,

causa già d’interni dissidj. Pio IX convocò a Roma alquanti vescovi per

pronunziarne; e poichè quelli di Francia, quasi ad espiazione delle

antiche reluttanze gallicane, pei primi neppur vollero discutere sui

termini, riportandosi interamente al supremo gerarca, egli definì come

dogma la concezione di Maria senza peccato originale. Se ne fecero feste

in tutta la cristianità; e fu un grande incremento all’autorità pontifizia

quel bisogno d’una sommessione figliale al papato, che definendo da solo

un dogma, veniva a stabilire l’infallibilità personale del pontefice:

come fu edificante quel riconoscere universalmente la fondamentale eppure

negletta fede del peccato originale.

Concordati fece colla Spagna, coll’Austria, colla Toscana, colla

Costarica, col Guatemala. Così non cessò di combattere la Chiesa

orientale, la russa, l’olandese, la gallicana, dalla quale

un’importantissima adesione ottenne, l’abbandono dei riti particolari per

adottare il romano.

Casa di Savoja precipitò i sudditi nel pericolo, ma lo divise con essi,

talchè viepiù se ne consolidò il legame che a questi la unisce. Vittorio

Emanuele II, re nuovo e che non s’era compromesso con lusinghe, a capo

d’un esercito disgustato d’innovamenti che tanto gli erano costati, col

paese occupato dagli Austriaci, con un Parlamento screditato dalla ciarla,

con Ministeri che si succedeano un all’altro per attestare l’impotenza

di tutti, potea facilmente cancellare le istituzioni date da suo padre,

e vedersene applaudito, quanto questo nel concederle. Al contrario egli

cominciò il regno (1849 3 luglio) annunziando con mesta fermezza le

sventure che anticipatamente lo portavano al trono, assicurava che le

franchigie del paese non correano rischio; le traversie abbattono le

vulgari anime, alle generose possono tornare in profitto; gli ordini

politici non li stabilisce nè li acconcia a’ veri bisogni d’un popolo

il decreto che li promulga, bensì il senno che li corregge, e il tempo

che li matura; e questo lavoro, unico dal quale può sorgere la vigoria

e la felicità d’uno Stato, si conduce coll’azione calma e perseverante

del raziocinio, non coll’urto delle passioni; si conduce procedendo a

gradi per le vie del possibile, e non gettandosi a slanci inconsiderati

per sentieri che da secoli l’esperienza ha dimostrato impraticabili;

i popoli, maturando alle dure prove, imparano a distinguere il vero

dall’illusorio, il praticabile dall’ideale, e ad usare la migliore delle

pubbliche virtù, la perseveranza. Insieme rammentava la necessità della

pace esterna non meno che dell’interna, e del discuterne con senno e

prudenza, per procurare i tre supremi vantaggi di quiete civile, progresso

d’istituzioni, risparmio delle pubbliche fortune; e così d’accordo

conformando gli ordini che soli possono recare vera e durevole libertà,

si avrebbe la gloria di evitare le esorbitanze e de’ licenziosi e de’

tiranneschi.

Ottenere questa temperanza era difficile tra lo sguinzagliamento de’

rifuggiti e la concitazione degli avvenimenti di Roma, con un Parlamento

che mettea gloria nell’osteggiare la Corona, e dignità nel ricusare gli

accordi inevitabili; tanto che, «per salvare la nazione dalla tirannia de’

partiti», il re sciolse la Camera (1849 20 9bre) e ne convocò un’altra,

che senza discussione accettò il trattato coll’Austria. D’allora Vittorio

Emanuele non si affannò troppo negli affari, come glielo permette la

qualità di re costituzionale; mostrossi sempre rispettoso dello Statuto.

Duro uffizio quel de’ ministri a fronte di passioni sopreccitate, e de’

partiti che colà andavano non a fondersi ma a cozzarsi! Massimo D’Azeglio,

un tempo disapprovato e perseguìto dagli stagnanti quale attizzatore

di rivoluzioni, come avea difesa la libertà contro i vanti dell’ordine,

così l’ordine sostenne dappoi contro i vanti della libertà, capitanando

l’opinione moderata, poi chiamato a capo del Ministero, con integra fama,

sostenuto da’ nobili fra cui era nato, da’ letterati e artisti fra cui

s’illustrava, dai popolani con cui era vissuto, persuaso che nei trambusti

si fa meno quanto più si ha apparenza di fare, imitò il medico che confida

nelle forze riparatrici della natura, poco operando, poco discorrendo fra

l’universale sproloquio, guadagnando così il tempo che è tutto, rimettendo

a galla lo Stato, non esitando spiacere agli esorbitanti che si decorano

col titolo di democratici. Poi venuta l’ora degli uomini d’affari, a

Cavour rinunziò il potere prima di perdere la popolarità, e tornò agli

studj e a ridere della commedia umana.

Il Piemonte era l’unico paese d’Italia ove sopravvivesse una

rappresentanza. Dapprima non v’era stato bene che non s’aspettasse

dai Governi parlamentari, i quali suppongono una convivenza da tutti

acconsentita, avente per base l’eguaglianza dei diritti e dei doveri,

la cooperazione di tutti al vantaggio di tutti; esonera il Governo da

infinite minuzie e da tanta responsabilità; non forza nessuno, e nessuno

trascura; anche in mezzo alle emozioni rapide e contagiose de’ popoli

che da sè occupansi degli affari proprj, fa valere di più chi più sa e

più ha, lascia libera la manifestazione de’ desiderj e delle proposte,

e l’esercizio delle facoltà tutte, coll’elemento del progresso avendo

in sè quello della conservazione. Ma la Francia dopochè se ne disfece,

ripetè che in siffatti Governi si surroga alla morale la sentimentalità,

alla fede la declamazione di oratori, simili a palloni areostatici che

si elevano perchè nulla li contrasta, attirano gli sguardi di tutti ma

non arrivano a nulla, e tornano alla terra dond’eransi alzati; intanto

sviluppansi la superbia umana, l’infatuazione della parola, e la

persuasione che la dottrina possa regolare il mondo; sicchè i talenti

e i semitalenti acquistano maggiore credito che non il carattere; per

l’idolatria dell’ingegno si abbandona il culto della verità; misurando

la libertà dal numero de’ giornali e dalla lunghezza dei dibattimenti,

rimettonsi in disputa tutti i principj; si toglie l’energia d’azione al

Governo, quasi non si desideri di meglio che l’inettitudine; e così si

affievolisce l’autorità qualunque sia; i ministri s’avventurano in una

politica declamatoria e imprevidente, che talora vuole i mezzi senza il

fine, talora il fine senza i mezzi; anzichè consolidarsi sulla giustizia

e la bontà, devono ondeggiare coll’opinione, e però rinnegare se stessi,

o cedere il posto ad altri, che effettuino ciò che in quel giorno è voluto

dalla pluralità.

Eppure quelle discussioni, quella responsabilità dei ministri, quella

pubblicità di tutti gli atti, quell’accontentamento della classe più

loquace e faccendiera recavano facilmente a considerare il Piemonte qual

simbolo della nazione e nucleo della futura Italia. Queste aspirazioni,

nelle quali si accentrava qualsiasi desiderio di cambiamento, lo rendeano

sospetto al potente vicino; e i partiti che vi si dibatteano, lo esponeano

alle diatribe de’ reazionarj di fuori.

È però vanto che, mentre ogni giorno una stampa sguinzagliata diffondea

sin nel villaggio e tra il popolo operoso il fomite dell’invidia e

dell’insubordinazione, colà men che altrove essa prorompeva e soprattutto

non si sfogava in quegli assassinj, che rimasero la più orrenda coda della

nostra rivoluzione. Le sorti d’un paese non si regolano cogli epigrammi

e i sarcasmi, nè la politica si attua con articoli di giornali e con

dispetti e puntigli. Molti Ministeri si succedettero, ma sarebbe severità

l’esigere che procedessero regolari mentre sono combattuti da contrarj

venti, e costretti a vivere di ripieghi; lodevoli se non sagrificano

l’utile sodo alla prurigine di popolarità, se non transigono colla dignità

per conservarsi, se non riducono l’idea dello Stato e il fine della

convivenza umana a mera tutela degl’interessi materiali.

Gli oppositori a due punti principalmente si appigliavano; il dissesto

delle finanze, e gli affari religiosi. Mentre al rompere della

rivoluzione l’erario non era gravato che di quaranta milioni, allora di

oltre seicento: il bilancio delle spese annue, che nel 1847 si valutò

a ottantaquattro milioni, nel 56 giunse a cenquarantatre e mezzo: tutte

le imposte vennero esagerate e aggiuntene delle nuove, la cui minutezza

infastidiva ancora peggio che non impoverisse[143]. Ma oltre il dover

pagare i disastri di due campagne sfortunate e settantacinque milioni

all’Austria, in questo mezzo si spigrì l’amministrazione, fu dotato il

paese di tante istituzioni di cui mancava, e singolarmente d’una rete di

strade ferrate, che tutti i punti congiunge col centro, e questo colla

restante Italia e colla Francia.

Poco prima della rivoluzione, Carlalberto avea conchiuso un concordato

col pontefice, il quale recedette da alcune pretensioni antiche per

assodarne altre. Dato lo Statuto, nel quale la prima clausola e la più

voluta dal re fu il dominio della religione cattolica, i fragorosi, che

non sanno mostrare libertà se non col perseguitare, vollero si ponesse la

mano sui beni clericali e si sopprimessero le fraterie, incamerandone i

possessi, togliendole l’istruzione; e levò un rumore trascendente, anzi

fu eternata con obelisco la proposta del Siccardi, per la quale si stabilì

quel che già gli Stati vicini godeano, che anche gli ecclesiastici fossero

sottoposti al fôro comune, nè tampoco i vescovi eccettuati. Ciò ledeva

il contratto stabilito col papa; ma arguivasi che, cambiata la forma di

governo, anche quello dovesse cessare, benchè concernesse una Potenza

forestiera. Nuove commozioni cagionò dappoi la legge sul matrimonio

civile.

Roma protestò di questo mancare ad accordi espressi, e assicurati dallo

Statuto; le replicate proposizioni di amichevole componimento, portate

anche da persone rispettabili, quali Cesare Balbo e Antonio Rosmini,

non sortirono effetto: intanto la lite si inasprì; qualche vescovo, e

nominatamente quel di Torino reluttarono, e furono perseguitati e spinti

in bando, donde ritraggono aria di vittime essi, e di persecutore il

Governo; restrizioni alla libertà ecclesiastica attirarono nuove proteste

del pontefice, e infine la scomunica a chi le avesse sancite. Da qui

strazj di coscienza; cercossi ipocritamente di mettere in contrasto i

preti coi vescovi; le popolazioni conservavano devozione ai loro pastori

benchè rimossi; sacerdoti ricusavano i sacramenti a deputati o ministri

incorsi nella censura; e di qua e di là vantavansi di martirio atti che

spesso erano di ostentazioni di amor proprio.

Tale deplorabile conflitto, che forse è un sagrifizio di debolezza al

rombazzo della plebe letteraria, infuse baldanza a un partito, che

si propone di staccare l’Italia dalla fede popolare. Come nel 1847

l’apoteosi di Pio IX avea lusingato che tutta cristianità si ridurrebbe

cattolica, così, dacchè egli mancò alla causa italiana, con lui si

esecrò la religione di cui è capo, e per poco il Dio di cui tien vece

in terra. Fervè allora l’opera del nuovo vangelo; i liberi politici

si incapricciarono di mostrarsi anticattolici; il papato si considerò

di nuovo come peste d’Italia non solo, ma della fede; e a qualunque

miglioramento della patria si pose per fondamento la depressione del

cattolicismo. I Valdesi, che nel 1848 aveano ottenuto l’eguaglianza

civile, poterono erigere un tempio a Torino; stampare secondo la loro

credenza, e la _Buona Novella_ annunciava (1855 12 8bre) che «tutti i

giornali del Piemonte obbediscono ad una direzione più o meno protestante,

e non si stancano di proclamare che la coscienza deve essere libera, e che

nessuna Potenza sulla terra ha il diritto di regolare le nostre attinenze

con Dio». Vanti consueti a tutte le sètte, ma che metteano i brividi ai

buoni Cattolici. Intanto si divulgavano libri di quel sentimento e Bibbie

tradotte, di cui ventitremila stamparonsi a Londra e diecimila Testamenti

Nuovi, destinati principalmente alla Toscana e Romagna: sette dispensieri

ne giravano in Piemonte, e quando l’esercito campeggiò in Crimea, ben

quindicimila copie se ne diffusero tra esso. Forse qualcheduno passò

alla confessione protestante: in Toscana si teneano circoli ove leggere

e commentare la Bibbia, e in esecuzione delle antiche prammatiche fu

punito chi lo fece, rinviandolo se forestiero, mandandolo a viaggiare se

nazionale. Ma il pericolo venne esagerato, e tanto più pel Piemonte, chi

veda quanto morale sia il popolo, frequentate le chiese e i confessionali,

riveriti i curati.

Ben più che i delirj della fede è a temersi la indifferenza in questa,

la scarsezza di cognizioni religiose, che rende possibile l’assurdo

apostolato di giornali, luridi quanto ignoranti e sfacciati. Come

protestantizzare gente che non crede nè conosce i proprj dogmi, nè sa in

che punto divergano da quei di Lutero e Calvino, e che, se al papa negano

obbedienza, tanto meno vorrebbero prestarla a un ministro? Si confessi

più francamente che l’orgoglio, la meno filosofica delle passioni, dice

«Come può essere la tal cosa mentre io non la intendo?» Si confessi

di volere piuttosto compiere l’opera sociale della Riforma, quale fu

di distruggere il carattere teocratico, dileguare la sovrumana aureola

dell’autorità, sottoponendo l’uomo immediatamente alla propria coscienza;

e che trovasi più acconcio alla vulgarità l’insegnare unico Dio essere

l’uomo, unica potenza il numero, unica legge gl’istinti, unico intento

il godere più che si può; donde una smisurata superbia, un satollarsi

all’albero della scienza, un invidiare chiunque sa o può di più, riponendo

il liberalismo nel prostrare quanto è più alto, non nell’elevare quanto è

più basso; un invidiarsi a vicenda i godimenti, e l’oro che può comprarli;

e nell’accidia e nella voluttà stordirsi e godere finchè il corpo si

dissolva ne’ chimici componenti.

È da compiangere il re di Napoli d’avere dovuto colla forza e coi

processi reprimere la rivoluzione, e principalmente le cospirazioni per

la così detta Unità Italiana; onde grandissimo numero di fuorusciti,

gente d’opera, d’ingegno, di penna, che empirono l’Europa di accuse

contro di lui, le quali trovarono uno straniero (Gladstone), che le

accolse e ripetè in una lingua diffusissima, e dandovi l’autorità del

proprio nome e della libera sua nazione. Benchè smentita, si può credere

la miserrima condizione di quelle carceri: ma quello che ancora più

serra un cuore italiano, è la bassa turpitudine di non pochi di coloro,

che come testimonj o delatori o agenti provocatori comparvero in que’

processi di Stato. I quali però vuolsi non dimenticare che furono

pubblici, con difesa, con stampa; e che, risparmiando le vite, il re non

volle togliersi la possibilità di ridonare alla società qualunque de’

condannati all’istante che ciò gli sembri o generosità non improvvida o

giustizia. Carlo Poerio è come la personificazione di quei martirj e di

que’ lamenti; e più volte fu promessa la grazia a lui e ad altri purchè

la domandassero[144].

Nessun atto cassò la costituzione, e Ferdinando II poteva da oggi a domani

convocare il Parlamento, restituire la responsabilità ai ministri. Ma

coloro che, per giustificare il dissenso che v’incontrarono, piacevansi

a ricantare l’immoralità di quel popolo, l’avidità delle classi medie,

l’ignoranza superstiziosa delle infime, non s’accorgeano che davano

ragione al re del non volere affidar la quiete e l’andamento dello Stato

ai consigli e alle discussioni di così fatti. L’esercito non ebbe bisogno

di venire ricomposto: l’erario continuò prospero, e quando negli altri

Stati erano all’abisso, qui le iscrizioni del gran libro eccedevano in

valore il pari. Non furono intermesse le opere pubbliche; estese le vie

ferrate, aperta una da Napoli a Bari traverso a due montagne; uniti al

mare i laghi Lucrino e Averno, così ridotti a porto. Eppure non venne meno

il troppo solito corredo delle pubbliche sciagure; e a tacere il cholera,

spaventosi tremuoti sconvolsero nel 1852 la Basilicata, propagandosi anche

nella Romagna.

Sanguina poi la piaga della Sicilia. Le entrate di questa erano state

regolate soltanto sopra donativi fino al 1810, quando si ordinò un

censimento, fondato sui riveli spontanei. Per correggere questi e

migliorare l’estimo si moltiplicarono disposizioni e prammatiche: i

lavori furono spesso interrotti dalle scosse pubbliche, infine compiti

nel 1853. La rivelata rendita dell’isola, sommante a ducati 10,872,063,

fu rettificata in 16,658,634, de’ quali appartengono al Demanio 41,339, a

manimorte 1,261,974, ai Comuni 213,290, a diversi 15,142,031: laonde al

dieci per cento si avrebbe una contribuzione di 1,665,863 ducati, e al

dodici e mezzo di circa due milioni. Tutta l’isola, uscente quell’anno,

contava 2,231,000 abitanti[145].

La chiesa di Sicilia era una delle più ricche del mondo, non avendo subito

le perdite cagionate dalla Rivoluzione. Lo stato d’attività e passività

pubblicato dal clero nel 1852 gli attribuisce la rendita di tre milioni

di ducati, che indicano estesissimi possessi in paese tanto male andato

d’agricoltura e di comunicazioni. Dicemmo che la rendita imponibile

delle manimorte nell’isola fu estimata ducati 1,261,974: ma ignoriamo

il rapporto di essa col possesso effettivo: oltre che su queste cifre di

possessi ecclesiastici v’è sempre esagerazione.

Le rivoluzioni non distruggono il potere, ma ne alterano il carattere

scemandogli fermezza e maestà; non alleviano l’obbedienza, ma le tolgono

il decoro; lasciano in chi sofferse scontentezza e prurito di vendetta; in

chi trionfò, brama di rappresaglie inutili dopo le violenze necessarie;

pochi comprendendo che prima cura dev’essere il far dimenticare, il

calmare le diffidenze e i risentimenti, fondere gli uomini e gl’interessi,

riconciliare il soccombuto col rialzarlo, anzichè punire colpe a cui

un popolo intero ha preso parte in momenti, dove, e principi e sudditi

barcollando sopra una nave in tempesta, nè questi nè quelli possono

rendere conto ragionevole di quel che fecero o dissero o promisero.

Nulla è più facile nè più triviale che il sistematicamente censurare

tutti questi Governi, i quali non seppero sinora far paghi i sudditi,

ricondurre la pace, tranquillare gli spiriti: ma suggerire i rimedj è più

arduo quando si veda disapprovare gli uni, appunto perchè fanno quello che

gli altri ricusano. Deploriamo i Governi cattivi, condannati a diffidare

e punire, quanto i deboli che non osano o non vagliono a resistere; i

ribaldi che si appoggiano sull’immoralità; quelli che non comprendono

come la libertà sia il cavallo che ci porta verso l’avvenire, ma sfrenato

precipita, troppo ritenuto ricalcitra e s’impenna, procede sol quando

è moderato da mano esperta; quelli sprovvisti d’iniziativa di spirito e

di volontà, che lasciano unico partito l’assopirsi con dignità; quelli

materiali, che riducono la scienza statistica a speculazioni e gendarmi;

e quelli che non si persuadono il disordine poter essere vinto soltanto da

chi lo rinnega, non da chi ad esso ricorre per reggersi momentaneamente.

La classe colta smaniava di partecipare al Governo; i Governi

pretendeano intrigarsi della famiglia, dell’istruzione, della religione,

dell’industrie individuali: reciproca illegittimità d’ingerenze, da cui

un necessario scontento. Il popolo, che poco bada a ciò che non tocca

l’individuo, la famiglia, la città, non intendeva gran fatto di coteste

Costituzioni, versanti sull’esterno non sull’essenza della libertà, e

capiva che anche i re possono tutelare le persone, le case, l’industria,

il commercio. E davvero di tante Costituzioni nate e morte in questo mezzo

secolo, quale è che abbia distinto le attribuzioni dello Stato da quelle

della famiglia e dell’individuo? qual principe osò di dare utile pascolo

alla smania governativa della classe media coll’abbandonarle i giudizj,

l’istruzione, la sicurezza pubblica, l’ispezione domestica, riservando

pel Governo la sovranità, i pubblici lavori, le finanze, l’esercito? Fra

un medio ceto che non sapea bene che cosa chiedesse, un vulgo che niun

vantaggio scorgeva in mutazioni che erano soltanto di persone; e principi

che, vincolati da un’autorità che gli umiliava, non sapeano bene che cosa

concedere, poteva egli trovarsi quella fede che ingagliardisce le opere,

quella sicurezza che va diritto a un fine ben determinato?

Da alcuni anni, ma più nei due ultimi, il parossismo del rumore avea

simulato l’attività della gloria, e sfogavasi colla sonora ciancia

e con quel vago di concetti che rende insulsi alla pratica. Fattisi

alla declamazione, costoro declamarono anche quando bisognava operare;

ridondanti in parole come chi manca di idee, cominciarono litigi dove il

vero vinto era il buon senso; e trascinando i migliori non a giudizio ma a

supplizio, nei caffè, sui fogli, e dovunque fosse da adoperare la lingua

non il braccio, volendo far qualche cosa e non valendo ad altro, faceano

strepito; e in giornali, caricature, affissi, imponevano all’autorità,

svilivano i magistrati, dettavano provvedimenti sconsigliati, e

inventavano mozioni. L’opinione di questi parabolani si era modellata

sopra i giornali di Francia, e come quelli, riponeva il liberalismo

nell’opposizione sistematica; l’aveano fatta quando portava pericolo;

vollero continuarla quando non era più che gazzarra, quando l’arma

proibita era divenuta arma d’onore.

Amatori antichi della libertà, la accolsero con austero culto; mentre

quelli che balzavano dall’idolatria dell’assolutismo all’idolatria

dell’individualità, la accostavano come una meretrice; per bisogno di

far dimenticare prische bassezze, affettavano altezzosa indignazione

nell’insolentire contro i valenti, e in una stampa spudorata dare sul

capo a tali che, mentr’essi genufletteano, ritti in piedi affrontavano

i martirj della persecuzione pubblica e privata quando nulla aveano da

sperare, neppure l’applauso, neppure d’essere riconosciuti dai proprj

partigiani; e col titolo d’uomini di talento indicandoli per teste false

e inetti alla pratica, li dichiaravano disacconci alle emergenze nuove; e

a rincalzo di frasi convincevano che, gran pezza meglio degli antichi ed

esperti, valeano quei neonati, che metteano la coccarda perchè altra prova

di patriotismo non potevano dare alla folla, solita a scambiare l’emblema

per l’idea.

Alcuni, sbigottiti dalle trascendenze, vedendo il guasto che le commozioni

politiche recano nei costumi e negli intelletti, l’indifferenza de’

principj, l’assurdità degli odj e degli amori, il bruciare oggi gli

idoli di jeri, il credere segno di libertà l’arroganza e la calunnia,

affrettaronsi d’abjurare come errori anche le verità che soccombeano;

e vergognati d’avere troppo sperato di sè, e d’essersi creduti degni

della libertà, si sbracciarono in rimpedulare alla vecchia i Governi e le

opinioni; o in sussulto svegliati dai sogni d’una coscienza connivente,

e vedute le conseguenze inattese di principj mal posati, buttaronsi

all’intolleranza persecutrice, biascicando i nomi d’ordine e di religione,

la quale, dopo essersi da alcuni, come fatto individuale, adoprata qual

mezzo d’indipendenza fino alla rivolta, da altri come fatto sociale,

volevasi strumento di potere fino all’assolutismo.

I tentativi temerarj fanno indietreggiare gli spiriti sgomentati: ma fra

i reazionarj, que’ che vantansi della forza è poi giusto che invochino

la ragione? Alcuni, non ravvisando la ricomposizione se non come quiete,

condannano fino le oneste libertà e le prudenti garanzie, a foggia di chi

bestemmiasse le macchine a vapore pel rumore che fanno; pigliano paura

della filosofia anche quando viene in appoggio al senso comune; paura

della storia anche quando non giustifica i fatti, ma solo li sincera e

li racconta; paura d’ogni aspirazione al meglio, vedendovi un irrompere

della demagogia; paura dei sapienti, e perciò privilegiano l’istruzione

a tali in cui ha fiducia il Governo, ma non la gioventù, la quale rimane

svogliata dallo studio, e discrede fino alla verità perchè bandita da

gente screditata; computano il crescere dei delitti, delle carceri, dei

trovatelli, quasi non vi fossero ribaldi anche prima della stampa e delle

Costituzioni.

Altri volsero le mani a strapparsi i capelli, anzichè ajutarsene nel

naufragio per salvare almeno le convinzioni: poco migliori di quegli

impotenti, che, senza l’audacia del male nè il coraggio del bene, si

vantano di star neutrali nell’ora ch’è mestieri di decisioni risolute, e

forbendosi s’accontentano di dire «Io l’avea predetto». Altri denunziano

di codardia il non perseverare negli errori, e impossibile ogni

ricomponimento, e viltà il pensarvi e l’avviarvi; simili al nocchiero

che, battuto dalla procella, giurasse eroicamente di non volere più

esporsi al vento finchè non l’abbia richiuso nelle otri di Eolo. Altri

s’ammantano del titolo di moderati: ma la moderazione non ha merito se

non palesi forza; nè quella di Pilato che lascia uccidere Cristo piuttosto

che mettere sè in pericolo, vuolsi confondere con quella dei martiri che

si lasciano uccidere piuttosto che offendere la propria coscienza. Altri

invece non considerano quei disastri se non come effetto dell’altrui

moderazione, e reclamano i procedimenti avventati e radicali, che sono

sintomo d’irritazione, quanto di marasmo il non provare quel desiderio,

ch’è tormento e dignità dell’uomo.

Chi tese l’orecchio alla voce di Dio, il quale, traverso alle folgori e

al tuono, parla per mezzo degli eventi; chi medita sugli errori proprj

e gli altrui, e scandaglia quanta virtù si trovi in fondo ai cuori,

onde comprendere quanta libertà si meriti, conosce che la tempesta

sconvolge il naviglio ma lo caccia avanti, purchè il piloto, deviando,

orzeggiando, retrocedendo anche, s’affissi però sempre alla stella. In

tempi sì turbinosi, sotto sferze sì laceranti, la libertà e la dignità

naufragarono, ma poi dai marosi furono spinte s’una riva assai più

avanzata, e donde non potrebbe rincacciarle se non una nuova procella.

Anche in Italia i Governi si svecchiarono, la rivoluzione, operando a

guisa della pietra caustica che, passando sull’ulcera, ne modifica la

superficie e sollecita il granulamento e la guarigione; molte fasce furono

levate, che al bambino voleansi conservare anche fatto adulto; l’industria

e il benessere fisico procedettero a passi giganteschi; e sebbene

gl’interessi materiali pajano prevalere, fino a voler ridurre la società

ad una accomandita, l’uomo a un mulino, dove ai motori intellettuali e

morali sono surrogati il calcolo e i contrappesi, noi crediamo che rimedj

non ultimi sieno i materiali, e la cura di crescere la ricchezza nazionale

e di ben ripartirla.

L’Italia contava ventisei milioni di abitanti, tutti cattolici, tutti

quasi d’una lingua, eppure divisi in quindici Stati, di cui sette

forestieri[146]. Possiede eccellenti linee geografiche militari, fortezze

inespugnabili, buoni porti, canali e fiumi non mai gelati; il ferro

dell’Elba, il rame d’Àgordo e della Toscana, la canapa del basso Po,

le selve dell’Alpi e degli Appennini potrebbero fornire d’eccellente

marina lei che siede fra due mari, e che dalle sue coste vede la Francia,

l’Algeria e la Grecia. Pure, malgrado i progressi dei due regni estremi,

la sua marina è insufficiente, nè da noi direttamente ricevono gli olj,

le sete e le frutte i lontanissimi consumatori. Nella Lombardia aumenta

l’operosità agricola e la popolazione, mentre scarseggia nelle parti

meridionali, ove troverebbero asilo e lavoro que’ tanti, che dai laghi

superiori e dalla vicina Svizzera migrano ad ingrate lontananze. Ora

poi che il Mediterraneo recupera l’importanza antica, e che si matura

il taglio dell’istmo di Suez, presto si sentì come là consisterebbe

la vita o la morte dell’Italia: l’Austria favorì quest’impresa in ogni

modo, presagendone un immenso incremento alla navigazione di Trieste: il

Municipio di Venezia nominò una Commissione che divisasse e proponesse i

modi di meglio vantaggiarne il commercio veneto, e promuoverlo con società

commerciali; e l’Istituto pose a concorso un’indagine sulle probabili

conseguenze che ne verranno al commercio in generale e a quel di Venezia

in particolare, e come provvedere che il continente europeo diriga pel

porto di questa le spedizioni: si propone d’ingrandire i porti di Genova

e di Civitavechia, perchè diventino pari alla estensione che al commercio

darà quella nuova via. Le Due Sicilie stanno all’antiguardo, sporgendosi

quasi in atto di provvedere alle vaporiere l’acqua, il legname, i grani,

e di competere nella comunicazione coi mari dell’Arabia e dell’India.

Insomma vorrebbesi che l’Italia si trovasse allestita in modo di non

lasciar preoccupare da altri le nuove comunicazioni, che offrirebbero un

opportuno campo all’attività di essa, e un modo di conseguire que’ nobili

vantaggi, che mai non saranno per gl’infingardi.

Intanto fra terra si sollecitano le vie ferrate, che non solo, superando

gli Appennini, congiungeranno fra loro i disuniti fratelli d’Italia, ma

traverso alle Alpi avvicinandoci ai forestieri, ci mostreranno che la

nazionalità non può essere esclusiva e repellente nè come sentimento nè

come istituzione.

Fra queste utili cure e le meste sollecitudini del rinascente cholera,

dello scarseggiante grano, e di nuovi micidj alle viti e ai bachi da seta,

parevano gli animi staccarsi dalla politica, quando un nuovo miraggio fu

spiegato agli occhi dalla guerra rottasi fra i grossi Stati.

Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15) · 第 9 / 16 题