Acquisto di Venezia e di Roma.
Cominciava l’anno 1866 fra uno scontento maggiore, quanto più fantastiche
erano state le speranze. Nel Governo sentivasi mancanza di pratica, di
politica, di cognizione vera dello stato pubblico, d’un deciso programma.
E come averlo quando bisognava conformarsi alla diplomazia estera? e
come conoscere l’opinione vera quando questa non arriva che traverso a
giornali, ligi alle passioni, alle avidità, ai partiti? E i partiti stessi
non si pronunziavano deciso, aspirando soppiantare chi tiene il potere
senza sapere quel che faranno succedendogli.
Delle finanze sempre maggiore si manifestava la piaga, e si asserì
ufficialmente che ogni giorno si avea lo scapito di un milione. Si
fecero prestiti grossissimi: dal Cavour per 720 milioni, dal Minghetti
per 1000, dal Sella per 725, nè si passò pur un anno senza contrarre
un nuovo debito. Riepilogando trovasi che i varj Ministeri dal 1860
al 1866, prima dell’ultima guerra, spesero 7000 milioni; de’ quali
2700 trascendono le entrate e costituiscono il disavanzo, coperto con
prestiti, con alienazioni di rendita, con anticipazioni e vendite. Contro
tale condizione di cose sclamava la pubblica coscienza e tramestava la
politica.
Venuta la Prussia in rotta coll’Austria pel possesso dei ducati dello
Schleswig e dell’Holstein, e per l’antico desiderio di quella di
predominare nella Germania, cominciarono ad armarsi. L’Austria, dalle cui
supposte minacce il Governo italiano avea tolto pretesto per armarsi,
parve non attendere più che a difendersi entro il quadrilatero, fra
Peschiera, Legnago, Mantova inespugnabile nel suo lago, Verona, munita di
500 pezzi in batteria, comunicante pel Tirolo con Vienna, e che accoglie
le munizioni e le riserve; con una guarnigione di 30,000 uomini: e
dappertutto forti e trincee. Chi poteva mai lusingarsi di cacciarnela, per
quanto si vantasse il fornitissimo esercito e la formidabile flotta del
regno? Se in ciò v’era fatuità di vanti, cosa degna di storia è l’ardore
col quale, appena brillò la possibilità d’una guerra coll’Austria, la
gioventù da ogni parte accorse ad arruolarsi sia nell’esercito regolare,
sia nell’esercito dei volontarj. Allora riapparve uno di quei momenti
solenni, in cui un popolo sente che i suoi interessi sono vivamente
impegnati, che trattasi dell’onor suo, d’un gran pericolo o d’una
grande speranza: sicchè ogni altro sentimento si tace, le preoccupazioni
quotidiane cadono davanti al patriotismo, esaltato di dolore o di gioja,
d’orgoglio o d’indignazione.
Non è qui luogo di divisare i piani preparati: tutti speravano che la
guerra, lunga, difficile e di successi alternati, ritemprerebbe gli
animi, farebbe prevalere i coraggiosi agli intriganti, i devoti ai
gaudenti; eleverebbe qualche uomo sopra la fecciosa mediocrità; torrebbe
la direzione delle cose ai pennajuoli per darla a gente d’azione. —
S’ingannavano. Non era una guerra, ma un dramma diplomatico.
Veduto a segni troppo evidenti che governare la Venezia le era
impossibile, l’Austria era disposta o rassegnata a farne il sagrifizio,
e tanto più quando, venuta in rotta coi Prussiani pel primato nella
Germania, sentì che avrebbe sempre alle spalle nemica l’Italia. Per
mezzo dunque di Napoleone fece proporre al regno una alleanza o almeno la
neutralità, cui compenso sarebbe la cessione di quel che ancora chiamavasi
regno Lombardo-Veneto. Ma il Ministero italiano aveva già concordato
altri patti colla Prussia, e il 10 aprile del 1866 stipulato che l’Italia
farebbe contro l’Austria tutti gli sforzi suoi, in modo da pigliarla fra
due fuochi, e assicurare così la prevalenza dei Prussiani, i quali dal
canto loro non verrebbero a pace se non assicurando al regno d’Italia il
Veneto.
Così, pace o guerra, inazione o sacrifizj, il Veneto era accertato.
L’Europa sentì che accendeasi una guerra che divamperebbe dappertutto,
sicchè cercò interporsi mediante una conferenza, a cui invitò i Potentati.
L’Italia vi aderì, asserendo ch’erasi armata unicamente per difendersi e
protestando non comincerebbe essa le ostilità contro l’Austria, ma che
non sarebbe quieta finchè non possedesse la Venezia. L’Austria accettò
pure il convegno, ma con queste riserve: 1º che nessuna delle Potenze
intervenienti dovesse chiedere aumento di territorio; 2º che per trattare
di cose italiane dovesse essere invitato anche un rappresentante del papa,
giacchè Roma vi era interessata non men che Firenze; 3º che per punto di
partenza delle trattative dovesse prendersi il trattato di Zurigo.
Ciò fu preso come un deciso rifiuto, nè l’Austria poteva più fare
una cessione che cessava di parere spontanea, se prima non avesse
salvato l’onore delle armi, come, nel linguaggio diplomatico, si chiama
l’assassinio di migliaja di vite, e lo sperpero delle fortune d’un paese.
Un manifesto reale del 20 giugno dichiarò che le «provocazioni guerresche
dell’Austria sui nostri confini e le ingiuste e improvvise minaccie
d’aggressione» costringevano il regno ad armare per «compiere il programma
nazionale, stato interrotto dalla pace di Villafranca, e liberarsi
da una Potenza che, col suo contegno ostile e minaccioso, impediva di
costituirsi all’interno, e costringeva agli incompatibili sacrifizj d’una
pace armata». Dell’alleanza colla Prussia nessun atto ufficiale fe motto,
per parte nè nostra nè di quella, come neppure di 150 milioni di denaro
effettivo che dicesi essa mandasse all’Italia.
Allora i giornali più non seppero che gridare alle armi; l’Italia, che non
avea ravvisato salvezza alle finanze se non nel ridurre l’esercito suo, lo
crebbe sterminatamente, e vi aggiunse 40,000 volontarj che opererebbero
sotto Garibaldi; si accelerò la confisca dei beni ecclesiastici,
sorpassando a tutte le forme parlamentari; si diedero al Ministero
estesissimi poteri, dei quali si valse per ordinare il corso forzoso della
carta e per gettare un prestito forzato di 400 milioni.
In aggiunta si lanciò la legge dei sospetti, nominata dal Crispi,
principalmente diretta contro del clero, di cui moltissimi e rispettabili
membri furono imprigionati o deportati; e si istituì in ogni paese una
giunta che denunziasse i sospetti.
I discorsi erano che, non essendo possibile prendere con assalto diretto
il formidabile quadrilatero, si farebbe lo sforzo maggiore per mare, dove
la formidabile nostra flotta era immensamente superiore all’austriaca:
questa certo si ritirerebbe nel porto di Pola, ove le nostre bombe la
incendierebbero; allora si porterebbe un grosso sbarco di volontarj sulle
coste della Dalmazia, mentre la flotta prenderebbe Venezia, donde si
assalirebbero a rovescio le fortezze; l’esercito, di oltre 400,000 uomini,
superiore non solo di numero ma di abilità all’austriaco, coll’ala destra
entrerebbe nel Veneto pel Basso Po e fino alle alpi di Bassano, mentre
i volontarj per le alpi del Bresciano e della Valtellina invaderebbero
il Tirolo, congiungendosi coll’ala destra per dare mano ai Prussiani in
Baviera, e occupare Vienna, ove dettare la pace all’Austria.
Questa d’altro lato riposava sulle inespugnabili fortezze del Mincio e
dell’Adige: ed era creduta superiore alla Prussia, marciando prontamente
contro della quale, occuperebbe la Slesia, anticamente da essa toltale,
e proporrebbe di tenersi questa conquista in compenso della Venezia che
cederebbe.
Tutto andò al rovescio. La Prussia, non aborrendo dalla guerra civile,
e con una strategia qual nessuno sospettava, assalse i piccoli Stati
germanici, incapaci di resisterle, poi prevenuto l’esercito austriaco,
sgomentato dai rapidissimi movimenti, coltolo in posizioni sfavorevoli, e
ajutata dalle nuove manovre de’ fucili a spillo, lo ruppe principalmente
nella battaglia di Sadowa, una delle più micidiali del nostro secolo
micidiale. Occupata anche la Boemia, la Prussia si trovò alle porte di
Vienna, e ottenuti i suoi intenti, propose la pace, purchè si sciogliesse
la Confederazione Germanica, e si riformasse sotto la sua primazia,
escludendone l’Austria, che resterebbe ancora intatta, eccetto il Veneto.
All’Italia i gridi dei giornali non avevano lasciato aspettare questi
eventi. L’esercito spiegato sul Mincio, lo passò il 24 giugno, e i
giornali che ve l’avevano spinto prima, non ebbero parole sufficienti per
vituperare i generali che non riuscirono a vincere. Sebbene la giornata
di Custoza fosse nelle alte sfere considerata come decisivo disastro, e
annunziata a Garibaldi come disfatta irreparabile, fin a sospendere le
mosse delle due ale, e ritirarsi a difesa dietro l’Oglio, presto si vide
che, come mal concertato erasi l’attacco, così esagerato o artifiziale
era lo spavento. Ma l’Austria, salvato l’onore delle armi, mandò a cedere
il Veneto all’imperatore dei Francesi, come nel 1859 aveagli ceduto la
Lombardia. Ciò accettato, avrebbe potuto trasportare il suo esercito a
difendere Vienna, e forse prendere la rivincita sui Prussiani.
La Francia tripudiò di quest’atto, che dava ad essa tutti i frutti d’una
guerra dov’erasi tenuta neutrale, ma in Italia i giornali misero un urlo
concorde contro di esso. Rassegnandosi al qual grido, il Ministero, con
dispendj e pericoli nuovi, fece dall’ala destra passare il Po: la quale,
senza più incontrare nemici, occupò tutto il Veneto fuor delle fortezze.
I volontarj, che a tante migliaja, e male armati e peggio pasciuti,
eransi accumulati in gole, dove pochi e subitarj bastavano, a viva forza
occuparono alcuni paesi del Tirolo italiano, e già Trento era vicina ad
esser presa in mezzo dalle nostre forze.
I giornali, che creano gli idoli ad immagine propria, non rifinivano
di gridare contro la flotta perchè non isgominasse l’austriaca, e non
occupasse Trieste e l’Istria. Si dovette dunque dare lo spettacolo
d’una battaglia navale, e il 20 luglio a Lissa toccò un altro disinganno
alle nostre immaginazioni. Quei che avevano provocata la battaglia si
sfogarono allora, tacciando di tradimento o d’inettitudine l’ammiraglio,
come faceano di parecchi generali di terra e di quanti, invece di stare
a scrivere e a ragionacchiare, si erano messi alla prova della fortuna.
Come si devano intitolare questi massacri, fatti per casi di cui era
prestabilita la risoluzione, lo pronunzierà la coscienza pubblica. Intanto
la Prussia avea combinata la pace, per cui Italia accettò un armistizio,
in forza del quale i volontarj dovettero uscire dal Tirolo, l’esercito
abbandonare le sue posizioni del Tagliamento e dell’Alpone.
Non è a dire lo scontento che ne sorse, perocchè una guerra motivata
unicamente dal bisogno di difendersi, ora si voleva che acquistasse
al regno, non solo tutto il Lombardo-Veneto, ma il Tirolo italiano,
Trieste, l’Istria, la Dalmazia, escludendo così affatto la Germania dal
Mediterraneo, e prendendo per nostri confini _naturali_ le Alpi Retiche
e le Carniche. Non bastavano però esclamazioni di giornali o fremiti di
volontarj a spingere i ministri a una nuova guerra, ove ci saremmo trovati
soli rimpetto a 350,000 soldati dell’Austria, padrona delle fortezze,
e non solo sciolta dal suo nemico, ma forse ajutata da questo. Bisognò
accettare la pace di Vienna, per la quale l’Austria cede alla Francia e
la Francia al regno d’Italia tutto il Lombardo-Veneto.
Questa mostra di guerra costò al regno 555 milioni. L’Austria restava
così esclusa affatto dall’Italia e compita l’indipendenza: ma doleva
l’aver dovuto riconoscere l’inferiorità dell’esercito e della flotta
nostra: l’accettare la Venezia come un dono dalla Francia, la quale anzi
volle la superflua formalità del plebiscito: il non essersi giovati di
tale acquisto per correggere molti difetti dell’amministrazione, e per
sistemare meglio la quistione religiosa. Questa anzi venne esacerbata, e
mentre gli Austriaci aveano sempre considerato il clero come ostile alla
loro dominazione, contro di esso si sfogavano i nuovi padroni: ed oltre
l’invasione di predicanti e di chiese protestanti e valdesi nel Veneto, il
Ministero si valse de’ pieni poteri per effettuare la soppressione delle
corporazioni religiose e la confisca de’ beni ecclesiastici.
Volle credersi conseguenza di ciò la sollevazione di Palermo (17 settemb.
1866), ove lo scontento proruppe alla prima occasione, tanto da veder
minacciata la perdita della Sicilia, quando si acquistava la Venezia. In
un tratto la sollevazione si trovò padrona della città, ma forti truppe la
sedarono. Ne seguirono carcerazioni e bandi, e la subita distruzione degli
antichissimi conventi. Intanto, per la legge Crispi, in ogni provincia
si erano istituite giunte per indicare le persone sospette da mandare a
domicilio coatto, e ne venne una persecuzione, degna dei peggiori tempi
rivoluzionarj: applicata a 4171, la più parte parrochi e monsignori.
L’eccesso portò a pensare qualche conciliazione fra la Chiesa e lo Stato:
si spedì a trattare col papa per la nomina degli 80 vescovi, che mancavano
alle diocesi, ma contemporaneamente si spingeva alla confisca di tutti i
beni ecclesiastici e alla abolizione di tutti gli enti morali.
Restava poi sempre il proposito di occupare Roma, e mentre i ministri lo
dissimulavano, gli avventati pensarono effettuarlo, appena ne partisse il
presidio francese. Una Giunta nazionale, diretta da Garibaldi, d’intesa
col Comitato romano, mandò fuori un proclama (24 luglio) eccitando alla
sollevazione; e Garibaldi moveva per invadere, quando fu arrestato a
Sinalunga e portato in fortezza, ma subito rilasciato fra trionfi. Ben
presto egli è di nuovo a capo de’ suoi, e profittando della caduta del
ministro Rattazzi, creduto connivente a questi tentativi, moltiplica
comitati, processioni, _meeting_, eccita tumulti nelle varie città.
Tutta Italia n’era sossopra, commossa la Francia che manda truppe da
Tolone a Roma; a Mentana Pontifizj e Francesi sconfiggono i Garibaldini;
e il Ministero italiano dà l’amnistia ai sollevati, pur protestando che
Roma dev’essere «la sede più sicura del pontefice, e che l’Italia saprà
difenderlo e circondarlo di tutta la venerazione che gli è dovuta, e farne
rispettare l’indipendenza e la libertà».
Ma il Comitato romano preparava attivamente l’insurrezione, e una banda
si spinse pel Tevere fin a Monte Rotondo, mentre in Roma faceasi saltare
in aria la caserma de’ zuavi pontifizj; ma ancora i Pontifizj riuscirono
a respingere gli aggressori (1867 23 ottobre).
Questi avvenimenti aveano obbligato i Francesi a non ritirarsi da Roma.
Il malcontento del paese era grande, mentre le finanze andavano in
deplorabile deperimento. Nell’Italia meridionale e nella centrale, nel
Veneto era fermento contro le sempre crescenti imposte, e la ridestata
del macinato.
Di fuori la Francia s’agitava verso una nuova rivoluzione; domandava
che l’imperatore coronasse l’edifizio, cioè desse forme costituzionali,
ed egli si vide costretto ad eleggere un Ministero responsabile, dal
quale fu spinto a muovere guerra alla Prussia. Vi si accingeva con mezzi
imperfettissimi, mentre la Prussia vi si era preparata con finissima arte
e lungo proposito, in modo che essa ebbe ben presto invasa la Francia,
sconfitti gli eserciti, fatto prigione l’imperatore, assediato Parigi, e
imposte le condizioni più gravose e più umilianti.
Francia erasi lusingata d’esser soccorsa dall’Italia, per la quale
avea tanto fatto e tanto lasciato fare; ma nel pericolo che la piccola
guarnigione che ancora teneva a Civitavecchia fosse fatta prigioniera
dal nemico, la richiamò. Restava così di nuovo lo Stato Pontifizio senza
difesa, e l’esercito italiano lo invase, e presa Roma ridusse il papa
entro il palazzo vaticano. Ben presto da Firenze si trasportò il Governo
a Roma, compiendo così, sotto al doppio impulso della rivoluzione e della
volontà imperiale, l’assunto del Mazzini, assunto che non tutti credono
il più conducente nè alla gloria nè al ben essere della patria comune.
Di fatto nel marzo 1876, sconfitto il Ministero Minghetti, saliva al
potere la sinistra, ed era un concerto quasi unanime di disapprovazione
per quanto erasi fatto nei 16 anni da che il regno esisteva, condannando
e atti e persone, peggio che mai non avessero fatto i nemici e i
detrattori. Se quel noviziato fu veramente infelice, possano i nuovi amare
sinceramente la patria, riconoscere che i mali suoi vengono da scarsezza
di virtù, la quale non consiste nell’ostentare patriotismo intollerante,
o nell’orzeggiare fra il bene e il male verso un esito che discolpa i
mezzi; o nell’alleare il sentimento religioso ad un partito od a un nome;
bensì nell’anteporre il bene pubblico all’individuale, e sapersi rendere
superiore alle lusinghe dell’oro e degli onori e alla paura dei giornali.
A raddrizzare il buon senso, la facoltà che peggio deteriora nelle
rivoluzioni, molto varrebbero gli scrittori, ma neppure essi vi prestarono
grand’opera: e mentre dopo il 1830 erasi tanto fidato nell’efficacia dei
libri sul popolo, oggi si riducono sempre più a schermaglia letteraria
o arraffamento d’associati; mai non si sono edite tante scritture buffe,
pubblicati tanti giornali da ridere; che se anche non fossero un insulto
alle pubbliche sciagure, nel ghigno perpetuo e sistematico vi ha qualcosa
di scimmiesco e di stupido che cagiona disgusto e ribrezzo; com’è
assassinio della patria il risolvere col riso le grandi quistioni.
Continuò la sensibilità pei paroloni, che ci deriva dall’abitudine
retorica e teatrale; confondendo la parola ch’è comune a tutti, coll’arte
del bene usarla che è di sì pochi, ogni pusillo vi si credette capace,
aggravando la mediocrità col non volere istruirsi, quasi il lavoro
s’addica solo a chi manca d’ingegno: povero ingegno che serve di velo
all’inerzia, e consiste solo in un poco d’immaginazione senza sicurezza
di giudizio, in una concezione subitanea che non si consiglia colla
riflessione, in una facilità d’esprimersi, caroleggiante sopra qualunque
primo pensiero, senza quel secondo che lo matura e perfeziona.
Compilazioni, dizionarj, manuali, enciclopedie, con poco tempo e poco
denaro portano a minuto la dottrina e in digrosso la presunzione, e quel
falso sapere ch’è peggio dell’ignoranza, dispensando dal lungo e forte
tirocinio intellettuale, alla memoria attribuendo tutta la parte della
riflessione, con replezione di cibi superflui impedendo la digestione
de’ necessarj; e mentre importerebbe tesorizzare cognizioni assolute,
verificarle, operare su di esse, ricomporle, discernere, concludere, si
va allucinati alle immagini, al movimento, alle impressioni, ricevute
colla passività di specchi. Il galante e la signora, che conciliarono
il sonno con libri siffatti, cianciugliano di tutto, e trattano da
pedante chi parla seriamente di ciò che faticosamente apprese; sempre
più diminuendo quella classe di lettori assennati e indipendenti, i
cui giudizj costituirebbero un’opinione pubblica, e mentre una volta i
pensatori credeano poter creare l’opinione, ora si piegano a subirla;
mentre chiedeasi che ne direbbero coloro che si stimavano, oggi si ha
paura di quello che diranno la piazza e i folliculari che si disprezzano.
Di qua il bello spirito surrogato allo spirito buono, e quella leggerezza
vivace ch’è ormai l’unico vanto della coltura nostra, a micidio della
forza e della profondità: di qui il preferire i moti convulsivi alle forze
regolari, i giornali ai libri.
I quali giornali, frivoli, venderecci, di consorteria (colle debite
eccezioni), quasi perenne insulto alla morale, al retto sentire, a chi
nel meglio confida, si ostinarono a proscrivere ogni indipendenza morale,
a calunniare le persone e le cose che menomamente sovrastino alla loro
bassezza, e tolgansi dall’oscurità a cui essi sono condannati. Una
critica, come prima, negativa, stizzosa, oppositrice, deleterica, sconobbe
che la situazione nuova imponeva altri doveri; neppure la seria, colla
calma nelle dispute mostrò fiducia nell’esito, ma rassegnossi a blandire
gl’ignobili istinti dell’invidia e della denigrazione, svogliando della
generosità col calunniarla, e immaginando che bisogna avvilire gli uomini
per attaccarseli.
Garzoncelli appena usciti di collegio strascinano al loro predellino
i veterani, e credono muovere e dilettare il mondo con un articolo che
inseriscano in una gazzetta; sprovvisti di canoni sintetici e di nozioni
positive, disprezzano i classici per dispensarsi dal conoscerli, i
filosofi per non faticarsi a comprenderli. Introdotti il genio meccanico
e la soffice sapienza, poco s’ascolta, nè si giudica pure quel poco;
più scrive chi ha men cose a dire, non mettendo intervallo fra l’ideare
un articolo e stenderlo e pubblicarlo; moltiplicando opuscoli senza
riflessione per lettori senza calma. E per verità, qual bisogno di
sperdere cure per libri che devono morire nell’anno o gazzette nel
giorno? per convinzioni che anche prima dell’anno l’autore avrà cambiate?
Audacia e basta. Ma chi si briga di discutere il pro e il contro,
discernere, conchiudere? chi sa scovare un sofisma? chi trovare il vizio
d’un’argomentazione? Così il paradosso viene tollerato non meno che una
dimostrazione, anzi invade il dominio della ragione, la quale non è più
individuale, ma appiccicata; e si reputa franchezza il mettere eguaglianza
fra l’errore e la verità.
Tra questo fragore di mulini, destinati a triturare anche quando più non
si produce grano, deperisce la vera letteratura, e pochi autori camminano
scrupolosi dove altri ballonzano presuntuosi; pochi credono al buono e
al bello rimanere luogo anche fra il vortice delle passioni. A questi
toccherebbe combattere il dubbio, l’illusione, la bassezza mascherata
d’eroismo; non lasciarsi togliere la mano dai pregiudizj vulgari, ma
disporre alle grandi riforme col creare una opinione pubblica, risultante
di sentimenti e d’interessi, ma che si fondi su compita e accertata
cognizione della morale pubblica e privata in chi comanda, su giusto
sentimento dei proprj diritti in chi obbedisce. Il mondo li bestemmierà,
ma gli avrà uditi; e di mille semi che il vento sparpaglia, ve n’è pure
qualcuno che germoglia e prospera a vantaggio delle generazioni future.
Di questa o scarsa o infelice fecondità ci si allegava per causa il
non avere unico centro: ma forse l’ebbero i Greci o le età di Dante e
dell’Ariosto? e i concetti della divinità, della morale, della natura,
della nazione, non sorvolano alle combinazioni politiche? La mancanza
di regj favori salva la dignità e l’indipendenza, nè questa è la pietra
ove da noi più s’inciampi. Ben è scarsezza di patriotismo quest’adottare
qualunque cosa venga di fuori, e più che altro i giudizj sugli uomini
e le cose; privandoci così d’originalità, e contristando i pensatori
sinceri col continuo raffaccio delle opinioni di forestieri, o a meglio
dire di Francesi, voltabili secondo la moda, eppure imposte con sordida
intolleranza, fino a turbare la borsa, l’onore, la vita di chi non
le accetta. Persone che sanno chi sia, cosa abbia fatto, cosa prepari
qualunque mediocre oltramontano, ignoreranno, affetteranno d’ignorare
le produzioni d’insigni compatrioti, o le conosceranno solo a detta. Di
rimpatto viene vergogna quando vediamo qui intitolare scienziati e geologi
e chimici e antiquarj e orientalisti persone che appena reggerebbero il
confronto d’un laureando di altri paesi.
E appunto la mancanza di cultura generale fa che all’esercizio della
propria facoltà di sentire e giudicare si rinunzii per chiedere le
sentenze già belle e fatte dai giornalisti; titolo davanti il quale l’arte
cede il campo al mestiero. Ristrettissimi nel secolo precedente, scarsi e
inconcludenti nell’êra napoleonica, dappoi sembrarono una protesta contro
l’inazione, desiderata se non prescritta; e poco a poco estendendosi,
massime dopo il 1825, gli scrupoli dell’arte e le abitudini serie e di
gusto, proprie d’un pubblico ristretto, immolarono alle basse pratiche
dello scrivere senza cancellature, senza pentimenti, senza riflessione.
Miopi per proposito, svaporando in particolarità come incapaci di
sintesi, petulanti a vicenda e servili, la franchezza separando dalla
dignità, prendendo quale segno di superiorità la sicurezza fragorosa
e scortese; risoluti a vivere colla penna, la intingono a vicenda nel
vero e nel falso, nel generoso e nel vigliacco, secondo il vento che in
quella giornata muove il mulino; perciò adulatori nella lode come nel
vitupero. Nè dico dell’adulazione che ravvisa tutte le virtù nei gaudenti
e denigra la generosità de’ soffrenti, compito d’un servidorame brigante,
che sarebbe sacrilegio chiamare letterato; bensì dell’adulare l’opinione
che quel giorno impongono i circoli, i caffè, i chiaccheroni; adulare la
turba che, col ricevere i giudizj belli e fatti, vuole dispensarsi dal
pensare e ragionare; adulare la patria affinchè non senta il dolore e
la vergogna rigeneratrice; adulare la forza per istordire il pensiero;
adulare la mediocrità perchè aduggi il genio; adulare i primaticci perchè
non s’ostinino a migliorarsi; adulare il sofisma acciocchè soffoghi il
vero; adulare la libertà acciocchè s’infami coll’eccesso; adulare, se niun
altro li vuole, i pregiudizj e gl’istinti ingenerosi.
Fu a Milano che primamente si vide un folliculare giudicare di otto,
dieci opere in ciascun numero di gazzetta; poi la gramigna si propagò
al Piemonte, indi al resto d’Italia. Il vedere schiaffeggiati autori o
cattivi o mediocri, che fino allora aveano soprusato ai novizj, piacque; e
le fischiate a quelli parvero applausi ai loro giustizieri, che presto si
eressero proscrittori, a norma della paura e dell’invidia: quell’invidia
che trapela meno nella brutalità del vitupero che nella parsimonia delle
lodi, o nel profonderle a mediocri, le cui idee non eccedono le vulgari,
il cui spirito non urti nessuno.
Nè questo era un male necessario, ma piuttosto un abuso del bene, giacchè
una critica dignitosa, che tolleri l’impavida manifestazione, che rispetti
la libertà della scienza e l’autorità della ragione, che temperi gli
applausi con appunti assennati e il biasimo col riconoscere i meriti,
si farebbe stromento primario d’educazione, affratellando ragionamento
e simpatia, poesia e dottrina. Alcuni in fatti pensarono dirigerla a
vantaggio delle lettere e della nazione, e qualche giornale rimase in
buona nominanza: ma i migliori ne disperarono, e si ascrissero a gloria il
non avervi mai collaborato; a differenza de’ forestieri, di cui non v’è
illustre che non vi cooperi, e dove forse è altrettanta la petulanza de’
saputi, ma i critici recano, se non maggiore lealtà, maggiori cognizioni
e rispetto del pubblico.
Così oltr’Alpi la critica si collocò in posto elevato, studiando le
manifestazioni del genio ne’ varj paesi e sotto forme diverse; calcolando
le influenze subite dagli autori e il carattere particolare di ciascun
popolo e di ciascun secolo e i sentimenti e le passioni; dando risalto
al lato morale nella letteratura. Critica siffatta richiede e ingegno e
ragione docili e splendidi, e avvicina il giudice all’autore, quand’anche,
come tra i Francesi, sia più storica che filosofica, non s’elevi a
scienza, nè risalga ai principj delle sue decisioni, come suole fra i
Tedeschi e gl’Inglesi. Ma chi guardi, per dire d’un solo, i commenti
che a Shakspeare posero Schlegel, Gervinus o Guizot, deplora che da noi
si scrivano tuttodì note ed appunti a Dante, al Tasso, ad altri vecchi
e recenti, con una analisi di deplorevole leggerezza, cui mancano e la
premessa assoluta e la conclusione necessaria, cioè l’insegnare come
avrebbesi a fare.
Eppure anche in que’ paesi lo strato che giace sotto a quello del merito
vero, è composto di ciarlatani, intriganti, corridori di diplomi,
di congressi, d’accademie; ivi pure in teste concave ogni oggetto si
dipinge esagerato e ingrossito, talchè non mentiscono, ma danno a tutto
proporzioni false, forme antisimmetriche: e se i più nominati, sono i più
impacciosi come fra noi, se colla flessibilità dell’arco dorsale ottengono
titoli e posti e lodi, ciò non toglie che si trovi del merito vero e
solido, tanto più commendevole quanto che sboccia fra la gramigna della
falsa scienza e la zizzania della carpita reputazione.
Ma giacchè tanto s’imitano i Francesi, e copiansi anche quando non si
traducono, almeno si facesse com’essi, che ogni vanto patrio ricantano al
mondo, e presentano al pubblico applauso tutto quanto giovi alla gloria e
alla potenza nazionale. Qui invece le arti sotterranee della denigrazione
sormontano al rispetto e alla benevolenza; con censure alle quali non
è permesso rispondere, si cerca deprimere l’ingegno finchè si può, poi
il carattere, poi le intenzioni; si critica col silenzio se non si osa
coll’ingiuria; si accanniscono i piccoli contro i fratelli migliori, e
si fa considerare liberalità l’impacciare i passi generosi, l’istigare
la plebe ricca e patrizia contro persone che il giorno di loro esequie
sublimerà.
Chi salì in onoranza senza le costoro scarificazioni? a quanti feticci
non diedero essi qualche anno di gloria, solo perchè servissero di nuvola
al sole? Sta bene che la democrazia non soffra idoli; ma l’eguaglianza
pareggiasi a ingratitudine quando d’ogni testa che sa star dritta si fa
sagrifizio alla plebe, dilettantesi del sarcasmo e della depressione. Da
ciò deriva che fra noi rimangano municipali le glorie, e gl’illustri di
Napoli vengano vilipesi in Toscana, ignorati a Milano e viceversa; i libri
letti siano diversi dai lodati, e in generale siano letti pochissimo.
E mentre ad autori di trenta opere nate morte si procura una galvanica
longevità con applausi semestrali al sempre nuovo volume, fu dichiarato
scrittoraccio l’autore forse più letto; eretico spregevole un sommo
filosofo; ipocrito e innajuolo il tipo dell’odierna letteratura[148].
Qual meraviglia se i buoni stizziscono del vedersi non solo defraudato
quello che più si brama, la quiete, l’amore de’ concittadini, la
compiacenza nazionale, ma impediti nel bene che desiderano, nel giovare
alla nazione col fervore delle opere, colla dignità dell’opposizione,
col valore d’un nome che, rispettato dagli oppressi, non potrebbe essere
conculcato dagli oppressori? se irritati da questo sistematico ferire di
sotto in su, persino uomini nati ed educatisi all’amore ed all’armonia
finiscono col sarcasmo e col furore?
Cotesti a taluni pajono fastidj da nulla, e s’impone all’autore che,
come il fanciullo spartano, si lasci rodere il ventre dalla volpe senza
strillare: ma introdotti in questo campo la prepotenza e l’assurdo, si
prende l’abitudine di tollerarli nella vita, nella filosofia, ne’ Governi.
E noi, ai colpi esponendoci più francamente siccome abituati, credemmo
dover nostro il battere, non men delle altre, questa tirannia; perchè,
se alle altre si piega il collo come ineluttabili, questa è sordida,
giacchè a fiaccarla basta che la nazione ripigli il buon senso, non
infeudi il proprio giudizio a chi ha meno diritto di imporlo perchè manca
di convinzioni, e non creda a un presuntuoso detrattore o ad un compro
panegirista più che all’opera stessa, più che alle azioni, più che al
proprio convincimento.
Intanto i veri libri divengono sempre più rari, cessato quel vivo anelito
che trasforma in idea il fatto dell’uomo; se anche si serba qualche
sentimento della melodia, mancano la passione e l’affetto; immolando la
logica al rispetto umano, si associano il luogo comune e il paradosso, che
pure pajono opposti; prendendo per principale l’accessorio; numerando le
voci in luogo di pesarle, per modo che l’uomo costumato non conta nulla
meglio che il novizio; non scrutando le cause; non salendo da sbricciolata
analisi a una sintesi efficace; ciascuno tenendo per vero ciò che opina,
per buono ciò che preferisce, per diritto ciò che desidera; pronto poi,
al primo infierire della tempesta, a far getto delle proprie convinzioni.
Uomini del dubbio! e pretendete sapere dove consiste la verità, e
sentenziate al fuoco chi non crede quella che voi oggi dichiarate tale e
che domani avrete rinnegata; e distrutta l’autorità, volete distruggere
la libertà; abbattuta la fede, abbattere la ragione.
Il giudicare le scritture de’ vivi è sempre più difficile a chi scriva
egli stesso; e quand’anche l’ignoranza di esso o la dimenticanza non
fossero imputate d’invidia, insorgerebbe sempre l’amor proprio di
quelli che credono avere merito assoluto o relativo. Ed ora chi non
scrive? chi non può far lodare un suo scritto? Nè alla storia letteraria
compete rammentare tutti i libri, bensì l’attestarne il profluvio, e la
discordanza dei giudici sul merito loro e fra i lettori e i giudici, vale
a dire la leggerezza della pubblica opinione. Alcuni arcigni si ergono
vindici del savio gusto contro ogni novità, ignorando che, anche nel senso
estetico, le rivoluzioni dipendono da tutt’altro che dalla volontà degli
scrittori.
Alcuni, credendo riservate ai classici e alla sonnolenza l’unità, la
deduzione, il legame, sproloquiano in uno stile che, col pretesto del
volo lirico, surroga fantasia, immagini, capricci alla logica, ch’è
pure bisogno del secolo; talchè riesce vago senza verità, oscuro senza
profondità, di colorito brillante ma falso, di contorni senza rilievo.
Da accademici sudacchianti una frase e il rancidume e la trasposizione e
l’enfiamento del nulla e la laboriosità de’ luoghi comuni, ed affoganti il
buon senso in un mare di parole; da misantropi ostentanti vilipendio pei
presenti e sdegni a freddo e stizze d’imitazione, disposte a conchiudersi
in panegirico per chi le careggi; da predicatori che pompeggino di
declamazione e di arrogante eloquenza davanti alla semplice maestà
dell’altare, da deputati che rinnegano la logica per avere applauso dalle
tribune e dai giornalisti, quali frutti possono attendere la patria e la
moralità?
L’espressione di un sentimento che non si ha, cercasi invano; e in
questa ricerca si contorce lo spirito, e così lo stile. Per fuggire sino
questa fatica, i più fanno getto del carattere nazionale per tradurre e
copiare; scrivesi molto e infranciosato, poi si freme di non essere letti
dai nostri e di non vederci tradotti nè conosciuti dai forestieri. Ma
perchè avrebbero a tradurre libri, che sono pasta di loro farina? o quale
Francese leggerebbe un suo nazionale che non sapesse la propria lingua?
Agli arditi che spasimano di novità, bisogna ripetere che il fondo
del talento letterario non è l’immaginativa ma il buon senso, la ricca
intelligenza vestita di felice espressione e temperata da logica costante;
e soltanto così la letteratura può divenire stromento primario di
quell’educazione che infonde le abitudini di benevolenza reciproca e di
tolleranza, le quali fra i cittadini traduconsi in giustizia ed armonia,
proponendosi di dar ragione dei diritti, norma ai doveri, lume alle
dubbiezze, impulso alla volontà, per tradurre i nobili pensieri in nobili
azioni.
Ben sono a lodare quelli che dirigevansi alle applicazioni, a migliorare
le carceri, istruire ed occupare i detenuti e gli scarcerati, volere la
salubrità delle case e delle officine. Molto si parlò di popolo: ed è
lodevole l’attività applicata alla educazione di esso da ingegni capaci di
comprendere che, per essere intesi da quello, non bisogna improvvisare nè
secondare l’ispirazione del momento, ma pesare ogni parola, poichè ogni
parola gettata in quelle menti può essere seme di torti giudizj e d’atti
perversi. Alcuni scrittori siffatti riescono triviali per l’affettazione
più disgustosa, quale è quella della naturalezza; altri sotto forme
cercate mascherano concetti particolari, due qualità le più disopportune
a farsi capire alla moltitudine: molti ripongono tutta l’educazione
nel dare idee di macchine, di storia naturale, e nozioni statistiche,
secondando già ne’ fanciulli la propensione della nostra società verso ciò
ch’è sensuale, denaro, godimento: troppi credono merito il tenersi alla
gretta analisi, ignorando che questa riesce facile a chi tiene la sintesi
d’una scienza, mentre è faticosissimo l’elevarsi a questa dall’analisi,
dalle particolarità all’insieme, e che nell’educazione giova posare
quelle verità complessive, da cui l’uomo in tutta la sua vita deduca
verità e intellettuali e operative. Non abbastanza ricordando che per
imparare si richiede la difficoltà, e che la coltura, non la semenza,
è quella che feconda il campo, si propaga un’educazione enciclopedica,
per cui a quindici anni i giovani già sanno tutto, ma a quarantacinque
sanno come a quindici. Fanno compassione certi giornali educativi, stesi
coll’irriverente leggerezza con cui stendesi un articolo di politica
o di teatro. Fanno orrore quelli che pongono da banda la religione, e
vogliono fino dalla tenera età, fino nella classe più buona spargere
le aridità d’una filosofia, indipendente da credenze superiori[149]. Si
moltiplicarono e asili per l’infanzia, e scuole di metodo ed elementari:
in generale parve progresso l’escluderne gli ecclesiastici, benchè
eccellente prova e bonissimi libri dessero i Padri delle Scuole Pie e i
Fratelli della Dottrina Cristiana.
Certo chi paragona le teorie del Lombardelli, del Sadoleto, dell’Antoniani
con quelle del Lambruschini, della Ferrucci, del Tommaseo, e le pratiche
del Soave, del Taverna, del Giudici con quelle del Parravicini, del
Thouar, dell’Aporti, del Rosi, del Fava,.... deve riconoscere un notevole
miglioramento, e desiderare che divenga vanto principale delle nostre
scuole il dirigersi, qualunque ne siano i metodi, al libero svolgimento
della ragione personale dei giovani, al rispetto del dovere, ad estendere
fra il vulgo quell’istruzione, che persino alla fisionomia imprime maggior
dolcezza, come la maggiore agiatezza dà più posato operare e più dolci
costumanze: progressi veri che avvicinano le differenti classi sociali
per arrivare a costituire una sola famiglia.
A peggior danno poi, il bello e il vero non si cercarono più indipendenti
e per sè, ma si subordinarono alle passioni e all’idea politica:
principalmente in libri che si presumevano popolari, ed erano vulgari,
dimenticando che delle scienze bisogna servirsi per accrescere e
perfezionare la pubblica ragione.
E noi, credenti all’alleanza del genio che crea col buon gusto che
conserva, vorremmo che la critica tornasse un albero del bene, insegnasse
a studiare il libro per mezzo dell’uomo, l’uomo per mezzo del libro,
ravviasse a quell’arte antica di cui sono carattere la serenità, e scopo
l’addolcire le passioni e tranquillar l’animo; diffondesse il buon gusto,
che è il fiore del buon senso; non che sconfortare, spingesse all’azione,
suscitasse l’entusiasmo della verità e della virtù; vorremmo si cercasse
raggiungere finalmente una forma unica di stile, che sia la più precisa,
la più fedele; chiara come il buon senso, poetica come la fantasia;
traducendo l’idea vera in forma bella, con sintassi ferma, lingua comune,
impronta individuale; e portando la semplicità ad essere un’originalità
audace.
Alcuni guatansi attorno, e non vedendo insigni uomini, strepitosi
fatti, stupende mutazioni, dichiarano meschino il tempo, degradata la
razza. Eppure quanti fatti da confortare anche i meno pazienti! quanto
progresso per chi valuti non l’individuo ma questa moltitudine che tutta
ingrandì, che tutta contribuisce agli avanzamenti cui un tempo bastavano
i principi; chi badi a tanti svolgimenti e applicazioni delle scienze,
alle arti raffinantisi ogni giorno, alle rapide comunicazioni, ai mezzi
d’istruzione molteplici e agevolati, alle comodità diffuse, al benessere
crescente! L’applicare la scienza al Governo diminuisce allo Stato
amministratore e centralizzante gli arbitrj di Corte e di Ministero; ai
monopolj e ai privilegi sociali surroga un’economia meglio intesa; cassa
i decreti umilianti e le massime inette, sia del cesaresco arbitrio,
sia dei moderni sovvertitori: sebbene sia vero che troppo si restringe
in valutazioni materiali, al contrario de’ nostri vecchi attribuendo la
suprema importanza al corpo, una accidentale all’anima; così scambiando
per grand’uomo il buon amministratore, l’applicatore d’una macchina, quel
che seppe arricchirsi. Ne deriva un inebriamento dell’oggi, che acceca sul
domani, un rinnegare la storia per avventarsi nelle ipotesi, un coricarsi
nell’ironica indifferenza della gaudente ciurma cittadina.
Compiuta poi la unità territoriale, cioè l’esclusione del dominio
straniero, tolta ogni probabilità di restaurazione dei principi antichi,
ridotta quella di Roma ad una questione di famiglia, i governanti
potrebbero omai procedere al riordinamento interno, all’assetto
delle finanze, alla trasformazione dell’esercito, alla estinzione del
brigantaggio, al rispetto dei sentimenti religiosi, all’ascoltare i
bisogni del popolo, finora impediti dall’interpretazione o d’una bugiarda
rappresentanza, o d’una perfidiata opinione.
Il naturale separamento delle nazioni all’esterno, e nell’interno i più
larghi accordamenti politici colla libertà di famiglia, di provincia, di
Comune, di religione, d’insegnamento, sono i due scopi, a raggiungere
i quali ha perduto vigore la formola de’ principi d’anni fa e dei
sovvertitori d’oggi, «Tutto pel popolo, niente per mezzo del popolo».
Ma nell’universale appello allo spirito dei tempi, chi è che comprende
la libertà e l’autorità doversi avvicinare, non per combattersi ma
per ponderarsi e limitarsi: che il modo di sminuire il contrasto fra
la situazione sociale e le aspirazioni della civiltà, fra le opposte
esagerazioni della democrazia e del principato assoluto, di non
pericolare la libertà coll’eccesso dell’eguaglianza, nè l’eguaglianza
cogli sfrenamenti della libertà, si è il discernere precisamente le
attribuzioni dello Stato, del Municipio, della Chiesa; il ridurre i
Governi alle elevate loro attribuzioni, sbarazzandoli dall’amministrare,
regolare, sindacare l’azione di tutti; e nell’impossibilità di dirigere
il movimento sociale, restringersi a mantenere l’ordine materiale? Avanti
la rivoluzione, lo Stato poco s’immischiava delle faccende private, nè
svogliava i cittadini dal curarle coll’impacciarveli. Gli statisti,
a quella libertà senz’eguaglianza volendo surrogare un’eguaglianza
senza libertà, presero in veduta soltanto il modello francese, dove
si bersaglia l’autorità, eppure vuolsi che a tutto ella intervenga,
in nome dell’emancipazione proclamando quello che già i cortigiani più
servili; smaniando di mutare la forma de’ Governi e le persone, l’essenza
mantiensi sempre dispotica senz’altro limite che la ribellione, nè a
questa sapendosi rimediare che col despotismo. Intanto dimenticarono
l’Inghilterra, dove abbonda la libertà personale; non guardarono
donde venga la possa della stirpe slava, e qual sarà l’elemento che
essa rifonderà nel mondo se mai è destinata a scomporre la società
romano-germanica; rinnegarono tutta la storia patria, garrendo come
piaga e ostacolo quel municipalismo, che è antico quanto l’Italia e che
potrebb’essere il nocciolo della nazionale rigenerazione; nè pensarono che
la democrazia consiste, non nel sovvertire Governi e nel sistema unitario,
bensì nel restituire all’uomo, alla famiglia, al Comune la natura propria,
i proprj diritti, la libera attività.
Il popolo non giunge a comprendere che cosa importi il cambiare le persone
che governano, e maggior interessamento prende al cambiare del curato.
Quello di che sente bisogno è sicurezza della persona, della roba, della
reputazione, dell’industria, della casa; e a ciò meglio arriva, e con
migliore persuasione quel Governo che, riservando a sè la direzione
suprema e il rimuovere gli ostacoli e impedire l’ingiustizia, lascia
quella libertà che sola può ridurre le azioni in armonia coi fini: e
alla naturale intelligenza, alla morale attività de’ cittadini lascia
la cura delle faccende proprie, i giudizj, l’istruzione, l’incremento
dell’industria, la tutela della tranquillità interna.
Perocchè avvi un liberalismo, che crede esistere al mondo qualch’altra
cosa che la politica; repubblica e indipendenza non essere libertà,
come non è ordine la monarchia; tirannide essere quella d’Ezelino
come quella de’ Ciompi, quella del Passatore come quella d’una ciurma
cittadina plaudente o fischiante, e l’uomo essere qualcosa più e prima
che cittadino. Questo liberalismo, quando gli manchi vigore sovra i grandi
centri della forza, della ricchezza, della legalità, non trovasi ridotto
nè ad accidiosa impotenza, nè a subdole combriccole, nè a sofistica
predicazione di teoriche ineffettibili: ma persuaso della potenza di
ciascuno e dell’obbligo di adoprarla, se non può riformare lo Stato, pensa
a riformare se stesso e la famiglia e la patria mediante i costumi; fida
nell’energia sua personale, anzichè nei soccorsi dello Stato, sviluppando
il sentimento della propria indipendenza, piuttosto che questuare dallo
Stato impieghi e dignità che sono catene e abjezione; non fa della
politica una casa di industria, dove accorre chi ha fame; porta soccorso
al fratello coll’associamento delle forze e dell’intelligenza, anzichè
col cospirare; e così insinua quello spirito che è garanzia dell’ordine
e tutela della libertà, e che agevola la buona riuscita rattenendo la
speranza entro i limiti del possibile; rettifica le idee, invigorisce i
caratteri, sana i costumi, per essere padroni di sè quando non s’avranno
altri padroni.
E già la democrazia prevale dappertutto, fino nelle azioni di coloro
che la reprimono. A ripristinare l’immoralità dei privilegi e delle
esclusioni o i vincoli feudali, nessuno più pensa, dacchè l’eguaglianza
civile tornò giovevole a quegli stessi che più pareano scapitarne: la
facilità delle comunicazioni mescolò le genti, intanto che la folla degli
esuli, non rattenuti da riguardi, pareggiati dalla sventura, bisognosi
delle moltitudini, connessi a quei d’ogni altro paese, diffondevano le
idee democratiche: l’avidità de’ godimenti fa che tutti s’arranchino a
salire: l’arrogante durezza ch’è carattere della gioventù odierna, ostenta
eguaglianza col rinnegare e il merito e l’esperienza: la letteratura,
sacrificando a bisogni triviali la raffinatezza dell’arte, fra una plebe
di mediocri confonde i pochi ottimati.
Nè i mali che ci credemmo in dovere di svelare alla patria perchè
l’amiamo, non sono mali necessarj della libertà, ma forse un inevitabile
noviziato, nel quale giova che sentinelle, austere forse ma benevole,
tengano desti contro i pericoli; anzichè imitare il despotismo, ove il
male e il bene dormono sullo stesso capezzale. Ma l’onesta opposizione fa
noja a coloro che s’impinguano ne’ pubblici disordini, e che, avvedendosi
come poco frutti la pesca quando lo stagno non è turbato, urlano ancora
guerra e sovversioni per obbligare così ai disastri della pace armata,
delle finanze diroccate, delle arti perdute, di sterili delitti e inutili
virtù. E questo intitolano amore di patria! ubriachezza di testa non
poesia di cuore, che indignandosi contro ogni cosa che senta di uomo,
denunzia come traditori d’Italia quei caldi e sinceri amatori di essa,
che di tutti questi danni osano incolpare la mancanza di virtù.
Vero è che il nome di virtù viene inteso diversissimamente dai varj
partiti. I ciarlieri lo ripongono solo nell’ingloriare il paese. I
moderati, nell’orzeggiare fra il bene e il male verso un esito che
assolve dalla iniquità dei mezzi: i consortieri nel reggersi l’un l’altro
alla borsa, al Parlamento, alla mangiatoja: i politici nell’esclamare
con Azeglio, «Facciamo punto e da capo». I veri cristiani, cioè buoni
cittadini, lo ripongono nel credere e praticare i principj d’un diritto
eterno, che può rassegnarsi alle incoerenze d’un diritto nuovo, ma non
approvarle; ed essi pei primi, non urlano, ma esclamano, «Dio benedica
l’Italia indipendente».
A tale intento sono necessarie la coscienza autonoma, la ragione non
impacciata da congegni amministrativi, nè da prepotenze d’un partito,
d’un giornale, d’una società secreta, bensì fidente nel popolo. Chi il
vero popolo non vede in quel che tumultua sulle piazze, ciarla nei caffè,
fuma sotto i portici, denigra ne’ giornali, s’ubriaca nelle bettole, non
dirà mai che il nostro popolo è ateo, e che non è ancora maturo a libertà;
bensì che gli arzigogoli moderni vorrebbero renderlo incapace di libertà.
La sana natura di questo popolo sente bisogni meno ignobili che l’ira e le
impotenti rampogne e le vendette; non la frenesia di continui sbaragli,
non il pescare al fondo d’una rivoluzione un impiego e un padrone, ma
vuole la calma domestica e civile, ed amare, lavorare, migliorare da sè
la propria posizione. A questo popolo date non il pane quotidiano, ma
il modo di guadagnarlo con fatiche, le quali non avviliscono se condite
di pace e di rassegnazione: dategli dei libri, non quali li raffazzona
cotesta letteratura o speculatrice o pedantesca o sovversiva, che,
portando congestione nel cervello, cagiona paralisi alle braccia; bensì
quella che, se non può dire tutto, insegna a riflettere su tutto: dategli
la conoscenza de’ suoi diritti, non iscompagnata dal sentimento de’
suoi doveri: dategli quella dignità, che, gradendo i freni necessarj,
ripudia gli arbitrarj, da qualunque parte vengano: dategli lo spirito
d’associazione, con cui, migliorando la condizione sua particolare,
migliori quella di tutto il paese: dategli la passione pel vero, cercato
con lealtà, professato con intrepidezza: dategli il rispetto verso quegli
eroi d’una carità che il vulgo liberale non conosce tampoco, i quali soli
possono assodarvi quel potere delle coscienze, che rende superfluo il
potere della Polizia, e infondervi il sentimento religioso, l’unico che
esso intenda perfettamente, e che può servire di temperamento agli altri,
come è il migliore avviamento alla libertà.
A questo popolo insegniamo ch’è assurdo voler riformare il paese prima
di riformare se stessi; nè ottenere libertà e progresso senza il mutuo
rispetto, la tolleranza, l’abnegazione; che quanto meno inceppati si
vogliono gli atti esterni, più vien necessaria la disciplina, la quale
è insieme sapienza e verità; innamoriamolo della libertà, che consiste
nel diritto limitato dal dovere; innamoriamolo dell’ordine, che è la
libertà collettiva della società: insinuiamogli quella politica, franca
nell’opposizione non meno che nell’assenso, che aborre le frasi, che, tra
le impotenze e i dolori del secolo, assume la responsabilità de’ proprj
atti e ne accetta le conseguenze, ma allo scetticismo dissolvente surroga
la fede in qualche cosa, in qualche persona; sa amare, sa lodare fino i
nemici, e sagrificare fin le invidie; vuole la benevolenza e la stima, ma
non a prezzo delle proprie convinzioni.
Sciagurati i cospiratori che al popolo disabbelliscono le gioje della
vita e della natura collo spargervi il fiele dell’iracondia e il sospetto
contro ogni superiorità di posizione o di merito, lo ingannano colla
promessa di panacee politiche; e dopo infarcitogli d’ira e di calunnia
la parola, arrivano ad armargli il pugno di coltello o di fiaccole.
Sciagurati i Governi che, per fare contrasto a’ ricchi riottosi, non
sanno altro che esacerbare il rancore contro chi possiede, e irritare il
plateale sentimento dell’ingiusta distribuzione degli averi! Sciagurati
gli scrittori che adulano bassamente alla plebe, come un tempo faceasi ai
re, ridendo, beffando, mirando a dissolvere anzichè unire, solleticando
gli istinti vulgari, e fra piccolezze, vanità, immoralità clandestine,
fatuità compromettenti, perfide gelosie, pérdono di vista che, per
essere utile alla nazione, bisogna conoscere essa e i vicini e gli
avversarj, i fondamenti del suo passato, la realità del presente, la
probabilità dell’avvenire; e questi comparando, al vago sentimentalismo
surrogare massime concrete e positive, abituare a conoscere le cause e le
conseguenze, il carattere e le ispirazioni, in modo che dall’esito non si
prenda nè vanità nè scoraggiamento ma istruzione, e il convincimento che
solo dall’unione degli spiriti può derivare l’unione degli Stati.
Così anche le quistioni di politica si risolvono in quistione di morale;
e non crederemmo avere gettata la lunga nostra fatica se questa unica
verità avessimo fatta penetrare nella persuasione e negli atti de’ nostri
cari fratelli italiani: e siccome nessuno avrà amato questi più di noi,
così vorremmo che nessuno potesse apporci d’averli men sinceramente e meno
legittimamente o applauditi o imputati.
_FINE, il marzo 1877._