Ma gli ambasciadori si volgeano alla Corte, non ad essi, de’ quali non

capivano il fraseggiare nubiloso: denaro non s’avea; le perturbazioni

cresceano, i ministri stessi, dopo sommosso il popolo per salire, ora

lo sommoveano per conservarsi; ne’ circoli ogni partito si disonorava

con laidi diverbj e impertinenti recriminazioni; quando s’accolgono i

comizj per le nuove elezioni, le urne sono rovesciate, imposto il voto

ai suffraganti, assalite le case di chi era infamato col titolo di

moderato. Montanelli, desideroso di ordini larghissimi, pure la causa sua

amava onestamente; sebbene fosse accontato col Canino nel predicare la

Costituente, avea scritto al La Cecilia, «Da una repubblica romana Iddio

ci guardi»[96]; e mal accordavasi col violento Guerrazzi, che odiando

gli oppressori, disprezzava gli oppressi, e vissuto fin allora sol di

rivolta, ora sapeva anche resistere, e a fini profondamente dissimulati

voleva pervenire con qualunque fosse modo, anche colla forza. «Le cose

del mondo (diceva in quel suo fare ghiribizzoso e pittoresco) quando

non si possono fare come si vorrebbe, hanno a farsi come le si possono.

Uniamoci tutti per creare un Governo, un qualcosa che difenda e assicuri;

ottenuto questo, ci mandino al diavolo. Io, se non crepo, reggerò ogni

cosa. Retrogradi e rossi subbugliano il paese; bisogna dare una zampata ad

ambidue. Non più condiscendenze: chi rompe paghi. Che serve cotesto andare

e venire de’ volontarj alla frontiera senza volere arrolarsi? Non è il

moto della spola del tessitore che ogni volta aggiunge un filo; qui invece

non si fa che logorare la trama dello Stato. Male il gridare vitupero ai

nemici ne’ circoli; vincere si vogliono, non oltraggiare; chè l’insulto

prima della vittoria è jattanza, dopo è codardia».

Così fatto, egli non ispirava affezione ma paura: eppure più tardi

confessò che tremava davanti ai tirannelli dell’opinione, a un Montazio,

a un Niccolini, a simil pulla, portata dal vento negli occhi. Un circolo,

formato principalmente di Lombardi (tal nome dinotava i vinti della

guerra, di qualunque paese fossero) guidava sino ventimila cittadini a

gridare la Costituente (1849). Guerrazzi non potea rassegnarsi a questo

scolo d’Italia, e voleali sistemati in legione per combattere. E perchè

il Ministero piemontese molestava il toscano per volere Livenza e altri

cantoni, Guerrazzi facea temere che, quello Stato cresciuto, terrebbe

vassalla la Toscana. Modificando il concetto di Montanelli, proclamava la

Costituente italiana.

Appoggiato all’esempio del re di Sardegna, il Ministero toscano propose

che il voto universale valesse per la Costituente. Consentì il granduca

si trattasse dell’eleggere rappresentanti toscani per quella: ma udendo il

papa colpire di scomunica chi vi prendesse parte, ritira l’assenso, e non

avendo forze da resistere, nè volendo offrire motivo a riazioni, ricovera

a Siena (6 febb.), ricevuto fra le grida di «Viva il duca, morte alla

Costituente». Era popolo anche questo? Ma vedendo crescere il bollimento,

e che un corpo movea da Firenze per prenderlo, Leopoldo fugge a Gaeta.

Il baccano di piazza decreta scaduto il granduca (20 febb.), e si

demandano pieni poteri a Guerrazzi, Montanelli, Mazzoni, che svincolano

dal giuramento, e lanciano violento proclama contro la menzogna e

le scelleraggini di Leopoldo austriaco, dolendosi di avere creduto

che principe e libertà di popolo potessero stare insieme; esecrano

con formole poetiche il Laugier, che l’esercito conservava fedele al

granduca; smentiscono che il Piemonte volesse «con fiumi di sangue

italiano ristorare il trono di Leopoldo austriaco»; e annunziano che «la

repubblica, dopo trecendiciott’anni, ritornerà a casa sua».

Acclamato il Governo provvisorio a Firenze, tutti i rappresentanti

stranieri dichiarano cessate le loro missioni, che concernevano solo

il granduca. Quel giorno stesso, contadini corsero addosso a Firenze;

dappoi a Empoli e altrove si tumultuava: i soldati del dato giuramento

faceansi pretesto per lasciare le bandiere; rinascenti tentativi di

controrivoluzione faceano empire le carceri, e istituire un tribunal

militare. Da che parte stava il popolo? Non certo in que’ giornalisti

e declamatori, che ingordi di posti e di missioni, insultavano ai

più onorati cittadini perchè moderati, che toglievano di cattedra il

Giorgini, mandavano via l’Azeglio ferito, celiavano sulla cecità del

Capponi, calunniavano a tutti, e bruciavano le effigie e le scritture de’

dissenzienti; la Toscana sbigottivasi all’udir ragionare della necessità

del sangue e di puntare i cannoni: il governatore Pigli a Livorno

proclamava la repubblica, e — Popolo, compi i gloriosi tuoi destini;

pensa che tua capitale è Roma, tua patria Italia; chi ti conferisce

l’imperio è il tuo diritto, chi ti consacra è Dio»; e il grido di _Viva

la repubblica_ fu ripetuto in molte città. Ma Guerrazzi diceva: — Da che

volete repubblica, repubblica sia; patto che domani mi conduciate duemila

giovani, disposti a combattere per quella. — Trentamila», risposero: ma

neppure i duemila apparvero. Egli resisteva imperterrito a quella marea

crescente, rinfrancato dagli ambasciadori di Francia e d’Inghilterra;

imponeva silenzio agli strepitanti delle tribune, fin a chiamarli

«scellerati e iniqui perturbatori»; non annuì al Mazzini, il quale,

nel recarsi a trionfare in Campidoglio, donde diceva non essere uscite

fin allora che «melensaggini arcadiche e suoni d’agonia di monarchie

costituzionali», incaloriva a gridare la repubblica e unirsi alla romana.

Giuseppe Giusti che con un riso adiraticcio aveva scassinato il vecchio

Governo, visto il movimento del 1847, applause al duca che dava le

riforme, e tanto bastò perchè fosse detto rinnegato: poi trovatosi

sotto ai piedi, volse la stizza contro Guerrazzi; e quando poi vide i

rivoluzionarj di tutt’Italia rifluire sopra la patria sua, diceva: «Le

figure che passeggiano queste lastre, mettono ribrezzo e terrore. Figúrati

ragazzi con pistole e stiletti alla cintola, vestiti a mille colori,

parlanti un linguaggio turpe, provocante, rifiutandosi di pagare osti e

vetturini, violando il domicilio del popolo minuto per commettere stupri

e rapine; in somma un principio di casa del diavolo... Mentre i campi

lombardi sono insanguinati, con che cuore si può vedere qui una gioventù

numerosa di quel paese a vagabondare?... Son qua da cinque mesi a gridar

guerra, e imperversare, e volgere il paese sottosopra; viene la guerra,

e non si movono come se non toccasse a loro...». Il cadere del pontefice

non può essere un fatto isolato nella cristianità; ed oltre la riverenza

dei fedeli e le simpatie del mondo intero per Pio IX, nella rivoluzione

romana, inaugurata da un assassinio e poi affidata all’incorreggibile

cospiratore, vedeasi un atto della gran congiura europea contro ogni

ordine, ogni subordinazione[97]. Già all’udire in pericolo il papa, il

generale Cavaignac, il quale, represse le terribili sollevazioni della

popolaglia ladra e assassina, che in una giornata erano costate la vita

di quattordicimila persone e nove generali, era stato messo a capo della

repubblica francese, ma ora sentiva la sua popolarità soccombere alla

nuova di Luigi Buonaparte, cercò rincalorirla col favorir le idee d’ordine

e di cattolicismo, rinascenti per ricolpo contro la sfrenatezza, e così

inaspettatamente trionfanti per mezzo del voto universale; e decretò che

tremila cinquecento uomini sbarcassero a Civitavecchia per proteggere il

santo padre. Il Piemonte manda offrirgli tutte le sue forze, «fermamente

risoluto a mantenere e difendere con ogni sforzo la causa dell’ordine

e della monarchia costituzionale». Lord Palmerston, ministro inglese

sopra gli affari esterni, dichiara[98], quantunque la Gran Bretagna sia

antipapale, aver tanti milioni di sudditi cattolici, che pel proprio

interesse deve desiderare il pontefice sia posto in situazione temporale

da poter con intera indipendenza esercitare le spirituali sue funzioni;

l’intervenzione di forze straniere doversi serbare per l’estremo; in tal

caso gioverebbe affidarlo al Piemonte, per togliervi l’odioso carattere

di straniero.

Le novità romane dunque pericolavano. La Costituente ivi proclamata

spiaceva al Piemonte non men che a Napoli, come quella che rimetteva in

problema l’esistenza di tutti i Governi: spiaceva ai dittatori toscani,

vogliosi di dominar soli, anzichè mettersi in coda ai romani; talchè

fu indarno il comparire a Firenze dei più avventati Romani e dello

stesso Ciciruacchio: spiaceva in Roma ai chiericanti non meno che ai

costituzionali, i quali ultimi sudavano perchè il popolo ripristinasse

Pio IX, però colla costituzione; spiaceva all’eretica Inghilterra non meno

che alla cristianissima Francia; sicchè ai caporioni non rimaneva che di

trescare coi democratici, allora vinti dappertutto, e così porgere nuovi

titoli ai Governi regolari. In fatti l’Assemblea costituente di Francia

(20 aprile) dichiarava voler rintegrare il papa nel dominio; Spagna,

avida di ripigliar azione nella diplomazia europea, invita i potentati a

un congresso per tale scolpo: il papa invoca l’Austria, Francia, Spagna

e Napoli ad abbattere un’_orda settaria_ che teneva tiranneggiata la

maggioranza de’ suoi sudditi.

Lord Palmerston (1848), costante nell’uffizio di alternare al cavallo

una fitta di sprone e una stretta di morso, avea sempre tergiversato la

politica della Francia; quando questa inviò Bignon perchè temperasse

i primi movimenti liberali, esso spedì lord Minto ad aizzarli; quando

gl’italiani s’inebriavano al programma pindarico di Lamartine, egli gittò

acqua sul fuoco; quando dappertutto fremeasi d’indipendenza, egli propose

di formare del Lombardo-Veneto e dei ducati un regno sotto un arciduca

autonomo. Ricusato perchè Carlalberto in quel momento vagheggiava il regno

dell’Alta Italia, esso gli carezzò quest’idea, escludendo però dalle

trattative la Francia, e imponendo per confine l’Adige. Entro questi

limiti non l’avrebbe disapprovato neppur la Germania, che la linea di

quel fiume pretendea necessaria alla propria integrità e strategicamente

e politicamente. La spada di Radetzky troncò le discussioni; e Palmerston

accettò l’uffizio di mediatore, e volle si adunasse a Brusselle un

congresso per dar sesto alle cose d’Italia. Ma l’Austria non trovava più

ragione di cedere nemmanco una lista del paese che avea rioccupato, ed

asseriva che l’armistizio conceduto il 5 agosto sottintendesse l’interezza

de’ prischi possessi.

Ma queste conferenze divennero il tema d’infinite parole, in un anno di

parole tante. Quei che aveano schiamazzato mentre gli altri combattevano,

più schiamazzavano adesso che nessuno poteva interrogarli perchè non

combattessero. Migliaja di rifuggiti in Piemonte dal paese vinto,

s’agitavano nel desiderio della patria; s’agitavano i coraggiosi, cupidi

di cimenti riparatori; s’agitavano i timidi per mascherare la paura col

far paura; s’agitavano i repubblicanti, che attribuivano il disastro

all’essersi fidati d’un re; s’agitavano i calunniatori, infamando

i ministri, i generali, gli abbondanzieri, chiunque dubitasse del

tradimento, o avesse esercitato qualche bricciolo di potere, per quante

prove date avesse di patriotismo; ed erano creduti, come sempre si crede

ciò che faccia torto ai nostri.

Da un altro canto coll’affisso di democratici voleansi riprovare quei

che gridavano il nome d’Italia: eppure la guerra del Piemonte all’Austria

non era giustificata che dall’indipendenza italiana, e questa voleano i

democratici; democraticamente erasi fatta decidere la fusione dal voto

universale, e poichè questo avea proferito, chiedeano fosse mantenuta.

Vero è che tal sillogismo era stato scomposto da un avvenimento, una

guerra perduta; ma questa turbava il fatto non il diritto. — La patria

non è stata vinta; solo il tradimento ha potuto ricondurre i Tedeschi

in Lombardia», gridavano gl’Italianissimi. I Piemontesi, non potendo

negare la sconfitta, ne imputavano l’inettitudine dei generali, lo scarso

cooperare de’ Lombardi, la moderazione dei ministri, cento altre cause

fuorchè le vere; ad ogni modo credevano potersene trarre esperienza per

riparare colla vittoria il primo smacco. Ed è singolare che il paese ove

la democrazia meno debaccò, fu quello ove portò maggior disastro, perchè

si mescè agli atti guerreschi.

Carlalberto credeasi in dovere di mantenere ai popoli la fusione; aveva

udito rinfacciarsi d’aver rinnovato nel 48 i tradimenti del 21; la libertà

della stampa e dei dibattimenti lasciava giungere fino a lui le accuse,

delle quali più si struggeva di purgarsi quanto meno meritarle conosceva,

e quanto più avea sorbito le lodi prodigategli come spada d’Italia; e

invisibile nella reggia, masticava l’onta nuova che gravava l’antica, e

risolvea gittarsi a capofitto in un nuovo tentativo.

Ma un esercito sfasciato poteva assaltar vincitrice e munita

quell’Austria, contro cui non era bastato quando scomposta, atterrita,

sprovvista? Le grida dunque dei giornalisti e degli avvocati non avrebbero

dovuto smoverlo; ma il fragor di essi lo stordiva, quasi in essi parlasse

la nazione, nè vedea come far argine alla demagogia di cui giungevagli il

ruggito. L’eterogeneo Ministero Casati si dimetteva (18 agosto), esponendo

quanto avea fatto per riparare i disastri, e rendere capaci a ripigliar

l’offensiva appena spirassero le sei settimane dell’armistizio, avendo

anche chiesto i sussidj di quella Francia, che dianzi erasi repulsa.

«Codardia (diceano), per dieci giorni di fortuiti disastri, deporre una

fiducia ispirata da quattro mesi di prosperi ed eroici successi! qual

impudenza il credere che una pace vergognosa assicuri più di una guerra

onorevole gl’interessi e l’onore del Piemonte!»

Tono indecente a chi lasciava altri nell’imbarazzo di mantenerlo: ma

un più temperato non era possibile quando fomentava guerra la Consulta

lombarda, formata dell’antico Governo provvisorio di Milano, Polonia e

Ungheria, ribollenti contro i loro dominatori tenevano emissarj a Torino

che prometteano ajuti e diversioni vigorose, bilione solito de’ rifuggiti,

ma scontato come moneta fina dai giornali; nuova esca aggiungeano i

movimenti di Sicilia, di Napoli, di Livorno, di Roma. In quest’uragano

dovea navigare il nuovo Ministero, preseduto dal marchese Alfieri, coi

generali Perrone e Dabormida, Revel, Boncompagni, Pinelli, allora autorato

dall’amicizia di Gioberti.

Questo filosofo nel suo studioso ritiro a Brusselle, quanto più gli era

negata, più acquistò la passione della popolarità; la prese ispiratrice

quando mestò politica; ma conoscendola mutabile, resistette un pezzo alla

voglia di venir qui a godersi i grossolani applausi, che nel 1847 la

folla profondea; e più venerato di lontano, dirigeva l’opinione ma col

secondarla. Chiaritasi la rivoluzione, venne e s’inebriò dei trionfi,

che ambiva più che il potere; girò Italia apostolo della fusione, ma

formando piuttosto entusiasti che un partito; a Milano, dove avea detto

non entrerebbe che a ginocchi, sperava far acclamare di primo achitto

la fusione, e toccò fischi; a Roma credeva indurre Pio IX a’ suoi

voleri, ed ebbe soltanto grida plateali, e il suo nome alle vie dove

abitava, al caffè dove asciolveva; sparnazzava Carlalberto, eppure a

Genova correva a venerare la madre di Mazzini, a Milano mutò alloggio

per annidarsi nell’istesso albergo di Mazzini. Non compreso nel nuovo

Ministero, accostossi ai democratici per sventarlo, e vi oppose quel

fantasma suo del Congresso; nei circoli denunziava i ministri, che, mentre

predicavano riscossa, indipendenza nazionale, in privato a lui diceano non

essere possibile rinnovare l’esercito, e volersi cercare accomodamenti

vantaggiosi al Piemonte; sicchè gl’improntò le stigmate di _ministero

di due programmi_: e i più avanzati gridavano la subita ripresa delle

ostilità.

Dopo ciò oseremmo accusare quel Ministero di non avere saputo essere

modesto, nè osato essere risoluto? In realtà il Ministero, non meno che

gli oppositori, voleva la riscossa: ma quello, preparata convenientemente

per vincere; questi, subitanea, ispirata, condotta, come dicea Brofferio,

da ardimento, ardimento, ardimento. Saria stato imprudenza rivelare al

mondo i reconditi preparativi: onde il Ministero chiese un consiglio

secreto, avanti a cui scagionarsi: e quello proferì che non poteasi nè

procurare una pace onorevole, nè amministrare una guerra felice.

Intanto dalla Lombardia e dai ducati giungeano gli strilli degli aggravati

sotto la dittatura militare, frementi tra il terror manifesto e la

rabbia repressa; da Genova gli urli de’ raccogliticci, che tentavano

fin subornare l’esercito, e qualificavano tirannia ogni provvedimento

preso a reprimerli; soscrizioni, messaggi, chiassate sosteneano la

minoranza oppositrice. Bisognava dunque rassegnarsi: e il baron Perrone

ministro della guerra, che pure avea fatto avvertire «lo spirito

guasto de’ soldati, i quali partono pel campo italiani, e ne ritornano

tedeschi»[99], diceva essere impossibile a un Ministero resistere alla

pubblica opinione e non ripigliar le ostilità «con tutto il furore d’una

guerra nazionale, preferendo essere inghiottito nella catastrofe italiana,

anzichè lasciar più a lungo torturare dal vandalismo austriaco la parte

d’Italia ch’esso calpesta», assicurava essersi rinnovati l’esercito e

la disciplina; ottantamila uomini pronti a entrar in campo, trentamila

a mantenere la tranquillità nell’interno, oltre la guardia nazionale,

e un parco d’assedio più numeroso che nella guerra precedente; trenta

in cinquantamila uomini che la Francia prestasse, la bandiera tricolore

sventolerebbe di campanile in campanile fin all’Isonzo: nè farebbero

la guerra soli; avranno in ajuto l’insurrezione, i contingenti toscani

e romani, e i diciottomila uomini chiusi in Venezia e la flotta; esser

dunque risoluti a guerra, se non possono ottenere una pace onorevole, che

assicuri l’indipendenza d’Italia[100].

Palmerston disapprovò questo dispaccio. Bastide, ministro della repubblica

francese, annunziò non impedirebbe neppur l’invasione del Piemonte, se

questo rompesse guerra all’Austria.

Degli errori, delle esitanze, della disperazione altrui s’ingrandiva

Gioberti, che divenuto nimicissimo al suo amicissimo Pinelli,

riuscì alfine a sbalzarlo; e dopo essersi sempre professato nemico

della democrazia, diveniva capo d’un Gabinetto (16 xbre) denominato

_democratico_, con colleghi destinatigli dalle piazze, Rattazzi, Ricci,

Sineo, Buffa, Cadorna, Tecchio, tutti tolti dal Circolo nazionale,

aggiungendovi Sonnaz per le necessità della guerra. Il loro programma,

quello di tutti i precedenti, allargare le libertà interne, procurare che

tutt’Italia si costituisse a nazione: se non che Gioberti avea l’arte di

tessellare le teorie più diverse, il che dicevasi conciliare. E subito

le declamazioni e le mostre si diressero contro il Ministero democratico,

che si trovava esso pure nell’impotenza di far quello che si desiderava.

Realmente l’Italia sentiva integre le sue forze; da quella posizione,

che per tutti era precaria, bramavano tutti uscire, quand’anche non

si sapesse che i popoli sovente per bizzarria, per superbia agognano i

tentativi più disperati. Il Congresso a Brusselle non dava un passo verso

il riordinamento. L’Austria sperava assonnare l’Italia settentrionale

col prometterle istituzioni liberali; e dopo ch’ebbe doma un’altra volta

l’insorta Vienna, convocò una Dieta costituente a Kremsier, dove il

ministro Schwarzenberg professava «accettare sinceramente la monarchia

costituzionale; tenerne ferme le basi col separare rigorosamente il

potere esecutivo riservato alla Corona, e il legislativo esercitato in

comune dal principe e dai corpi rappresentativi; assicurare l’eguaglianza

dei diritti, garantire il libero sviluppo di tutte le nazionalità,

introdurre la pubblicità in tutte le parti della pubblica amministrazione,

consolidare le libertà comunali, estendere nelle provincie l’indipendente

gestione di tutti gli affari interni, e unificarle mediante un robusto

poter centrale. Il regno Lombardo-veneto, conchiusa la pace, troverà

nella sua unione organica coll’Austria costituzionale la miglior garanzia

della sua nazionalità. I consiglieri responsali della Corona si terranno

fermi sul terreno de’ trattati: essi nutrono speranza che un avvenire non

lontano porterà il popolo italiano a fruire i benefizj d’una costituzione,

la quale deve tener unite le differenti stirpi con parificazione assoluta

di diritti».

Era dunque risoluta a non cedere un palmo di terreno; l’Inghilterra

aveva accettato qual base del Congresso, che nessun brano si staccherebbe

dall’impero austriaco, neppur Venezia. Ma chi allora credeva alla verità?

Intanto non poteano nè l’Austria prendere una risoluzione per rassettare

la Lombardia e finirla con Venezia, nè il Piemonte disarmare e togliersi

alla disastrosa incertezza. Adunque strepitavasi d’ogni parte; i giornali

perseveravano nel tristo uffizio di denunziare ed inasprire quei che la

sventura avrebbe dovuti conciliare e congiungere[101]; acclamavasi la

rinnovazione delle ostilità, volerlo Dio, volerlo il popolo. Singolarmente

il Circolo italiano di Genova, trascendendo i limiti costituzionali,

vilipendeva il re: anzi Genova (18 xbre) sorse a tumulto; e il ministro

Buffa speditovi con pien potere, invece di dar torto ai mestatori,

proclamava saperne causa unica l’essersi voluto «seguitare una politica

contraria alla dignità, agli interessi, all’indipendenza della nazione»;

il presente Ministero volere «l’assoluta indipendenza d’Italia a costo

di qualunque sacrifizio, volere la Costituente italiana e la monarchia

democratica»; aggiungeva d’aver ordinato che le truppe partissero dalla

città (1849), perchè «la forza vale cogli imbelli non coi Genovesi; i

forti saranno presidiati dalla guardia nazionale, tutti o parte a sua

scelta; tolta ogni apparenza di forza, farem vedere che in una città

veramente libera basta la guardia nazionale; che quando il Governo batte

la via della libertà e della nazionalità, Genova è tranquilla». Così i

cittadini atteggiavansi come avversarj ai soldati, nell’atto che da questi

bisognava tutto aspettare: i soldati protestano; la Camera disapprova; il

Ministero è obbligato a un’altra scusa memorabile; cioè che «non bisogna

misurare i proclami col regolo ordinario, contenendo per natura frasi che

ai lontani pajono eccessive, mentre sono inevitabili ai vicini».

Sciolta la Camera, la nuova, eletta sotto quelle esacerbazioni, abbandonò

i moderati per gl’impazienti. Il ministero Gioberti dichiarava:

«L’indipendenza italiana non può compiersi senza le armi; laonde a

questo rivolgeremo ogni nostra cura, convinti che la sola monarchia

costituzionale può dare alla patria nostra unità, forza, potenza contro i

disordini interni e gli assalti stranieri». Dichiarava pure non potersi

persistere in uno stato che era peggiore della guerra, poichè ne aveva

tutti gli sconci e nessuna favorevole eventualità; voleva considerare

ancora come effettiva la fusione, e lagnavasi che atrocemente fossero

trattate dagli Austriaci provincie datesi al Piemonte. Il re medesimo,

aprendo il Parlamento, manteneva il concetto della fusione, soggiungeva

che «la fiducia è nei forti accresciuta, perchè all’efficacia dei

nostri antichi titoli s’aggiunge l’ammaestramento dell’esperienza,

il merito della prova, il coraggio e la costanza nella sventura. Le

schiere dell’esercito sono rifatte, accresciute, fiorenti e gareggiano

di bellezza, d’eroismo colla nostra flotta. Ma per vincere è duopo che

all’esercito concorra la nazione; e ciò, o signori, sta in voi, sta in

mano di quelle provincie che sono parte così preziosa dei nostro regno e

del nostro cuore, le quali aggiungono alle virtù comuni il vanto proprio

della costanza e del martirio».

La risposta delle Camere ingagliardiva quell’attacco, e non parlava

di guerra e d’indipendenza italica soltanto, ma degli Ungheresi da

soccorrere; e che si disdicesse immediatamente l’armistizio.

Le condizioni però del nemico quanto erano cambiate (1848)! La Germania,

vogliosa di ringiovanirsi, erasi raccolta in Parlamento a Francoforte

«per attuare una costituzione che comprendesse l’unità della nazione,

colla varietà tradizionale de’ Governi. Ma la sapienza statuale ivi

pure comparve scarsissima: variati i sentimenti, secondo il paese che

prevaleva; e mentre negavansi soccorsi e fino approvazione all’esercito

austriaco combattente in Italia, dichiaravasi che la linea del Mincio e

le grandi fortezze erano necessarie all’integrità della Germania, e si

considerava come intacco a questa l’avere i volontarj lombardi stimolato

a insurrezione il Trentino.

Al rompere della rivoluzione, la guerra di razze metteva a brani

l’Austria, la quale potea dirsi ridotta nei tre eserciti di Radetzky in

Italia, di Windischgrätz in Boemia, di Jellacich in Ungheria. La Corte

imperiale, cacciata dalla devota sua città (15 maggio), erasi rifuggita a

Innspruck, e blandiva la capitale col consentire un’Assemblea costituente;

disapprovava Jellacich che acclamava il risorgimento delle stirpi slave:

ma intanto i suoi eserciti vinceano a Praga le barricate, a Vicenza i

popoli, a Custoza gli eserciti; la Dieta ungherese per bocca di Kossuth

promettevale fino ducentomila uomini se bisognassero per domare l’Italia.

Perocchè i Magiari parteggiavano coll’Austria onde tenere al giogo gli

Slavi; ma ben presto volendo ella frenarne la prepotenza, le divennero

ostili; e allora gli Slavi si posero coll’Austria e la sorressero, sempre

per proprio vantaggio e scapito altrui. I cittadini di Vienna, stanchi

del despotismo degli studenti impadronitisi del Governo, richiamavano

l’imperatore (agosto), che rientrava nella sua capitale appunto quando

Radetzky rientrava in Milano. Ma poco appresso i sommovitori rivalgono,

sollevano sanguinosamente la città, e fra molt’altri trucidano un

ministro. Windischgrätz vi accorre da Praga, vi accorre Jellacich, e da

Boemi e Croati è presa la capitale (31 8bre), e terminata la rivoluzione,

alla quale non avevano preso parte nè la campagna nè le provincie.

Erasi fra ciò adunata un’Assemblea costituente, secondo la moda d’allora,

per compilare la Statuto dell’impero austriaco; v’ebbero rappresentanti

anche di paesi italiani, quali il Tirolo e Trieste; ma le rioccupate

provincie lombardo-venete furono invitate invano a spedirvi i loro eletti

«per garantire la propria nazionalità, e conciliarla col principio supremo

dell’integrità della monarchia». Dall’irrequieta Vienna la Dieta erasi

trasferita a Kremsier, ma rimaneva scissa fra l’unità dottrinale e la

tradizionale individualità: nelle dispute, inconcludenti e di teoria

nebulosa, perdeva tempo e credito, sicchè il Governo potè arrischiarsi

a toglierle la mano. Già il 22 settembre l’imperatore Ferdinando avea

proclamato piena perdonanza agli abitanti del Lombardo-Veneto, e la ferma

sua intenzione che «avessero una Costituzione corrispondente alla loro

nazionalità ed al bisogno del paese»: poi confessando la necessità di

«forze più giovani per soddisfare il bisogno potente e irremissibile di un

grande cambiamento, che abbracci e rifonda tutte le forme dello Stato»,

abdicava (2 xbre); e giacchè suo fratello Francesco Carlo vi rinunziò,

lo scettro fu messo in mano al figlio di questo, al giovanetto Francesco

Giuseppe, che aveva fatto le prime prove combattendo gl’Italiani. Egli

«riconoscendo per proprio convincimento il bisogno e l’alto pregio delle

istituzioni liberali e consentanee ai tempi, calchiamo (dicea) con fiducia

la via che deve condurci ad una salutare riforma e al ringiovanimento di

tutta la monarchia», e protestavasi «deciso di mantenere immacolato lo

splendore della Corona e intatta la complessiva monarchia, ma pronto a

dividere i proprj diritti coi rappresentanti de’ suoi popoli».

Ben presto si proclama una costituzione (1849 8 marzo) che recida il

nodo delle quistioni, statuendo l’unione organica di tutte le provincie,

eguaglianza e indipendenza delle diverse nazionalità; unico Parlamento con

due Camere; nella prima i deputati delle diete provinciali, nell’altra

i deputati eletti dal popolo, uno ogni centomila abitanti; il potere

legislativo viene esercitato dall’imperatore unitamente al Parlamento

generale per le leggi di tutto l’impero, e alle Diete nazionali per le

leggi particolari. Così l’imperatore trovasi capo delle varie nazioni e

unificatore di tutte, e può opporre la forza attraente dello Stato alla

centrifuga delle provincie.

Anche la Dieta germanica si scredita colle metafisiche sottilità; e quando

essa dichiara che paesi tedeschi non potranno confondersi con forestieri

nello stesso dominio, l’Austria, che da tale partito sarebbesi veduta

scomposta, vi oppone un franco niego, asserendo non voler menomare i

proprj diritti, e che starà federata colla Germania, non una con essa. A

questo colpo risoluto, la Dieta perde efficacia, e ben presto si scompone;

la Prussia, ch’era parsa sul punto di afferrare l’egemonia della Germania,

torna secondaria all’Austria, che s’accinge a riparare gli sdrucci

lasciatile da un turbine, dove credeanla già subissata quei che ignorano

la storia d’Europa.

Come le umiliazioni di lei aveano dato spirito alle Potenze estere di

sbraveggiarla, il rialzarsi le fece propense a sostenerla: ond’essa più

sempre ferma dichiarava non avere altro da trattare colla Sardegna se non

di ristabilire le relazioni amichevoli, interrotte per l’invasione del re,

e di fissare le indennità per le spese di una guerra assunta in legittima

difesa; per deferenza avere accettato la mediazione brussellese; «ma il

pretendere di condurre l’Austria a cedere provincie che avea difese con

torrenti di sangue, cederle come premio al perfido aggressore di cui ha

trionfato, era giustamente vilipeso dalla pubblica opinione dell’Europa

come una stravaganza degna della demenza dei demogoghi italiani, e

di un re che, parlando dal trono, non dubitava incitare direttamente

la provincie italiane dell’Austria all’insurrezione». Il Ministero

imperiale interrogava dunque le Potenze, e nominatamente l’Inghilterra,

se riconoscessero il regno dell’Alta Italia, e se fosse in arbitrio di

Carlalberto il cangiare da solo la circoscrizione degli Stati, fissata

dalle Potenze: conchiudeva che dal canto suo non romperebbe l’armistizio,

ma le trattative essere superflue, e volere libertà d’azione[102].

Il Ministero inglese, che avea continuato quell’altalena micidiale

all’Italia, lusingandone le speranze mentre rassicurava i nemici, allora

pure all’austriaco rispondeva, considerare come non avvenuta la fusione,

e dava _positiva_ e _formale_ assicurazione che nelle conferenze non

pensava sostenere le _inqualificabili pretensioni_ del Gabinetto sardo, ma

adottare per base della mediazione l’integrità de’ territorj circoscritti

dai trattati[103]: conseguentemente, al re consigliava con istanza di non

volersi avventurare ad irreparabile ruina.

Queste cose sapeansi allora come adesso: ma, non che vi si credesse, il

Circolo italiano a Torino non vide che «un obbrobrio ministeriale, che

umiliazione, che oscillamento nelle parole che il Gabinetto, usurpante il

titolo di democratico, poneva sulle labbra del principe; parole desolanti

ad ogni buon patrioto»; e provocava una dimostrazione solenne, e mandava

alla flotta sarda in Venezia per eccitarla «a non mancare all’appello di

tutt’Italia», e giurare com’essi d’adoprare _tutti_ i mezzi per ottenere

la Costituente italiana.

Le parole del re e dei Comitati arrivavano in Lombardia, e rinfuocolavano

le speranze tanto più, quanto più vi si soffriva sotto la dittatura

militare. L’amnistia così piena e incondizionata, accordata ripetutamente

dall’imperatore, non lasciava luogo a supplizj o processi per fatti della

rivoluzione; ma da un lato s’imposero multe più o meno gravose, e dalle

diecimila fino alle ottocentomila lire contro persone che v’aveano preso

parte, foss’anche con soli scritti: pena che inviperiva inutilmente,

giacchè dai più non si cercò mai nulla, alcuni se ne acquetarono con tenui

versamenti. Più pesava lo stato d’assedio, che metteva ad arbitrio delle

corti marziali le vite e gli averi; e i molti che erano fucilati o per

possesso d’armi o per tentata subornazione o per rapine, consideravansi

come del pari ingiustamente colpiti, secondo accade delle procedure

sommarie e secrete. Alcuni casi sciagurati crebbero l’esacerbazione. Il

3 gennajo il feldmaresciallo andava ad assistere all’esperimento della

scuola di ballo del teatro, e i Milanesi vollero vedervi un’insultante

commemorazione del macello d’un anno prima. In occasione della nomina del

nuovo imperatore celebrandosi dai militari un _Tedeum_, una femmina espose

tappeti di colori ingrati; e perchè alcuno ne levò rumore, ecco uscire

una mano di soldati, torre in mezzo chi primo primo, e menati in castello

bastonarli, fra cui sin donne, e persone inoffensive per natura, età e

pinguedine.

I Lombardi poi perseveravano nella dimostrazione negativa, schivando di

ravvicinarsi ai dominatori se non alla distanza d’una fucilata. Italia

tutta fremeva, anche per moda, contro i Tedeschi; i ducati si credeano

illegittimente occupati; illegittimamente Ferrara, donde però i Tedeschi,

avuta soddisfazione, si ritirarono (18 febb.).

In Piemonte il Ministero, pure col titolo di democratico resisteva

alla democrazia. Quando seppe fuggito il granduca, espulso il papa,

e che le Potenze vorrebbero ripristinarlo, Gioberti sbigottì; laonde,

cercato invano che l’intervenimento fosse soltanto pacifico onde cansare

l’obbrobrio di vedere di nuovo dagli stranieri rimaneggiare le sorti

nostre, pensava opportuno che il Piemonte si togliesse l’assunto di

ristabilire il granduca che l’invocava, e il papa che lo temea; forse

la mostra basterebbe a dissipare la resistenza; intanto Italia si

avvezzerebbe a vedere dalle proprie armi risolvere le interne quistioni;

il Piemonte, col vincere il disordine, ricupererebbe importanza in faccia

alle Potenze; e le menti sarebbero sviate dalla guerra contro l’Austria,

che prevedeasi inevitabilmente disastrosa.

Erano idee delle meno strane fra i delirj d’allora; le aveva egli

pubblicate ne’ giorni di sua maggior popolarità[104], ma adesso

repugnavano col titolo del suo Ministero, coll’intemperanza corrente, e

colla guerra da esso fatta al Ministero precedente. D’altra parte, se

teneasi valevole la votazione universale dei Lombardi per la fusione,

perchè non anco quella dei Romani per la repubblica? La Camera, e più

le loggie e le piazze che alla Camera imponevano, accolsero come un

fratricidio quel progetto; i suoi partigiani rissavano cogli avversi per

le vie: ond’egli, sommerso nell’onda, che lo avea sollevato, è costretto

rassegnare il portafoglio (21 febb.), toccando il solito salario della

popolarità, vilipendio e oblio; denunziato alle Camere, minacciato di

processo, gridato traditore, e rinnegato con tanto impeto con quanto

dianzi l’aveano divinizzato. Egli non subì l’oltraggio con dignità[105],

e nel _Rinnovamento civile_, mutava d’amici e di nemici, benevolo fin a

quelli che più n’aveano meritato il disprezzo (p. 351), e accannito contro

gli autori della sua gloria, i fondamenti delle sue speranze.

Colla profonda scienza e massime colla positività filosofica non può

combinarsi quel suo voler riunire le cose e le idee più disparate, e

sosteneva di non aver cambiato anche dopo mutatosi di punto in bianco: il

che i suoi amici qualificavano come uno svilupparsi di concetti, che prima

aveva solo in germe. Nel vortice de’ suoi libri invano cerchi una risposta

precisa sulle capitali quistioni di letteratura, teologia, filosofia,

politica, tanto egli le rinvolge in formole dubitative e cortesi e

retoriche, o le professa differenti secondo i tempi. Carezzò nemici,

disse per correggerli; osteggiò vecchi amici, disse perchè cambiarono;

onde parve e incerto e non sincero: profuse lodi a mediocrissimi, mostrò

bisogno d’appoggiarsi ad autorità comechè meschine, perciò scegliendo

esempj a caso e immeritevoli, ignorando i più degni e meglio a proposito,

e confessando d’avere scritto variamente secondo l’occasione. Ora di Pio

IX non sa dir male che basti, e «parrìa che mi contraddica parlando in

tal forma di un pontefice del quale a principio celebrai il valore: ma io

posso fare una girata dello sbaglio a’ miei onorandi patrioti; perchè,

essendo allora lontano e non _conoscendo altrimenti_ il nuovo papa, io

fui semplice ripetitore in Parigi di quanto si diceva, si scriveva,

si acclamava in Roma e per tutta Italia» (pag. 448). Dell’incensato

Carlalberto diceva che «tutti errammo a confidare nella fermezza e

sincerità di lui» (pag. 235); e che «quando il Balbo disdisse la lega

sollecitato da Pio e dagli altri principi, il male non ebbe più rimedio,

e prese corpo quella chimera dell’albertismo, che tanto nocque alle cose

nostre: per acquistare Carlalberto si perdette Pio IX. Roma in ogni

caso si sarebbe tirato dietro il Piemonte, dove che questo nè avrebbe

incominciato senza Roma, nè vinte le sue repugnanze» (pag. 20). Narrando

poi i fatti e divisando le opinioni di quei tempi, anch’egli, come fece

il Guerrazzi, s’appoggia al fondamento più traballante, i giornali, che

danno argomento per ogni partito come per ogni assurdità.

Chi sente qual sia mortificazione per un’anima elevata il riconoscersi

impotente al bene, geme vedendo offuscare se medesimo un uomo, la

cui parola fu un tratto la parola dell’Italia tutta; cominciato con

immensa gloria, finiva col rammarico d’avere tutt’altro che giovato la

causa italiana, abbandonato il suo soldo da presidente del Ministero a

soccorso di Venezia, ritiratosi senza ricchezze e senza titoli in Parigi

all’operosa quiete degli studj, da repentina morte fu côlto in fresca età.

Non v’è forse esempio moderno che maggiormente meriti essere meditato, e

possa recare più grande istruzione.

Il Ministero sottentratogli, senza alcun nome raccomandabile fuori

del generale Colli che vi presedeva, punzecchiato dai Veneziani, dai

rifuggiti, dai repubblicanti, dagli stessi costituzionali che di questo

tema eransi fatto arma contro il Ministero democratico, dovè promettere

anzitutto di rompere coll’Austria, e ne manifestò solennemente le

ragioni, conchiudendo: «La guerra dell’indipendenza nazionale si riapre.

Se gli auspizj non ne sono lieti come l’anno passato, la causa è pure

sempre la stessa; santa come il diritto che hanno i popoli sul suolo

in cui Dio gli ha posti; grande come il nome e le memorie d’Italia». Si

precipitò l’assetto dell’esercito, il quale ricuperava la disciplina ma

non l’entusiasmo; anzi, indispettito ai Lombardi, con uffiziali nuovi

sconosciuti, mormorava del vedersi spinto ancora ai cimenti e alle

sofferenze. I generali s’erano e mostrati e confessati inetti; sicchè, non

potendo ottenerne uno francese, si chiamò comandante supremo il polacco

Chrzanowsky, ignoto ai soldati, esoso agli uffiziali per la mortificante

superiorità; e allestiti o no, si disdisse l’armistizio coll’Austria.

I diplomatici stranieri non sapeano darsi pace di tanto accecamento;

Francia, Inghilterra, nulla lasciarono d’intentato per dissuaderlo[106]:

ma che valea la ragione rimpetto alla tiranna del tempo, l’opinione?

De Ferrari, succeduto (12 marzo) al Colli qual presidente al Ministero,

scriveva al Ricci, rappresentante presso il Congresso di Brusselle, non

essere più possibile sopperire alle spese della guerra senza farla; la

continua incertezza ed inquietudine poter suscitare gravi commozioni,

nè la quistione potersi risolvere che col deporre le armi o adoperarle;

il primo partito rompeva il vincolo coi Lombardo-Veneti, repugnava

all’opinione, e avrebbe cagionato gravissimi sconcj, forse la guerra

civile. E infatti che non poteano temere i principi allorchè l’incendio

della media Italia lanciava faville anche nella settentrionale?

Disapprovata dalla ragione e dalla diplomazia, questa intima di guerra

ebbe dappertutto la sanzione del sentimento; Italia, ottenebrata da

sospetti, da ire, da scomuniche, da assassinj, da riazioni, a un tratto

si rifece baliosa nella concordia d’un sublime intento; parvero cessare

il palleggiarsi delle ingiurie e gli ammazzamenti politici di cui

era contaminata ogni contrada di Romagna; i Lombardi deporre quella

disperazione, che fa vili quando non fa scellerati; e tutti, pur dianzi

sbranati dalle quistioni di municipio, di costituente, di repubblica,

di monarchia costituzionale, d’Italia una o d’Italia confederata,

trovarsi unanimi nel grido dell’indipendenza. Da Aosta a Siracusa i cuori

palpitarono, come un anno prima, di magnanima speranza; alla fiaccamente

convulsa Toscana parve trasfondersi il sangue dei martiri di Curtatone;

fino i repubblicanti sorrideano all’idea di acclamare l’impero d’Italia,

e l’Assemblea romana, fastosamente garrula nella peristaltica inazione,

intonava: — Tempo è di fatti, non di parole: dall’Alpi al mare non si

dà indipendenza vera, non libertà finchè l’Austriaco conculchi la sacra

terra. All’armi, e Italia sia».

Schwarzenberg, ministro dell’Austria, versava la responsabilità di sì

grave risoluzione sulla testa di colui che vi era spinto da funesti

consigli; ed annunziò ai Governi amici il proposito di drizzare la marcia

sopra Torino, e colà dettare la pace, ma non volere acquistare un palmo

di territorio[107]. Radetzky, conculcando le abituali convenienze, nella

grida di guerra insultava al re (12 marzo), che «un’altra volta stende la

mano sulla corona d’Italia. Sleale, spergiuro, micidiale di se stesso,

occupato solo a far dimenticare, adulando i rivoluzionarj e il vulgo, i

tradimenti del 1821 e diciassett’anni di despotismo, Carlalberto, pari

al ladro che coglie occasione dall’assenza del padrone per compiere il

furto con sicurezza, invase il paese amico. Io disponevo ancora di forze

bastanti a far pentire Milano. Se avessi presentito che la dignità regia

doveva in Carlalberto cadere in tanto avvilimento, non gli avrei mai

risparmiato l’onta di farlo prigioniero in Milano. La pace che da generosi

gli offrimmo, la conseguiremo di forza nella sua capitale. Sarà l’ultima

letizia della lunga mia vita il potere nella capitale d’uno sleale nemico

fregiare il petto de’ miei prodi commilitoni colle insegne meritate col

sangue. Avanti, soldati! A _Torino_ sia la nostra parola d’ordine: colà

ritroveremo la pace per la quale combattiamo».

Quest’imperiosa jattanza credeasi mascherasse la paura. Con fierissime

minaccie a chi si movesse, abbandonò egli sguarnito il Lombardo-Veneto,

fuorchè le fortezze; e con settantamila uomini in cinque corpi e

abbondantissime artiglierie si difilò al Ticino (20 marzo), proclamando

ai Piemontesi: — Me non anima spirito di conquista: vengo a difendere i

diritti del mio imperatore e l’integrità della monarchia, minacciata dal

vostro Governo, alleato colla ribellione».

Di rimpatto la speranza degl’Italiani fondavasi sulla insurrezione. I

giornalisti assicuravano che Radetzky, obbligato a mantenere l’assedio di

Venezia, e vigilare ogni città, pregna di rivoluzione, e avendo migliaja

di malati, di pochissime truppe potea disporre, talchè non difenderebbe

la Lombardia, ma ritirerebbesi di là dal Mincio; ed annunziavano orrori,

quasi tutti ripetendo le stesse frasi.

La Consulta lombarda aveva presentato al re un indirizzo, ove, a nome de’

Lombardi accolti in Piemonte, «e di quelli che fremeano sotto il giogo

dell’Austria o andavano ramingando nell’amaro desiderio della patria»,

lo benedivano e ringraziavano; e «I fatti risponderanno all’aspettazione

vostra e d’Italia: all’apparire del valoroso vostro esercito liberatore,

i Lombardi si sentiranno rinfiammati di quel coraggio che li sostenne

nella sventura, e gli correranno incontro per secondarne le ardite

mosse, per dividerne le magnanime prove». L’emigrazione lombarda

annunziava: «Centoventimila uomini accorrono per salvare la Lombardia,

per riconquistare l’indipendenza, che oramai per noi vuol dire il diritto

di vivere. Dal tempo dei Romani in poi, il mondo non vide mai un esercito

italiano più numeroso e agguerrito. Esso sterminerà dal sacro suolo della

patria il nemico». Il Ministero facea decretare: «Tutti quelli fra i

diciotto e i quarant’anni, che si trovano nelle provincie non occupate

dal nemico, dovranno immediatamente presentarsi al comandante militare...

Chiunque non si presentasse fra cinque giorni dalla promulgazione di

questo decreto, sarà considerato come refrattario al servizio militare».

Come non persuadersi che un’immensa voragine si aprisse sotto il passo

dell’oppressore? Il Piemonte non pensò dunque a riparare le frontiere, nè

preparare a quello un trabocco, a sè uno scampo se entrasse sul territorio

sardo. Eransi intimate le ostilità prima d’avvertirne tutt’Italia,

la quale non potè accingersi a soccorrere, se anche l’avesse voluto.

Lamarmora fu spedito a occupare la Lunigiana, neppure avvertendo il

Governo toscano, che indignato minacciò di far sollevare Genova. A Roma

il proclama delle ostilità arrivò prima di colui che doveva annunziarle.

Venezia non ebbe tempo di allestire tutti i suoi, che avrebbero potuto

avvicinarsi a un’ala dell’esercito sardo, e circuire il nemico. Il

generale piemontese ignorò, non solo gl’intenti, ma fin le mosse degli

Austriaci; anzi sol cinque giorni dopo disdetto l’armistizio egli n’ebbe

l’avviso. La maggiore importanza consistea nell’ammutinare la Lombardia,

che rumoreggiasse alle spalle del nemico minacciando recidergli la

ritirata: un Comitato, detto di lavori statistici, avea avuto l’incarico

di prepararlo; Lamarmora dal Parmigiano, Solaroli da Oleggio darebbero

mano agl’insorgenti: ma che? appena cencinquanta persone entrarono per

Varese e Como, capitanate dal Camozzi, convogliando seimila cinquecento

fucili e settemila lire, ma nè un soldato nè un uffiziale regolare che

desse sanzione al movimento. Carlalberto fece una cavalcata di qua dal

Ticino pel ponte di Buffalora, ma il paese che s’era mosso fuor di tempo

nel marzo del 48, nel marzo del 49 stette quieto fuor di tempo, onde il re

diede la volta indietro. Mentre lo sfidato procedea risoluto all’offesa,

e invadeva il territorio con settantamila uomini e ducento cannoni, gli

sfidatori che aveano bandita la guerra nazionale teneansi sulla difesa.

Rinnovando gli errori della campagna precedente, erasi disperso l’esercito

sopra lunghissima linea da Novara a Parma, talchè Radetzky conobbe

facile il separarlo dalla sua base d’operazione che sono Alessandria e

Genova, anzichè i Piemontesi separassero lui dalla sua che sono Verona

e Mantova. E prima che soccorsi al Piemonte giungessero e neppure si

apparecchiassero, una giornata nei piani di Novara (24 marzo) bastò a dare

compìto trionfo agli Austriaci.

Le truppe piemontesi disordinate buttansi a saccheggiare Novara: si sparge

che Carlalberto tradì, che il Parlamento dichiarò scaduta Casa di Savoja,

che Chrzanowsky mandò a morte i generali traditori, battè gli Austriaci,

occupò Milano. Ma tutto era consumato. Carlalberto, invano desiderando

che una palla il colpisse, abdica e fugge. Se, vinto un’altra volta,

avesse subita la pace, rimanea vassallo dell’Austria, debitore di sua

corona alla magnanimità del Radetzky, obbligato a espellere dal regno

coloro, alle cui speranze avea dato tanti eccitamenti. D’altra parte,

se la monarchia sarda fosse caduta, accorreva certamente, se non altro

alla partigione della preda, la repubblica francese, portatrice o d’una

guerra o d’un esempio che importava rimovere. Ecco perchè Radetzky non

si fece difficile, e appena il figlio del re gli si presentò, concesse un

armistizio (26 marzo), patto che l’esercito austriaco occuperebbe quant’è

fin alla Sesia, e porrebbe presidio misto col piemontese in Alessandria;

l’esercito sardo, congedati i corpi lombardi, si ridurrebbe in assetto di

pace, e si solleciterebbe una conchiusione.

A Torino s’ignora tutto, e si fantasticano trionfi: confusamente udite le

male nuove, il Parlamento chiacchera, fa mozioni e arringhe e invettive;

accertate, si cambia il Ministero; notificata poi la mutazione del re, fra

gli urli di piazza si dichiara incostituzionale l’armistizio, si chiedono

gli estremi sforzi, si vuol guerra, si accusano d’inetti, di traditori i

capitani.

È comune l’adoprare la parola _tradimento_ a coprire gli sbagli e impedire

lo scoraggiamento; non è raro l’imputare ad uno le ruine sotto cui fu

sepolto; ma perfino nella rabbia ripugna il credere a delitti inutili:

eppure alcuni non esitarono a sanzionare que’ sospetti, in momenti ove sì

facilmente il popolo li traduce in furore.

Da tutti i municipj arrivavano accuse e messi contro del Ministero,

contro dei generali, contro del Parlamento. A Genova, in italiani fremiti

torcendo la rabbia municipale, si divulga che i Piemontesi sono d’intesa

cogli Austriaci per abolire lo statuto, e che marciano insieme sopra

Genova (31 marzo), talchè si vogliono le fortezze; vien affidata la città

all’Avezzana, esule del 21, con altri eccessivi; si assalta l’arsenale,

che con molto sangue è ridotto a cedere; si grida il Governo provvisorio

della Liguria; s’invitano i militi lombardi a difendere quella città e

lo statuto dai traditori; e ai nemici d’Italia fu nuovamente imbandito

il piacere di vedere torcersi contro Italiani le armi che non erano valse

contro le straniere.

Il generale Lamarmora, accorrendo da Parma, sorprese i forti, e poichè

l’avvicinarsi del corpo lombardo facea temere non ajutasse gl’insorti, si

ricorse ai mezzi più terribili, lanciaronsi bombe, e Genova fu presa (11

aprile) per forza, trattata come nemica, principalmente dai soldati che vi

stavano dapprima in guarnigione, e che voleansi vendicare degli oltraggi

sofferti: sin le relazioni uffiziali confessano trattamenti peggiori di

quelli che si attribuivano agli Austriaci: ma i caporioni eransi ritirati;

agli altri ben presto si proclamò il perdono, cercando reciprocamente

si obliassero «fatti che furono, si direbbe quasi superiori alla volontà

umana»[108].

Ad altri gridatori di tradimento, che poteano anche trucidare i Lombardi

imputandoli d’avere sagrificato Carlalberto, si diede una soddisfazione, e

si declinò il sospetto di complicità, dopo incondito processo fucilando il

generale Ramorino (10 aprile), reo non d’avere tradito, ma di inettitudine

o disobbedienza, colpa comune a tropp’altri, pei quali egli cadeva vittima

espiatoria. Insieme ordinaronsi scrutinj sulle cause del disastro, che

ognuno rimbrottava all’altro; e al Ghrzanowsky fu decretato il gran

cordone mauriziano[109].

La Lombardia non erasi mossa, o diffidasse, o attendesse gli eventi.

Como e Bergamo che aveano preso le armi, lasciaronle cascare al sinistro

annunzio. Non così Brescia. Che tante promesse, tante speranze fossero

svanite in un battere d’occhio, che il Piemonte non notificasse ch’era

impossibile il soccorrerla, parve improbabile: speriamo non fosse che

illuso il Comitato di difesa allorchè ingannava il popolo con diversissime

novelle di vittorie, per le quali entrò il furore di resistere. Nugent,

che era accorso da Mantova, ed erasi già fatto ben volere dalla città,

scese per dare le novelle certe, ma fu colpito a morte, e sul suo sepolcro

leggesi: _Oltre il rogo non vive ira nemica_. Il terribile Haynau, venuto

da Venezia, bombardò la città (31 marzo) che via per via si difese, e

perpetuò col sangue e le lacrime la sua nominanza di prima amica del

Piemonte.

Nel qual regno le bestemmie si mutarono presto in commiserazione, poi

in inni pel re, il quale alle grandi intenzioni ebbe sproporzionate la

potenza del consiglio e l’energia della volontà; sfortunato però anche di

lodatori, i quali, col negarne i demeriti, le virtù disabbellirono, mentre

degli uni e delle altre faceansi ancora arma a fraterni abbaruffamenti.

Era egli fuggito all’estremità occidentale d’Europa, ove fra breve

soccombette alle memorie e al crepacuore (28 luglio). Alla deputazione

mandatagli dal senato a Oporto, rispondeva: — La Provvidenza non ha

permesso che per ora si compisse la rigenerazione italiana. Confido non

sarà che differita, e non riusciranno inutili tanti esempj virtuosi,

tante prove di generosità e di valore, date dalla nazione; e l’avversità

passeggiera ammonirà i popoli italiani ad essere un’altra volta più uniti,

se vogliano essere invincibili».

Suo figlio Vittorio Emanuele II trattò della pace; e se era inevitabile

quando persin gli amici non parlavano che de’ nostri errori[110], doleva

il subire le esorbitanti condizioni che l’Austria imponeva, massimamente

in denaro; le si ripeteva di non mettere il re ed i ministri in sospetto

alle popolazioni, ma consolidare il principio monarchico, sventuratamente

scassinato[111]: dopo lunghissime discussioni a Milano fu stipulata la

pace (6 agosto), dove sono riconosciuti i limiti dei due paesi come erano

avanti le ostilità, per linea di demarcazione presso Pavia fissando

il filone del Gravellone, su cui si porrà a spese comuni un ponte;

combinerassi al più presto un trattato di commercio, e per impedire il

contrabbando; restano cassate la convenzione 11 marzo 1751, e il decreto

aulico 1º maggio 1846 che rincariva il dazio de’ vini di Piemonte; questo

pagherà settantacinque milioni per le spese di guerra all’Austria, la

quale ritira dal regno le sue truppe. Parma e Piacenza, occupate dai

Piemontesi, furono restituite al duca Carlo Lodovico, che ben presto le

rinunziava al peggiore figlio Ferdinando Carlo: Modena tornò al giovane

Francesco V. Il non essersi, nelle trattative e nella pace, fatto parola

contro lo statuto, palesava il nuovo diritto internazionale, per cui

nessuna Potenza deve mescolarsi dell’interno ordinamento dell’altra.

I calorosi di tutta Italia s’accoglievano a Roma; i principi spodestati

rifuggivano a Gaeta. Il re di Napoli aveva riconvocate le Camere (1848 1

luglio), sconvolte però dal manifesto dissenso de’ ministri, dai tumulti

de’ piazzeggianti che gridavano «Abbasso la Costituzione», e dall’esercito

che professavasi sostenitore della Costituzione, ma stanco di quei che ne

misusavano[112].

Il Parlamento fu prorogato al 1º novembre; e a quell’annunzio le turbe

di Santa Lucia prorompono in urli di gioja (8 7bre), ed insultano i

deputati; mentre altri lazzaroni gridano «Viva la Costituzione»: la truppa

è costretta fare fuoco sugli uni e sugli altri. Eppure il Governo fa

rinnovare le elezioni; libere a segno, che il massimo numero sortì avverso

alla Corte; nè i giornali la risparmiavano: poi il Parlamento (1849 8

febb.) espose gravami contro il Ministero, che non furono ascoltati; fece

leggi che non furono sancite dal re, il quale ben presto lo sciolse, e

assunse il governo personale. Non vi resse il ministro Bozzelli, che aveva

compilato la costituzione, e che fu proclamato vile e traditore, come

chiunque in quel tempo accostò le labbra all’assenzio del potere.

Il re se ne rendeva sempre meno inclinato a condiscendere alle pretensioni

de’ Siciliani, che mai non avea potuti sottomettere. Eransi essi tolto

a presidente (1848 26 marzo) Ruggero Settimo, il quale si pose attorno

i capi della rivoluzione, Mariano Stabile, Riso, Calvi, il principe di

Butéra, l’avvocato Pisano, Michele Amari. Risoluti contro gli eccessi,

chiudono i Circoli, valgonsi della guardia nazionale per ottenere quiete,

mandano per farsi riconoscere dagli altri Governi, e lasciano partire

La Masa con cento giovani per la guerra santa, i quali passarono come

in trionfo dappertutto, bene accolti dai principi, regalati di filacce

e bende dalla granduchessa, a Torino banchettati e arringati: allettati

così a pellegrinare cantando anzichè combattere. Abbattute per decreto

le statue regie, dichiararonsi scaduti i Borboni (1848 13 aprile);

Inghilterra ed altri principi furono contenti dello stacco della Sicilia,

purchè essa avacciasse a scegliersi un re, che forse riconoscerebbero;

un re domandavano le soscrizioni e le guardie nazionali; e per poco che

valesse una corona così incerta, trovava competitori. Era fra questi Luigi

Buonaparte[113]. Ma non era ancora il suo giorno e il suo luogo; e poichè

allora tutto ventava per Carlalberto, il Parlamento (10 luglio), seduta

stante, proclamò Alberto Amedeo di Savoja, tacendo il suo nome usuale di

Ferdinando per odio a quel di Napoli. Feste indicibili: ma fu un crescere

i sospetti agli altri principi italiani; alfine, sopraggiunti i disastri,

il duca di Genova ricusò.

Frattanto surrogano un Ministero (13 agosto), preseduto dal marchese di

Torrearsa; quando, caduta Milano, le Potenze suggerivano di riconciliarsi,

i Siciliani persistettero al niego; onde il re, non vedendo altra via

che le armi, le ingrossò, affidandole al generale Filangieri. Messina

avea resistito sempre, in sette mesi mostrando una costanza e un valore,

che duole non fossero adoperati alla rigenerazione nazionale. Palermo

vi mandava ajuti; ma Filangieri, dopo fiero bombardamento, fu costretto

prendere casa per casa in un combattimento durato trent’ore, ove de’ regj

rimasero quarantasei uffiziali e mille trentatre soldati. Messina, invano

difesa da 15 mila soldati e 150 cannoni, dopo tre giorni di bombardamento

e 29 ore di combattimento, cadeva per opera di 6000 soldati, fra cui

il 3º reggimento svizzero, con 10 pezzi da 4; con gravi perdite dalla

parte dei realisti e poche de’ Siciliani[114]. In Messina tutto andava

a fiamme ed eccidio (1849), se i consoli di Francia e Inghilterra non

si fossero interposti, chiedendo e quasi imponendo sospensione d’armi,

sinchè Francia e Inghilterra decidessero. Allora a torme, come i Lombardi

da Milano, dalla desolata patria i cittadini si strascinano fin a Catania

e a Palermo, dove il Parlamento rinforza di soscrizioni e decreti per

vendicare Messina; ma scarso viene il denaro volontario, e forzarlo non

si osa; cercansi gli argenti delle chiese, le cancellate, i candelabri,

i tubi del gas, e prestiti forestieri; chiedonsi armati e generali

stranieri. Ma le truppe mancano di uffiziali e di disciplina, ed essendo

cernite sin dalle galere, sgomentano il paese con rapine ed assassinj; le

finanze fanno pelo d’ogni parte; la discordia inviperisce fin tra l’alta e

la bassa Camera; ciascun nuovo Ministero perde subito la fiducia, perchè o

non reprime i colpevoli o vuole reprimere anche i non colpevoli, e riesce

ben lontano da que’ titanici spedienti che ciascuno prometteva quando

trattavasi soltanto di parole.

Nè le Potenze straniere ajutavano. La Corte di Torino avea ricusato la

corona offerta al duca di Genova[115]; Francia sgradiva il distacco dal

regno; Palmerston conchiudeva che non per questo moverebbe guerra al re

di Napoli, nè impedirebbe ch’egli la recasse alla Sicilia, ma con parole

dissonanti dai fatti, davano lusinghe agl’insorgenti; e gli ammiragli

di Francia e Inghilterra sospesero le operazioni militari dell’esercito

napoletano, a titolo di umanità e tutto profitto dei sollevati, che

poterono procacciarsi armi, vaporiere da guerra, e sistemare l’esercito.

Il re mandò da Gaeta un _ultimatum_ (28 febb.), che portava piena

amnistia, amplissima costituzione fondata su quella del 1812, salvo ad

essi il poter modificarla; Parlamento a due Camere; necessaria la sanzione

regia. Quegli ammiragli furono gridati traditori per averla diffusa

lungo le coste, e il Ministero siciliano ricusò perfino presentarla al

Parlamento «come emanante da un potere, non solo sconosciuto in Sicilia,

ma condannato da solenni decreti del Parlamento medesimo»[116]; e «Guerra,

guerra» fu l’unica risposta agli ammiragli. Si decreta la leva di quanti

sono fra i diciotto e i trent’anni (19 marzo); si disdice l’armistizio,

allora appunto che ricominciava la guerra in Lombardia; e cantari e

amplessi e tripudj e fiori sugli arrolati; e cinquantamila braccia

faticano a scavare un fosso attorno a Palermo.

La guerra trovavasi capitanata ai due estremi d’Italia da due capitani

polacchi, Chrzanowsky e Miaroslawsky, il quale sollecitava i preparativi,

tenea ben animate le truppe: ma con settemila settecento uomini far

fronte a ventimila regolari che assalivano, era impossibile, quand’anche

egli non fosse apparso inetto. Vinti dappertutto, la guardia nazionale

ricusa persistere nell’inutile resistenza, tanto più dacchè il tracollo

del Piemonte restituiva l’Italia alla supremazia austriaca. Il Parlamento

adunque declina dai propositi di sepellirsi sotto le ruine della patria;

quei che più aveano soffiato nel fuoco, fuggono, per poi dall’esiglio

accusare di viltà e tradimento coloro che rimasero; è accettata la

mediazione offerta da Baudin ammiraglio francese (26 aprile): ma il re

proferisce che «la sua condotta colle città che si assoggettarono, basta a

garantire del come tratterà le altre». Pertanto il Governo rivoluzionario

rassegna i poteri al municipio; le navi napoletane entrate in porto,

intimano sommessione; ne seguono sanguinosi tumulti; chi vuole ammazzare

i traditori, già con tal nome indicando i capi rivoluzionarj; chi

ancora resiste scompigliatamente. Filangieri acqueta, promette amnistia,

eccettuandone quarantatre che lascia partire; condiscende a molte altre

domande; infine introduce le truppe regie in città; e l’anniversario

appunto della sollevazione di Napoli, l’autorità regia è restaurata (15

maggio). Un maggiorasco di ducenquarantamila ducati premia il Filangieri;

e peste, carceri, processi, esecuzioni tengono in freno l’isola come la

terraferma.

Piuttosto convulsa che febbricitante, la Toscana persisteva ribelle al

granduca, ma il disordine invadeva ogni cosa: deplorabilmente povera la

tesoreria; pochissime milizie e indisciplinate, confini indifesi; clero

e nobiltà avversi, i democratici triumviri accapigliantisi fra loro; la

plebe rompeva ai più insoliti eccessi, guastare la strada ferrata o i fili

elettrici, buttare incendj; gli usuraj trafficavano sulle cedole di banco;

la concessione comune dell’armi e le bande de’ profughi moltiplicavano

prepotenze; intanto si temevano sollevazioni in senso principesco, al

modo delle Aretine del 1799. Gli eroi del patriotismo sfogavanlo or

calando le campane del bargello per fonderne un cannone; or levando

dalla santissima Annunziata una lampada, perchè dono di re Ferdinando;

ora minacciando il collegio delle figlie nobili come sconveniente a

democrazia. Degli elettori, appena un decimo votarono a nominare i

deputati alla Costituente: a Lucca neppur uno; Guerrazzi stesso non la

voleva in quell’ampiezza, fosse antiveggenza de’ danni contingibili, fosse

ambizione personale, come gli avversarj dicevano. E mentre Montanelli,

tutto di Mazzini, volea si proclamasse la fusione colla repubblica romana,

Guerrazzi vi si oppose risoluto, nè sì gravi decisioni pareangli da

prendersi fra schiamazzi di plebe.

La rotta di Novara dà nuova scossa; vuolsi una dittatura, ed è affidata

al Guerrazzi, che arbitro di tutto, con proclami continui e ghiribizzosi

opponeasi all’anarchia, frenò la vergognosa indisciplina del Parlamento,

mostravasi operosissimo in preparare la difesa della patria, cassava le

milizie inutili, spediva ai confini chiunque potesse portare le armi.

Allora per accusa, dappoi per difesa si ripetè pensasse ripristinare

il granduca: ma se così era, perchè nol fece quand’egli solo padrone?

Realmente lo incalzava incessantemente la setta che voleva la repubblica

e l’unione con Roma, o piuttosto voleva il disordine e profittarne.

Morsicchiato virulentemente da que’ miserabili insetti che cacciansi nelle

narici del leone, assalito in piazza con grida di morte, egli stesso nella

sua _Apologia_ assicura ch’era ridotto a fare tutto ciò che imponeagli la

turba, e singolarmente i Lombardi armati.

Anche l’unico che mostrò vigore era dunque debole.

D’una squadra di Livornesi erasi egli fatto una specie di guardia

pretoriana, esecrata per prepotenze e licenze. Alcuni di quella avendo

ingiuriata un’ostiera, sono assaliti (11 aprile); presi a fucili, sassate,

coltelli, mazze. A grande fatica il Guerrazzi riuscì a metter calma;

ma già quei che erano stanchi delle prepotenze, palliate col nome del

dittatore, erano prevalsi, e gridavano — Noi vogliamo i galantuomini»;

contadini armati, accorrono in città, abbattono gli alberi e le insegne

repubblicane; il Municipio, preseduto dal Digny, assume la direzione degli

affari, aggregandosi Gino Capponi, Bettino Ricasoli, Carlo Torrigiani,

Cesare Capoquadri; e si rintegra il principato (12 aprile). Prima loro

cura fu imbrigliare le vendette e salvare il Guerrazzi da morte: tratto

in fortezza insieme co’ suoi, tutti vogliono un pelo del leone côlto nella

rete.

Se dall’indagine apparve che i reggitori democratici non aveano usato

misura nè senno nello spendere, si chiarì pure ch’erano mondi da latrocinj

e concussioni[117]. Il Municipio atteggiatosi a Governo, pronunziava avere

colla restaurazione voluto «non solo redimere lo Stato dal despotismo

d’una fazione, ma salvare il paese dal non meritato dolore d’un’invasione,

e il principato rinascente dall’infausto battesimo d’una protezione

straniera». E poichè nell’universale adesione della Toscana a gridar

viva a chi vince, solo Livorno resisteva, fino a dichiarare interrotta

ogni comunicazione colla terraferma, si spedisce a Torino per chiedere

un soccorso: e viene risposto, l’avranno se domandato dal duca. Il quale

duca, più fortunato di tutti gli altri principi perchè ristabilito dal

proprio popolo, per mezzo di Luigi Serristori rimandava proclamando,

— Stiano sicuri i Toscani, che porrò ogni studio a risarcirli delle

sofferte calamità, e restaurare il regime costituzionale in modo, da

più non temere si rinnovino i passati disordini». Ma la spontanea ed

unanime restaurazione non rattenne gli Austriaci, coi quali già prima

era concertata l’occupazione; il generale D’Aspre invade i confini (24

aprile), e da Massa, Carrara, Pontremoli occupa Pisa, professando venire

a rimettere l’ordine, e quella sicurezza «alla cui ombra le istituzioni

costituzionali date dal sovrano legittimo potranno gettar forti radici,

portare frutti buoni». Livorno che resisteva, fu occupata a forza (22

maggio), coi danni e i micidj inseparabili da un’invasione violenta[118]

e dall’impostovi stato d’assedio. E i Tedeschi rimasero nella Toscana

in aspetto di conquistatori, fin quando la vergognosa convenzione del

22 aprile 1850 stabilì l’occupazione indeterminata del granducato, che

durò fino al 1857. Poi D’Aspre occupava anche Firenze (15 maggio) «come

amico, come alleato», ordinandovi il disarmo, e facendosi mantenere.

Erasi sperato che le franchigie costituzionali spontaneamente largite dal

granduca perchè _promesse_ e _meritate_ (pag. 117), sarieno mantenute

a una gente fedele da un principe cui toccava la rarissima fortuna

d’una restaurazione popolare; e in fatti quando al Serristori successe

un Ministero composto di Baldasseroni, Landucci, Corsini, Capoquadri,

Laugier, Boccella, annunziava, governo della Toscana essere la monarchia

temperata dallo statuto 16 febbraio 1848, che il principe era risoluto

mantenere, sebbene da altri audacemente violato (circolare 1º giugno); al

6 maggio 1852 veniva abolito lo statuto. Non dimenticato.

Restava la Repubblica romana. Abbiamo storie che dicono come tutto vi

procedesse con calma, dignità, moderazione, magnanimità, e «implorare

la benedizione del cielo sulla guerra della nazionale indipendenza» (LA

FARINA): n’abbiamo altre che denunziano come indescrivibile il disordine

nella metropoli (27 genn.), e peggio nel restante paese. Negli uffizj era

bisognato collocare persone o senza cervello o senza fama, ritirandosi

i migliori; e alle Potenze estere deputare ambasciadori forestieri: il

che non poco screditava la repubblica, mostrando i nuovi essere peggiori

de’ funzionarj contro cui si era declamato. Parole, discorsi, indirizzi

infiniti, ma scarsi atti, e improvvide deliberazioni, prese col sigaro in

bocca e fra un andare e venire di giovinastri. Le relazioni degli agenti

esteri parlano di continui assassinj commessi in pubblico, al cospetto de’

soldati, talvolta dagli agenti stessi della Polizia: orribili atrocità

sarebbersi commesse anche freddamente a Roma, da gente facinorosa: gli

atti stessi con cui si tentava reprimerli, ne provano la moltiplicità.

Alla nuova della disfatta di Novara, crebbero qui pure l’impero e la

risoluzione d’accorrere a ripararvi, a salvare coi repubblicani l’Italia

tradita dai re; e si affidarono poteri dittatorj a Mazzini, Saffi,

Armellini. Il vulgo intanto ne prendeva occasione a inferocire; insorto

ad Ancona trucidò molti, e non v’era chi lo punisse: colà e a Macerata, ad

Osimo, a Sinigaglia, dove principalmente si perseguitò la famiglia Mastai,

una setta che s’intitolava _Infernale_, proponeasi di purgare lo Stato da

tutte le persone avverse alla repubblica e che questa contaminassero coi

vizj, e trucidò un cavaliere Baldelli, i marchesi Nembrini e Censolini,

il capitano Del Pinto, il canonico Specchi ed altri «come inonesti ed

immorali»[119].

L’indignazione arrivò al colmo da che si seppe avere il papa invocato gli

stranieri. Il Ministero cercava modi di difesa; pose la guardia nazionale

sotto alla commissione di guerra; creò altri ducencinquantamila scudi

di boni del tesoro, iniquamente dichiarando infruttiferi quelli emessi

dal Governo pontifizio; ingrossò del 25 per cento il prestito forzoso a

coloro che fra sette giorni nol pagassero: ma le finanze erano nell’ultimo

sconquasso, che naturalmente attribuivasi ai precedenti Ministeri.

La Costituzione allora compilata (17 aprile), oltre le garanzie consuete,

portava abolite la confisca e la pena di morte; il popolo fa le leggi

mediante i suoi rappresentanti; il potere esecutivo è affidato a due

consoli biennali; tutelano la Costituzione dodici tribuni quinquennali

inviolabili e rieleggibili; il diritto di pace e guerra risiede

nell’Assemblea, indissolubile, triennale, e dov’è elettore ed eleggibile

ogni cittadino di oltre ventun anno; i consoli sono responsali anche l’uno

per l’altro, hanno diritto di grazia e facoltà d’eleggere i funzionarj.

Alle Potenze diramavansi manifesti, sfavillanti d’eloquenza, speciosi di

ragioni; uditi, non ascoltati: e declamazioni contro il tradimento del

Piemonte e le riazioni della Toscana.

Di rimpallo da Gaeta protestavasi contro ogni atto della Repubblica, e

singolarmente contro l’usurpazione de’ beni ecclesiastici, e l’arresto dei

vescovi di Fermo, d’Orvieto, di Civitavecchia, accusati di tramare una

controrivoluzione; di frati, supposti autori di scritture sommovitrici,

e condannati alle galere. In fatto molte terre rivoltavansi gridando il

nome del pontefice, altrove cozzavansi papalini con repubblicani.

La rotta di Novara aveva elevate le pretensioni principesche, fin a

domandare l’incondizionata rintegrazione del dominio papale; onde altro

scioglimento non rimaneva che l’intervenzione forestiera. Ben merita si

indaghi perchè, fra tanti troni scossi e principi sbalzati in quell’anno,

solo il papa eccitasse l’universale interesse; scismatici ed eretici

come cattolici, principi come repubbliche, Russia e Prussia come Spagna

e Francia si offersero a ristabilirlo; da tutta Europa non solo, ma dalle

altre parti del mondo, dalla Cina, dall’Oregon, vescovi, Governi, privati,

spedivano condoglianze al pontefice ed esibizione di ricovero[120] e

sussidj di denaro quando i consueti gli erano mancati. In Francia la

rivoluzione romana vi avea perduto le simpatie appena trascese, tutti

vedendovi operare colà gli stessi che aveano sovvertito Parigi; molti

dipartimenti fecero indirizzi al pontefice; Avignone gli rammentò l’antica

residenza; ed essendosi sparso che egli arrivava in Francia, l’Assemblea

nazionale interruppe i suoi lavori per decretare i modi di riceverlo, e

lasciare campo di corrergli incontro; Marrast, che vi presedeva, «assicura

il nunzio che la Repubblica si terrebbe fedele alle tradizioni che

palesarono la Francia ospitale ai grandi infortunj, e ossequiosa alle più

nobili»; Thiers e Montalembert all’assemblea francese, Donoso Cortes al

congresso di Spagna, lord Lansdowne al Parlamento d’Inghilterra eccitavano

a sostenere la più santa e rispettabile debolezza, quella dell’oppresso

e dell’innocente.

Al primo annunzio della uccisione di Rossi, erasi in Francia pensato

accorrere, e domandossi al Parlamento un milione e ducentomila lire.

Che se Ledru-Rollin detestava questo spegnere una repubblica sorella,

mentre l’articolo quarto della Costituzione portava: «La Repubblica

francese rispetta le nazionalità forestiere, non adopera mai sue forze

contro la libertà di verun popolo»; Thiers rispondeva essere follia

sperar libera l’Italia senza guerra, e guerra non poteano assumersi

i Francesi, tanto meno per una _nazione che non combatte_, e che sta

in mano di ridicoli arruffapopolo. Odilon-Barrot ed altri in maggior

fama di liberali incalorivano a una spedizione, non per istrozzare le

istituzioni democratiche, anzi per consolidarle nella penisola, e farvi

rispettare la sovranità del popolo, mettendolo in grado di governarsi da

sè col sottrarlo a una fazione assassina, e per bilanciare coll’ingerenza

francese l’illimitata austriaca[121]. Anzi il soccorrere o no l’Italia

divenne occasione d’una nuova sommossa in Parigi, che vinta, crebbe

solidità al Governo, e alla parte che, coll’affisso di cattolica, zelava

il ricomponimento della quiete dentro e fuori.

Il Buonaparte, munito dalle antiche aderenze di sua casa e da un nome

storicamente famoso, ottenne col suffragio universale la presidenza della

Repubblica francese; e professatosi restauratore dell’ordine e della

pace, mandò assicurazioni ed offerte al papa, e propose d’intervenire

coll’armi, unico modo d’assestare la media Italia, e impedire che ivi pure

onnipotessero gli Austriaci.

Questi, comandati da Wimpfen, entrano in Ferrara e in Bologna che di nuovo

oppose resistenza, e postone a governo militare il Gorgowsky, dissipate

una resistenza coraggiosa del Garibaldi e le inette del Zambeccari non

secondate dalla popolazione, occupano senza fatica tutte le altre città

di Romagna, ripristinandovi il dominio papale e la legge stataria: e il

ministro d’Austria dichiarava proporsi unicamente di soddisfare ai voti

del santo padre, identici con quelli del mondo civile, il quale non può

soffrire che la libertà e indipendenza ne siano distrutte da una anarchica

fazione.

Il presidio d’Ancona resistette ben venticinque giorni, finchè la

popolazione domandò la resa, stanca di vedersi insanguinata da civili

assassinj. Altri Austriaci dalla Toscana, occupata senza difficoltà,

accennavano ingrossarsi a Foligno, e per Val di Tevere congiungersi negli

Abruzzi coi Napoletani. Questi avanzarono grossi verso Velletri, e se

non era un duro cozzo opposto dalle bande di Garibaldi, arrivavano sopra

Roma, munita solo di frasi. Gli Spagnuoli sbarcati a Fiumicino, mossero

per l’Umbria superiore; ma nè questi nè quelli contarono nel decorso de’

fatti, tutti dovuti alla Francia.

Questa conservava ancora il nome di repubblica, sicchè sapeva di

strano che intervenisse a spegnere una Repubblica, e parve ella stessa

vergognarsene col parlare benevolo mentre operava ostile. Oudinot,

comandante la spedizione di solo ottomila uomini, da Marsiglia proclamava

(20 aprile): «Il Governo, risoluto a mantenere dappertutto la nostra

antica e legittima influenza, non ha voluto che i destini italiani possano

essere in balìa d’una Potenza straniera, e d’una fazione in minorità.

Soldati, inalberate la bandiera di Francia sul territorio romano, affinchè

l’Italia deva a voi quel che la Francia seppe conquistare per se stessa,

l’ordine nella libertà».

E giunge a Civitavecchia (25 aprile), non dissimulando di volere stabilire

il Governo pontifizio, rinettato come già era dagli abusi, e sbarca

fra le grida miste di «Viva la Repubblica francese, viva la Repubblica

romana»; ma subito dichiara non essere venuto a sorreggere un Governo

non riconosciuto, bensì a rannodare tutti gli amici dell’ordine e della

libertà: parole inefficaci, come le pompose con cui i repubblicani

cercavano insinuare ai soldati francesi di far causa con loro, vedendo

l’ordine e la felicità che regnava nello Stato. Qui un turpe intralcio

di promesse e negazioni e contraddittorj manifesti, la cui necessità non

iscagiona Oudinot, il quale mettea fuori un proclama.

E cresciuto di truppe, batte la marcia su Roma (21 maggio). Ma dodicimila

Romani irregolari affrontano i sedicimila Francesi, e per nove ore

sostengonsi tanto, che questi «reputano prudente ritirarsi la notte».

Tale vittoria di gente _che non combatte_, acquistò rispetto e migliorò

la situazione del Governo[122]; nell’Assemblea di Francia si imprecò ai

ministri, che i soldati di Francia mutavano in gendarmi dei despoti, e

faceano esecrare la nazione quanto i Croati: ma i ministri trovarono

scappatoje, e spedirono Lesseps a proporre che i Romani invocassero

la protezione de’ Francesi, riservando al popolo libertà di risolvere

sulla forma di governo, e garantendo da ogn’altra invasione straniera.

L’Assemblea romana rispondeva, dolerle non sia ne’ suoi poteri di

accettare i termini proposti; lunghi furono i parlari: Lesseps consentì

forse più che non portasse il suo mandato; Oudinot disdisse gli accordi:

perocchè quello teneva sue istruzioni dal Ministero, questo da Luigi

Buonaparte[123]. Il quale l’8 maggio aveagli scritto: — Io sperava che

gli abitanti di Roma, aprendo gli occhi all’evidenza, riceverebbero un

esercito che veniva con una missione benevola e disinteressata. In quella

vece i nostri soldati furono ricevuti nemicamente: l’onor nostro militare

è impegnato, nè soffrirò che sopporti smacco». Così per punto d’onore la

Repubblica francese impegnavasi in una guerra di popolo, deplorabilissima

per l’Italia. Ben presto seppesi che una nuova Assemblea aveva approvato

la spedizione di Roma, e detto di voler ripristinarvi il principato

ecclesiastico. «Coll’uccidere la Repubblica romana vogliono farsi scala

a uccidere la francese», gridarono i sommovitori, e spinsero il popolo di

Parigi ad un subbuglio; ma assaliti senza pietà, resta affogato nel sangue

l’ultimo grido che si levasse a favor di Roma.

L’esercito francese presto ebbe occupato Monte Mario e la villa Pamfili,

con cinque batterie di campagna, una d’assedio; ricevette rinforzi

e minatori, sin a contare trentaseimila uomini, otto squadroni di

cavalli, sessantasei bocche d’artiglieria. I Romani armavano quattromila

novecento uomini di fanteria regolare, seimila settecento d’irregolare,

ottocentottanta cavalli, centotto bocche d’artiglieria, ma molte

inservibili e con esse doveano difendere una mura che gira venti miglia.

Lisabe, Sterbini, Cernuschi, lepido e intrepido commissario delle

barricate, non requiavano da ordini e decreti, demolire e munire, far dal

popolo e dalla guardia civica giurare di morire piuttosto che cedere. Il

padre Ventura, filosofo e religioso men accomodante del Gioberti, studiava

le guise di conciliare la democrazia col papato, allegando che prima del

1796 il papa non era che patrono d’un aggregato di liberi municipj, talchè

diceasi «La santa Chiesa di Dio e la Repubblica dei Romani»: ma il padre

Gavazzi e l’abate Dall’Ongaro eccitavano alla difesa della Repubblica

come ad opera santa; la principessa Belgiojoso allestiva spedali, a cui

le monache somministravano filacce e bende; i declamatori, che allora

diceansi missionarj, apostolavano la guerra di Dio e del popolo: e chi

potrà ripetere quante si prodigassero parole e mozioni da que’ che non

voleano combattere? quanto si spingesse a infocolar l’odio contro il

papa? Ciciruacchio andava pei palazzi in cerca delle preziosità, anche di

quelle che non poteano servire a fare moneta per Dio e il popolo; oggi

progettavasi di bruciare tutti i confessionali; domani, a pretesto di

difesa, correasi a disertar le ville, e nella Borghese abbattere quegli

alberi secolari, sotto cui la plebe romana solea venire a ricrearsi a

spese dell’odiata aristocrazia. Qual tripudio quando in una casa stanavasi

un Gesuita, vestito d’altre divise perchè le sue erangli proibite! Fu

volta che si colsero alquanti vignajuoli, e come gesuiti mascherati

vennero dal popolo fatti in minuzzoli: un prete, per accusa d’avere

sparato contro il popolo, fu trucidato a furia: ai vescovi era colpa il

carteggiare con Gaeta, quasi là non fosse il loro capo spirituale: un

Zambianchi forlivese arrestò nelle provincie quei che credeva avversi alla

Repubblica, e chiusili nelle catacombe di San Calisto, ivi li processava e

uccideva compendiosamente, finchè i triumviri mandarono a sospendere quel

macello, e liberarne dodici frati e preti. Se gli uccisi fossero centinaia

o soli sette è varia fama; ma basta pel vituperio suo, e di chi non sapea

che «offrirlo all’esecrazione della patria».

Senza esercito regolare nè sperimentati capitani nè buoni artiglieri, eroi

improvvisati fecero costar caro l’acquisto della città eterna: fu ammirato

uno stuolo di giovani lombardi, che, sebbene alieni dal dogma di Mazzini,

pure credettero dell’onor nazionale il combattere e morire; e vi perirono

Luciano Manara che li capitanava, il poeta Mameli genovese, il vicentino

Zampieri, i milanesi Emilio Morosini, Enrico Dandolo, il cui fratello

narrò le loro imprese con quella calma affettuosa che persuade e guadagna

gli spiriti.

Mentre questi faticavano, combattevano, morivano, i triumviri e

l’assemblea, per far anch’essi qualche cosa, peroravano, decretavano,

riformavano, faceano provvedimenti, che atteggiavansi da eroici anche

quando insinuati da paura o adulazione della plebe tumultuante; come di

dispensare i giovani da esami e studj per ottenere i gradi accademici, di

spartire fra’ poveri tutti i beni ecclesiastici, di attenuare il prezzo

del sale, di ricoverare la plebe ne’ conventi, restringendo in modeste

abitazioni i frati e le monache, le cui masserizie erano date agli asili

dell’infanzia; e al popolo dicevano: — Perseverate, voi difendete in

Roma l’Italia e la causa repubblicana del mondo». Fra ciò anatemizzavano

il papa, la Francia, i traditori, e proseguivano «con calma e dignità

maravigliosa l’opera legislativa» (LA FARINA), come Dio sul Sinai dava la

legge tra il fragore delle procelle.

Oudinot, compiti i preparativi dell’assedio (13 giugno), invita ad

accettare l’amicizia di Francia; ed ha per risposta «preferirsi la morte

all’oppressione». Allora comincia il fuoco, e palle e bombe colpiscono i

monumenti sacri all’arte ed alla religione, invano reclamando i consoli

esteri, invano esclamando il Governo, — I giovani uffiziali, i nostri

improvvisati militi, i nostri uomini del popolo cadono sotto il vostro

fuoco gridando, _Viva la Repubblica!_ I prodi di Francia cadono sotto il

nostro, senza grido, quasi disonorati; non uno che, morendo, non dica ciò

che uno de’ vostri disertori ci diceva quest’oggi: _Proviamo in noi stessi

qualche cosa, come se combattessimo contro fratelli_».

Infervorata l’oppugnazione, la mura fu superata; eppure si continuò a

combattere, pronunziando, «Roma rovini piuttosto, ma si difenda in Roma

la dignità della stirpe italiana»[124]; poi fu dato l’assalto generale

dopo trenta giorni d’assedio, ove i Francesi perdettero mille uomini

(30 giugno), fra cui cinquantasei uffiziali, e forse il triplo noi.

Il Triumvirato rassegnava i poteri all’assemblea: questa dichiarava

cessare da una difesa divenuta impossibile, ma si radunò in Campidoglio a

proclamare la allora compita Costituzione, ad ogni articolo urlando «Viva

la Repubblica», intanto che i Francesi entravano (3 luglio), ricevuti

dalle grida di «Morte a Pio IX! via gli stranieri! morte al _cardinale_

Oudinot!» Perocchè quel che cogli Austriaci non osavasi, qui si continuò,

di far proteste e dimostrazioni e sciorinare bandiere: un prete che

applause, fu lì lì ucciso e sventrato.

Alfine vi è stabilito il governo militare e il disarmo di tutti, giacchè

non finivasi di assassinare Francesi; insieme _Tedeum_, e panegirici a

Oudinot «stromento della Provvidenza, che avea compito un’opera sociale

e religiosa, liberalo Roma dalla tirannide straniera»[125]; e il titolo

di cittadino romano per parte del Municipio, e una spada per parte degli

amici dell’ordine, e il gran cordone dell’ordine Piano per parte del

papa immortalarono il capitano, che le bandiere repubblicane sospese in

Nostra Donna di Parigi. Colà l’Assemblea nazionale votava ringraziamenti

all’esercito e ai capi di esso, che hanno saputo sì bene conciliare i

doveri della guerra col rispetto dovuto alla capitale del mondo cristiano:

e Luigi Buonaparte, inviando ricompense a Oudinot, l’incaricava di

esprimere alle truppe com’egli «n’avesse ammirato la perseveranza e il

coraggio nel conservare il prestigio della bandiera francese»: il ministro

della guerra assicurava quei soldati che «i loro compagni rimasti in

Francia invidiavano il posto d’onore che ad essi era toccato in sorte».

I triumviri ritesserono il viaggio dell’esiglio e le lunghe trame: i conti

della finanza trovaronsi limpidi; nelle casse cinquecennovantasettemila

scudi; la carta rilasciata dal Governo repubblicano non sommava neppure

alla metà di quella decretatagli. Anche gli altri capi passarono in

Isvizzera, in Francia, in Inghilterra; Canino da principe romano ben

presto mutavasi in principe imperiale: Garibaldi invitava a seguirlo chi

fosse disposto a fame, stenti, battaglie per trasportare la guerra nella

campagna; e formato un grosso corpo, tentò aprirsi la via per l’Appennino

sino a Venezia; ma rincacciato in Toscana dagli Austriaci, sgomentava sin

quei che l’amavano con quella banda d’ogni gente, età e figure, lacera,

lorda, a colori e foggie strane, carichi d’armi, di pennacchi, di barbe;

scioltala poi e travestitosi, fu assai s’egli riuscì a camparsi alla

riviera genovese. De’ suoi, molti furono presi, com’anche il padre Bassi,

che a Bologna fu passato per le armi, dicesi con segni di gran pentimento:

e pare in quella ritirata perisse anche Ciciruacchio. Molti de’ congedati

piantarono una colonia a Bahía Bianca fra i Patagoni, con una Roma e il

Tevere e il Pincio e l’Aventino, e non senza i delitti della nascente

Roma, perocchè assassinarono fin il loro capo Salvino Olivieri.

Tu sola ormai, povera Venezia, tu sola reggevi; eppure, come all’altra

tua caduta, t’insultarono, non già i nemici che appresero a rispettarti,

ma i sedicenti amici d’Italia, perchè portasti il nome di repubblica

senza contaminarlo, perchè meno di tutte le altre insorte avesti delitti

e disordini: chi altro non potea rinfacciarti, t’apponeva d’esserti

mostrata veneziana più che italiana, municipale più che nazionale. Ma in

tempo di rivoluzione chi si cura d’appurare la verità? chi ancor meno di

sostenerla?

L’armistizio di Milano non faceva cenno di Venezia se non come di città

appartenuta all’Austria; dimenticando che s’era redenta con regolare

convenzione, poi liberamente fusa col Piemonte. Per questo abbandono

proruppe il malcontento, e dichiarando rotto ogni legame colla Sardegna,

un’altra volta Venezia si trovò libera di sè, e un’altra volta (20 agosto)

scelse il Governo a repubblica; e Manin, assumendo i pieni poteri col

colonnello Cavedalis e l’ammiraglio Graziani, proferiva non doversi avere

alcun colore politico, ma occuparsi solo della quiete interna e della

difesa esterna. Era dunque un Governo di mera conservazione; e Manin

(21 agosto), in una memoria a Palmerston, capolavoro di limpida, calma e

piena esposizione, annoverava il diritto storico di Venezia alla propria

indipendenza, e come l’avesse acquistata nel marzo: «non avendo tradizioni

monarchiche, non aristocrazia ricca, istrutta e possente, proclamò

la repubblica democratica, cioè quel governo che legalmente esisteva

quando l’iniquo trattato di Campoformio costituiva di fatto l’austriaca

dominazione. Ma Venezia intendeva operare, non secondo interessi e

ambizioni municipali, bensì per l’interesse comune di tutta Italia; perciò

ripetutamente dichiarava che il reggimento da lei proclamato era affatto

provvisorio, e che, finita la guerra d’indipendenza, i rappresentanti

di tutte le popolazioni italiane avrebbero deciso sul compartimento

territoriale e le forme governative, secondo che dal comune italiano

interesse fosse richiesto».

Ma oggimai il punto non stava nel liberare l’Italia, bensì nel tenersi

a galla tra il naufragio universale, e forse aver buoni patti nelle

conferenze di Brusselle. Bastide, il più liberale fra i ministri della

Repubblica francese, avea preso appiglio dall’_Italia farà da sè_, per

non soccorrerla, dicendo che, se fossero stati richiesti in tempo, i

Francesi sarebbero accorsi, mentre non se n’era mostrato che paura[126].

Venezia invece era incolpata dagli Italianissimi d’avere fin dall’origine

sperato nella Francia; ora essa Repubblica ricorreva ad una Repubblica; il

Governo di Francia, sollecitato da Tommaseo e Mengaldo, vedea volentieri

un’occasione di far contrappeso al funesto armistizio, e di mostrare che

non era finito tutto, serbando così titolo d’interporsi[127]. Ma essendosi

intanto suggerita la mediazione pacifica, si richiamarono i tremila

uomini, de’ quali erasi ordinato l’imbarco.

Il barone Wessenberg (6 7bre) al signor La Tour incaricato degli affari

di Francia, mostrava il diritto che, malgrado l’armistizio, all’Austria

competeva di sottomettere Venezia: pure prometteva che, se questa e

qualunque altra parte del Veneto non ancor occupata ritornassero al

dominio austriaco, avrebbero intera amnistia, e le istituzioni liberali,

fondate e calcolate sulla nazionalità, che l’imperatore si obbligò di

dare alle provincie lombardo-venete. E il 10 settembre insistendo presso

il visconte di Ponsonby, ambasciadore inglese, perchè il Governo sardo

cominciasse le trattative di pace, soggiunse: — L’Austria, limitando

le proprie esigenze allo stretto diritto, allo stato di possesso

garantitole dai trattati, e obbligandosi di dare alle sue provincie

italiane le istituzioni più liberali, fondate sulla nazionalità della loro

popolazione, offerse tutte le agevolezze che se le poteano chiedere per

giungere alla pacificazione».

A Venezia trovavano bel campo quelli che voleano fare l’eroe con poco

rischio, sebbene i veri prodi sapessero cogliere occasioni di mostrare

valore nelle sortite. Mentre questi mostravansi disposti a sostenere il

giuramento di perire abbracciati all’ultimo cannone che sparasse contro lo

stendardo giallo e nero, si arrabattavano gl’irrequieti e gli appaltoni di

tumulti e dimostrazioni; moltiplicavano feste per tutte le vittorie che si

sapeano o fingeano, feste per dedicare i vecchi caffè al nome del padre

Bassi, del padre Gavazzi, dell’avvocato Zannini, feste pel vicino arrivo

di centomila Ungheresi, che, sparpagliato l’esercito austriaco, accorreano

a liberare l’Italia. Alcuni de’ più fervorosi, come i poeti Revere e

Dall’Ongaro veneti, Maestri lombardo, Mordini toscano, clamorosamente

insistevano perchè il Governo s’intitolasse lombardo-veneto; Correnti

predicava il Piemonte. Proclamatasi la Costituente italiana, davasi

aggravio al Manin di non secondarla, di comprimere, anzichè eccitare gli

spiriti: cartelli sediziosi e giornali virulenti l’attaccavano: stanco

de’ quali, il popolo gridava viva a Manin, e morte al Sirtori, animoso

lombardo, che credeasi consigliatore di estremi: i caffè denunziavano come

spie gli scalmanati; certo rendeano impossibile il governare, finchè Manin

osò quel che nessun altro, mandarli via, e subirsi le taccie di tiranno,

d’inquisitore di Stato.

All’annunzio che il Piemonte tirava di bel nuovo la spada, Manin

rispose lietamente, cercando accorressero al campo quei che inutilmente

sbraveggiavano per piazza; Pepe proponeva che l’esercito sardo si

dividesse in due, e mentre l’uno proteggeva da Alessandria i confini,

l’altro volgesse a Padova, e si congiungesse col veneto, ch’egli in fatto

dispose per raggiungerli a Rovigo, e prendere gli Austriaci di fianco:

ma si seppe all’istante medesimo la mossa e la rotta. Haynau, grondante

del sangue di Brescia, corse a intimare a Venezia che omai cessasse da

un’inutile resistenza, quando ogni speranza era caduta; ma l’Assemblea

decretò (2 aprile): — Venezia resisterà ad ogni costo. Manin è investito

di poteri illimitati». Il decreto fu impresso in medaglie; e di fatto

la Donna adriaca mostrò l’eroismo degli ultimi giorni, come Milano avea

mostrato quello dei primi. Radetzky, vincitore del Piemonte, venne a posta

a Mestre «per esortarvi un’ultima volta, coll’olivo in una mano se date

ascolto alla voce della ragione, colla spada nell’altra per infliggervi

la guerra sino allo sterminio se persistete nella ribellione»: ma il

presidente non potè che notificargli il decreto dell’Assemblea.

Perchè non fossero sole parole, bisognò pensare seriamente alla difesa.

In ottocentomila lire consistea tutta la ricchezza della Repubblica

quando fu proclamata, nè proventi offriva una città senza territorio,

senza commercio: eppure tre milioni al mese voleansi per le spese. Si

chiesero gli ori, e volenterosi li diedero i signori: nè fu mestieri di

provvedimenti, quali fece la grassa Lombardia, di sospendere i pagamenti

del Monte e toccare il deposito dei pupilli; si aperse un prestito di

dieci milioni con ipoteca sui palazzi pubblici; ma sebbene per le terre

italiche si facesse un gran parlarne in prosa e in versi[128], e un gran

sottoscrivere centinaja di migliaja di lire, appena mezzo milione vi

arrivò: stabilita una banca, che emise biglietti di corso forzato; il

Comune venne a sussidio o garanzia, mentre i privati offrivano cambiali,

letti, vesti, biancherie; dipoi il Piemonte vi decretò seicentomila lire

al mese, ma presto dovettero cessare.

Europa ammirava quella magnanima, pure non la soccorreva. Le difese di

Venezia abbracciano da settanta miglia, divise in tre circondarj: il primo

dalla città va a Fusina, poi per Malghera giunge alle Porte grandi del

Sile, girasi a Treporti, finisce a Sant’Erasmo, con diciannove forti sopra

quarantadue miglia: il secondo è la linea di Lido, dalla punta San Nicola

a Malamocco, Alberoni e fin all’estremità de’ Murazzi di Palestrina, per

venti miglia con tredici forti: il terzo abbraccia Chioggia e Brondolo

sin alla foce della Brenta con sei porti. È dunque tenuta inespugnabile

da chi non sia provveduto di buona flotta: il ponte meraviglioso, che

con ducenventidue archi unisce Venezia al continente, opera appena finita

l’anno avanti, fu rotto e fortificato[129]: i pozzi artesiani di recente

trivellati, supplirono al difetto d’acqua.

Trentamila Tedeschi, liberi omai da ogn’altro nemico, circondavano la

laguna col generale Haynau e con tremendo materiale d’assedio, mentre la

flotta austriaca si affacciava ai Murazzi. Il genio, l’artiglieria, gli

zappatori austriaci ebbero a sostenere sforzi portentosi onde macchinare

via via i mezzi di attacco: intanto che gli eroi improvvisati di Venezia

profittavano della docilità della popolazione e della conoscenza dei

luoghi per respingerli; e se la flottiglia avesse ella pure messo

altrettanto d’ardore e di costanza, forse non bastavano i tesori e le

ventimila vite che l’Austria dovette scialacquare per recuperare Venezia,

a più caro prezzo che non le fossero costate le due campagne di Piemonte.

Il forte di Malghera, difeso con perseveranza eroica, fu forza

abbandonarlo (27 maggio): e rotte le trattative, e dissipata ogni speranza

su forestieri, pure si volle resistere, sovrapponendo alla guerra il

generale Ulloa napoletano, il Sirtori milanese, il veneto Baldisserotto.

La nuova dittatura pareva elidere la prisca, ma l’amor patrio evitava

gli urti, e Manin seppe imbrigliare gli scalmanati, affrontava non solo

le bajonette, ma che, più costa, le ingiurie e i vituperj de’ falsi

patrioti: egli solo fra i governanti dell’Italia conservossi non soltanto,

ma ricuperò la devozione del popolo; i barcajuoli gettavano i berretti

e se medesimi sotto a’ suoi passi quando andava all’arsenale; e mentre

tutt’altrove il potere sbolzonavasi da una mano all’altra, egli il tenne

fino all’estremo.

Il ministro De Bruck, notissimo ai Veneziani perchè anima e testa della

società triestina del Lloyd, venne a trattare[130]: e i nunzj di Venezia

vollero conoscere la costituzione che l’imperatore d’Austria prometteva

ai Lombardo-Veneti; e la dispettarono, perchè le cariche amministrative

non erano tutte serbate a Italiani: perchè i diritti fondamentali

poteano essere aboliti in tempo di guerra o sommossa; perchè la parte più

importante della legislazione veniva riservata al Parlamento viennese,

anzichè all’Italico; perchè non creavansi eserciti nè flotta italiani, nè

si stabiliva rimarrebbero in paese.

Così Venezia, incolpata allora e poi di municipalismo, fu la sola che,

quantunque abbandonata dalla flotta sarda e dai sussidj fraterni, e

bloccata sempre più strettamente, in quegli estremi trovasse coraggio per

discutere sulle franchigie, promesse al regno lombardo-veneto.

Ma il tempo dei patti era passato; e compresse tutte le rivolte e tutte

le speranze, Radetzky intimava d’arrendersi a discrezione. Al 28 luglio

arrivarono le palle fin presso la piazza, lanciate dalla distanza, fin

allora insuperabile, di cinquemila ducento metri. Dal quartiere di là da

Rialto si stivò allora la gente in quel di Castello, serenando sotto le

procuratie, e principalmente ne’ giardini pubblici; la fame s’incrudiva,

dovendo misurarsi a miccino un miserabile e schifoso alimento: poi più non

restava un tozzo di pane, non un sacco di farina, e il mare era chiuso.

Gli animi conservavansi tranquilli e fin sereni: ma nei corpi illanguiditi

imperversò il cholera, che straziava i feriti nello spedale e la plebe

accumulata, e in un mese seimila seicentrentaquattro persone colpì,

n’uccise tremila ottocentrentanove. Di fuori giungevano notizie sempre più

sconsolanti; caduta la Sicilia, caduta Roma, agonizzante la repubblica

francese negli abbracci napoleonici: erasi sperato nell’Ungheria,

poi, mentre s’aspettavano gli eserciti promessi da Behm e Kossuth, si

seppe anche quella rivoluzione soccombuta alla fortuna dell’Austria e,

solita canzone, ai tradimenti. Non era più costanza ma ostinazione il

resistere, e l’Assemblea decretò si trattasse col nemico (22 agosto).

Radetzky consentiva piena amnistia, solo obbligando alcuni a partire;

si conserverebbe valore alla carta moneta comunale, spegnendola a carico

della città stessa[131]; nessuna multa di guerra.

I disfrenati che suscitavano tumulti quand’era bisogno di ordine e calma,

cercarono insozzare quell’agonia col volgere l’ira del popolo e fin i

cannoni contro Manin, gridato traditore; ma egli potè ancor una volta,

mediante il popolo, imporre alla ciurma battagliera e scrivacchiante; e

arringato dal solito balcone del palazzo ducale verso Piazzetta, scende

colla spada in pugno, e dissipa i tumultuanti; essi rannodansi a Santa

Lucia, ed egli con pochi gendarmi e Svizzeri, di cui erasi fatta una

guardia, va a disperderli senza sangue. Allora, rassegnati i poteri,

avviossi all’esiglio, dopo perduta una ricchissima clientela e i pochi

averi suoi: ventimila lire gli furono decretate dal municipio, in

benemerenza della mantenuta quiete; or vive di fare scuola, e gli eroi

gli ammanniscono il pane dell’insulto.

Il 28 agosto l’aquila bicipite sventolava ancora dai pili di San Marco.

Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15) · 第 8 / 16 题