CAPITOLO CXCII.

Guerra santa. Conquassi.

La vittoria era assai meno facile che il trionfo. Sulle orme del nemico

fuggente si cacciarono alquanti, di coraggio risoluto e intelligente;

e deh come pareano belli que’ giovani, che alfine avevano qualcosa da

fare! come ne’ loro atti sfavillava eroico, incitato, romanzesco il

sentimento! Altrettanto deforme e scomposto era l’esercito austriaco;

lacero, tutto mota e sangue, famelico, con impotente anelito di vendetta,

e temendo da ogni siepe un assalto, sotto ogni ponte una mina, in ogni

villaggio barricate e tegoli; che se davanti a quello, scompigliato da

tante diserzioni, dall’insolita guerra delle vie, dalla privazione di

riposo, dall’incertezza degli avvenimenti viennesi, si fossero abbattute

le piante, recise le vie, diffuse acque, lanciata la morte, qual ritornava

di là dai monti? Ma Radetzky ebbe ad avvedersi ben presto che il popolo

non prendeva parte a quell’insurrezione; i campagnuoli non secondarono

l’impulso delle città, nè la bassa rispose alla risolutezza dell’alta

Lombardia; sicchè egli, neppure mai attaccato, potè giungere al Mincio,

e dentro al formidabile quadro, formato dai monti, dal mare, dall’Adige

colle fortezze di Verona e Legnago, dal Mincio con quelle di Peschiera

e Mantova, rincorare le truppe, attenderne di nuove, e coi migliori

uffiziali allestire la difesa e la riscossa.

Nè alla Potenza austriaca restava allora altro appoggio che quell’esercito

e quel capitano, il quale non lasciò di tenersi per guardie i granatieri

italiani; mancante del denaro fin per vivere due giorni, pure affacciavasi

al balcone a ricevere anch’egli applausi dal vulgo, cui buttava il poco

resto de’ suoi quattrini.

L’esercito piemontese si trovò scarso oltre ogni aspettazione e

impreparato: i generali confessavano la propria inettitudine, e

consigliavano a cercare un maresciallo ai Francesi[67]; ma questi erano

sospetti a Carlalberto. Cuore intrepido con incerto consiglio, mancante

di quell’attitudine impassibile del comando, che impone alle fantasie

popolari e affascina le volontà col supporre nel comandante una profonda

persuasione; perchè era spada d’Italia egli credette essere la mano che

bastasse a maneggiarla, e ripetè l’ambiziosa parola _Italia farà da sè_,

la quale[68], d’effetto drammatico in bocca di letterati e di preti,

acquistava tremenda importanza ripetuta da un re che montava a cavallo

per darvi realtà.

L’esercito arrivò tardi (29 marzo), ed anzichè precipitarsi su Mantova,

mal presidiata, e con cittadini disposti alla rivolta, entrò per Milano

e Pavia, e a marcie regolari spintosi al Mincio, valore mostrò (8 e

9 aprile) ai ponti di Goito, Valleggio, Monzambano. Passato il fiume,

coll’inutile assedio di Peschiera s’intepidì l’entusiasmo, aspettando il

parco che arrivò solo il 15 maggio: e lungo l’Adige distesa una linea

di trentasei miglia, cominciossi una guerra di posizioni. Ben presto

sessantamila uomini si trovò Carlalberto. Vi si aggiunsero cinquemila

Toscani fra volontarj e di ordinanza; diciassettemila Romani avvicinavansi

al Po; e quattordicimila Napoletani, oltre innumerevoli volontarj; tremila

Parmigiani e Modenesi stavano sul Mincio; cinquemila Lombardi verso il

Tirolo; bande di Veneti alle alpi Carniche.

Anfossi, Longhena, Griffini, Manara, Arcioni, Simonetta, Sorresi,

Bonfanti, Tololti, Sedabondi, Torres.... capitanavano bande; bande di

volontarj polacchi ci erano menate dal gran poeta e mistico Mickiewitz;

napoletani dalla principessa Belgiojoso, siciliani da La Masa, altri dal

belgio Thamberg, altri ancora dall’attore Modena, la cui moglie ne portava

la bandiera, e di più serj dal famoso Garibaldi; nè mancavano preti, e

l’eloquente Bassi barnabita, che nel 1836 avea tanto giovato a Palermo

durante il cholera, e il padre Gavazzi parevano santificare la causa e

meritarle il nome di crociata; i seminaristi medesimi si organizzarono

per le armi: nobili impeti, a cui mancavano la disciplina e l’unione, che

sole possono dare la vittoria.

Ma improvvida fiducia in noi e improvvido disprezzo pel nemico fecero

che, quando ognuno avrebbe dovuto offrire sin l’ultimo soldo e l’ultima

stilla di sangue pel riscatto nazionale, si stiticasse sui sacrifizj, e

si dissentisse sui mezzi. Come i Lombardi eransi lusingati di vincere

democraticamente in tempo che ogni forza sta concentrata ne’ Governi,

così i Piemontesi opponevano battaglia di fronte a un esercito di

mirabile disciplina ed esperienza; mentre alla vittoria, unico scopo,

sarebbe dovuto dirigersi l’impeto nazionale, non si seppe o non si volle

effettuare la leva a stormo; si tennero in lieve conto i volontarj che,

con ottima sentita, si portarono a difesa dei varchi alpini, benchè si

vedesse il nemico avvantaggiarsi dei subitarj, corsi ad ajutarlo dalle

scuole austriache o dalle fucine stiriane. Da cinquantamila uomini che

si trovavano in Lombardia fra i ventotto e i trentott’anni, che aveano

militato; e non furono richiamati istantanemente sotto le armi: seimila

trecento ch’erano disertati dagli Austriaci, furono rejetti dall’onor

militare, e coperti di quel sospetto che invita a tradire: invece di

innestare subito i coscritti nell’esercito piemontese, con camerati

esperti, sotto vecchi uffiziali, si volle formare un esercito lombardo,

sciupando denaro e tempo, crescendo gli scioperi e quindi gl’intriganti,

e non recando ajuto alla gran causa. Giovani baliosi non aveano vergogna

di rimanersi a casa a pompeggiare nella guardia nazionale e nelle parate,

e poeteggiare sui giornali e nelle canzoni quel coraggio che è si facile

allorchè l’occasione è lontana.

In quelle ore procellose dove sono gli avvenimenti che impongono i

dittatori, d’ogni città presero il governo le persone che si trovarono

o che vollero mettersi in una posizione di molti pericoli e di nessun

vantaggio, e ripagata coll’impopolarità. Per accentrare la resistenza e

i comandi, il Governo provvisorio di Milano faticò a vincere le gelosie,

che sono brina ad ogni fiorire di speranze italiche, e fare che ciascuna

provincia gli mandasse un deputato. Vennero scelti non coloro che aveano

tramato o intrigato, forse neppure sperato; alcuni anzi già bersaglio

della stampa demagogica[69]: sì poco era figlia di congiure quella

sollevazione, che traeva nobiltà e forza dall’intento comune e semplice

di rivendicare la nazionalità.

Ogni Governo rivoluzionario si trova debole a fronte dei compagni

di rivolta, ed esposto ai mille rischi della inesperienza, della

precipitazione, del disordine. Il nostro poi, vacillante per inesperienza

e incoerente per gli antecedenti, neppure cercossi la sanzione popolare,

tanto facile in paese sistemato a municipj. Nei momenti sublimi in cui

l’ispirazione viene dalle moltitudini, essa irradia taluni che, cessato

quel lampo, devono ricadere nelle tenebre: e caratteri medj, i quali usano

riguardo a tutti, carezzano il bene come il male politico, potrebbero mai

condurre una rivoluzione, che vive di moto, d’azione, d’audacia? Alla

nostra, mentre era nel primo lancio, imposero la formola delle società

in riposo, conservare l’ordine; nè tampoco si seppe governare una gente,

così facile a governare perchè così facile a illudere; quando tutto era

straordinario, operavasi come in occorrenze consuete.

I prestiti volontarj sono uno spediente che piace a leggersi ne’ vecchi

repubblicani; si piange d’una fanciulla che offre l’anello di fidanzata,

d’una vecchia che dona la tabacchiera d’argento, d’un prete che levasi le

fibbie; ma che profittano ora che le forze e il denaro sono concentrati

nei Governi. Si abolivano la gabella del sale e il testatico, mentre

col sospendere i pagamenti del Monte sconcertavansi tante famiglie; si

chiedeano le argenterie domestiche e gli spogli delle chiese, mentre

tesori poteano cavarsi annunziando la suprema necessità del vincere.

Pronte nubi offuscarono quel rosato, di cui si colora l’alba d’ogni

rivoluzione. I sistemi corruttori pregiudicano l’avvenire col far che, al

punto di cambiarli, non si trovino persone capaci a rappresentare la nuova

età; e che i vulghi, lusingati di alleviamenti e beatitudini, ricusino

gli stenti con cui bisogna conquistarli, e lo spostamento degl’interessi e

delle abitudini. In società educate così, le qualità negative prevalgono,

e guaj a chi trascende una mediocrità, palliata col nome d’eguaglianza!

nome illustre, operosità, esaltazione di nobili sentimenti, influenza

riconosciuta divengono pericolosi e denigrati. Se non bastava dunque il

trovarci inesperti degli affari, delle armi, della vita politica; se non

bastava che Tommaseo e Cattaneo, Gioberti e Rosmini, Cibrario e Brofferio,

Carlalberto e Berchet si fossero palleggiati insulti, che poteano mettere

in disparte ma non disfare, i generosi restavano elisi dal dispetto

proprio o dal sospetto altrui, all’istante che più n’era bisogno.

Gente irritabilissima gli scrittori! E alcuni di essi, che sulle

prime esageravano l’eroismo per incitarlo, ripigliarono presto il riso

sardonico; altri, che avevano aspirato ad essere primi, non soffersero di

rimanere secondi, e sbracciavansi a rivelare gli errori di chi non faceva

come loro, e autorizzavano le ire delle fazioni, che sempre gridansi

tradite da chi non le serve come esse vogliono. Mentre il riuscire a cose

straordinarie allucina in modo da far credere tutto possibile, i tentativi

arrischiati cacciano indietro molti spiriti sbigottiti, compromettono ciò

che esagerano, ruinando ciò che trascendono. Fra coloro dunque che, per

moda o per primeggiare, aveano invocato la tempesta, molti sgomentaronsi

al vederla scatenata; e dagli inconditi sussulti di Francia presagendo

qui pure la ghigliottina o il comunismo, corazzavansi contro coloro che

pur seguitavano a chiamare fratelli.

Mentre tutti credeansi valevoli a proporre, nessuno volea la

responsabilità del risolvere; il popolo male obbediva a governanti,

dipintigli come spregevoli; e fra le canzoni e la proclamata fraternità

nessuno avea fiducia in nessuno. Finchè trattavasi di bruciare in effigie

Guizot o Metternich, e di mettere in caricatura Radetzky, molti faceano

l’eroe; quando si trattasse di fatti, l’inerzia, che prima si crogiolava

nell’impossibilità di affrontare il nemico, dappoi coglieva pretesto

dalla facilità della vittoria, tutto asserendo finito colla cacciata de’

Tedeschi.

Ai nuovi reggitori accalcavansi i servidori degli antichi, che cogli

antichi non volendo cadere, chiedeano compensi di persecuzioni non

sofferte; improvvisati statisti offrivano consigli; speculavasi sulle

armi, sugli impieghi, sulla pubblicità, sulla fame; dilettanti del

mestiere di delatore e di carceriero continuavano a vedere cospirazioni

e delitti, e mentre sovrastava un esercito minaccioso, eccitavano

schiamazzanti paure contro spie che non si trovavano, contro contadini che

voleano soltanto far chiasso come i cittadini. Vaglia il vero, di que’

tumulti licenziosi che altrove metteano sdegno o terrore, danneggiando

le persone e gli averi, qui non fu ombra; ma le dimostrazioni clamorose

attestavano che freno d’autorità non v’avea, e i reggitori erano

impotenti.

Di fuori ci vennero anche ibridi innesti, e in paese ove il clero sempre

era comparso nelle prime file, si urlò contro gli ecclesiastici; in paese

che da ottant’anni non conosceva dell’aristocrazia se non la casualità

dei natali, si seminò odio ai nobili, anche in ciò snervando col dividere.

Quindi oberate le finanze nella pinguissima Lombardia, e sospesi

i pagamenti del Monte; inettissimamente provveduto alla guerra; e

nell’inazione si cominciò a disputare del come si governerebbe la nazione,

prima d’essere certi che nazione saremmo. La repubblicana parea forma

consentanea a paese ribattezzatosi col proprio sangue, dove nè dinastie

da rispettare, nè aulica nobiltà da gonfiare; ciascuno avea contribuito

alla redenzione, ciascuno conserverebbe la massima porzione di sovranità.

I bei ricordi della Lombardia non erano repubblicani? ed ora questa

forma dalla Francia iniziatrice non sarà diffusa a tutto il mondo? non ci

procaccerebbe volonterosi ajuti da quella sorella? non allontanerebbe le

gelosie degli antichi e le ambizioni dei principi nuovi? D’altra parte,

gli avversarj più risoluti di essa aveano predicato che da Repubblica a

Governo costituzionale poca o niuna differenza intercede[70].

Pure, nel supremo intento della liberazione, la Giovane Italia si era

obbligata, già prima dell’insurrezione, a velare il suo vessillo, chè

non turbasse i principi rigeneratori. Se Carlalberto al primo entrare

in Lombardia avesse assunto poteri dittatorj, e concentrate tutte le

forze allo scopo unico, chi avrebbe mosso lamento? Ma ed egli e il

Governo provvisorio iteratamente aveano promesso, della forma di governo

non si ragionerebbe che a causa vinta, quando liberi tutti, tutti

deciderebbero. Or eccoli invece sollecitare il paese a dichiararsi; e

nonchè gl’intraprenditori di dimostrazioni e di mozioni, il filosofo nel

cui nome si era iniziato il movimento, uscì dai dignitosi suoi studj per

vagare apostolando la fusione col Piemonte[71]; con ciò determinando un

altro, in cui si personificavano le spasmodiche speranze di diciott’anni,

a contrapporvi il grido di repubblica.

Allora il paese restò scisso, e il dissenso offrì pretesti alle

debolezze, alle avarizie, ai calcoli personali. I disordini della

Francia svogliavano già molti dalla repubblica, perchè considerata

come fine, mentre non è che mezzo alla libertà. Di coloro stessi che la

vagheggiano come la pacificazione dell’avvenire, alcuni trovavano che

il paese nostro non fosse abituato alla legale subordinazione, ch’è la

prima virtù repubblicana, e bisognasse arrivarvi traverso alle alchimie

costituzionali. D’altra parte, un sovrano, irradiato dall’aureola della

libertà, e campeggiante per la causa comune, un Governo già stabilito il

quale non avrebbe che ad estendersi, l’eroismo dei Piemontesi pugnanti

pel nostro riscatto, la potenza che alla guerra verrebbe dall’unità

del comando, inducevano a sovrapporre una corona al simbolo nazionale.

Per queste ragioni, da non confondere colle servilità dei fiacchi che

s’allietano qualora il caso loro manda un padrone, e degl’intriganti che,

avendo l’accorgimento di voltarsi un quarto d’ora prima della fortuna,

s’erano già ingrazianiti i cortigiani di Carlalberto, anche persone

lealissime, anche tali che aveano imprecato al disertore del 1821,

come Berchet, immolarono i rancori alla speranza ch’egli compirebbe la

redenzione, e avvierebbe l’unità del paese.

Gli adulatori, che furono i peggiori nemici suoi, svilivano il re

magnanimo fino a supporre che subordinasse la nazionale alla quistione

dinastica, e trovasse convenevole ad una gran nazione il disporre di se

stessa in modo intempestivo e tumultuario; i dissolventi tacciavansi di

venduti all’Austria, fossero pure di quelli che più aveano contribuito a

cacciarla; e posta come alternativa «Carlalberto o l’Austria», proruppero

le stomachevoli prepotenze dei deboli.

Chè l’impulso venne dal basso. Il popolo di Modena, ripudiando la reggenza

lasciata dal duca, avea creato un Governo provvisorio, preseduto da

Malmusi: ma Reggio protestando ne formò uno a parte, e più d’un mese

ebbe a contendersi prima d’unirli. Invece Parma stette contenta ai conti

Luigi Sanvitale, Ferdinando Castagnoli, Girolamo Cantelli, e all’avvocato

Ferdinando Maestri, designati dal duca stesso, e che formaronsi in

Governo provvisorio, aggiunti il professore Pellegrini, Giuseppe Bandini

e monsignor Carletti: ma i Piacentini esclamando contro il principe

spergiuro, costituirono (1848 8 maggio) una reggenza separata, alla quale

veniva l’avvocato Gioja; poi ben presto aperti registri, la fusione del

ducato col Piemonte fu voluta senza restrizioni, com’era ad aspettarsi

in paese piccolo e sconnesso. Brescia, col dichiarare proprietà della

nazione bresciana i beni de’ Gesuiti, costrinse il Governo provvisorio a

quelle persecuzioni di frati, da cui aborriva per indole, per politica,

per rispetto a sè e alla libertà: dappoi la classe bassa e fiera cominciò

a gridarvi la fusione col Piemonte. Bergamo assecondava; altre città

minacciavano se indugiasse l’unione, la farebbero da sè; fin l’esercito

divenne deliberante, e la legione Griffini mandò la sua adesione. Balbo,

da che scese di carrozza a Milano fin quando vi rimontò, non sapea

ripetere se non «Fondersi, e subito, subito»: Gioberti, ricevendovi

le solite ovazioni, cercò far gridare a voce di popolo la fusione,

promettendo Milano capitale dell’alta Italia[72].

Il Governo provvisorio chiamò dunque alla votazione, confessando che,

«mentre avea proclamata la neutralità per poter essere un Governo

unicamente guerriero ed amministratore, si trovava trascinato in mezzo

alle distrazioni d’incessanti dispute politiche, e costretto a difendersi

ogni giorno dall’insistenza delle più divergenti opinioni».

Chi non può sottrarsi da condizioni repugnanti alla coscienza, abdica il

potere. Essi invece aprirono registri in tutte le parrocchie, chiamando

il popolo a votare su punti dove non era competente; e come avviene

immancabilmente, a grande maggiorità fu chiesta l’immediata fusione della

Lombardia col Piemonte.

Il Piemonte nella dinastia di Savoja vede da un pezzo la gloria e la

potenza, come l’interesse proprio; pure anche colà si cozzavano fazioni.

La Savoja avea respinto una banda d’operaj, venuti di Francia proclamando

la repubblica; ma dall’italianità non era infervorata agli aggravj

impostile dalla guerra, sebbene li portasse con serena intrepidezza.

Genova mirava altrove che il Ministero, e a surrogare il berretto alla

corona, appena questa non paresse più necessaria alla causa nazionale.

La coccarda tricolore, come fregiava il patrioto, così mascherava il

brigante, che gettava nel fango il potere onde raccorne qualche brano; il

sofisto, che preponeva la forma al fondo, l’espressione alla dottrina;

l’intollerante, che la libera discussione strozzava cogl’insulti; il

declamatore, amico e nemico prestabilito di qualunque siasi risoluzione;

il pauroso che, portando al bottone Pio IX e tamburando Italia, non

mirava che a sguizzare dal pericolo coll’adulare coloro che lo aveano

cagionato. Ma da una parte quei che sempre eransi lamentati del troppo

spendio nell’esercito, ora lamentavansi perchè a soldati e uffiziali

nuovi mancassero le virtù di veterani; da un’altra si disapprovava come

_lusso di sacrifizj_ il mandarne altri nella vincitrice Lombardia: un

prestito di dieci milioni restringevasi a sei; interpellavasi il Ministero

sulle provvigioni di guerra, sull’esito di alcune battaglie, su quel

che intendeasi fare, quasi premesse d’informarne il nemico; tutti quelli

che sentivano vergogna di non combattere in campo, la mascheravano col

combattere nella Camera, aperta l’8 maggio, o nei caffè con motteggi,

con articoli, con frivole mozioni, ora di sottoporre i chierici alla

coscrizione, ora di espellere i Gesuiti e le dame del Sacro Cuore; onde vi

ebbe chi esclamò: — Se perdiamo tempo a cacciare i frati, non cacceremo

mai i Tedeschi». Le affollate tribune applaudendo, fischiando, urlando,

vilipendevano la maestà della rappresentanza nazionale, e violentavano la

coscienza de’ legislatori.

A questi trambusti si gittò in mezzo la fusione colla Lombardia. A molti

gradiva l’avere i Lombardi messa per patto un’assemblea costituente,

colla quale speravasi introdurre nello statuto un più largo equilibrio

fra il potere legislativo e l’esecutivo; ma un geloso antagonismo facea

paurosi che Torino dovesse cedere il grado di metropoli a Milano, secondo

l’avrebbero desiderato Genova, Novara e i ducati, e che i Piemontesi

restassero in minorità nell’assemblea costituente[73]. In fine, si votò

(13 giugno) che «la Lombardia cogli Stati sardi e coi ducati formerebbe

un sol regno; e in assemblea generale si stabilirebbero le norme d’una

nuova monarchia costituzionale, sotto la Casa di Savoja, coll’ordine

di successione secondo la legge salica». Vale a dire che un Parlamento

legislativo parziale imponeva limiti a un Parlamento costitutivo da

eleggersi dalla intera nazione; e ch’è peggio, decretavasi la fusione di

paesi già rioccupati.

Perocchè fra questi maneggi le condizioni italiane erano ite alla peggio.

Alla vittoria de’ Milanesi tutta la penisola era trasalita di libertà e

di speranze, e il movimento già trasceso, non che lasciarsi regolare dai

principi, torcevasi contro di loro: da Modena e da Parma sommosse i duchi

partirono: il granduca dovette deporre i titoli austriaci, e scegliere

ministri di minor suo gradimento. Il papa, che colla cara ed autorevole

voce avea benedetto alle speranze italiche, deputò un prelato suo

dilettissimo (monsignor Corboli Bussi) al campo italiano; alle sue truppe

diede generale Giovanni Durando piemontese e l’ordine d’accordarsi con

Carlalberto; sollecitò i principi a mandar deputati a Roma per conchiudere

una lega (29 marzo): ora però dolevasi si tiranneggiasse la sua coscienza:

eppure fu costretto estrudere i Gesuiti, mentre dichiaravali «instancabili

collaboratori nella vigna del Signore»; ai consiglieri di sua confidenza

surrogarne altri, che gl’imponevano e parole e generali e guerra. I suoi

intimi gli mostravano come pericolasse non solo lo Stato ma la nave di

Pietro: i nunzj da Vienna e da Monaco gli faceano temere che la Germania

non si separasse da un papa, il quale mettevasi ostile ai cattolici

tedeschi: poi vedendo che Carlalberto domandava un’alleanza guerresca,

e che fervea la briga di riunire l’Italia ma sotto altri auspizj, Pio

IX pronunziò non favorirebbe un principe a scapito degli altri: — Il

nome nostro (rispondea all’indirizzo de’ deputati) fu benedetto in tutta

la terra per le prime parole di pace che uscirono dal nostro labbro:

non potrebbe esserlo sicuramente se quelle n’uscissero della guerra...

L’unione fra i principi, la buona armonia fra i popoli della penisola,

possono solo conseguire la felicità sospirata. Questa concordia fa sì che

tutti noi dobbiamo abbracciare egualmente i principi d’Italia, perchè

da quest’abbraccio paterno può nascere quell’armonia che conduca al

compimento de’ pubblici voti».

Inerme sacerdote, circondato da un concistoro cosmopolitico, sentendo

tardi che la popolarità vuole schiavi i proprj feticci, lamentò che dalla

diffusa voce della gran congiura si togliesse pretesto a perseguitare

persone onorande e religiose[74]: poi come parvegli pericolare la nave

che Dio gli affidò (29 aprile), disdisse ogni partecipamento colle

rivoluzioni; non aver egli se non attuato quel che le Potenze già aveano

suggerito a Pio VII e a Gregorio XVI, e ch’egli credea vantaggioso a’ suoi

popoli; dolergli che questi non avessero saputo contenersi in fedeltà,

obbedienza, concordia; non a lui doversi imputare le convulsioni italiche,

a lui che aborriva la guerra, e repudiava coloro che parlavano d’una

repubblica italiana, preseduta dal papa.

Roma, che obbediva al papa a condizione che il papa obbedisse a lei,

sobbolle a questi voci (1 maggio), e bestemmiando come si bestemmia colà,

minaccia sommergere nel sangue il pretesco dominio; si levano dalla posta

le lettere dirette a cardinali e prelati, esponendole pubblicamente colle

più strane interpretazioni; la guardia civica occupa le porte e Castel

Sant’Angelo; grida di morte si diffondono. Pio IX procura calmare con

un proclama mansueto: ma ogni parola n’è presa a onta, come un tempo

prendeasi a lode; i circoli fremono. Il filosofo Terenzio Mamiani, profugo

sin dal 31, e che coll’ingegno, l’onestà, la cortesia erasi acquistato

venerazione in Francia, era stato ricevuto benchè negasse sottoporsi alle

condizioni e promesse che l’amnistia esigeva, e da cui la coscienza sua

repugnava; e favorito dalle classi colte, ne profittava per insinuare miti

consigli; sicchè rimaneva indicato a capo d’un nuovo Ministero, nel quale

entrarono il cardinale Ciacchi, Massimo, Galletti, Marchetti, Lunati,

Doria Pamfili, Pasquale Rossi.

La onesta vacuità del Parlamento, dominata dalla melliflua parola di

Orioli, dalla fulminante di Sterbini, dalla incessante del principe di

Canino, rendea sempre più vacillante l’azione governativa, e cresceva

lena alla sovversione ne’ circoli, ne’ giornali, sulle piazze. I liberali

stessi scindeansi in centralisti e federalisti; quelli volendo metropoli

di tutt’Italia Roma, questi conservando le prische capitali: ma ecco

aspirar a questo onore anche Genova e Palermo: tutti poi nel concetto

italico dimenticavano che un popolo non si amalgama come i diversi metalli

per far una statua, e che l’unità nazionale è tutt’altro da quell’unità

amministrativa e despotica, sciaguratamente trasmessaci dalla Rivoluzione

francese.

Il nuovo Ministero, debole come i buoni, non volea l’unità italiana, non

la rivoluzione, bensì l’indipendenza italiana e la separazione dei due

poteri; il Mamiani dichiarava che «dimorando nella serena pace dei dogmi,

Pio IX prega, benedice, perdona, ma lascia gli affari all’assemblea»;

col che elevandolo in cielo, lo svestiva d’ogni autorità terrena. Il papa

protestò, come protestò contro gli Austriaci allorchè un loro corpo invase

Ferrara per dissipare un branco di truppe pontifizie: ma l’efficacia di

lui era passata, come altre mode; e la forza popolare abbandonò il papato,

allora appunto che più importava sorreggerlo e spingerlo.

Nè Pio aveva rinnegato la causa italiana; e quando il presidente della

repubblica veneta gli raccomandava la sua città e «questa Italia,

tempio magnifico del Dio vivente, nel quale la dimora dello straniero

insultatore è una quotidiana bestemmia», esso, il 27 giugno, di proprio

pugno rescriveva: — Iddio benedica Venezia, liberandola dai mali che

teme»; al La Farina deputato siciliano, che gli faceva rimostranze, disse

risentito: — Io sono più italiano di lei, ma lei non vuol distinguere in

me l’italiano dal pontefice»; dal cardinale Antonelli fece scrivere al

Farini, inviato suo a Torino, essere «volenterosissimo d’interporre la

propria mediazione come principe di pace, sempre nel senso di stabilire la

nazionalità italiana»; e il 3 maggio scriveva all’imperator d’Austria: —

È stile che da questa santa Sede si pronunzii una parola di pace in mezzo

alle guerre. Non sia dunque discaro alla maestà vostra che ci rivolgiamo

alla sua pietà e religione, esortandola a far cessare le sue armi da una

guerra, che, senza poter riconquistare all’Impero gli animi dei Lombardi

e dei Veneti, trae funesta serie di calamità, certamente da lei aborrite.

Non sia discaro alla generosa nazione tedesca, che noi la invitiamo a

deporre gli odj, ed a convertire in utili relazioni d’amichevole vicinato

una dominazione, che non sarebbe nobile nè felice quando sul ferro

unicamente posasse. Quella nazione, onestamente altera della nazionalità

propria, metterà l’onor suo in sanguinosi tentativi contro la nazione

italiana? o non piuttosto nel riconoscerla nobilmente per sorella, come

entrambe sono figliuole nostre e al cuor nostro carissime, riducendosi

ad abitare ciascuno i naturali confini con onorevoli patti e con la

benedizione del Signore?» Anzi, per mediar la pace non meno col nemico che

fra i parteggianti, pensò trasferirsi a Milano; e quanto la sua presenza

avrebbe rincorato i nostri!

Ma già la diffidenza aveva ossesso gli spiriti; si sospettò che il

Piemonte intisichisse in una mena dinastica la gran causa italiana; si

sospettò che il Governo romano recuperasse il Polesine e le antiche

ragioni sul Parmigiano e il Modenese; si sospettò del prelato che il

papa deputava all’imperatore[75]; si sospettò del Ministero romano

quando affidava a Carlalberto tutte le forze pontifizie; si sospettò

della flotta che re Ferdinando spediva nell’Adriatico a rinforzare la

sarda, i Siciliani al passaggio la cannoneggiarono, e nei proclami la

insultavano ogni giorno; i capitani sospettavano dell’esercito napoletano,

che ostinavasi a gridare «Viva il re»; l’esercito sospettava delle bande

siciliane, contro cui avea combattuto nell’isola; Romagnuoli e Marchigiani

sospettavano che i Napoletani volessero occupare Ancona, e prendere i loro

paesi.

E il sospetto mandava a precipizio le cose del Regno meridionale. Vedemmo

come la Sicilia rompesse il concetto dell’unione italica col dichiararsi

indipendente sotto la presidenza di Ruggero Settimo. Il re, che i tempi

rendevano impotente a resistere, consentì (18 genn.) ogni loro domanda; ma

i Siciliani non aggradirono come dono quel che già teneano conquistato;

data a Napoli la costituzione, essi la ricusarono perchè importava

«unico regno la Sicilia e il reame di Napoli, e unica la rappresentanza

nazionale»[76]; solo aggiungendo «bramar di unirsi al regno con legami

speciali, e formare insieme due anelli della bella federazione italiana».

Il re, che i trattati impediscono dal separare i due regni, accorda alla

Sicilia Parlamento distinto (10 febbr.), e un luogotenente generale

con ministri, oltrechè terrà un ministro siciliano presso di sè: ma i

Siciliani vogliono non s’intitoli più re del regno delle Due Sicilie, ma

solo delle Due Sicilie; sia bandiera la tricolore, nè truppe napoletane

nell’isola: il Comitato generale più domanda quanto più il re concede e

via via infervorandosi, rifiuta i servigi de’ migliori perchè ne aveano

prestato ai Borboni, e così obbliga a valersi dei ribaldi; in odio

della centralità amministrativa scioglie i legami che congiungeano i

Comuni collo Stato, onde non resta nè forza nè obbedienza. I trasmodati

inviperivano contro i Napoletani, proclamando, — Che hai tu fatto, regno

d’infingardi e di perfidi? «Fu la Sicilia che ti spinse; volesti che il

nostro brando ti spezzasse le catene che amendue ci serrava, per divenire

libero e offenderci. Mentre poltristi nella viltà, osi chiamar sorella

la Sicilia, che non tenne la spada nel fodero mentre tu nel meglio ti

ritratti, quasi sacrilegio avessi commesso. Il cuore ti trema, nè oseresti

tentare ciò che con minori genti abbiam noi in un giorno compito. Non

appellarci dunque fratelli, che mai fra noi non è stato nè sarà nulla di

comune». Anche il padre Ventura, avvoltolatosi nella politica, commemorava

gli storici patimenti della Sicilia, e quanto fosse giusta nelle sue

domande, ingiusti i Napoletani nel negarle, e nel volerla unita con loro

nei mali della guerra che intraprendevano e nei pericoli d’una libertà

che non conserverebbero.

Lord Minto, che avea girato l’Italia in condizione anfibia, supposto

inviato dall’Inghilterra, e sparpagliatore di consigli di cui restava

irresponsale, si offre mediatore; e tanto basta perchè l’isola credasi

appoggiata dagl’Inglesi. Il re consente a tutto, fin a nominare suo

luogotenente il Settimo; ma la Sicilia esige che il re risieda nell’isola,

e le ceda metà dell’esercito e della flotta, protestando non farebbe

«niuna essenziale modificazione a tali proposte, ed essere inutile

qualunque forma di negoziazione». Il Ministero napoletano pubblica una

protesta (22 marzo) contro pretensioni, «che turbano positivamente il

risorgimento d’Italia, e compromettono l’indipendenza e il glorioso

avvenire della patria comune, specialmente in questo momento supremo,

in cui tutti gl’Italiani sentono potentemente il bisogno d’affratellarsi

in un solo volere»; e i Siciliani per risposta convocano il Parlamento;

aprendo il quale (25 marzo) Settimo dichiara che il Comitato generale

operò sempre nella convinzione che la Sicilia non dovesse dipendere da

verun altro Stato.

Era allora sul crescere la marea de’ popoli; talchè Palmerston, il quale

avea sconsigliato il re dal prender parte alla guerra d’Italia come

repugnante ai trattati, allora lo esortava a rassegnarsi a qualsifosse

condizione, giacchè nè Inghilterra vorrebbe, nè Prussia potrebbe ajutarlo

a sottomettere l’isola[77]. E il re esibì perfino di trasmettere la corona

di Sicilia a suo figlio minore, coll’unico patto che fosse ricevuto: e la

risposta fu dichiarare scaduti i Borboni (13 aprile).

Nel tempo che dappertutto parlavasi d’unità italiana, inestimabile danno

recò questa scissura, che costrinse il re di Napoli a volgere contro

Italiani una parte di sue forze. Le restanti furono avviate alla Lombardia

sotto Guglielmo Pepe, caporione in tutte le sommosse dal 1796 in poi. La

flotta erasi già spinta ad Ancona sotto l’ammiraglio De Cosa: ma neppure

questo potentissimo ajuto doveva arrivare. Il nuovo Ministero, dov’erano

entrati i liberali Poerio, Savarese, Carlo Troya, e come presidente il

principe di Cariati, diplomatico esercitatissimo, nel suo programma

professava che «le due Camere, d’accordo col re, avriano facoltà di

sviluppare lo statuto, massimamente in ciò che riguarda la Camera de’

pari». Per attuarlo convocavasi a Napoli il Parlamento, proponendo

ai deputati giurassero di «professare e far professare la religione

cattolica; fedeltà al re del regno delle Due Sicilie; osservare la

costituzione del 10 febbrajo». Nell’adunanza preliminare questa formola

incontra gravi contraddizioni; «è da Sant’Uffizio cotesto inceppare

le credenze: se riconosciamo il re, veniamo a giustificare la guerra

fratricida di Sicilia: la fedeltà alla costituzione data sminuirebbe il

diritto promesso alle Camere di modificarla»; si parlotta, si declama,

più a baldanza si grida perchè si sa come il Governo è disposto a cedere.

In fatto quella formola si tempera, riservando le modificazioni che

allo statuto farebbero il re o il Parlamento: ma la concessione pare

machiavellica sopraffina, tanto o le menti erano stemperate, o rese

diffidenti da storiche perfidie: si ripete dover il Parlamento essere

costituente, non costituito; il re esser uno, essi cento; il diverbio dal

palazzo civico di Montoliveto echeggia di fuori, e ne nasce tumulto, che

gli uni dissero eccitato dai repubblicani per trascendere, gli altri dai

reazionarj per toglierne titolo a comprimere, e chi dai Piemontesi per

trarre anche questo paese alla loro fusione; ciascuno solendo imputare

agli avversarj o le imprudenze o i misfatti di cui soffre le conseguenze.

E il re assentì altre domande (11 maggio) e un nuovo Ministero; onde

alcuni deputati si diffusero fra la turba raccomandando di disfar le

barricate dacchè l’oggetto della dimostrazione era conseguito: ma il

movimento è facile ad imprimersi, non a regolarsi.

Coloro che altrove si adulano col nome di popolo e quivi si vilipendono

col nome di lazzaroni, presero parte pel re contro cotesti disputatori;

gittatisi alle furie, incendiarono, uccisero; gli orrori che di quella

giornata raccontano i liberali, si direbbero inventati per iscagionare i

Croati. I deputati rimaneano raccolti senza prendere alcun partito, finchè

da un uffiziale ebbero l’intimazione di ritirarsi; e fatta protesta, se

n’andarono tra i fischi della popolaglia. La necessità del reprimere la

rivolta restituì al potere gli arbitrj strappatigli dalla ragione; e il

re, stretto fra la ribellione della Sicilia e la sommossa della capitale,

richiamò l’esercito suo dal Po.

Pepe, generale sfortunato della sommossa del 1821, esule d’allora in

poi, era conosciuto nelle società segrete ma non da quei soldati, docili

piuttosto ai particolari capitani, e devoti al re; sicchè egli rassegnò

il comando al generale Statella: ma ecco i volontarj tumultuano contro

l’ordine del re traditore; Statella, costretto a ritirarsi, in Toscana

è insultato, mentre s’applaude a Pepe, che disobbedendo mena di là dal

Po un battaglione di cacciatori e due di volontarj napoletani, uno di

lombardi, uno di bolognesi, una batteria di campagna, e va a Venezia dov’è

creato comandante supremo delle forze. Il resto dell’esercito diè volta;

e quest’altro potentissimo e ben ordinato soccorso rimase sottratto alla

causa nazionale, dolendosi il re di «non poter partecipare a sì nobile

impresa, e dover soltanto ammirare le gloriose geste dell’esercito sardo,

cui augura sollecita e lieta vittoria».

Troya rinunzia al Ministero, che è ricomposto con Bozzelli, coi principi

di Cariati, d’Ischitella, di Torella, col generale Carascosa e l’avvocato

Ruggeri, in voce di liberali. Al 15 giugno si tolse lo stato d’assedio,

e si rintegrò la libera stampa, che trascorse subito in eccessi,

corretti solo dalla plebaglia o da’ militari, che istigati od offesi

andavano a rompere i torchj. Rinnovate le elezioni, ricaddero quasi

sulle persone stesse: ma alcune erano profughe, sgomentate altre; e quei

che accettarono, davano indietro dalle dottrine testè proclamate, come

la cittadinanza rimanea muta avanti al vessillo tricolore, che tornò

a sventolare da Sant’Elmo. Il re, aprendo il Parlamento (11 luglio),

ripeteva «l’inflessibile risoluzione di assicurare a’ suoi popoli il

godimento d’una libertà saggiamente limitata; fidassero nella sua lealtà,

nella sua religione, nel suo sacro e spontaneo giuramento». Ma i deputati

diffidavano dei ministri e del re, il popolo diffidava dei deputati: e

ciancie e reciproche recriminazioni furono l’unico frutto del senno ivi

congregato. Si richiese di mandar ancora un esercito alla guerra santa;

ma come farlo se nelle provincie ripullulavano sommosse e guerra civile,

odj reciproci, reciproche paure di tradimenti?

In Calabria Ricciardi, Mileti ed altri vollero considerarsi come una

continuazione del Parlamento, sebbene gran parte dei deputati della

nazione avesse accettato di sedere nel nuovo. Le truppe, reduci dalla

guerra santa, repressero gl’insorti, invano sorretti da Sicilia: i costoro

capi poco mancò non dessero lo spettacolo di accapigliarsi fra loro;

perchè non riuscirono, ebbero taccia di traditori, e fin Ribotti non potè

purgare il proprio nome, benchè sempre fosse comparso alla prima fila, e

côlto dai Napoletani fosse sepolto nelle carceri. Francia repubblicana,

Inghilterra istigatrice, il papa cattolico (diceasi) protesteranno contro

gli abusi della vittoria regia, e vendicheranno i popoli. Ahimè! il papa

era avviluppato in domestiche sciagure: Francia, svogliata della libertà,

si contentò di domandare compensi pei danni patiti da Francesi in Napoli:

Inghilterra e altre Potenze non credettero che Ferdinando avesse torto di

usare d’una vittoria datagli da’ suoi avversarj.

Perduto coi fatti, resta lo sfogo delle parole: e poichè in quei tempi

nè l’odio nè l’ammirazione conoscevano misura, le imprecazioni contro

Pio IX traditore, contro il Borbone assassino erano tante, quanti gli

applausi a Carlalberto, dappertutto salutandolo re d’Italia; in tal senso

faceansi prediche, intrighi, tumulti qua e colà; il principato di Monaco

pronunziavasi per lui; il Parlamento siciliano, dopo una tumultuosa

discussione, chiedeva re un figlio di esso (10 luglio). Era naturale che

Roma, Toscana, Napoli ingelosissero di vedersi condotte a combattere, non

più per la causa nazionale, ma per indossare ad un solo i proprj manti, e

rinascesse l’inveterato capriccio del volere servire tutti, piuttosto che

veder sovrastare uno de’ nostri. Cessato il buon accordo, il nicchiare de’

principi accanniva i popoli; e lo stesso Carlalberto, re che guidava una

guerra d’insurrezione, soccombeva alle sconsigliate ammirazioni, e sentiva

tentennarsi in mano la spada, che avea promessa redentrice d’Italia.

I Tedeschi, a principio diffusi per tutto il regno, dovettero rimaner

inferiori, sinchè non si concentrarono nelle loro fortificazioni.

Carlalberto non si credette sicuro qualora non possedesse come base

d’operazioni il Mincio e l’Adige; e mentre avrebbe dovuto confidare in

Venezia, si ostinò davanti a fortezze, inespugnabili da soldati inavvezzi

alle stragi del cannone. La cui prodezza non potea contro i terribili

munimenti della natura e dell’arte? Nulla scoraggia quanto l’inutilità

degli sforzi. I viveri erano mal distribuiti, e lasciavano affamare nel

paese dell’abbondanza. Le bande de’ Crociati, inesperti, smaniosi di

titoli e di comandare tutti, mostrarono eroismo allo Stelvio, al Tonale, a

Curtatone, ma non l’accordo, l’obbedienza, la perseveranza che richiedonsi

per vincere; vi si mescolava feccia di viziosi che disonoravano anche i

buoni; e colle improvvide correrie nel Tirolo e a Castelfranco cagionarono

ruine di paesi e infruttuosi supplizj.

Una volta il Governo provvisorio mandò al colonnello Alemandi perchè

sistemasse quelle squadriglie, ma ciò le scompose. Rimossi dalle

battaglie, traviavano in giuochi e bagordi entro le case testè bombardate

dai Tedeschi e testimonj di gloriosissime difese, o intrigavano di

politica. Come avviene fra gente inusata alle imprese, prodigavansi lodi a

costoro, o se le prodigavano da sè nei giornali; qualunque gran coraggio,

qualunque lunga pazienza trovavansi qualità affatto ovvie nei soldati;

trovavasi miracolo ogni minimo sforzo in questi subitarj, d’altra parte

avuti in sospetto come democratici; laonde i tattici ripeteano: — A chi le

fatiche, i patimenti, le morti? A noi; mentre quei che stanno a casa a far

feste e banchetti ci lanciano vituperj, ci chiamano vili; ringrandiscono

le geste de’ nemici, le nostre deprimono; noi più che gli Austriaci

odiano; la nostra disfatta desiderano affinchè la repubblica trionfi. Oh,

i nostri nemici non sono a Verona, ma a Milano, a Genova, a Torino; non

sui campi e dietro le trincee, ma ne’ giornali e ne’ circoli, ove imbelli

parlatori eccitano malevolenze nelle città, sedizioni nel campo, e credono

mostrare libertà col disapprovare tutto, col gridare ai tradimenti perchè

non vinciamo, non moriamo».

Ciò svogliava il re dal valersi delle bande: eppure fu vero torto

l’arrestarsi nella strategia precettiva, e repudiare la potente alleanza

dell’insurrezione popolare; e per la sublime ambizione d’esser l’eroe

dell’italico riscatto, non avere sofferto altre spade, meglio acconce

ad una guerra che non era da re. Francia, briaca dei trionfi suoi e

intormentita dalle proprie convulsioni, prendeva alla causa italica

soltanto un interesse di ciarle; oltrechè se ne elidevano le simpatie col

gridare _Italia farà da sè_. Gioberti avea detto di temere meno il dominio

austriaco che l’ajuto francese. Mamiani ministro a Roma, proferiva:

— Massima sventura della nostra nazione sarebbe la troppo fervorosa e

attiva amicizia di alcun grande potentato» (giugno). Quando l’Austria,

quasi non cercasse che la decenza dell’abbandono, mediante l’Inghilterra

offrì di comporre Modena, Parma e la Lombardia fin all’Adige in un regno

indipendente sotto un arciduca, poi persino di cedere questi paesi,

non fu tampoco permesso di darvi ascolto; e il re medesimo, almeno in

pubblico[78], trovava che alla guerra assunta per l’italianità non poteva

convenirsi altro termine che l’intera emancipazione.

È sempre degno del più forte il propor la pace; ma i linguacciuti non vi

vedeano che un sintomo dello sfasciamento dell’Austria. E per verità le

proposizioni erano state dirette dal ministro imperiale Fiquelmont nel

momento che l’Austria, arietata dalle rivoluzioni rinascenti dappertutto

e nella stessa sua metropoli, pareva sobbissare: ma ben tosto ella potè

ripigliare il vantaggio; e dacchè l’impero non fu più che nel campo di

Radetzky, l’onor nazionale si trovò impegnato a sostenerlo a ogni costo.

Quelle Alpi, che sgomentano l’immaginazione e fanno bel giuoco alla

poesia, non furono mai insuperabili ad eserciti forestieri da Ercole fin

adesso, quando Nugent menò per le Carniche ventimila uomini a rinforzo

di Radetzky. Invece di perder tempo intorno a Palmanova ed Osopo, come

faceano i nostri a Peschiera, dissipando qualche resistenza delle città

munitesi subitariamente e delle bande, egli passò il Tagliamento e la

Livenza, e presa Udine (23 aprile) un mese appena dopo insorta, accampò

a Conegliano presso la Piave. Giovanni Durando, generale de’ Pontifizj,

dopo molto esitare fra gl’impulsi popolari e le renuenze del pontefice,

era comparso; e il dover suo sarebbe stato d’accorrere nella Venezia, e

impedire questa calata di rinforzi: e ve lo sollecitavano i Veneziani[79],

ma così non la sentivano nè il Ministero romano nè Carlalberto; sol

tardi giunse, e non impedì che fossero prese (5 maggio) Feltre, Belluno,

Bassano. Oltre la non dissimulata avversione del papa a questa guerra,

intrecciavansi i comandi suoi con quelli del generale Ferrari capo di

volontari romagnuoli, e del generale Antonini capo di raccogliticci in

Francia: gente mal disciplinata, e capitani gelosi perchè pari, gli uni

credonsi traditi dagli altri perchè non si sussidiano a vicenda, e tutti

pajono intenti più ch’altro a non pericolare i loro seguaci. Ferrari, non

soccorso nel fatto di Cornuda da Durando ch’erasi ritirato alla Brenta,

recede a Treviso: quivi accorre pure Durando, e il nemico ne profitta per

assalire Vicenza: se non che la gagliarda resistenza dei cittadini basta

a respingerlo.

Nuovi rinforzi al nemico conducea Welden pel Tirolo; e Radetzky con

un colpo arrischiato tentò girare alle spalle de’ Piemontesi, i quali

senz’averne avviso trovaronsi assaliti a Goito (29 e 30 maggio): i

soldati e i volontarj toscani a Curtatone e Montanara aveano sostenuto

coraggiosi l’assalto di triplo numero di nemici, comandandoli Laugier;

e dopo sei ore dovettero ritirarsi in rotta quei che non rimasero morti

come il professore Pilla, o prigionieri come il Montanelli. Quanto fu

il lutto della mal agitata Toscana, e quanto lamentarsi di madri e di

fratelli, impreparati a tante perdite! Tardi giunse a soccorso Bava coi

Piemontesi, o non informati della mossa, o lenti a ripararla: intanto

però Carlalberto avrebbe potuto vantaggiare di quel soprattieni, e colla

sua copiosa riserva involgere il corpo di Radetzky, e tagliarlo fuori

delle sue fortificazioni: ma mentre tutta Italia solennizzava la resa di

Peschiera, lasciò che il nemico, rifattosi e fidando nell’inesperienza di

lui, abbandonasse le proprie posizioni per correre ad incalzare Vicenza,

che difesa dai cittadini, dagli Svizzeri, dai Pontifizj sopraggiunti,

pure dovette capitolare (11 giugno). Durando patteggiò di ricondurre di

là dal Po i Romagnuoli, nè più combattere nella guerra santa; alquanti

ricoverarono a Venezia con Ferrari e Antonini; Treviso, Palmanova,

Osopo non tardarono ad essere occupate (13 giugno) dagli Austriaci,

ai quali restò aperto il varco verso la Germania per la Ponteba e pel

Tirolo, mentre Radetzky, compite le decisive operazioni, rientrava nelle

inespugnabili bastite.

Cessava la speranza del vincere, eppure le illusioni cresceano, e

mostrando i disastri ripeteasi: — Nessun’altra salvezza che nel re e nel

suo esercito». Ciò fece sollecitare la fusione della Lombardia: ma qual

capitano avrebbe potuto condursi fra le ciarle di quattro Parlamenti, di

centinaja di circoli, di migliaja di giornali? e Carlalberto che «era

entrato in campo più per cancellare colpe vecchie che per acquistare

glorie nuove» (RANALLI), era costretto rispettare quell’inesauribile

retorica. Rinforzarsi sull’alture di Sommacampagna, che sono il baluardo

della Lombardia, era il partito che unico gli restava, e lo prese: ma

stanco dell’inazione, e spronato dalle lodi e dalle accuse, volle prendere

l’offensiva col bloccare Mantova, e spinse quarantamila uomini sull’ala

destra; col che assottigliò la linea, scoprì la sinistra, e aperse

il varco di Rivoli, ch’egli erasi acquistato con tanto vanto. Allora

Radetzky, sbucato da Verona, e con ardita mossa sfondando il sottile

nemico, si spinse contro il centro (23 aprile), e prese Sommacampagna

senza aver vinto una battaglia. Dov’io, sebbene schivi le particolarità

de’ combatimenti, avvertirò come il nemico non esitasse ad abbandonare

sguarnita persino Verona, tanto sentiva l’importanza di farsi grosso

sopra un punto solo; e come la posizione decisiva di quella giornata

fosse presa da ottocento volontarj viennesi, giovani nuovi alle armi,

di cui soli cencinquanta uscirono illesi. Sono atti proprj della guerra

insurrezionale, e li faceva il domatore.

Tardi accortosi del fallo, il re diresse tutta la gagliardia a ricuperare

la posizione, ma non potè celeremente concentrare truppe così disgiunte, e

dalla inattesa celerità del nemico si trovò circuito; e il nome di Custoza

(25 luglio), come altri, ricorda valori e sventure. Allora cominciano i

disastri. I grossissimi magazzini cadono preda degli Austriaci; gl’invii

di nuove provvigioni restano tagliati fuori, e l’esercito per due giorni

difetta di cibo e di vino, mentre lo sferza un sole cocentissimo, e lo

incalzano senza resta i nemici, ben pasciuti e incorati dalla vittoria.

Il re, sconfitto prima d’essersi accorto dell’attacco[80], da Goito manda

a cercare un armistizio; e Radetzky lo consente; purchè abbandoni tutte

le fortezze, e si ritiri dietro l’Adda. A questi patti esorbitanti il re

preferì piegare sopra Cremona per coprire questa città, dove giaceano

i feriti. Giuntovi, e accortosi di non vi si poter reggere, ogni buona

legge di guerra gli suggeriva di ricoverare per Piacenza ad Alessandria,

sua base d’operazione: ma non l’avrebbero tacciato di combattere per

sè, anzichè per l’Italia? Difilasi dunque sopra Milano (3 agosto),

professandosi risoluto a difenderla, quasi sia possibile per una città

sì estesa e sguarnita, e dopo che avea mandato di là dal Po il gran parco

d’artiglieria.

A Milano il Governo provvisorio, dopo la fusione, avea ceduto il potere ai

commissarj regj generale Olivieri, Montezemolo, Strigelli. Giunsero allo

stringere del pericolo; onde si pensò invigorire la resistenza mediante

un Comitato di pubblica difesa[81], che pubblicò prestito, armamento,

silenzio de’ giornali, inquisizione contro gli abbondanzieri, quella

sfuriata d’editti che si fanno quando non si può far altro. Realmente

nella città aveasi sufficienza di viveri, di polvere, di cartuccie,

recente memoria d’eroismo, afflusso di profughi dalle città rioccupate;

la guardia nazionale, messa al comando del generale Zucchi, potea valere

a difesa, appoggiata dall’esercito che battesse di fianco il nemico:

inoltre tutto l’alto paese era libero; le creste dell’alpi Retiche munite

di cinquemila volontarj; Griffini con cinquemila altri presidiava Brescia;

il temuto Garibaldi accorreva dal Bergamasco nella Brianza, sicchè poteasi

minacciar le spalle del nemico con dodicimila volontarj, a dirigere i

quali il re avea spedito Giacomo Durando, generale piemontese impratichito

in Ispagna alla guerra di squadriglie.

Se di ciò incoravansi gli animosi, i più disperavano, e torme lamentevoli

e costernate fuggivano dalla città. Noi difendevamo l’Adda da Cassano in

su, e i Tedeschi già la passavano (1 agosto) verso le foci sul ponte di

Grotta d’Adda, lasciato sprovvisto; a gran pena evitasi nell’esercito

il pieno scompiglio; le strade ingombre di carriaggi fanno penosissima

la marcia, desolata anche da rovesci di pioggia; e di cinquantamila

uomini, che eransi mossi in ritirata da Goito, venticinquemila appena

avvicinavansi a Milano. Radetzky, lasciati tremila uomini a Cremona,

diecimila avviatine verso Pavia, con trentacinquemila accampò nei prati di

San Donato presso Milano, e battendo rincalzava i nostri verso la città.

Molti cittadini sortirono a combattere, e il re vedemmo in mezzo a noi

aspettare le palle nemiche, siccome chi più non ha nulla a perdere nè

a sperare. Conosciuta irreparabile la rotta, ci diemmo di tutta forza a

far risorgere le barricate: ahimè! l’entusiasmo era sbollito; e quei che

bastarono a cacciare il Tedesco quando concordi, or non valeano a tenerlo

fuori perchè disuniti: gli uffiziali ripetevano essere inutili quelle

difese popolari quando cannoni s’aveano da spazzar le vie: il popolo

supponea volessero difendere una città, sulla quale aveano attirato il

nemico, e invece li vide sfilare verso la patria.

La disgrazia rende ingiusti, e cessata la speranza della vittoria, parvero

cessare le scuse della sconfitta. Si pretese che Carlalberto, vistosi

incapace di restaurare la fortuna, patteggiasse con Radetzky d’aver

libero il ritorno, consegnandogli una ad una le città cui passerebbe.

Sempre il tradimento! ragione infingarda che dispensa dal cercare le

vere. Unico suo torto fu l’essersi creduto buono a condurre una guerra,

sol perchè la desiderava, e l’aver sino a quell’estremo dissimulata

la miserabile condizione del proprio esercito, e con ciò dato lusinga

d’una difesa, anche dopo aver capitolato. Avesse scoperto il vero, si

fosse immediatamente ricoverato sotto Alessandria, risparmiava tanti

patimenti al suo esercito e gli estremi sforzi ai Milanesi, che, delusi

nell’aspettazione e non ancora ridotti alla rassegnazione di chi si trova

sconfitto, proruppero in improperj; il grido di traditore fu lanciato

di nuovo in volto al misero re, che aveva esposto la vita propria e de’

figli; e coloro che l’incensavano inorpellato di diademi, non seppero

rispettarlo coronato dell’avversità, nè ricordare che ciò ch’è coraggio

davanti alla tirannia, diviene viltà dinanzi alla sventura. La notte

(6 agosto) egli usciva celatamente da Milano: il domani rientravano i

Tedeschi in una città muta e vuota d’abitanti, che a migliaja rifuggivano

in Piemonte o in Isvizzera[82].

L’armistizio (9 agosto) portava, che l’esercito vuoterebbe la Lombardia

e le piazze forti di Peschiera, Osopo, Rôcca d’Anfo, gli Stati di Modena,

Parma, Piacenza, e inoltre Venezia e la sua terraferma: nessuna parola dei

popoli, e neppur delle bande volontarie. Non era firmato dal Ministero,

bensì dal generale Salasco, al quale allora i ministri stranieri presero

a rinfacciare d’aver con ciò rovinato i buoni accordi ch’essi erano

in via d’ottenere, cioè che i due eserciti restassero nella relativa

posizione, finchè si negoziasse una pace, fondata sull’indipendenza della

Lombardia[83]; allora il Parlamento a imputarlo d’aver trasceso i poteri

con un atto che teneva alla politica; allora il vulgo a insultarlo, poichè

in ogni disgrazia vuolsi una vittima che cangi in ira la vergogna, e

incolpasi chi fece quel che non potea tralasciare. Ma Salasco rispondeva:

— Le insurrezioni si fanno dai popoli, le guerre si combattono dai

soldati; e questa era guerra: e poichè i primi nè s’erano mossi nè

accennavano di muoversi, e gli altri mostravansi e disordinati e ritrosi,

unica salute rimaneva una sospensione d’armi».

In fatto per allora i Tedeschi fermaronsi al Ticino, lasciando inviolato

il Piemonte: i volontarj di Lombardia vi furono dal bravo Giacomo Durando

ricondotti traverso a territorio occupato dai nemici, benchè di loro non

parlasse la capitolazione, e dai repubblicanti fossero esortati a buttarsi

ne’ monti e cominciare la guerra del popolo, il quale non si scosse:

le milizie toscane lasciarono Piacenza, macchiandosi coll’assassinare

il proprio colonnello Giovanetti. Ma i Tedeschi si stesero nei ducati,

pretestando gli accordi, la parentela e le aspettative, e istituendovi

Governi militari; passarono anche in Romagna, proclamando recar guerra

non a Pio IX, ma ai fazionieri che, malgrado suo, gli avevano osteggiati.

Pio protesta contro quel proclama, e non voler separare la sua dalla

causa de’ popoli, e intima a Welden che sgombri: ma il sant’uomo avea

perduto ogni efficacia, e i suoi ministri barcollavano, discordi e da lui

e dalla nazione. Bologna con ammirato coraggio respinse gli aggressori

(8 agosto), facendo tra il suono dei cannoni e delle campane a stormo

echeggiare per l’ultima volta congiunti i nomi d’_Italia_ e _Pio IX_:

l’eroismo soccombette, e se ne prevalsero i ribaldi, che abbrancate le

armi, le disonorarono con ferocia di saccheggi e assassinj, continuati

più giorni contro chicchefosse, col titolo di spia o di aver servito al

Governo papale, o più veramente perchè aveano denari o un nemico; talchè

la forza nazionale dovette ritorcersi contro costoro, i quali non tolsero

che Bologna fosse ingloriata d’eroismo al par di Milano e Palermo.

E un’altra volta l’alta Italia restava a discrezione degli Austriaci,

eccetto Venezia. Vedemmo come questa legalmente acquistasse la propria

libertà, ma parve dimenticare la necessità di difenderla; ed oltre

l’errore che la privò della flotta, rimandò a casa i tremila capitolati

italiani, e lasciò prendere a chi volle le munizioni dell’arsenale.

Secondo le sue tradizioni, proclamossi repubblica, ottenne l’adesione

delle città della terraferma, e fu riconosciuta dal Ministero del

Piemonte, che vi mandò il generale Lamarmora affinchè sopravvedesse

agli armamenti. Stavano a capo delle cose l’avvocato Manin e il dalmata

Tommaseo, elevati perchè vittime, ma nuovi agli affari, e che ben presto

discordarono fra sè. Apponeasi a Manin che restringesse le sue idee alle

lagune, alle Potenze straniere parlasse di Venezia, non dell’Italia, non

della liberazione della terraferma, le cui città presto dimenticarono

l’adesione per torcersi a Carlalberto, il quale potea salvarle se avesse

diretto parte di sue truppe alle alpi Carniche, o spintovi gli alleati

di Romagna[84]. Se nol facea, davasene per ragione l’aver preferito la

bandiera repubblicana alla regia; e il Comitato di Padova, ergendosi

interprete anche delle altre città, intimò al Governo di Venezia di

fondersi col Piemonte, o esse se ne staccherebbero. Decidere della patria

per ischiamazzi di plebe o di giornalisti pareva indegno; onde si assegnò

un’assemblea di deputati che risolvesse: ma le città neppure questo

attesero, e sull’esempio della Lombardia si diedero al re, ne’ giorni

appunto che i Tedeschi le rioccupavano.

Venezia però era ancor salva, e per la sua posizione poteva difendersi.

Sprecata l’occasione d’aver tutta la flotta, teneva due corvette e due

brigantini sotto Brua, cui si unirono due fregate a vela e altrettante

a vapore napoletane e tre brigantini a vapore, comandati da De Cosa, e

quando gli uffiziali di essa vennero a visitare Venezia (22 maggio), fu

la festa più splendida che da cinquant’anni si vedesse: il Piemonte avea

spedito la sua flottiglia sotto l’ammiraglio Albini che comandava in capo;

e così formavano il doppio dell’austriaca. Questa rincacciarono nella rada

di Trieste, dove facilmente avrebbero potuto distruggerla, e sollevare

quella città e l’Istria; ma per riverenza alle proteste germaniche non

osarono; poi ben presto i Napoletani se ne staccarono, come dicemmo,

per combattere non Tedeschi ma Italiani. Pepe, ridottosi a Venezia, fu

eletto comandante supremo dell’esercito, che consisteva in diciottomila

uomini, mal in monture, bene in armi e munizioni, privi d’esercizio,

con un’infinità di uffiziali che il grado eransi dato da sè, o s’erano

fatto dare dai soldati o dallo schiamazzo. Vero è che poco aveano a fare,

poichè, sebbene Welden avesse occupato tutto il littorale, stendeva appena

diecimila uomini su lunghissima linea; in fazioni parziali, massime alla

Cavanella e a Malghera, esercitarono il valore, nulla decisero.

Cessato di sperare da Napoli, non restava che Carlalberto, e a lui

gridavansi i _Viva_, i _Mora_ a Manin e Tommaseo, da quei moltissimi

che dal continente correano a cercarvi ricovero dalla paura, libertà di

piazzate, apparenza d’eroismo. Raccolta l’assemblea (4 luglio), esposero i

ministri la condizione delle cose; abbondarvi l’armi, bastevole la marina,

ma occorrere due milioni e mezzo di lire al mese, mentre n’entravano

appena ducentomila. Messasi allora in dibattimento la fusione, non mancò

chi s’opponeva. Venezia, diceano, proclamando la repubblica, non avea che

seguìto la sua storia; del resto capì la necessità di non disgiungersi

dalla sorella

Lombardia, e la imitò, asserendo si terrebbe neutra sulla forma politica

fin a guerra finita. Tale neutralità erasi violata da coloro che

primi l’aveano annunziata; ed avviatasi la fusione della Lombardia, le

città venete blandite dai cortigiani, che usavano arti semiliberali,

semipopolari, semimagnanime per farsi esibire il carciofo invece di

ciuffarlo risolutamente, aveano rivolto indirizzi, poi deputazioni al

re. Ripetono che il paese non è maturo a repubblica, e intanto lo fanno

decidere da sè le proprie sorti colla più avanzata forma repubblicana,

qual è il voto diretto universale, e senza previa discussione, e sopra gli

affari in cui è meno competente, i politici. Che se il pericolo è urgente,

forse si svia colla fusione? Se vi erano dissensi, non invelenirono con

queste brighe? Perchè supporre al re la grettezza di rovinare la causa

nazionale per aspirazioni dinastiche? Se bisognano soccorsi stranieri,

ciò renderà men facile l’ottenerli.

Discussioni superflue quando l’esito era prestabilito, e l’immediata

fusione col Piemonte restò vinta a gran maggiorità. Manin, professando

di pensare repubblicano ma di non ostare a quel che la necessità impone,

non volle parte nel nuovo Governo, ed ebbe lodi e vituperj. Accettata dal

Parlamento piemontese la fusione (7 agosto), vengono commissarj regj il

generale Colli e lo storico Cibrario, proclamando che «chiamato dal loro

libero voto, il re Carlalberto gli accoglie e li proclama eletta parte

della sua grande rigenerata famiglia». Era il domani appunto della resa

di Milano; e all’11 giunge l’avviso che Carlalberto nell’armistizio cede

anche Venezia. Più non si rattiene la folla dei tanti colà ricoveratisi;

e concitati dal lombardo Sirtori e dal toscano Mordini, costringono

i commissarj a congedarsi; Manin, rialzato sull’aura popolare, quieta

la sommossa, e dice: — Per quarantott’ore governo io: ora sgombrate la

piazza, chè bisogna silenzio e calma per provvedere alle necessità della

patria»; e il popolo si ritira (13 agosto), ed egli salva gli Albertisti

dal furor demagogico: poi radunata l’assemblea, è gridato dittatore,

mentre, per togliergli un emulo e un ostacolo, Tommaseo viene spedito a

invocare gli ajuti di Francia; si decreta di resistere fin all’estremo;

ed esulta la speranza che Venezia basti ancora una volta a ricovrare le

reliquie della perduta Italia.

Quel diroccamento delle fortune italiche, oltre eccitar dappertutto la

riazione contro la violenta unità predicata dagli Albertisti, esacerba gli

animi anche in Piemonte, e precipita i consigli. Il re, con un proclama

mestamente dignitoso annunzia i disastri dell’esercito in cui stavano

tutte le patrie speranze; «torna esso con onore di forte e bellicoso;

vogliate accoglierlo con fraterno saluto che ne allevii il dolore:

io co’ miei figli sto in mezzo a voi, pronti a nuovi patimenti per la

patria». Ma che in quattro mesi l’esercito sì agguerrito non riportasse

una vittoria, mentre tante n’avea avute il popolo inesperto a Milano, a

Bologna, nel Cadore, dove sin le donne mostraronsi eroine, nel Vicentino;

che centomila uomini, senza campale sconfitta nè gravi perdite, in pochi

giorni cedessero un vastissimo territorio e tante città, le quali dianzi

da se medesime aveano saputo liberarsi, pareva strano fin a quelli che

la guerra aveano sempre sconsigliato: or pensate ai diversi! Da Torino

vengono deputati a chiedere de’ misteriosi rovesci spiegazione al re,

il quale in Alessandria celava quasi obbrobrio quella ch’era sventura;

i Lombardi ivi rifuggenti sono accolti con aspreggio, dai retrogradi

come incitatori d’una guerra che rovinò il paese, dai caldi come troppo

pigri ai soccorsi, dai municipali come avversi al Piemonte; l’ingiuria

baldanzeggia, quanto un giorno la fratellanza.

Cesare Balbo che, dopo ventisette anni d’aspirazione, erasi trovato

ministro, e avea potuto dichiarare guerra all’Austria e far decretare

la fusione della Lombardia, ne esultava fin all’ebbrezza; un tratto

volle esser anche ministro della guerra, pregò il re di chiamarlo

quando s’avesse a combattere una battaglia, e assistette a quella

di Pastrengo con cinque figli tutti militari. Ma i vortici della

rivoluzione inghiottono le reputazioni più sode; e se il Ministero

era parso facile tra gli applausi e i primitivi prosperamenti, divenne

scabroso nelle traversie e in faccia alle Camere. Avea dunque dovuto

scomporsi per formarne un nuovo con persone de’ varj paesi uniti, Casati

e Durini milanesi, il piacentino Gioja, il veneto Paleocapa; oltre

Rattazzi, Plezza, Lisio, Collegno, antichi perseguitati. Ma le stizze

municipali inviperirono contro di essi, e il gridío non frenavasi se non

all’autorevole voce di Gioberti.

All’annunzio poi degli inaspettati disastri, il Parlamento decretò la

dittatura a Carlalberto, ma non sapea che far declamazioni; e il Ministero

si sciolse, protestando contro l’armistizio Salasco come conchiuso

da autorità non competente: nell’intervallo restarono l’arbitrio e

l’illegalità, finchè si rassegnarono ad assumere il portafoglio Alfieri,

Pinelli, Revel, Merlo, Dabormida, Roncompagni, Perrone, Santarosa,

sentendone il carico e le difficoltà. Qui una furia d’interpellanze sulle

presenti, di recriminazioni sulle passate cose, e un sistematico avversare

le proposte del Ministero, o snaturarle con emende; l’improperio peggiore

era l’essere detto moderato, e dimostrazioni e minaccie e lettere anonime

e fischi e insulti sui giornali e coi fatti lanciava ad essi quella

turba di rifuggiti d’ogni paese, che si denotava col nome di Lombardi: al

Balbo, costante nei consigli temperati, fu più volte minacciata la vita

se tornasse alle Camere, e v’andava col pugnale; e quei che non voleano

ingiuriarlo, il compativano come imbecillito dall’età. Fu duopo soddisfare

agli schiamazzanti col punire Salasco autore dell’armistizio, Federici

e Bricherasio che cedettero Peschiera e Piacenza: a Genova si assalì

il generale Trotti, benchè sciorinasse la bandiera crivellata da palle

nemiche: giunti poi in quella città il padre Gavazzi e De Boni, cinti da

quei che cercavano ventura col predicare libertà sconfinata, procurano far

proclamare la repubblica. Insomma il nemico comune, la plebe, dopo invasa

la stampa, invadeva anche il Governo; e i guasti ne furono peggiori che

quelli dell’Austriaco.

Allora tornasi agli esercizj di chi non n’ha di migliori; e a Torino

radunasi un Congresso Federativo italiano (10 8bre), preseduto da Gioberti

piemontese, Mamiani romagnuolo, Romeo calabrese, cui si aggiungono

presidenti di sezione, vicepresidenti, segretarj[85]; assistito dai più

fervidi declamatori, e dall’irremissibile Canino, che voleano pensare

qualche assetto alle cose italiane con vacuità di retorica e di applausi,

come si soleva prima della rivoluzione, e col solito rito di credere e

far credere ciò che non è. Ben presto si sfasciò.

Il malcontento e il furore si erano sparsi principalmente nello Stato

pontifizio e a Roma, che di tutta quella rivoluzione fu il centro vero.

Dopo il 30 aprile la turba si separò dal papa, e viepiù da che tornarono i

capitolati di Vicenza, i quali, col nome di Reduci, divennero istromenti

alle turbolenze, e braccio dove non vi era nessun nemico e moltissimi

declamatori. La rotta di Carlalberto riuscì tanto più dolorosa, quanto

ch’erasi divulgata una portentosa vittoria: al dissiparsi della qual voce,

il vulgo prorompe furioso; una gran dimostrazione notturna a fiaccole (30

luglio) minaccia l’autorità; il Parlamento decreta milioni, e di muovere

la guardia nazionale, una legione straniera, un generale italiano, e

sottomette al papa un indirizzo tanto più infervorato, quanto che tardo

e inutile. Il papa vi risponde vagamente; onde il Ministero Mamiani si

dimette, sottraendosi alle difficoltà per rovesciarle sul papa, il quale,

abbandonato sopra un pendìo dove l’aveano issato a forza, fu costretto

firmare tutti quei decreti, e ricostruire un Ministero sotto la presidenza

del conte Fabbri. Le società di sollazzo e di ciancia erano divenute di

intrigo e di cospirazione (1847): Ciciruacchio, Faccioti, Grandoni si

posero capi di tre conventicole, che discordavano tra loro, e ciascuno

spingeva agli eccessi con proposizioni distinte, tanto più violente

perchè non toccava agli sbraitanti il metterle ad effetto, concordi solo

nel domandare il secolarizzamento. Tra i sommovitori primeggiava Pietro

Sterbini, capo del circolo popolare; fuori romoreggiavano giornalisti e

piazzajuoli; chi cercasse reprimerli non poteva che essere esecrato, e

principalmente Pellegrino Rossi.

Questo carrarese (n. 1785), di buon’ora illustratosi a Bologna come

avvocato e professore, nel 1815 avea caldeggiato la spedizione di Murat,

sperando inoculare idee italiche alla forza materiale: in conseguenza

costretto a migrare, non credette che l’esiglio l’obbligasse alle

accidiose melanconie e ad aspettare dagli altri l’imbeccata; e postosi a

Ginevra, allora ritrovo d’insigni persone, quali la famiglia di Staël,

il duca di Broglie, Sismondi, Bonstetten, Bellot, Dumont, Pictet,

De Candolle, De la Rive, italianizzò alcune poesie di Byron, mentre

s’esercitava nelle scienze positive e nel francese, che adottò pei

futuri suoi scritti. Presto ad una cattedra libera di giurisprudenza

attirò e studiosi e curiosi in folla, col che si fece via ad un posto

nell’Università, benchè cattolico, e dirugginò l’insegnamento della

giurisprudenza e della storia romana. Fatto cittadino, intraprese

con Sismondi, Bellot, Dumont, Meynier gli _Annali di legislazione e

giurisprudenza_. Quando il paese ribollì per la rivoluzione del 1830,

fu scelto a compilare una costituzione, conosciuta col nome di _patto

Rossi_, che allora rifiutata, rivisse poi nello statuto unitario del

1848: ma egli ripudiava la radicale fusione, conoscendo quanti vantaggi

porterebbe l’unione, quante violenze l’unità. Perduta con ciò la mutabile

aura popolare, passò in Francia, e vi fu eletto professore di diritto

costituzionale, malgrado i fischi scolareschi, e membro dell’Istituto, e

cittadino, e presto pari e conte, molto ascoltato dal re, e bersagliato

dall’opposizione come straniero e come nella pratica applicazione

modificasse o, voleano dire, tradisse le sue dottrine economiche. Di

rimpatto i dispensieri della fama lo eressero fra i primi pubblicisti

con soverchia condiscendenza; giacchè di facoltà inventiva egli era

scarso, quanto abile a giovarsi degli altrui trovati ed abbellirli, e

nulla aggiunse alle dottrine, vuoi nella teoria del diritto penale, ove,

disertando da Bentham col quale militava da principio, conobbe fondamento

delle leggi e della penalità la giustizia assoluta; vuoi nelle economiche,

dove ammette verità speculative, che poi la pratica può contraddire;

dimostri principj, dei quali insegna diffidare. Erano difetti della scuola

eclettica, alla quale s’era aggregato, e che in politica dicevasi dei

Dottrinarj, coi quali opinando nella Camera dei pari, sosteneva spesso

applicazioni che pareano repugnanti co’ suoi principj, mentre erano questi

che lo rendeano capace di servire a qualsifosse partito.

Tale esitanza di atti, e il fare burbanzoso e riservato che spesso

acquista chi vagheggiò la popolarità e subì invece oltraggi, e che fa

dispettare le arti colle quali essa vuol essere comprata, alienavano da

lui e gli scolari e i fuorusciti italiani, accusanti questo rivoluzionario

divenuto sostegno dei Governi, questo cittadino svizzero convertitosi

in campione dei re. Luigi Filippo assai valevasi di esso, e quando la

Francia trambustava contro i Gesuiti, lo deputò a Roma per indurre il

papa a qualche provvedimento contro di essi. L’invio di un carbonaro,

d’un semielvetico, d’uno che avversava la santa Sede come filosofista

e come profugo, d’uno che alla vulgare paura de’ Gesuiti sagrificava

la libertà dell’insegnamento, somigliò ad un insulto; pure egli seppe

cattivarsi anche il ritroso Gregorio XVI, e non isgomentandosi a minaccie

e ripulse, menava a fine i suoi intenti. Studiava intanto la situazione

del paese e il valore degli uomini; e dopo incoronato Pio IX, procurò

che il Ministero francese ne sorreggesse il coraggio, francamente

cooperando coll’Inghilterra a rigenerare l’Italia; al che, sebbene

vecchio, e persuaso non si potesse condurvisi che passo a passo, sperò che

l’entusiasmo de’ popoli arriverebbe. Intanto i giornali lo insultavano

come cosmopolito senza color nazionale, discepolo del Guizot che allora

cadeva di moda, manutengolo di Luigi Filippo e di Metternich.

Al ruinare di questi, il Rossi perdette gli onori e gli impieghi: ma

rimase da privato in Roma[86], ove Pio IX ne apprezzò la pratica e le

cognizioni amministrative e politiche, quanto più la marea montava, e

un dopo l’altro assorbiva gli uomini su cui egli faceva conto; in questi

ultimi frangenti poi, vedendosi imposte persone sgradite, chiamò il Rossi

nel Ministero (1846 16 9bre), di cui lasciava capo nominale il cardinale

Soglia. Accettò il Rossi quel grave incarico, non come un balocco o una

onorificenza, ma come un grave dovere; si applicò a restaurare l’erario

con imposte effettive, promuovere i lavori pubblici e le strade ferrate

e i telegrafi, porre scuole d’economia pubblica e diritto commerciale,

avviare una statistica: promesse solite d’ogni nuovo reggitore, ma fatte

con più serio aspetto, in quanto egli subito diede sussidj ai volontarj

reduci e alle vedove degli uccisi, e riordinò la milizia volendo compagno

nel Ministero il modenese Zucchi (t. XIII, p. 396) che dal 1831 sepolto

in una fortezza austriaca, n’era stato tolto dalla presente rivoluzione, e

che allora fu spedito a quietare Bologna, sovvolta ancora da quei ribaldi

e dal padre Gavazzi. Aborrente da un’unità che poteva solo attuarsi

colla violenza, il Rossi desiderava un’unione sincera e reale de’ varj

Stati, e perciò combinare la lega italiana, «della quale Pio IX era stato

spontaneo iniziatore ed era assiduo promotore»; e — Noi abbiamo speranza

di vederla fra breve posta ad effetto per l’onore d’Italia, per la tutela

de’ suoi diritti e delle sue libertà, per la salvezza delle monarchie

rappresentative testè ordinate, e che un sì splendido avvenire promettono

agl’Italiani di vita civile e politica»[87].

Per trattare di questa lega, il Gioberti, allora anima del Ministero

torinese, aveva spedito il filosofo Antonio Rosmini; opportunissima

scelta d’uomo devoto alla santa Sede, venerato dall’Italia, e insieme

perseguitato dai Gesuiti e sospetto all’alto clero, nel quale però

possedeva ammiratori ed amici. I suoi avversarj già avevano promosso

un’indagine intorno alle dottrine filosofiche e teologiche di lui: ora

s’inacerbirono per un suo scritto sopra le _Cinque piaghe della Chiesa_,

le quali erano, la separazione del popolo dal clero nel pubblico culto,

specialmente in grazia della liturgia in latino; la insufficiente

istruzione del clero; la disunione dei vescovi; l’essere la nomina di

questi abbandonata al potere laicale; la servitù dei beni ecclesiastici,

dove, propugnando le ragioni della Chiesa a fronte della podestà laicale,

non dissimulava i disordini di quella, e confidava nel riparo «ora che

il capo invisibile della Chiesa collocò sulla sedia di san Pietro un

pontefice, che pare destinato a rinnovare l’età nostra, e dare alla

Chiesa quel novello impulso che spinge per nuove vie ad un corso quanto

impreveduto, altrettanto stupendo e glorioso». Il papa, non che condannare

il Rosmini, appena ne conobbe quella sapiente dolcezza lo volle consultore

alla Sacra Congregazione dell’Indice, e lo preconizzò futuro cardinale:

intanto ch’esso filosofo spingeva alla lega che, «per dare unità di forza

e di opera all’Italia, doveva essere una confederazione di Stati, con

un potere centrale, cui primo officio fosse il denunciare la guerra e la

pace, e prescrivere i contingenti de’ singoli Stati, necessarj, siccome

all’esterna indipendenza, così alla tranquillità interna»[88]; regolare il

sistema doganale e i trattati di commercio; a vicenda si garantirebbero

gli Stati. Ma il turbine che allora imperversava, travolse ben presto il

Gioberti; e il Ministero succeduto, avverso a tutto ciò che sapesse di

piviale, disdisse quelle convenzioni già combinate fra Pareto e monsignor

Corboli Bussi. E al punto ove stavano gli eventi, forse è vero che lo

scopo reale della divisata lega si era nei principi l’impedire che troppa

Italia si unisse sotto Casa di Savoja; mentre il Ministero piemontese,

mirando al sommo ampliamento di questa, chiedeva prima di tutto gli si

mandassero truppe onde rinnovare la lotta dell’indipendenza.

Che tutt’Italia dovesse armarsi per estendere il regno sardo da Chambéry

al Panaro, sembrava stravagante al Rossi: conveniva egli pregiudicare

così la quistione nazionale? poteasi dimenticare a tal punto il regno

di Napoli? il Piemonte stesso, coll’accettare la mediazione delle alte

Potenze, non si mostrava propenso alla pace? nol mostrava coll’abbandonare

indifesa Venezia? prima di domandare contingente ai collegati, canti

chiaro a che cosa aspira, a quali limiti s’arresterà; «ogni Stato spedisca

ambasciadori a Roma, e si delibererà de’ comuni interessi, sotto l’ala

del pontificato, sola viva grandezza che resti all’Italia, e che le fa

riverente ed ossequioso tutto l’orbe cattolico». E nel suo concetto stava

che le varie Corti s’accordassero fra loro e con Napoli e coll’Austria per

assicurare la libertà interna di ciascuno Stato; insomma impedire i mali

irruenti, più che vagheggiare beni irraggiungibili.

Fu nei destini di quegli anni che i trionfi e la ragione si attribuissero

sempre al caduto: e la sventura aveva ora cresciuto le propensioni pel

Piemonte e le smanie degli Albertisti. I quali allora colle mille voci de’

giornali denunziarono il Rossi per ostile all’unità italiana, sprezzante

del valore piemontese, insultatore alle disgrazie nazionali, avverso

all’ingrandimento della Casa di Savoja, il che allora e poi equivaleva a

satellite dell’Austria. Il Rossi udiva, soffriva come avvezzo, e intanto

navigando contr’acqua, imbrigliava gli stemperati de’ circoli e di

piazza, non meno che la subdola riazione ne’ palazzi; e perchè avea spia

di tutto, e nel reprimere parziali sommosse e nel cacciare perturbatori

forestieri e le bande del Garibaldi avea spiegato forza, era esecrato

dagli esuberanti: i preti, da lui colpiti di tasse al pari degli altri

cittadini, lo denunziavano sacrilego; austriacante, quei che subodoravano

ch’egli patteggerebbe anche coll’Austria vincitrice, dacchè non erasi

saputo vincerla: il Congresso Federativo di Torino dichiarava la caduta

di lui essere necessaria nell’attuamento delle speranze italiche: i

declamatori, che in tutte quelle faccende ebbero un’importanza, di cui

l’Italia dovrebbe eternamente ricordarsi per sua lezione, lo designavano

al furore del vulgo, bisognoso d’esecrare spettacolosamente dopochè avea

cessato di spettacolosamente amare Pio IX: Ciciruacchio sbraitava, — Per

c..., lasciate fare a noi altri, e domani sarà finito tutto, e comanderemo

noi»: sulle piazze e sui caffè gridavasi che non si rifà il mondo colle

dimostrazioni e con applausi al papa; croci e incensieri valere al più in

chiesa; una rivoluzione volersi, cioè riscattarsi dalla turpe servitù de’

preti e dell’aristocrazia, ricuperare i pieni diritti dell’uomo, nè ciò

potersi che con colpi e sangue; volgansi pugnali e archibugi contro preti

e frati, e se vengano col crocifisso o coll’ostensorio, il primo colpo a

questo, il secondo a chi lo porta.

Quando si trovano a fronte due partiti, entrambi scompaginatori, chi

attiensi al mezzo legale è trascinato da due lati a rovina. Venne il tempo

di aprire il Parlamento; e il Rossi, benchè avvertito che attentavasi

ai suoi giorni, non vi badò, per quell’orgoglio con cui era avvezzo a

sbraveggiare l’opinione, e perchè d’altra parte il suo dovere gl’imponeva

d’andare all’adunanza, raccolta colta nel palazzo bramantesco della

Cancelleria (16 9bre). Tutta la strada è accompagnato da’ fischi della

plebe e della guardia nazionale; fiele mesciutogli prima della croce:

come arriva, prorompono urli, ringhi, grida d’ammazza, fra cui alcuno

s’accosta e lo trafigge. Un silenzio universale succede; la guardia

nazionale assiste inerte al fatto; nessuno lo compassiona o soccorre,

e un suo staffiere a fatica lo trascina in una camera ove spira. In

quei tempi furono uccisi in simil modo a Vienna il ministro Latour, in

Ungheria il Lamberg, a Francoforte il Lichnowsky: eppure quest’assassinio

parve destare più orrore pel modo. Quando nel Parlamento fu annunziato

l’occorso, la voce che incessantemente vi prevaleva, grida: — Cheti là,

cosa c’importa. Forse è morto il re di Roma?» e non un atto di protesta

nè di compassione si ardisce, soffogata l’indignazione dalla paura della

plebaglia. Alla sera Ciciruacchio combina un’ovazione, urlando abominio

quegli stessi che da due anni urlavano osanna; e cantano al Bruto terzo,

e fino sotto le finestre della vedova benedicono quella mano che il

trafisse, e col «Morte ai preti» alternasi «Viva la Costituente». Altra

ciurma, la giornalistica, parte affettò silenzio o semplice enunciazione

del fatto, parte applause all’assassinio «dell’aborrito avventuriero,

causa di tanti mali ed anelante a spargere il sangue de’ cittadini dopo

averne spenta la libertà: egli trovò la morte fra i primi cittadini che

incontrò salendo la scala dei deputati e cadde spettacolo di sangue ai

Governi d’Italia... Ci fa ribrezzo la necessità nel sangue; ma voi, uomini

del potere, specchiatevi nella morte del ministro Rossi»[89].

Così i trionfi del mite pontefice rigeneratore finivano col trionfo

per un assassinio, del quale si accettava la correità col festeggiarlo

anche in altre parti d’Italia; a Livorno occasionò un’orgia, presente

il governatore; altrove si pubblicarono pasquinate e canzoni, e da quel

sangue riprometteasi politica nuova e il termine della servitù. Al domani

il popolo si dirige al Quirinale chiedendo un ministero democratico: e

il papa, non senza aver protestato, lo consente, preponendovi monsignor

Muzzarelli con Sterbini, Campello, Mamiani, Lunati, Sereni, Galletti.

Deplorabile spediente, ove conservavasi il principe, eppure si obbligava

ad atti da cui aborriva; faceasi richiamo alla costituzione mentre la si

violava coll’imporre al principe ministri ch’e’ non gradiva. Comandatogli

d’intimare la guerra nazionale e l’assemblea costituente, il papa protesta

non poter risolvere sotto la violenza: ma la folla abbranca le armi; gli

Svizzeri non osano far fuoco, eppure si divulga che versano torrenti di

sangue; si spara contro il palazzo del papa, il cui segretario rimane

ucciso; tutte le vie verso Monte Cavallo sono serragliate; si prepara ogni

occorrente per un assalto. Il mite papa, che s’era di cuore abbandonato

alle manifestazioni plaudenti, dovette allora subire fino l’attacco

personale dell’armi e delle bestemmie; e dall’ebrezza de’ battimani

riscosso al tuono delle fucilate, trovandosi deserto dal vulgo ch’egli

avea creduto popolo, si getta in braccio ai principi; e favorito da tutti

gli ambasciatori forestieri e dalla figlia del comico Giraud, vedova di

Dodwell e moglie di Spaur ministro di Baviera, fugge nel Napoletano (21

9bre), lasciando una lettera ove attestava che nessuno era complice della

sua fuga; ai ministri raccomandava l’ordine, e di rispettare le persone

e le robe. Da Gaeta poi, ove il re di Napoli lo ospitò coi sommi onori,

destinò una commissione che reggesse in suo nome: ma il Parlamento,

concitato principalmente dal Canino che senza posa ripetea la costituente

italiana, dichiarò (11 xbre) o falso o surrettizio quel breve, e nominò un

triumvirato col potere esecutivo, composto del principe Corsini senatore

di Roma, Camerata gonfaloniere d’Ancona, e Galletti.

Il rifuso Ministero dava buoni ordini, ne dava di cattivi; ma in

ogni parte i magistrati laici o ecclesiastici abbandonavano il posto,

lasciandovi lo scompiglio e lo smarrimento; i costituzionali cercavano

che la Corte li sorreggesse, e restaurerebbero il principato, purchè

garantisse le date franchigie; i diplomatici seguirono il papa a Gaeta;

il popolo chiarivasi a favore di esso, e bisognava sottometterlo o

punire, mentre vedeansi miracoli di crocifissi che grondavano sangue,

di madonne piangenti. Bologna, dove Zucchi colla forza dava sopravvento

ai costituzionali, volea staccarsi dalla tempestosa Roma che scarcerava

i galeotti: i violenti speravano giunto il regno del saccheggio e del

sangue: universale era lo scombussolamento, e i governanti doveano adulare

la plebe colle condiscendenze che avevano disonorato la repubblica di

Francia, e sollecitare qualche riordinamento contro la feccia che saliva

a galla. A Roma affluiva quanto di più fermentoso v’avea nello Stato e

per l’Italia, e mal poteanli frenare le parole di Mamiani e la guardia

nazionale; i ricchi e i quieti fuggivano, e per giustificarsi esageravano

le scapestratezze del popolo, che per verità su quelle prime fu a lodare

per quello che non commise, anzichè a vituperare di quello che commise

dopo rotto ogni freno; ma i pericoli prendeano gravezza e corpo dalle

concitate fantasie. Nulla badando a proteste del papa, si convoca una

Costituente per lo Stato romano (20 xbre), ma la legge elettorale «non

che venisse dai Consigli accolta e decretata, non si potè pur discuterla

per mancanza di numero legale»[90]. Anatemizzata dal papa, non poteanvi

prender parte quelli che ancora serbavangli fede, e che sarebbero valsi a

moderarla; mentre i circoli, governati dai veneti De Boni e Dall’Ongaro,

faceanvi destinare i più impetuosi e intriganti, minacciando del coltello

chi esitasse.

La Costituente, adunatasi (1849 5 febb.) «per purificare la patria

dall’antica tirannide e dalle recenti menzogne costituzionali», apre i

suoi lavori sul Campidoglio «sotto gli auspicj di queste due santissime

parole _Italia_ e _Popolo_»[91]; Armellini informa di quanto operò la

commissione provvisoria, e come, dopo che era passata ai Cesari, poi ai

papi, fosse tempo di ricostruire la Roma del popolo. Ben Mamiani avvertiva

questo vizio d’Italia, di mettersi indosso gli abiti che altrove sono

stati dismessi, e rialzare le insegne altrove cadute, invece di cogliere

il tempo e l’occasione; che cosa sperare adesso che mancavano eserciti e

ardore di plebi a sostenere la repubblica? Piemonte, Toscana, Napoli non

le darebbero ajuto nè imitazione; Francia le si pronunzierebbe avversa, e

prevalendo già dappertutto un genio di conservazione e di rassettamento,

non sarebbe tampoco favorita dall’aura democratica; si rimettesse dunque

la decisione alla Costituente italiana.

Ma più sfringuellavano quelli destinati a tutto impacciare, e — Che

importa l’appoggio altrui? faremo da noi. Francia repubblica sosterrà

certo una repubblica; Napoli è troppo occupata in Sicilia; se Torino

ricusa, ben si moverà Genova; è assurdo l’attendere dalla Costituente

quello che possiamo darci da noi». Ed erano que’ dessi che predicavano

l’unione italiana; che della Costituente faceano la panacea d’ogni piaga,

il cardine della liberazione universale.

Garibaldi propone di immediatamente proclamare la repubblica, senza pur

la formalità di verificare i deputati; Canino esclama: — Sento fremere la

terra sotto a’ miei piedi; sono l’ombre de’ grandi trapassati che gridano

_Viva la repubblica romana_». In fatto si pronunzia scaduto il pontefice

(10 febb.), nazionali i beni ecclesiastici, governo la democrazia pura

col titolo di Repubblica romana; badando all’intrinseca eccellenza

della cosa, più che all’opportunità. Mamiani che, partito il pontefice,

avea consentito di ripigliar parte nel Ministero[92], vi rinunzia

dacchè vede impossibile la riconciliazione: e fu giudicata debolezza

d’uomo, che spinge fino agli estremi, poi si ritira; onde lo gridarono

liberale rinnegato, speculativo ambizioso e infetto d’aristocrazia.

Nel Ministero romano furono posti il vecchio Armellini, il sapiente

Saliceti, il dovizioso Guíccioli, persone rispettate in generale, e lo

Sterbini, ambizioso faccendiero che invidiava tutti, e tutti contrariava

senza discernere mezzi e vie. Si levarono campane che il popolo avea in

devozione; si molestava chi comparisse vestito da prete o frate; sciolto

il Sant’Uffizio, de’ misteri di quello si fecero scene e spettacoli,

e si fu ad un punto di mettere fuoco alla chiesa e al convento della

Minerva. Smaniavasi di leggi contro i migrati, di confische, di penali

feroci; provvedeasi al denaro coi decreti, alla politica colle millanterie

rivoluzionarie, e beato chi di più severe ne portasse; chi vi contrariasse

sottoponendo alle giunte arbitrarie ed eccezionali, di cui faceasi tanta

colpa a Gregorio XVI, come concedeansi più grazie che mai non avessero

fatto i preti: e intanto dappertutto gli assassinj politici «turbavano

quel maraviglioso concorso d’un intero popolo nell’opera della sua

redenzione, gittavano nel fango l’idea vergine e maestosa che si eleva sul

Campidoglio, profanavano il nuovo patto d’amore e di perdono, giurato in

Roma dai veri credenti nell’avvenire dell’umanità»[93].

Ma appena messo in istallo il Ministero, Haynau varcava il Po (2 febb.),

occupava Ferrara e per punirla d’insulti recati, la tassava di dugentomila

scudi, a favore però del papa. Il triumvirato, fatto inutile appello

«a tutti i popoli della penisola» che non poteano badarvi, «a tutto il

corpo diplomatico» da cui la repubblica non era riconosciuta, si avaccia

a formar legioni: ma gli Svizzeri chiesero congedo; pochi e disvolenti

erano gli altri soldati, numerosissimi e inesperti gli uffiziali, salvo

nella legione che diceasi di Garibaldi, mescolanza d’ogni gente, risoluta

a ogni estremo, sotto di un capo inesorabile e arrischiatissimo. Intanto

il debito esorbitava; i tre milioni che giravano in carta moneta, bisognò

accrescere di molto; faceasi ressa di adunare la Costituente italiana a

commissione illimitata; ma nè Lombardia nè Napoli poteano concorrervi;

Sicilia, gelosa dell’autonomia, non assentiva che ad una federazione;

Venezia assediata disapprovava quel concetto; Toscana aborriva dalla

fusione.

Quando poi vi giunse Mazzini ad opera compita, esaltò con la colorata

parola la Roma del popolo; e proclamato cittadino, poi triumviro, diceva:

— Forse avremo a combattere una santa battaglia contro l’unico nemico che

ci minacci, l’Austria; e la vinceremo. Gli stranieri non potranno più dire

come oggi, che questa Roma è un fuoco fatuo fra i cimiteri: il mondo vedrà

ch’è luce di stella eterna e pura». Ancora metafore e memorie e scene,

sostituite alle metafore, alle memorie, alle scene che si erano abbattute;

com’era eguale la servilità ai governanti, il petizionare, il trarre a

privata fruizione la pubblica fortuna; anzi si vollero baccanali santi; e

per la settimana santa e per pasqua si raddoppiarono le solennità, condite

dalla prurigine della scomunica; e sulla loggia da cui il papa benediceva

alla città e al mondo, Mazzini circondato da degni accoliti, fa benedire

alla repubblica, e «se mancava il vicario di Cristo, rimanevano il popolo

e Dio[94].

Il granduca, appena si sovvolsero gli Stati modenesi (1848), avea occupato

quelli che confinano col Lucchese e il Pontremoli; accettò la chiesta

unione della Lunigiana e Garfagnana, e di Massa e Carrara; mandò truppe

alla guerra santa, ma non volea ricorrere ai robusti spedienti di fare

denaro e soldati; il qual riguardo alle fortune e al sangue allora parea

crimine di lesa nazione. I Toscani, che avrebbero voluta la libertà

ma senza disagi, sfogavansi più volentieri in feste, in benedizioni di

bandiere, in conviti ai crociati che passavano in _Tedeum_ a vittorie

supposte; dichiaravano cittadini Gioberti e i membri del Governo

provvisorio di Milano, e lo stemma di questa città si collocasse sotto

la loggia dell’Orgagna: il principe trottolava (26 giugno) a queste

benedizioni di bandiere, e a gridare viva all’Italia indipendente e

confederata; ma raccoltosi anche qui il Parlamento, quasi tali passatempi

fossero opportuni nelle gravi urgenze d’allora, cominciossi a trovare

che il Ridolfi e gli altri ministri non rispondevano all’aspettazione

concepita da quelli che gli aveano giudicati dai discorsi alle accademie

o in piazza. Gravossi d’un terzo la tassa prediale, s’impose una

straordinaria alla mercatura, si aperse un prestito di quattro milioni

ducentomila lire, si tassarono le pensioni di tutti gli uffiziali civili,

si ordinò l’affrancamento dei livelli dello Stato: ma di sei milioni

presupposti, neppure si raccolse la metà.

I deputati, lieti d’averne finalmente l’occasione, sfoggiavano

quella dicacità ch’è sì comune e sì cara in bocca toscana. 1 borghesi

sfoggiavano d’un’altra loro abilità, le arguzie e i motti, che risolveano

in riso i provvedimenti e le controversie. Voleasi guerra; ma appena

costasse sangue e denaro, prorompevano lamenti, richiami, piagnistei,

e più veneravasi Carlalberto perchè combattendo dispensava essi dal

combattere: i giornali[95] coll’esorbitante lodarlo metteano ombra al

Governo, inasprivano i dissenzienti, producano subbugli e cozzi. Alcuni

Fiorentini, massime il Salvagnoli, vennero predicatori d’albertismo a

Milano, andò colà a predicarlo Gioberti, intanto che in senso diverso

lo spettacoloso padre Gavazzi, dopo aver sovvertite le città romane e

le lombarde, passeggiava il giorno fastosamente in cocchio, poi sulla

bruna davanti a un popolo immenso, che piacevasi a quella voce tonante

e a quei sensi energumeni, inveiva contro dei ricchi che non davano i

loro cocchi per tirare i cannoni, de’ sacerdoti che non isventolavano

la bandiera tricolore, di chiunque avea denaro perchè nol portasse nella

cassa di guerra: così invelenendo gl’istinti dei poveri, avrebbeli spinti

al saccheggio se il popolo non avesse inteso le cose differentemente

dai cittadini, e sfogato con fischi o con arguzie una scontentezza, che

qualificavasi di briga pretina e gesuitica.

All’annunzio dei disastri del campo (30 luglio), gli strilloni levano

rumore contro l’inerzia del Governo, sciorinano bandierone iscritte

_Giù il Ministero_; fin si tenta in piazza far decretare esautorato il

granduca, essendo capo del movimento il piemontese Trucchi. Nel dissenso

dei moderati essendo cresciuti i demagoghi, e Guerrazzi rinfacciando

le sconfitte di Custoza al Ministero, quasi a bell’arte fosse lento ai

soccorsi, Ridolfi si dimise, dolendosi che, dopo essersi sempre mostrato

italiano, dovesse ritirarsi fra’ sibili della disapprovazione; che la

stampa, alla cui libertà tanto avea contribuito, non fosse mai venuta a

sussidiarne il Governo, anzi il contrario.

Scomposto il Ministero, crebbe il disordine interno; e intanto vedendo

l’Italia invasa dagli Austriaci sin al confine, si dovè patteggiare con

Welden che stava nel Bolognese, con Lichtenstein che stava nel Modenese,

affinchè non invadessero la Toscana. Dopo molta fatica e il ricusare

anche di persone null’altro che ambiziose, fu ricomposto un Ministero

di Giorgini, Samminiatelli, Mazzei, Landucci, Marzucchi, Belluomini,

preseduto da Gino Capponi (1848 16 agosto), che venerato dai temperanti

non meno che dai democratici, affidò gli animi promettendo l’unione

federale e nuova guerra, se buona pace non si potesse. Ma il tempo dei

moderati era tramontato; la demagogia cresceva; i giornali disimparavano

l’urbanità toscana; affluivano i profughi lombardi; Livorno addoppiava

tumulti. Il padre Gavazzi, ch’era stato espulso, tornava di que’ giorni

nella rada di Livorno; e sebbene fosse ordine di non lasciarlo sbarcare,

una deputazione va a prenderlo, e fa accogliere ad applausi i discorsi

suoi, dove accusa di traditori i principi, i ministri, i generali, e grida

la guerra del popolo; e poichè il seppero messo ai confini, si prorompe a

sollevazione. S’avea bel gridare che l’avversario comune era il Tedesco,

e questo era a domare; non già i deboli soldati del granduca, e che

tutti gl’Italiani sono fratelli: si prende la cittadella, s’imprigiona il

governatore, si moltiplicano insulti e sangue, e s’istituisce un Comitato

di salute pubblica.

Guerrazzi aveva affascinato con que’ romanzi ebri di libertà e d’ira;

e Livorno, che, tutta ai commerci e poco agli studj, s’inorgogliva di

questo nome italiano, lo riguardò come si suole i grandi, con amore ed

odio al paro stemperati; non vi fu calunnia di cui non si bruttasse il suo

nome, nè speranza che in quello non si ponesse. Qual meraviglia s’egli ne

contrasse ambizione? e cercò tutte le occasioni di mettersi oppositore al

Governo, non foss’altro nelle cause che patrocinava. Uomo passionato ancor

più contro o in pro delle cose che degli uomini, dispettoso di vedersi non

adoperato, eppure affettando di non chiedere anzi di rifiutare; ingrandito

dalla persecuzione di un Governo sì poco persecutore, poi via via erettosi

col galleggiare sopra marosi che avea sollevati egli stesso, e che doveano

poi rotolarsegli sul capo, privo di fede in qualsiasi cosa, professava

«odio alle vecchie istituzioni, onta e martirio della specie umana»,

sicchè volgeva alle riforme radicali e alla repubblica; e con La Cecilia

di Napoli, antesignano di tutti gli agitamenti, e con un Petracchi robusto

braccio, e con altri ingloriati dall’avere combattuto in Lombardia,

incitava a chiedere operosità nella guerra, armamento marittimo, sale

a buon mercato. Tutto invelenivano i giornali, i circoli, l’abjetta

condiscendenza al vulgo, che fu il peggiore nemico di quell’anno. Raccheti

un tratto, i Livornesi si risollevano gridando al tradimento e a meditati

macelli: le bajonette e le artiglierie non bastano contro il popolo, che

costringe la fortezza a capitolare. Il granduca repugnava dalla guerra

civile, eppure doveva allestirla: ma se disponesse le guardie nazionali,

dicevasi che armava fratelli contro fratelli, e si scioglieano, come

volonterose di pompeggiare non di fare davvero; i soldati non sapevano

combattere; il Ministero, ingelosito del Piemonte, ricusò i soccorsi che

questo offeriva.

Giuseppe Montanelli, poeta elegiaco, era uno de’ molti che dalla religione

aveano dedotto sensi e speranze repubblicane, ma colla placidezza

toscana e sua propria; moderatore più che eccitatore, facendosi amare

colle melate parole e coll’indistinta condiscendenza; venuta l’ora del

fare, non istette a dire; combattè a Curtatone e fu pianto per morto,

finchè si seppe prigioniero; e rilasciato dagli Austriaci, tornava

circondato dall’aureola del coraggio e della sventura, pallido e con

fasciate le ferite, accolto con applauso dappertutto, preteso da ciascun

partito come gloria propria; sicchè il Ministero credette provvedere

alla quiete mandandolo governatore a Livorno. Ivi trova la stampa

scapestrata, la demagogia baccante; e quel desso che non avea temuto

le palle austriache, allibì davanti alla paura di perdere la popolarità

col lasciarsi sorpassare; e nella sua professione di _fede democratica,

nazionale, cristiana,_ dichiara (12 8bre) che non s’ha a proclamare la

repubblica _immediatamente_, però non basta la federazione, proposta dal

Ministero d’accordo con quelli d’altri paesi, ma doversi recidere ogni

trattativa, e divenire esempio agli altri col proclamare una Costituente

di rappresentanti di tutta Italia, da convocarsi in Toscana. Da questa

nuova parola resta eliso il Congresso di Torino; e in Toscana si eleva

un’altra opinione a fronte al Ministero, il quale sotto le grida e i

cartelli è forza che rovesci. A tanto riusciva in cinque soli giorni

di governo il Montanelli, che sottentra ministro con Guerrazzi, col

napoletano Ayala, e con Mazzoni, Adami, Franchini, gente che poneva

da banda le antiche nimicizie; e senza slealtà proponeasi di frenare i

trascendenti, i quali, avendoli elevati, erano altrettanto risoluti a

dominare soli, e non correggere ma sovvertire. Avrebbero essi coraggio

d’affrontare l’impopolarità, e fra gli scogli d’un Governo rivoluzionario,

senza la fiducia del principe nè l’appoggio della nazione, salvare almeno

l’onore della democrazia?

Prima soddisfazione ai loro creatori fu l’amnistia ai Livornesi, e

il mandare a governare l’aretino Pigli, persona estrema e balzana,

inesauribile parlatore nei circoli o nella Camera: altri demagoghi furono

posti in impieghi, e sciolte le Camere, benchè si prevedessero in egual

senso le nuove elezioni. A chi portasse querela o domanda, diceasi o

faceasi capire che «fin quando Leopoldo non se n’andasse, le cose non

procederebbero in bene».

Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15) · 第 7 / 16 题