CAPITOLO CXCI.

Le insurrezioni.

A questo accordo di principi e popoli per la rigenerazione nazionale, chi

penserebbe opporsi? L’Austria sola: ma questa non potrebbe spiegare le

sue forze per reprimerli, fin a tanto che non si rompesse guerra; e guerra

non si romperebbe, attesa la moderazione dei popoli, educati alla saviezza

dalla sventura _e dai giornali_. Ma senza guerra come cacciarla oltr’Alpi?

nessuno vedevane modo, eppur tutti se ne confidavano; non ragionavansi

le difficoltà, si negavano; e la speranza occupava gli animi come una

di quelle idee fisse che l’allucinazione traduce in realtà. Ed ecco in

quel ridente orizzonte scoppiare il turbine, una nuova rivoluzione della

Francia.

Da un re portatole dagli stranieri, questa accettò come umiliazione la

Carta del 1815; e invece di svilupparla, la spiegazzò; poi come vide i

Borboni intaccarla, li cacciò, sovvertì quanto avea rifondato in quindici

anni, moltiplicò sangue e ruine, conculcò glorie; e tutto ciò per fare

della Carta stessa un’edizione con varianti. Parve essa raggiungere la

massima libertà ottenibile ne’ Governi rappresentativi, tutto potendo la

legge, nulla il re, il quale regnava non governava; illimitata la libertà

della parola, dell’associazione, dello scrivere, dell’adorare; tenue

il censo richiesto per esser elettore ed eletto. Luigi Filippo, posto

sul trono come una barriera contro la repubblica, riuscì a rattenerla

per diciassette anni; nei quali aveva egli rattoppato gli sdrucci che

ogni rivoluzione fa, non diminuiti i debiti ma cresciuto credito alle

finanze, ravviato il commercio, estesa la prosperità materiale favorendo

l’aristocrazia mercantile, surrogatasi alla patrizia; lettere, arti,

scienze incoraggiò sin a farne una potenza nei giornali e alle Camere;

insieme mantenne la pace fra pressantissime incidenze di guerra; restaurò

la marina in modo, da comparire onorevolmente nei mari più distanti. Pure

il suo Governo, per volger di tempo, non si consolidava, come quello che

unica origine e fondamento avea la rivoluzione; chi in questa non erasi

acquistato una nicchia, martellava a prepararsene un’altra; i diseredati

della quale ne solleciterebbero una terza. Il Governo stesso, nelle arti

con cui era costretto accaparrare le elezioni, nella condiscendenza che

doveva a’ suoi creatori e sostegni, nel dover rannodare alla propria

durata i grandi interessi e i minuti, poneva mente a tutt’altro che alla

moralità; vacillava condiscendendo, anzichè progredire resistendo; e dopo

diciott’anni si trovava in aria come al principio. L’incremento materiale,

così sproporzionato al morale, portava un’ebrezza di desiderj, una bolimía

d’oro, tutti volendo acquistare, tutti godere, qualunque ne fosse la

via: deperito ogni carattere privato e pubblico, non più rattenuti da

riflessi superni o da ricompense postume, anzi istigati da una letteratura

sistematicamente depravatrice. Allora moltiplicate le frodi, e i delitti

codardi e i feroci sin tra persone elevate, il cui scandalo era aumentato

dalle difese pubbliche e dall’interesse che i giornali e il bel mondo

prendevano per scellerati.

La moltitudine più sana, che anzitutto vuol pace e ordine; i trascuranti

che imbellettano di moderazione l’accidia; gl’interessati a mantenere

l’impiego, la pensione, il posto in palazzo o al Parlamento, bramavano

s’assodasse quel dominio, ma il bramavano fiaccamente, mentre operosissimi

lo sottominavano i partiti. Contro la vita d’un re eletto dal popolo,

lealmente liberale, e modello di virtù domestiche, ripeteansi attentati,

più che contro qualsiasi tiranno. Ai Legittimisti, confidenti nel

diritto divino, si rannodavano gli antichi nobili e parte del clero.

Repubblicane professavansi le società secrete, i giovani, gli artigiani,

i Furieristi. Con miglior carta ormeggiavano i Buonapartisti; e se

quanto i Mazziniani parvero ridicoli i tentativi di Luigi Napoleone,

che, fallito in Italia, due volte avea presunto, col proprio nome e

con un pugno d’amici, sovvoltare la Francia, ove non trovò soccorso nè

simpatia, bensì carcere e perdono, l’avvenire attestò quanto quel fuoco

sotterraneo operasse. Il Governo, battuto dalla stampa e dalla calunnia,

liberalissime e provocanti, dai rifuggiti d’ogni favella, dai cospiratori

d’ogni gradazione, non che predisporre l’avvenire, poteva a stento

orzeggiare giorno per giorno. Il Parlamento, cui uffizio sarebbe stato

condur il paese a riformarsi senza scosse, irritava colle declamazioni

e col continuo imputare al Governo d’avvilire la Francia nelle relazioni

esterne, di comprimerla nell’interno progresso; balzavasi da un ministero

all’altro senza un perchè, e sempre lamentando che i surrogati divenissero

peggiori de’ precedenti. Il più lungo fu quello dello storico Guizot,

carattere più rigido che nol soffrissero le passioni pruriginose, più

incorrotto che i suoi competitori, ostinato a voler la pace, e come

mezzo a ciò, consolidare la nuova dinastia; ligio a questa, ma operando

costituzionalmente e colla maggiorità delle Camere.

Nel sommovimento cominciatosi in Isvizzera, fra gli Slavi e da noi, il

Governo assunse uffizio di moderatore: ma la nazione si rinfocò, quasi

recassesi a onta l’esser precorsa da altri nella politica arrischiosa e di

eventualità; imitando gl’Italiani, propagava il fermento coi banchetti,

dove il ravvicinamento e i vini incalorivano i discorsi, esagerati come

di chi parla a pochi, senza mandato nè contraddizione nè responsabilità:

ma quei brindisi, ripetuti sui giornali, fragorosi conduttori

dell’elettricità rivoluzionaria, acquistavano una rappresentanza

diversa dalla legale. Il re disapprovò tali arti, nè però si rassegnava

a sagrificare il ministero alle chiassate. Un banchetto in Parigi di

centomila persone fu il segnale d’una rivolta, dove a mano armata e colle

barricate si cominciò a chiedere la riforma elettorale e cangiamento

di ministero[60], e si finì coll’acclamare la repubblica e un Governo

provvisorio (24 febb.).

Non dunque l’inesaudito bisogno di ragionevoli emendamenti, non il

generoso desiderio di libertà e dignità, bensì il sussulto di una

sconsiderata e tardi ravveduta minorità capovoltava la Francia,

cancellando ogni diritto ereditario, e fin l’ultimo privilegio politico,

quello del censo, per affidare la decisione a quel voto universale, che

colloca la ragione e la giustizia nel numero. Sconnesse le antiche, nè

operando ancora le nuove istituzioni, una plebe iraconda, avida, criminosa

rimase despota di Parigi e della Francia; il mondo, che alla parola di

repubblica avea sperato la grande pacificazione della democrazia, si

sgomentò quando la vide, da rigeneratrice della dignità umana, cangiarsi

in sovvertitrice della società e di ciò che l’uomo ha più sacro, la

famiglia, la proprietà.

Come nel 1830, ogni paese risentì di quell’urto; e dove fin là erasi

aspirato ad acquistare o realizzare il Governo costituzionale, si prese ad

abbatterlo; il rinascimento italiano da difensivo si mutò in aggressivo.

Le potenze straniere aveano dato mano al movimento pacifico, esortato i

popoli a fidare ne’ principi, promesso a questi non solo l’appoggio morale

della parità d’istituzioni, ma anche il materiale, caso mai l’Austria

attraversasse il quieto decorso. L’importanza consisteva dunque nel non

turbare la pace: quando l’Austria la turbò coll’occupare Ferrara, trovossi

vinta e costretta a recedere: guaj al momento che le fosse ridonata la

superiorità col prendere noi l’offensiva!

Ma la Francia repubblicana come intenderebbe i suoi politici doveri?

Lamartine, che colla poetica frase avea fatto aggradire il Governo

repubblicano, comparve eroe nel sostenerlo contro il furore plebeo; ma

costretto a condiscendere a tutti, e adulare come ogni potere nuovo, e

sprovvisto di tutt’altra idea che quella dell’opposizione, trovavasi

incapace di riordinare, e di concepire un avvenire altrimenti che

fantastico. Qual ministro degli affari esteri, all’Europa dichiarò (2

marzo) che, a differenza di quella del 1793, la repubblica non minacciava

ai Governi, comunque fossero costituiti, conoscendo pericolosa alla

libertà la guerra; considerare i trattati del 1815 come non più esistenti,

ma rispettare le circoscrizioni territoriali stabilite in essi; se però

qualche nazionalità oppressa si svegliasse, «se gli Stati _indipendenti_

d’Italia fossero invasi, od impacciate le interne loro trasformazioni,

Francia tutelerebbe i legittimi progressi».

Dire quanto basti per sospingere i passionati, e intanto riservarsi

pretesti onde rinnegarli; sopreccitare ne’ popoli l’amore della libertà

e indipendenza, eppure assodare i trattati che le conculcavano; estendere

la periferia morale, e impedire la materiale trincerandosi nell’amor della

pace, era indegno d’una gran nazione. Vero è che il Gioberti, testimonio

degli errori parigini, scriveva qua lettere della sua solita esagerazione

contro la repubblica; i festeggiamenti fattine a Roma malgrado il papa,

indicavano la mano di un Buonaparte che ne sperava profitto; i poveri,

attruppatisi a Napoli per chieder lavoro, a Firenze per non anticipare le

pigioni, a Genova per partecipare ai guadagni de’ negozianti, palesavano

una feccia che presto al fermento sormonterebbe. Ma i popoli restano

sordi agli avvertimenti per non badare che alle catastrofi; e inebriati

da quell’esempio, e illudendosi su quelle parole, credettero mature le

sospirate franchigie.

Se il desiderio d’italianità nella restante penisola esprimevasi in

applausi ai regnanti (1847), nel Lombardo-Veneto concentravasi in fremiti.

Delle riforme amministrative concedute ai vicini già era in possesso da

gran tempo questo paese, mercè l’antica tradizione municipale; nè qui si

cercava rigenerare, bensì distruggere il Governo: scopo determinatissimo,

proponendo l’acquisto di quella nazionalità, senza cui non parea

possibile libertà soda, potente dignità, verace progresso. Ma non se ne

vedea modo che in un subbuglio europeo. Aspettando il quale, la folla

coglieva ogni destro di esprimere avversione ai dominanti, simpatia ai

principi italiani, un accordo di volontà, ben diverso dalle congiure,

qui men che altrove opportune dove lo scopo era palese, e robustissima

la repressione[61]. Gaetano Gaisruk, arcivescovo di Milano, era vilipeso

per iscarsa dottrina e ignoranza di ecclesiastiche discipline, ed esoso

come straniero fin quando la sua morte fece rendere giustizia a una

generosissima beneficenza, a un sentimento di giustizia che non lasciavasi

raggirare dai circostanti, nè da influssi d’anticamera, di sacristia,

di consorzj; alla sua franchezza di esporre rimproveri ai subalterni e

ragioni ai potenti; alla cura degl’interessi generali di questo paese che

forse non amava, e da cui non era amato. Vero è che non sapeva di lingua

e zoppicava di stile.

Ai funerali di lui proruppero il vilipendio vulgare e poetici insulti;

poi si spiegò così solennemente il voto d’avere un prelato italiano, che

l’Austria vi destinò il bergamasco Romilli. Nè le virtù, nè il sapere,

nè l’attitudine e la prudenza di lui erano conosciuti: che importava?

egli era italiano, e bastò perchè, come a Pio IX, così a lui si facessero

feste strepitose (5 7bre), con iscrizioni allusive a patria, a Italia.

Ma i _Viva_ non furono accompagnati dai soliti _Mora_; la turba,

dall’applaudire al palazzo arcivescovile, passò al fischiare sotto le

finestre ove agonizzava uno degli uomini più splendidamente benefici[62];

poi agli inni a Pio IX seguirono i disordini che riscontrammo in ogni

altro luogo, e come in ogni altro luogo i poliziotti dovettero tirar

le sciabole: prima volta che la turba milanese affrontasse la forza,

prendendola in disprezzo perchè la sua moderazione credette impotenza.

Poco appresso adunavasi il settimo Congresso scientifico a Venezia; e

sebbene vi mancassero Piemontesi, Toscani, Romagnoli, atteso che già

possedevano quello a cui i Congressi erano avviamento, parve injettare la

vita in quella città man mano che procedeva: le discussioni scientifiche

ed economiche assunsero importanza politica; la quistione delle strade

di ferro, che già avea agitato Genova, qui fu colta con tale aspettativa,

che a pena agli ascoltanti bastò la sala del gran Consiglio: la quale poi

nell’adunanza finale, cogli applausi dati a qualche scienziato, e negati

al vicerè, vide prorompere manifestamente la volontà paesana.

Sentì il vicerè l’insulto, e ne fece cadere la vendetta sopra

l’applaudito: ma che ivi si concertassero i capipopolo per iniziare

la rivoluzione, è falso[63]. Nè società segrete o comitati direttori

promossero le dimostrazioni, che da quel punto si moltiplicarono in tutte

le città (1848). La più significativa fu l’astenersi dal fumare: sucida

abitudine venuta qua d’oltr’Alpi, e il cui abbandono poteva esprimere e

un ritorno all’urbanità, e che la gioventù possedeva volontà unanime,

e conosceva la forza dell’abnegazione; due qualità indispensabili al

risorgimento nazionale.

L’astinenza volle spingersi fino a violentare altri; e sia vero o no che

i militari o la Polizia mandassero attorno fumanti provocatori, ne nacque

occasione (5 genn.) di trarre le sciabole; il popolo fu ferito e calpesto,

come sempre, e come già in tutti gli altri paesi d’Italia; il numero

delle vittime fu esagerato, ma compiante per tutta Italia quai martiri;

le declamazioni de’ circoli e de’ giornali e le esequie drammaticamente

ripetute in ogni angolo affondavano sempre più l’abisso tra noi e gli

stranieri.

La Congregazione Centrale, corpo che rappresentava il paese e che non

aveva sino allora conosciuto altro dovere che di eseguire la volontà

superiore, sentì pur quello, impostogli dalla propria istituzione,

d’ammonire il potere, d’iniziare miglioramenti, di presentare rimostranze.

Il bergamasco Nazzari ne sporse una, dove non chiedeva innovamenti,

ma l’attuazione della sovrana ordinanza: che se altre in altri tempi

l’autorità aveva lasciate cascare, l’aura odierna impose che la petizione

fosse accolta, appoggiata, spedita a Vienna. Allora la paura dell’opinione

pubblica assunse la maschera di coraggio civile; le Congregazioni

provinciali e le municipali e le Camere di commercio presentarono istanze

e richiami, esitanti fra il rispetto abituale e una risolutezza insolita:

pure restringevansi prudentemente a chiedere si mettesse in atto ciò che

già era in decreto, o a trarne le legittime conseguenze. Anche gli scritti

di qualcuno che esponeva per la stampa estera la condizione e i bisogni

del paese, non parlavano che delle riforme necessarie per riconciliare la

provincia coi dominatori, e far meno indecorosa la servitù.

Pari agitazione legale nel Veneto; e citando leggi inosservate, si domandò

una censura meno assurda, e di partecipare al decidere sugli interessi

immediati del paese; insomma che, rientrando nelle vie della morale e

della civiltà, si togliesse l’onnipresenza deleterica della Polizia,

odiata più veramente che non il Governo.

Secondare questo movimento legale sarebbe stato il modo di calmarlo

sinceramente, o fintamente eluderlo; ma il vicerè conosceva solo arti

diverse: il Nazzari esprime i voti della rappresentanza paesana, ed esso

ordina sia sorvegliato dalla Polizia: Manin e Tommaseo espongono domande

a Venezia (gennajo), ed esso li fa arrestare: crescendo l’irrequietudine

di Milano, promette chiedere ampj poteri da Vienna per soddisfarvi, e

gli ottiene, e bandisce si rassicurino perchè omai egli si recherà in

mano le redini dello Stato; e la notte stessa manda ad arrestare persone,

diversissime d’indole, di relazioni, di costume, e senza pure una parola,

deportarle in Germania. Contemporaneamente fecero dal mitissimo imperatore

dichiarare (22 febb.), lui avere operato abbastanza pei popoli, nè essere

disposto a ulteriori condiscendenze; affidarsi nel valore delle sue

truppe; e gli chiesero l’arbitrio d’arrestare, di deportare, di bandire

la legge marziale.

Questi atti tolsero ogni confidenza nel Governo, che non trovando chi

cospirasse, perseguitava, eppure tremava davanti a un popolo che irritato,

non sbigottito, opponeva il silenzio e l’astinenza.

Un potere minacciato diviene violento; parlavasi di truppe sempre

nuove giungenti in Italia, di promessi saccheggi, di bombardamenti al

minimo agitarsi. E per verità, risoluti com’erano a reprimere colla

forza, sarebbero dovuti porsene in grado[64], dacchè fiutavasi in aria

la rivoluzione a segno, che Metternich ripeteva a tutti gl’incaricati

d’affari, — Sta primavera in Italia vi avrà bôtte e ferite»; poi il vicerè

partiva, lasciando la legge stataria come suo legato a un paese dov’era

seduto vent’anni. D’altro lato susurravasi d’armi ammassate in Milano,

di corpi predisposti dai profughi ai confini, di incitamenti uffiziali

venuti dalla Francia, dall’Inghilterra, più dal Piemonte: eppure il

successo chiarì che nè armi v’avea, nè intelligenze, nè preparativi; gli

stessi Mazziniani aveano di quei giorni a Parigi preso accordo di non

alterare colle loro mosse il quieto svolgimento italiano, e la Giovane

Italia erasi adagiata nelle braccia di un’_Associazione nazionale_. Il

martirio si venera, ma non si predica: e quale onest’uomo assumerebbe

la responsabilità d’avventare il paese inerme nel terribile esperimento

d’un’insurrezione contro un esercito sì bene disciplinato? Pure la

pazienza cessa quando cessa la speranza, e giunge un’ora in cui per le

nazioni l’obbligo della fedeltà cede al diritto d’acquistare la sicurezza

che più non trovano nell’ordine stabilito; e quest’ora la Provvidenza la

batte ineluttabilmente. E come i colpi provvidenziali scoccò d’onde meno

sarebbesi aspettato.

Vienna, città che credevasi ridotta materiale nei godimenti, e

particolarmente divota ad una dinastia che la faceva capo di un grande

impero, erasi stancata dello stupefacente assolutismo di un ministro,

che facendo sinonimi governare e comprimere, catalogando gli uomini

secondo quel che pagavano, riducendo il Governo a doganieri, burocratici,

spie e soldati, privavalo della sua più nobile qualità, l’iniziativa;

dei sudditi spodestava le volontà, e scroccando il nome di accorto e

robusto coll’impedire ogni movimento, lasciossi sopraggiungere da uno di

que’ turbini, che cogli abusi svelgono anche le istituzioni. Ambiziosi

di palazzo e di gabinetto secondarono gli aliti liberali, già incitati

dalle diatribe della Germania settentrionale, poi dai movimenti slavi

e dalla rivoluzione francese: la Boemia e la Gallizia avevano mandato

a chiedere libertà di stampa, d’insegnamento e d’altro: un proclama

dell’ungherese Kossuth allora allora divulgato, ove si chiedeva che

l’impero si riformasse, alle singole nazionalità il governarsi, e

congiungendole in federazione, assegnò più preciso scopo alle domande

della Società Politica e della Industriale di Vienna, e degli studenti

che inanimati dalla sollevazione di quelli di Monaco, proclamarono una

petizione nell’aula universitaria, e vollero portarla alla Corte (13

marzo). Questa oppose il niego, poi i sopratieni, ma il popolo tumultuava;

gli eserciti stavano lontani; la piccola guarnigione poteva esser presa

in mezzo dagl’insorgenti: i quali, inviperiti da alcuni colpi da essa

tirati, mostrarono inaspettato coraggio e impetuosa fermezza; e mentre i

ministri e la Corte vacillavano in quell’inaspettatissimo accidente, si

ottenne fosse espulso Metternich, e per tutto l’Impero libera la stampa,

guardia nazionale, un’assemblea generale per formare la costituzione; e

il buon Ferdinando proclamava: — Seriamente, solennemente, e con sincera

soddisfazione andai incontro ai voti del mio popolo, concedendo una

costituzione, ch’io riguardo come l’atto più soddisfacente della mia

vita». Applausi, abbracci, inni festeggiano l’affratellamento; i liberali

esultano del loro trionfo, e frenano la plebaglia ladra; e la Corte,

affidando il ministero a Pillersdorf e ad altri onesti della vecchia

scuola, spera pure col tempo rivalere contro le esigenze superlative.

Il telegrafo portò in Lombardia (17 marzo) quelle concessioni viennesi;

e la loro dissonanza dai minacciosi rifiuti dei giorni precedenti vi

dava l’aria d’un’inevitabile necessità; l’Austria doversi trovare agli

estremi se mettevasi per una via da lei esecrata, e su cui non era

possibile durasse. Pertanto alle fantasie già bollenti s’offre l’incentivo

dell’occasione: preceduti dalla rappresentanza municipale, i Milanesi

vanno a domandare armi per la guardia civica; e ne hanno la promessa,

fra i _Viva_ e le coccarde; ma quando convengono al palazzo municipale

per riceverle, eccoli assaliti dalla truppa, che alla ventura ne coglie

alquanti, e li trascina in fortezza. L’indignazione precipita il moto,

che già era cominciato non senza sangue; l’esultanza si converte in

furore; e mentre alcuni persistevano a consigliare che s’accettassero

le concessioni, e consolidandole si facessero scala a maggiori, altri

elevano le speranze fino all’indipendenza; impennati i tre colori, gridano

«Viva Pio IX, e Morte ai Tedeschi»; ubriachi di magnanima imprudenza

rimettono la suprema decisione ai rischi dell’audacia; e vendicando le

paure di cui si era loro prodigato l’oltraggio, cominciano una battaglia

memorabile (1848 18 marzo). Dappertutto sbarrar le vie con quel che

prima venisse alla mano; e se mancassero le travi, le botti, i lastroni

delle vie, s’accatastano i mobili anche più fini, quasi si sentisse

bisogno di fare più costosi sagrifizj. Capita una carrozza? ne staccano i

cavalli, la rovesciano, la riempiono di ciottoli, di strame, e il passo

è intercetto. Ogni casa era munita a guisa di fortezza; sui davanzali

panieri di sassi, e dalle socchiuse gelosie sporgeano canne mortifere, e

dentro preparati coltroni e materassi per ammortire i colpi o spegnere le

bombe. Alla scarsezza di fucili e di munizioni supplivasi come si poteva,

ammannivasi cotone fulminante, spogliavansi i musei d’armi. I nemici entro

le caserme e dal duomo si difendeano; aprivansi la via sanguinosamente,

traverso una tempesta di tegoli e di ciottoli, per riunirsi attorno

al castello, dove accampavano sotto una pioggia, incessante come il

tempellare delle campane, che mentre infondeano terrore nel nemico,

incoravano gl’insorgenti dando certezza ai lontani che quella chiesa,

quel quartiere erano sgombri. Alcune vie furono prese e riprese; e si

sparse e si credette che i Croati si piacessero di gratuite e raffinate

atrocità, sventrare incinte, crocifiggere od arrostire a lento fuoco i

vecchi, spiaccicar fanciullini, o infilzati portarli sulle bajonette;

altri sepellire vivi, o coprire d’acquaragia e poi infiammare. Quando

poi leggemmo su altri giornali apposte le medesime spietatezze ai nostri

contro i Tedeschi, comprendemmo che è stile delle nazioni odiantisi il

ricambiarsi tali accuse. Certamente abbondarono atti e di ferocia e di

magnanimità; e gran coraggio vi volle perchè con pochi fucili da caccia,

gente da studj, da officine, da bottega per cinque giornate tenesse fronte

a truppe disciplinate. Nè le armi che vantavansi apparecchiate, nè i

fuorusciti o i Piemontesi o i campagnuoli che diceansi aspettar solo un

cenno, comparvero; sebbene per via di palloni areostatici si diffondessero

appelli e incoraggiamenti. Ma neppure il nemico era allestito a difesa;

e le insufficienti e deteriorate sue munizioni, la concorde perseveranza

de’ cittadini, il probabile dilatarsi dell’insurrezione nella campagna,

l’incertezza di ciò che accadeva a Vienna, l’apprensione che i Piemontesi

arrivassero, indussero il maresciallo Radetzky (22 marzo) a ordinare

la ritirata. E Milano si trovò libera, con un’esultanza più viva quanto

meno aspettata, compra con trecencinquanta vite, fra cui quaranta donne

e trentaquattro fanciulli.

Scene simili eransi rinnovate in altre città. A Como uscirono subito

ajuti di rifuggiti dalla Svizzera, e con ostinata battaglia per le vie

costrinsero i Croati a capitolare. Il lago, il Varesotto, la Brianza

disarmano o cacciano gli stranieri, mandano prodi a soccorrere Monza e

Milano: la Valtellina con poca fatica si libera anch’essa, le scarse

truppe lasciando ritirarsi in Tirolo. A Bergamo un cappuccino col

Cristo e la bandiera italiana chiama il popolo alla libertà, e a capo di

risoluti move ad ajutar Milano; mentre in città erano prese le caserme e

l’arciduca Sigismondo, al quale o generosità o abitudine servile concesse

di ritirarsi, come pure ai Croati. A Brescia lasciasi passare il fuggiasco

Raineri, ma si getta un petardo ai Gesuiti; poi appena proclamate le

concessioni, il generale Schwarzenberg scorre la città applaudito: il

reggimento Haugwitz ivi acquartierato era quasi tutto d’Italiani; onde

credendo l’impresa finita, non si corse ad ajutar Milano, e si lasciò

passare senza ostacolo l’arciduca Sigismondo, fuggente da Bergamo.

I paesi della Franciacorta, della Riviera, delle Valli insorgono, e

tutto è libero fino al Tirolo. Allora i Bresciani, accorti del vero,

intimano a Schwarzenberg di cedere, e poichè resiste, cominciano la

lotta, trucidano il suo ajutante Hohenlohe che veniva a esibir pace,

e a gran fatica il generale stesso si sottrae; lasciossi partire con

onorevole capitolazione e coll’armi la truppa, la quale postasi agli

Orzi sull’Oglio, potè spalleggiare la ritirata di Radetzky. Questo,

nottetempo staccatosi da Milano per porta Romana, a Melegnano incontrò

qualche tentativo di resistenza, ma colla severità sbigottì a segno, che

nessuno più gli si oppose su tutta la via, dove ogni pianta, ogni rivo,

ogni ponte potea divenire un ostacolo funestissimo. Solo dopo passato

l’esercito si gridava libera Lodi. In Cremona un reggimento d’Italiani

fraternizzò cogl’insorgenti; sicchè il generale Schönhals capitolato

partiva con quattrocento ulani e la cassa e le armi, lasciando alla città

due battaglioni di fanti, una batteria da campagna. A Pizzighettone fu

presa la fortezza con diciotto cannoni e settecento casse di munizioni,

che furono trasferiti a Cremona, invece di raccorre colà anche gli altri

e chiudere il passo dell’Adda, o ingrossare al ponte di Lodi e assalire

Mantova.

L’occupazione di questa fortezza sarebbe stata decisiva dei casi nostri; e

Gorczkowsky che la comandava, seppe trastullare i cittadini colla guardia

civica, in modo che non pretendessero la cittadella: intanto i savj e i

vescovi raccomandavano la quiete, per timore che la fortezza fulminasse la

città. Ed ecco giungere un indirizzo del municipio di Trento, esprimente

il proposito di staccarsi dal Tirolo per far causa comune coll’Italia,

esibendole persone e averi. Vi si risposero parole; si lasciò passare il

duca di Modena; si accolsero soldati in ritirata, i quali presto furono

bastanti ad assicurare la città agli Austriaci. Visto l’errore, si gridò

tradimento quel ch’era stato difetto di sagacia e di coraggio. Dappertutto

le Congregazioni municipali e l’alto clero aveano procurato rattenere

da atti, dai quali non poteva ripromettersi altro che ruina; dappertutto

fu risparmiato l’inutile sangue, contro la dominazione, protestando solo

colla gioja del liberarsene.

Venezia, scarcerati Tommaseo e Manin (17 marzo), li portò in trionfo,

al proclamarsi la costituzione e la libertà della stampa, rimbombarono

i _Viva_ all’imperatore; ma l’annunzio della insurrezione di Milano

fece comprendere altre possibilità, e i civili stettero contro la

forza. Venezia poteva essere bombardata dall’arsenale e dalla goletta

del porto; ma Palfy governatore si peritò, nell’incertezza di quanto

accadeva a Vienna, e alla magistratura municipale concesse d’armare la

guardia civica. Intanto bucinavasi di tradimenti orditi dal nemico,

e che Merinovich, odiato comandante all’arsenale, preparasse materie

da incendio, quando i suoi dipendenti gli si avventarono e l’uccisero

(22 marzo): l’avvocato Manin, postosi a capo de’ cittadini, tra la

persuasione e la forza occupa l’arsenale; il governatore rassegna i suoi

poteri a Zichy comandante militare, e questo fa colla municipalità una

capitolazione, per cui possa menare via la truppa tedesca, con tre mesi di

paga, lasciando la cassa, le armi, i soldati italiani a Venezia. Tredici

persone furono spente: ai nemici nessun insulto; anzi la generosità arrivò

a tale imprudenza, che volendosi mandare a Pola l’ordine alla flotta di

venire all’obbedienza degli insorgenti, si affidò l’avviso al legno stesso

che portava Palfy a Trieste. In conseguenza questo potè prevenirla, e

Venezia restò paralizzata del suo braccio destro, la flotta.

Però essa trovavasi libera legalmente; e il popolo espose la Madonna di

San Marco, come poi fece in ogni gaudio e in ogni sventura: si elesse

un Governo provvisorio (23 marzo) con Castelli, Tommaseo, Paleocapa,

Camarata, Pincherle, Solera, Paolucci, Toffoli, e a capo Manin, e

si proclamò la repubblica, estesa allora nulla più che la piazza San

Marco. Ma le città di terraferma non tardarono ad imitarla, cacciando o

disarmando i soldati; il generale d’Aspre è costretto abbandonar Padova;

il forte di Malghera viene occupato dalle guardie civiche di Mestre,

quello di San Felice dai Chiozzotti; quelli di Osopo e di Palmanova si

arrendono, e n’è posto comandante il generale Zucchi, che dal 1831 vi

rimanea prigioniero. A Verona stava il vicerè, il quale colle promesse

tenne a bada i cittadini, e salvò così il nido dove l’aquila rinnoverebbe

le penne. Tutte le città si diedero Governi proprj, che poi si fusero nel

veneziano. L’esercito austriaco in quei giorni perdè quattromila morti,

settemila prigioni e feriti, diecimila prigionieri, oltre i settemila di

Venezia.

Anche in Modena si leva rumore, e il duca, istituita una giunta, si ritira

sul territorio austriaco, mentre il granduca occupa i territorj di Massa

e Carrara. Il duca di Parma (10 marzo), udito la sollevazione di queste

città ove combattendo i militari tedeschi, cinque cittadini ebbero morte

e molti ferite, ma costrinsero i nemici a deporre le armi, non solo si

rammorbidisce come tutti gli altri, e promette lo statuto, ma deplora

d’aver subito l’influenza straniera, e dichiara rimettere i suoi destini

a Pio IX, Carlalberto e Leopoldo, perchè facciano de’ suoi Stati quel

che meglio comple all’Italia, pronto a ricevere egli quel compenso che

crederanno conveniente; ed egli se n’andò in Romagna, suo figlio a Milano

per offrirsi alla causa italiana, dove invece fu tenuto prigione.

L’insurrezione di Milano erasi sentita dai Piemontesi (19 marzo) con

tutto l’interesse di nazione e di vicinanza; e l’intera popolazione fremea

perchè si corresse a sottrarre la vicina da uno sterminio inevitabile; già

molti vi si spingeano volontarj, malgrado le guardie poste al confine, e

vi si mandavano munizioni. Poco prima, Carlalberto, risoluto di mettersi

francamente nelle norme costituzionali, aveva chiamati al ministero

Sclopis, Franzini, Boncompagni, Desambrois, Revel e i genovesi Pareto

e Ricci, sotto la presidenza di Cesare Balbo. La costoro popolarità, le

conosciute intenzioni, i voti gridati, anzi intimati a loro dai Genovesi,

li faceano scopo a smisurate speranze. E poichè in capo d’ogni speranza

stava l’italianità, tutti chiedevansi se il Piemonte trarrebbe la spada

per rivendicarla. Non era questo il lungo voto di Carlalberto? non teneva

egli in piedi settantamila armati, e riboccanti gli arsenali, e pingue il

tesoro, e uno stato-maggiore incomparabile, e tutta l’uffizialità anelante

di provarsi cogli oppressori?

Le realtà stavano a gran pezza dai discorsi. Il preconizzato sistema

militare del Piemonte appariva disadatto a trasformarsi subitaneamente

dal piede di pace in quello di guerra attiva; artiglieria e cavalleria

eccellenti ma scarse; le riserve male esercitate, e avvezze al riposo

e agli affetti domestici; i soldati coraggiosi personalmente, ma non

altrettanto disciplinati tutti insieme; uno stato-maggiore più di comparsa

che di valentìa; nessuno poi avea mai fiutato battaglie; nè in quel

precipizio più di dodici in quindicimila uomini si potrebbero mettere in

campo; e di questi un buon dato eransi spediti in Savoja per impedire

un’irruzione dei Voraci, bande comuniste della Francia. Dell’Austria

ignoravasi lo sfasciamento; poco si poteva ripromettersi dalla restante

Italia, inavvezza all’armi; l’Inghilterra, che a consigliare e moderare

l’italico movimento avea spedito lord Minto, non che attizzasse come

si spargea, dichiarava essere la Lombardia assicurata all’Austria dai

trattati medesimi che assicuravano Genova al Piemonte, e il toccar

l’una comprometterebbe l’altra. I soccorsi della Francia metteano

ribrezzo or ch’era repubblicana, potendo divenir rovinosi al principato;

e il famoso motto attribuito a Carlalberto _Italia farà da sè_ era

una protesta contro quegli ajuti sgraditi. D’altra parte i veggenti,

persuasi che si consolidano più cause coi temperamenti della prudenza,

che non se ne guadagnino colla furia, aveano sempre sconsigliato il

Piemonte dalla guerra[65]; ai nuovi ministri era riuscito di consolazione

l’accertarsi che l’Austria non minacciasse il Piemonte, il quale potrebbe

tranquillamente assodare, svolgere, applicare la donatagli libertà. E

in fatti il programma loro esprimeva: fare preparativi se mai l’Austria

chiarisse guerra, ma non provocarla: riconoscere la Repubblica francese;

allearsi coll’Inghilterra e cogli Stati costituzionali d’Italia purchè

non rompessero a ostilità.

Carlalberto, sempre fisso ad un fine, tentennava sui mezzi e sul tempo, e

viepiù da che si sentì trascendere dal movimento. — Che si dice sottovoce

al Congresso di Genova?» interrogava. — Si dice, _Viva Carlalberto_», gli

si rispondeva. Ed egli: — Ma più basso si dice _Viva Mazzini_». In una

delle più solenni festività di quel festivissimo tempo, tutte le comunità

del regno vennero a solennizzare (25 febbr.) la promessa costituzione,

e sfilarono tripudianti di bandiere, di inni, di _Viva_ innanzi al re,

e soli mesti e abbruniti noi Lombardi, sfuggiti al carcere e alla legge

marziale. Chi l’ha veduta non potrà mai più dimenticare quella giornata,

d’accordi non anco turbati, di speranze potenti di tutto il prestigio,

d’una libertà di cui nessuno erasi disamorato. Sarebbe stata la più bella

della vita di Carlalberto; ma la sera giunse l’avviso della repubblica

proclamata a Parigi, e noi gli udimmo dire: — Anche questa vicenda farà

il giro d’Europa. Poco mi cale di me: duolmi de’ miei figliuoli; ma non

importa purchè il mio popolo sia felice».

Proposizioni a lui erano state rivolte da Lombardi prima della

sollevazione; ma non le ascoltò egli direttamente, bensì un suo ajutante:

pure, in iscritto confidenziale, ripetè la promessa mandata ai comizj di

Casale, che, dato il caso, guiderebbe il movimento patriotico d’Italia.

In Milano i proclami animavano alla difesa colla certezza degli ajuti

piemontesi; da’ campanili speculavasi il loro arrivare; fin Radetzky

vi credette: da cittadini ricchi e reputati si sottoscrisse un invito

a Carlalberto perchè soccorresse e prendesse la Lombardia (20 marzo);

eppure Carlalberto che l’avea chiesto, esitava ancora, e i ministri

davano assicurazione di buona vicinanza all’ambasciadore austriaco. Ma la

gioventù freme guerra; i portici di strada Po e la piazza della reggia

formicolano di gridanti guerra; guerra vuole l’Università: e quelli che

non sanno figurarsi la libertà se non a cavallo d’un cannone. Il re e

i ministri sapeano che perde l’autorità chi la sottopone al tumulto: ma

e se Milano soccombesse a un nuovo Uraja? qual onta pel vicino armato?

E che farebbe Genova, la quale avea gridato _Con Milano, se no, no?_ la

compassione non potrebbe prorompere contro il principe, e fino a gridare

la repubblica?

Mentre vacillavasi tra i consigli della prudenza ed i precipizj della

generosità, ecco giunge (22 marzo) che Milano s’è liberata da sè; che

i Tedeschi rotti e scompigliati vanno in pienissima fuga fra le strade

rotte e le campagne inondate, incalzati dalle popolazioni, risolute a non

lasciarne vivo uno, uno solo[66].

Carlalberto gettò la propria spada sulla bilancia dei ministri, e proclamò

che coi suoi proprj figli si metteva a capo dell’esercito, portando alla

Lombardia «i soccorsi di fratello a fratelli; di guiderdone non si parli:

solo a guerra finita si deciderà delle sorti del paese».

Ammirazione, gioja, affetti si rovesciano allora sopra Carlalberto, il

migliore, il più grande dei re, la spada d’Italia; se ne dimenticano i

torti, prima ch’egli dichiari dimenticati quelli de’ sudditi; egli si

rassegna a venir ricevere sul balcone e per le strade le acclamazioni da

cui sempre aveva aborrito; assiste al _Tedeum_ cantato dall’arcivescovo

di Torino, a cui quest’atto non risparmia i fischi; passa in rassegna la

plaudente guardia nazionale, contento che sui vecchi suoi giorni rifulga

quel raggio di speranza, che aveva indorato i vigorosi.

Gli altri paesi d’Italia rispondono a quel grido. A Roma Ciciruacchio mena

la folla ad abbattere lo stemma del palazzo d’Austria, e occuparlo a nome

della Dieta italiana, della quale s’intima a Pio IX di farsi capo, mentre

le campane suonano, i cannoni bombano, il Masi improvvisa, il gigantesco

padre Gavazzi bolognese predica, il marchese Patrizj, il principe

Ruspoli offrono denaro, i figli, la persona alla causa comune: e Pio IX

riconoscendo la mano del Signore in quella vittoria (30 marzo), rammemora

che «d’ogni stabilità e prosperità è ragion prima la concordia, e che la

giustizia sola edifica, mentre le passioni distruggono»; Leopoldo granduca

intuona: — L’ora del risorgimento d’Italia è giunta improvvisa, nè chi

ama questa patria comune può ricusarle soccorso. Figli d’Italia, eredi

della gloria militare degli avi, non devono i Toscani rimanere in ozio

vergognoso, mentre la santa causa dell’indipendenza si decide, ma volare

al soccorso de’ fratelli lombardi». Il Ministero napoletano che aveva

cercato tenersi saldo contro le dimostrazioni di piazza, fu da queste

scomposto; si dovette promettere la guerra santa, capitanata da Pepe,

esule da ventisette anni, e un Ministero preseduto da Carlo Troya, esule

della stessa causa (aprile); e il re proclamava: — Le sorti della comune

patria vanno a decidersi nei piani della Lombardia; ed ogni principe e

popolo è in debito di accorrere a parte della lotta che deve assicurare

l’indipendenza, la libertà, la gloria. Noi intendiamo concorrervi con

tutte le nostre forze di terra e di mare, cogli arsenali, coi tesori della

nazione; unione, abnegazione, fermezza, e l’indipendenza della nostra

bellissima Italia sarà conseguita; e ventiquattro milioni d’italiani

avranno una patria potente, un comune ricchissimo patrimonio di gloria,

e una nazionalità rispettata».

Tanto accordo di principi e di popoli che forti di risolutezza, invigoriti

di lunghi patimenti anelano alla virile gioja delle battaglie, acciocchè

l’Italia sia, non trofeo di altrui vittorie, ma redenta pel braccio dei

proprj figliuoli; tutti dimenticando le antiche superbie e gli antichi

rancori, e contando soltanto sulla fermezza del proposito, la temperanza

delle passioni, la concordia delle volontà, i miracoli dell’entusiasmo.

Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15) · 第 6 / 16 题