CAPITOLO CXC.

Pio IX. Le Riforme. Le Costituzioni.

Morto Gregorio XVI (1846 1 giugno), si antivedeva un conclave tumultuoso,

e intanto le Romagne e le Marche bollivano; ad Ancona fu assassinato il

colonnello Allegrini; dappertutto adunanze, e petizioni; ma prima che

s’iniziassero le brighe diplomatiche, il sacro Collegio nominò (16 giugno)

Giovanni Mastai Ferretti, nobile di Sinigaglia e vescovo d’Imola. Preso

il nome di Pio IX, nell’enciclica ripetè i lamenti del predecessore contro

l’indifferenza, il razionalismo, le società bibliche, la stampa sfrenata;

poi colse ogni occasione per ripetere che egli era papa cattolico innanzi

tutto, padre di tutti i fedeli e non dei soli Italiani, geloso di non

menomare gli affidatigli diritti della santa Sede.

Poco dopo (6 luglio) concesse amnistia a chi avea «meritato castigo

offendendo l’ordine della società e i sacri diritti del legittimo

sovrano»; per ottenerla bisognava riconoscersi in colpa e promettere

lealtà di suddito. I menapopolo stettero un istante in bilico; ma

poichè, dopo tanto odiare e bestemmiare, se non altro per varietà voleasi

assentire ed encomiare, diedero il segno degli applausi: nella limitata

amnistia vollero vedere un avviamento a concessioni maggiori; cominciarono

a parlarne col miele sulle labbra, indi con ammirazione, infine con

adorazione; si ripeteano i detti del papa, se ne inventavano; su ogni

atto di lui, presente o passato si diffondevano aneddoti benevoli, arguti,

generosi; se ne ammanierò un idolo a capriccio, attribuendogli concetti,

atti, parole, divisamenti, alieni dal suo vedere e dal suo volere; e «Viva

Pio IX» fu la parola di moda, surrogata a tutti gli applausi, a tutte le

speranze.

In realtà, egli era un pio sacerdote, che d’ogni giorno molte ore

riservava alla preghiera; che nei dubbj del pensiero gettavasi a’ piè

della Madonna; che il bene volea lealmente, ma, se non ampliare, neppure

sminuire la podestà trasmessagli. Preso però dalla più cara delle

seduzioni, quella del favor popolare, credette farsene appoggio alle

rette intenzioni, e sorrise a quella pioggia di fiori da cui resterebbe

soffogato. Roma cominciò un non più interrotto carnevale; ogni giorno

corso, inni, serenate, battimani; tripudio quando il papa usciva, quando

villeggiava, quando tornava, applausi altrettanti a chiunque diceasi suo

amico, suo servo, suo ammiratore. Di tali entusiasmi, come sempre, era

difficile assegnare le cause; nei più era un seguir l’andazzo; in molti

una sincerità irriflessiva; quei che s’accorgeano dell’allucinamento,

compiacevansi che tale cospirazione d’assensi iniziasse un moto, il

quale, moderato dal nome augusto, rimarrebbe sacro al popolo, rispettato

ai re. Noi Italiani soprattutto vi vedemmo un lampo di care speranze:

quei che «aspettavano il rigeneramento dalla santa libertà e dalla

robusta moderazione, anzichè dall’ira declamatrice, dalla denigrazione

folliculare, dal despotismo rivoluzionario»[42], credeano mostrerebbe

quanto vaglia un principe che, risoluto al bene, s’affidi al suo popolo,

ed osi resistere a’ suoi proprj amici; laonde inneggiammo Pio IX quasi a

lezione degli altri regnanti.

Le Romagne ferveano, non più di rivolta, ma di riforma, chiedendo il

_memorandum_ del 1831; iteravano petizioni, dimostrazioni, indirizzi

coperti da migliaja di firme, partecipazione al vanto quando più non

recava pericolo: e Pio IX pareva inanimarli coll’accoglierli (1847 12

marzo); furono scelte commissioni per maturar riforme; invitati i municipj

e le persone meglio credute a proporne; e concessa libertà di trattare

dell’amministrazione e di cose politiche sui giornali. Se ne esaltò il

sentimento individuale, e mentre questo vagellava nelle proposte più

dissenzienti, le speranze sconobbero ogni limite di opportunità, di tempo,

di luogo: un papa di ferrea volontà bastava volesse il bene, foss’anche

contro la natura del principato ecclesiastico; Pio IX nol facea, dunque

la colpa era di cardinali e Gesuiti.

Aspettate un pezzo, apparvero le riforme (14 aprile), cioè una consulta

di Stato, formata da un cittadino per provincia, scelto dal sovrano sopra

triplice proposta dei legati e preseduta da un cardinale. Più tardi si

decretò un consiglio municipale di cento, dai quali il papa scerrebbe

un senato di nove; restituendo così alla città di Roma la rappresentanza

civica.

Erasi ripetuto a sazietà che il papato era avverso per essenza ad ogni

innovamento e alle istituzioni liberali, e necessario alleato dell’Austria

e dell’assolutismo. Or ecco Pio IX secondare i voti dei buoni, i quali si

presumeva non potessero volere se non l’indipendenza italiana. Spiritavasi

dunque d’applausi, che si propagarono dalle Romagne al resto d’Italia,

e di là al mondo; Europei come Americani, Protestanti come Cattolici

ripeteano «Viva Pio IX»; in ogni casa il suo busto; sue medaglie, battute

a migliaja di migliaja in ogni metallo, fregiavano ogni petto; sui

fazzoletti, sui mobili, sui giocattoli il ritratto e i colori suoi; il

nome su tutte le pareti, in tutte le bocche, in tutte le favelle; tutti

voleano aver veduto l’uomo del secolo; tutti almeno parlarne, lodarlo; il

Turco stesso mandò offrendogli omaggi, amicizia, promessa di ben trattare

i Cristiani; i figli di Voltaire riconciliavansi a un papa che sarebbe

piaciuto al loro patriarca; i liberali incarnavano in esso quanto di

meglio potessero chiedere i popoli o fare i principi; Mazzini stesso gli

dirigeva mistiche esortazioni a farsi capo della grande impresa: oh, la

generazione che la vide, non potrà più dimenticare quelle dimostrazioni.

Un Angelo Brunetti, per soprannome Ciciruacchio, bello, robusto, di

facile loquela, d’esultanti canzoni, ardito e generoso come que’ popolani,

tutta cosa di bettolieri, mercatini, vetturali, vinaj, a’ quali mediava

contratti, prestava servigi e, occorrendo denari e braccio, si fece

il rappresentante della plebe presso Pio IX; egli sistemare le feste,

egli disporre i baccani o i silenzj, egli buttar nelle piazze la parola

imboccatagli d’encomio o disapprovazione, che ripetuta da ventimila

lingue, sembrava parola di popolo. E Ciciruacchio da quell’ora divise

i trionfi e la celebrità con Pio IX, e col principe di Canino l’appalto

delle dimostrazioni.

Chi si ricordava d’aver visto anni fa la serva di Royer-Collard portata

in trionfo dalle ortolane di Parigi, sorrideva e compassionava. Chi

conosce che la popolarità vuole schiavi coloro che sceglie per idoli,

si sgomentava d’incensi sotto cui fiutava il sito rivoluzionario; e non

potendo parlare in quei momenti in cui non è consentita che l’ammirazione,

diede indietro, lasciando soletto il papa, e compiangendolo d’aver preso

le vertigini. Adunque egli si trovò solo (1847), e obbligato a valersi

degli esuli richiamati o di inesperti, contro cui strepitavano coloro i

quali non osavano adoprarsi, e pur si dolevano di non vedersi adoprati.

Il siciliano padre Ventura, buon filosofo, e che dagli Scolastici avea

dedotto il concetto della riverenza all’autorità e dei diritti del popolo,

lo incoraggiava a procedimenti, da cui credea dipendere il bene della

religione; ma mancava d’esperienza. Agli infervorati parea che il papa

avanzasse più lento dei desiderj; sicchè per rinfocolarlo buccinarono

d’una _gran congiura_ (16 luglio), dove al popolo radunato a festa

correrebbesi addosso, indistintamente trucidandolo con pugnali impressi

del _Viva Pio IX_, si troncherebbero le redini de’ cavalli, si getterebbe

fuoco nei fenili, i soldati uscirebbero fingendo di calmare la sedizione

e invece aizzandola, e fra le stragi e le fiamme si costringerebbe Pio

a fuggire e abdicare, mentre gli Austriaci sopraggiunti col pretesto di

mettere ordine ripristinerebbero la tirannide. Indicavansi i luoghi, le

persone, i mezzi; e in tutto ciò non eravi di vero se non che voleasi

farlo credere, e valersene per domandare l’armamento di tutto il popolo

a difesa del suo Pio, quasi questo avesse nemici. Era riproduzione d’un

noto incidente della rivoluzione di Francia, e il buon papa mise fuori

un ordine per dissipare quegli artefatti terrori: ma dopo l’emozione de’

tripudj voleasi l’emozione della paura; e Italia ed Europa credettero alla

gran congiura, all’orribile attentato della lega austro-gesuitica.

Tutti i paesi d’Italia scotevansi alle scosse di Roma, neppure

s’accorgendo che cominciasse qualcosa più che una festa; da tutto

prendeasi occasione di dimostrazioni: l’anniversario dell’uccisione

dei Bandiera, della cacciata dei Tedeschi da Genova, della battaglia

di Gavinana, dell’assunzione del papa, la morte di O’ Connel a Genova,

quella di Federico Confalonieri a Milano, la sconfitta del _Sunderbund_

a Lucerna, offrivano titolo a parate, a canti, soprattutto a pranzi,

la esternazione allora più usitata del giubilo. Ricardo Cobden,

industriale di Manchester, aveva proposto il libero commercio dei grani

in Inghilterra, e sostenutolo con tutti gli artifizj legali che offre il

suo paese, tanto che lo vide trionfare, a dispetto de’ possidenti, i quali

per prosperare le proprie terre, aveano durato enormi spese nella fiducia

di rifarsene coll’alto prezzo delle derrate. La quistione era affatto

estrania all’Italia, ma il qui comparire di lui fu un trionfo; a Torino,

a Genova, a Roma, a Napoli, a Firenze, a Milano, ebbe festeggiamenti nelle

accademie, a cui davano aria di adunanze parlamentari i calorosi discorsi

che la stampa divulgava; e celebravasi la libertà universale di commercio

come necessario fondamento della scienza economica, come santa alleanza

de’ popoli.

L’importanza stava non in quel che si diceva, bensì nel potere e nel voler

dirlo; giacchè da una parte si imparava che noi pure abbiamo il dono

della favella, dall’altra cominciava ad atteggiarsi qualche dicitore,

qualche capobanchetto. Al vulgo de’ caffè intanto davasi a credere che

Cobden fosse inviato dall’Inghilterra a tastar il polso del nostro paese

e riferirne: altrettanto si disse di Cormenin, capitato pure di Francia in

quei giorni, e che poi pubblicò un libretto ove mostravasi ignaro non solo

di quel che si pensava, ma fin di quello che si diceva. Non imputiamolo

troppo, giacchè nella scialacquata eloquenza di quei giorni noi pure

mostravamo una deplorabile ignoranza di principj e legali e politici; la

colposa trascuranza de’ fatti positivi e dei mali veri suggeriva rimedj

o folli o insulsi, e rivelava esorbitanti dissensi fra quelli che sin

allora eransi creduti in perfetto accordo perchè d’accordo nel fremere o

piangere; che eransi creduti amatori della libertà perchè unanimi in un

odio.

Nella placida Toscana, il vecchio Fossombroni continuò a dar la parola

al sostituitogli don Neri Corsini: morto questo, fu messo a capo del

ministero Francesco Cempini, e consigliere intimo il Baldasseroni,

sgradito al popolo siccome sogliono essere i finanzieri. Il primo dissenso

tra il popolo e il principe si manifestò quando il Renzi, ribelle papale

(pag. 77), fuggendo da Rimini, fu lasciato passare per la Toscana, con

promessa che non più vi tornerebbe. Ma egli di Francia vi ricomparve, e

arrestato (1846 gennajo) come violatore della parola, fu consegnato al suo

principe. Sembrò un rinunziare alla propria indipendenza; si sublimò come

un eroe il Renzi, il quale poi nelle carceri romane mostrossi ben altro.

Nuova debolezza parve il mandar via Massimo d’Azeglio, a cui tale

persecuzione, accompagnata da ovazioni, attribuì inaspettata importanza

politica. La opposizione allora s’ingagliardì; e poichè il Gioberti avea

messo di moda l’odio de’ Gesuiti, essendosi voluto porre a Pisa una casa

di Suore del Sacro Cuore, si fece una dimostrazione chiassosa (febbrajo),

e una supplica firmata dai professori e da quei tanti che non vogliono

mancar di figurare in una lista.

L’elezione di Pio IX e le sue riforme aggiunsero stimoli e coraggio.

Bettino Ricasoli in una petizione esponeva lo scontento del paese,

accagionandone l’immoralità del clero, l’istruzione non incoraggita,

l’inettitudine degl’impiegati, la mancanza di buoni ordini nel

comunitativo e nell’economico, la censura che confondeva il parere

dell’uom savio colla suggestione del turbolento; e chiedeasi una buona

costituzione. Servì di rincalzo un discorso del Salvagnoli, poi altri ed

altri come quando entra la moda: gli stessi capi liberali non cadevano

però d’accordo; il che è ovvio quando molteplici oggetti vengono

abbracciati; ma i remoranti ne traevano una potente objezione.

Su que’ primordj s’andava poco più innanzi che nel secolo passato,

insistendo perchè si ridonasse lena alle istituzioni municipali: ma i

buoni vollero applicare un motore, presto abbrancato dai diversi, la

stampa clandestina[43]. Giravano alla macchia informazioni, conforti,

ed una petizione di radicali trascendenze, che rifiuta le migliorie

parziali per chiedere il bene di tutta Italia, e che sia unita in

nazione. Cominciarono di qui le consuete satire e declamazioni, che

toglieano credito ai buoni pensamenti, e ne elidevano l’efficacia; gli

uni esclamavano contro i settarj, gli altri contro gli stipendiati

dall’Austria; parole di partito su cui fabbricano i loro libri gli

scrittori che li compongono come i giornali.

Anche l’arcadica Toscana covava dunque i suoi vulcani. Leoli e Bici

nel 1846 aveano fondata a Livorno la società segreta de’ Progressisti

italiani, coll’aspetto di migliorare l’educazione, ma coll’intento

di cacciare gli Austriaci e unire Italia sotto Carlalberto; e fecero

proseliti nelle infime classi. Scoperti, processati, il granduca li

compatì come traviati di buona intenzione. A Modigliana pure si tumultuò

contro la forza, e il granduca perdonò ai cinquanta imputati: si tumultuò

a Pescia, a Pistoja, con danno d’oneste persone, e con rapine a titolo di

carestia, e il duca perdonava. Più che altre riottava la plebe livornese,

mista d’ogni nazione; animosi giovani la istigavano, e il Guerrazzi, che

ripetendo sempre concordia e fraternità, causava l’opposto.

Udite le riforme di Pio IX, Leopoldo (1847 maggio) le concede anch’esso,

e una Consulta di Stato, e gran larghezza di stampa, dove è notabile

che n’erano eccettuate le pastorali dei vescovi. Gli studenti di Pisa le

solennizzarono processionalmente, gridando «Viva Leopoldo e la stampa»; ma

dalla folla usci un «Viva la grascia, viva il pane a buon mercato»; e il

grido popolare fu secondato, e ne derivò rissa e capiglia. Anche a Siena

i carabinieri urtansi coi giovani, e ne uccidono uno; il popolo pretende

siano chiusi in quartiere i soldati, e il Governo consente.

Nell’Università di Pisa insinuavasi quell’indisciplina che non tollera

superiori, impedivasi di castigare i cattivi, i professori austeri

venivano presi a fischi: uno tra le baruffe restò ferito, uno scolaro

ucciso, e, fosse Rinaldo o Martano, ebbe esequie spettacolose ripetute

in ogni parte, fra imprecazioni ai carabinieri, dianzi portati a cielo

perchè sottentrati alla sbirraglia, ora accusati d’aver fatto affilare le

sciabole per dare addosso agli studenti.

Comandava le poche forze toscane il Laugier, militare napoleonico, fin

allora vantato per la sua _Storia militare degli Italiani_, e proponeva

di reprimere quei tumulti colla forza; ma negatogli dal Governo, dovette

scendere a parlamentare col Lilla, ch’era il Ciciruacchio di Livorno; e

da quel punto restò bersaglio all’odio e alle imprecazioni de’ liberali,

mentre gli smodati sentironsi sicuri dell’impunità. Anzi alcuni Fiorentini

mandarono una spada di fino magistero a Giuseppe Garibaldi nizzardo, che

profugo nel 1834, condottosi in America, invece di struggere la vita

a ribramare la patria, si era messo soldato di ventura; a capo d’una

banda d’Italiani servì ai cittadini di Montevideo contro Oribe; scarso

d’intelligenza, semplice anzi rozzo di modi, disinteressato, assoluto,

abbondante del valore di cui era tanta scarsezza; onde i Mazziniani lo

inneggiarono, come possibile spada dell’insurrezione italica.

E già il fremito di questa era espresso ne’ giornali, che, appena trovata

qualche larghezza, trascesero di numero e di modi: la _Patria_ proclamava

l’accordo dei principi colla libertà; l’_Italia_ sperava il risorgimento

dal papa, al quale avversava l’_Alba_, missionando l’unità nazionale e

repubblicana. Mentre l’alzarsi della marea mette a galla le persone abili

e credute dal popolo, gli inetti smaniosi sentono di non poterlo se non

cambiandola in burrasca, dando sul capo di chi si eleva, guastando le

previdenze, corrompendo i consigli, proponendo cose che farebbero se

fossero in potere; e inefficaci di operare nello Stato e nelle città,

s’arrabattano nei caffè e sui giornali, i due perni di questa rivoluzione;

e sorretti dalla turba che ascolta sempre a chi più grida e in frasi più

rimbombanti, acquistano apparenza di partito, mentre erano pochi egoisti

immolanti la causa pubblica all’ambizione personale. Le concessioni del

granduca pareano o tarde o inevitabili, onde, invece di riconoscenza, gli

si sporgeano domande sempre nuove; flagellavasi l’autorità quando più

pareva disposta ad emendarsi; diffondeansi insinuazioni maligne, crudi

sospetti, coll’arte di Giuda stillando il biasimo nella lode, e ciò mentre

non si parlava che di fratellanza. Altri invece ostentavano liberalità col

proporre collette onde erigere monumenti a Pio IX e Leopoldo, al Ferruccio

e al Savonarola, e convegni, gite, mascherate, conviti solennizzavano gli

eventi giornalieri o le ricorrenze.

E memorabile fu l’anniversario (10 8bre) della morte del Ferruccio,

quando innumera gente raccolta a Gavinana, udì un discorso del Guerrazzi,

ritraente a colori biblici la possa d’un popoletto che potè resistere

a Carlo V padrone di due mondi; e mostrando come le discordie fraterne

avessero tutto mandato a ruina, invitava a giurare eterna concordia. E

concordia, risorgimento, Italia, èra nuova, ripeteansi dappertutto; quasi

le stesse persone dappertutto ricomparivano; abbondando e declamazioni e

tutto ciò che in politica è inutile, nulla di ciò ch’è necessario ad una

ricostruzione.

Appena a Roma fu concessa la guardia civica, i Toscani la domandarono

anch’essi, parendo, in quella tal fratellanza, male assicurata la quiete

e la proprietà da poche truppe e frolle. Il granduca asserì non la

darebbe mai, e presto dovette darla: nell’editto rammemorava che «tutti

gl’interessi sono impegnati nell’ordine e nell’osservanza delle leggi; che

le agitazioni anzichè portare al progresso civile, cagionano discordie,

ristagno dell’industria e del commercio, perturbazione degl’interessi

particolari e generali, inducendo diffidenza e timore». Parole al vento:

più di ventimila persone andarono a ringraziare il principe fra canti

e viva chiassosissimi; dappertutto processioni, _Tedeum_, allocuzioni,

bandiere biancherosse, corone ai simulacri d’illustri antichi, ovazioni

al Niccolini pel suo _Arnaldo da Brescia_; i pezzi della catena rapita

a Porto Pisano e sospesa in trionfo a Firenze, sono staccati e rimessi a

Pisa.

In questa città si rinnova e maggiore il frastuono: Mayer economista,

Montanelli poeta, Centofanti filosofo fanno iscrizioni, arringhe, canti;

tra gli accorsi della provincia si ricambiano le bandiere, e preti e frati

a benedirle. A Livorno molto di più; donne vestite d’amazzoni palleggiano

le spade, vecchi gravi discorrono da collegiali, e fra i mille cinquecento

vessilli che quel giorno (8 7bre) sventolarono sopra cinquantamila

accorsi, grandeggiò il tricolore.

Ed ecco (giacchè ogni frivolezza era appiccagnolo) al domani comparire

due dei più vivi nelle dimostrazioni romane, il principe di Canino e il

suo segretario Masi improvvisatore, vestiti da guardia nazionale romana;

accolti spettacolosamente e tra infiammati applausi del Guerrazzi al

nipote di Napoleone, essi snudano e incrociano le spade, invitando tutti

a giurare la santa causa italiana. Voleasi costringervi a fischi anche il

Laugier, che sovrappose in fatti la sua spada gridando «Viva Leopoldo II».

A Pisa ebbero nuovi trionfi, e la loro carrozza fu tirata da una schiera

di preti (12 7bre). Più misurati a Firenze: ma quivi si rinnovò la festa,

venendovi deputati da tutti i Comuni, e ventiquattromila guardie civiche,

e cinquanta bande musicali, e senza numero bandiere, sciorinanti i _Viva_

di moda. Sei milioni costò allo Stato il montare la guardia civica,

oltre lo speso dai particolari, che si pavoneggiavano in quella, ed

esercitavansi a cantar gl’inni, imparare la marcia e la carica in dodici

tempi; mentre nessuno arrolavasi alla milizia, per quanto il Ministero

vi esortasse; non che mantenere quiete, in ogni villaggio istituivansi

botteghe ove leggere giornali e spoliticare; i tumulti cresceano, gli

sgomenti ingrandivano, i capitali si ritiravano dalla cassa di risparmio,

ch’ebbe bisogno di sussidj del granduca; la feccia montava su; la

proprietà non era rispettata, nè la sicurezza delle persone; «dall’umile

castello di Castagneto nella maremma pisana ascendendo a gradi fin

alla capitale, non scorreva quasi giornata senza nuovi tumulti» (ZOBI);

il commercio livornese deperiva, perchè quella agitazione toglieva ai

forestieri la sicurezza; del che lamentandosi, i negozianti chiesero una

commissione di Polizia; e questa fu riguardata come vessatoria. La plebe

cittadina, erettasi sovrana, arrestava e insultava col titolo di traditore

e di spia; l’autorità violentata ne’ suoi strumenti, alternava parole

amorevolissime con provvedimenti rigorosi che lasciava senza effetto;

ogni concessione si considerava puro dovere, ogni freno una tirannia, ogni

indugio tradimento o vigliaccheria.

Il granduca nominò una consulta, e spiacque perchè tutta di persone già

in alti uffizj, e non rappresentava nè le ricchezze nè gl’ingegni delle

provincie. Si riforma la legislazione municipale, si nominano commissarj

per compilare il Codice civile e criminale: ma dacchè il duca riconobbe

che le leggi e gli ordinamenti sono viziosi, nessuno più vuole osservarli;

qualunque legge venga fuori è denigrata da quelli che non furono convocati

a discuterla; gl’impiegati dal far poco mettonsi al far nulla, in attesa

delle riforme. Del resto che forza poteano questi avere quando tutto era

sul mutarsi? e la circolare ministeriale del 30 novembre 1847 poneva «i

buoni impiegati e la libertà nell’esercizio di loro attribuzioni sotto

la salvaguardia dell’onore e della forza de’ magistrati municipali, della

guardia civica e de’ buoni e savj cittadini che la componevano». Dolorosa

confessione d’impotenza!

Sentendo il disordine rigonfiare sotto la congiura degli applausi, chi ne

imputava i Mazziniani, chi i Buonaparte, chi la lega austro-gesuitica, e

nessuno le basse passioni e i codardi interessi. E noi, testimonj e parte

di que’ fatti, or che li ricorriamo, a fatica sappiamo persuaderci come

allora non si avvertissero o si scagionassero, volendo soltanto scorgere

gioja, fratellanza, tripudj, fiducia d’italica rigenerazione, e guaj a

chi credesse altrimenti.

Le maggiori speranze fabbricavansi su Carlalberto. Cominciò egli a

guastarsi coll’Austria quand’essa sui vini, ricchezza del Piemonte,

pose un dazio così gravoso, che equivaleva ad escluderli. Egli a vicenda

concesse alla Svizzera di trarre da Genova il sale che l’Austria aveva

il privilegio di somministrarle. Ne cominciarono dissensi diplomatici;

e poichè la patria, come la religione, non conosce colpe inespiabili,

bastò che Carlalberto mostrasse all’Austria non il pugno ma il broncio,

perchè venisse anch’egli idealizzato come spada d’Italia, di cui Pio

era la testa. I Piemontesi se ne esaltano, con tono insolito si discute

di dogane, si propone una società per lo spaccio dei vini, si brinda

ai conviti, si dilata la smania di far qualche cosa, d’esser qualche

cosa, di mostrarsi capaci per quando i tempi verrebbero. A tale intento

un’Associazione agraria ne’ suoi comizj riproduceva in piccolo i congressi

scientifici; le elezioni e la presidenza davano origine a partiti,

già caratterizzandosi gli eccedenti e i moderati, i repubblicanti e i

costituzionali: ma il re troncò le quistioni col rendere carica di Stato

la presidenza, e affidarla al conte di Collobiano. Carlalberto, col solito

intradue, lasciava scrivere ma non favoriva gli scriventi; fa coniare

una bellissima medaglia, ove tra le effigie di grandi Italiani compare il

leone di Savoja straziante l’aquila, col motto _J’attends mon astre_, ma

la regala quasi di nascosto; lascia festeggiare Cobden, ma non istampare i

recitati discorsi; nè vuole si stampino quelli de’ comizj agrarj a Casale;

eppur colà manda al Castagneto una lettera ove dice: — Che bel giorno

quello in cui si griderà guerra per l’indipendenza d’Italia! Io monterò

a cavallo co’ miei figliuoli, e mi porrò alla testa del mio esercito».

Fu la favilla in un pagliajo; gli s’inviò un indirizzo, e — Comandate,

o sire; non vi rattenga alcun riguardo pe’ vostri popoli: vita, averi

daremo per voi». Il bollore rigonfia, eppure Carlalberto nulla risolve; ed

egli comincia a temere che anche il suo popolo s’invogli dei tumulti, il

popolo a sospettare che il suo re lo meni per le buone parole: raddoppia

dunque gl’inni a Pio IX, ma mentre li canta a piena gola sul passeggio

degli spaldi, ecco a un tratto «da opposte parti sboccare soldati,

gendarmi, agenti di Polizia, con nude sciabole e pistole inarcate,

maltrattando, percotendo, insultando senza riguardo uomini, donne,

vecchi, fanciulli»[44] (30 8bre). Ultima velleità di resistenza; poichè

Carlalberto si trovò subito condotto a concedere riforme amministrative;

un tribunale di cassazione; pubblici dibattimenti nelle cause criminali;

allargata la stampa; la Polizia passata dai governatori militari

agl’intendenti; garantita la sicurezza individuale; i municipj eletti a

tempo non in vita; ripristinato il ministero dell’interno; sostituito il

merito all’anzianità e alla nobiltà nelle promozioni militari.

Quasi avesse commesso un delitto, Carlalberto rinnova il decreto contro

gli assembramenti, e da Torino corre a Genova: ma vi è ricevuto con

un’esultanza chiassosissima; sventolava innanzi al popolo la bandiera

tolta il 1746 agli Austriaci, innanzi ai preti la bandiera di Gioberti, e

«Viva Gioberti» ripeteasi violentemente presso al collegio de’ Gesuiti;

e fu chi gridò amnistia, e tutti l’echeggiarono; e fu chi gridò al re —

Passa il Ticino e tutti ti seguiremo»; e Carlalberto ai minacciosi omaggi

impallidiva e taceva.

Ma più che a svolgere le riforme si pensava a incorniciarle d’applausi: i

giornali della media Italia intonavano ch’essi valevano quanto un intero

esercito; negli inesauribili pranzi faceano tirocinio d’eloquenza i

futuri oratori[45]; per le strade al pari che ne’ gabinetti cantavasi che

l’aquila d’Austria avea perduto le penne, che l’Italia s’è desta, che ogni

squilla sonò i vespri; a Genova nella festività de’ bicchieri mescolavansi

patrizj e popolani per cantare inni; per un pranzo esibito ai Torinesi,

per una visita a Origina, smetteansi negozj e affari; tutti voleano

ragionacchiare di politica, tale credendo soltanto quella del giorno e

la energumena[46], tutti sbattere acqua e sapone per farne bolle, tutti

satollarsi d’applausi col secondare le vulgarità, e discorrere e cantare

della battaglia di Legnano, dell’assedio di Parma, dell’insurrezione di

Genova, del Procida, del Balilla, d’Alessandro III; e vantare la potenza

d’Italia, lo sfasciamento de’ nemici, l’entusiasmo che la causa nostra

ispirava a lutti i popoli; e gonfiar panegirici, a cui capo metteasi

sempre una calunnia; e con errori calcolati e reticenze, dondolare ogni

nome tra le ovazioni e le sassate.

Le quistioni vitali offuscavansi in una quantità di giornali, fra cui

primeggiavano la _Concordia_ di Valerio, il _Risorgimento_ di Cavour e

Balbo, il _Messaggiere_ di Brofferio, il _Corriere mercantile_ del Papi.

Una commissione di censura pareva garantire e dalle trascendenze e dagli

arbitrj d’un giudice solo, ma a qual censore sarebbe bastato il coraggio

di levare una sillaba, quando sapeva che al domani sarebbe messo alla

gogna da tutti i giornali, forse fischiato per la via? Prendeasi dunque

spirito ad ogni eccesso: folliculari, nodriti di rancori, servili e fatti

audaci dalla paura, intimidivano i savj: di patriotismo mascheravansi lo

spionaggio e la manìa del far ridere prima, poi far tremare: facile tema

a tutti restava poi il bestemmiare l’Austria, quasi non sia leggerezza

insultare un nemico prima di vincerlo, come ingenerosità il dileggiarlo

vinto; tutto ciò senza mettere la mano sui nemici e sui mali sentiti.

E poichè ciascuno volea rumoreggiare più dell’altro, avventandosi a quel

declamare tribunizio che più scalda quanto meno ha modestia e riserbo,

dalle riforme politiche si passava alle sociali, proclamavansi dottrine

comuniste, spiegavasi l’infelice coraggio della provocazione. Oh Foscolo

che, trent’anni prima, deploravi che i letterati fossero ruina d’Italia!

possano gl’Italiani aver imparato a sì caro prezzo se con schiamazzi e

giornali si rigenera una nazione.

Di quei che pensavano o se ne davano l’aria, alcuni metteano importanza

nell’ottenere qualcosa: ragionevole o no, buona o meno, sarebbe scala ad

altro, per via via elevarsi a quell’altezza che non si osava confessare.

Machiavellica, nella quale impigliaronsi presto anche i principi,

concedendo qualcosa colla fiducia di fermarsi a quel poco, e disposti ad

eluderlo. Altri però, meditando il passato, cercavano trovarsi disposti

alle grandi eventualità; e vedeano che, in forme liberissime si può essere

schiavo; che libertà non regge se non con ragione, libero essendo l’uomo

di cui si prevede quel che opererà domani, non quello che bizzarramente

cangia pensieri ed atti; che il divario delle costituzioni consiste

nell’essenza non nel loro esterno; nè una sola può attagliarsi a tutti,

dovendo elle dedursi da ciò che un popolo è e fu, e da ciò che sono quelli

che lo circondano; trarsi insomma dalla natura, non dalla fantasia.

Quei che a costoro non poteano negare forza di ragione, li tacciavano

di timidità di cuore, perchè, vedendo il bene, asserivano che bisognasse

aspettarlo.

E d’aspettarlo aveasi grand’argomento quando tutti i principi italiani si

mostravano convinti dell’obbligo di migliorare la condizione de’ sudditi,

se non col farli partecipi al potere, almeno nobilitandone l’obbedienza; e

consolidando il principato col fare da esso emanare i miglioramenti, prima

che il popolo li strappasse a forza. Ma mentre moltiplicavansi apoteosi a

Cobden, si applicava la dottrina opposta di List, il quale aveva indotto

gli Stati germanici a una lega doganale, per natura sua esclusiva de’

popoli non consociati. Si parlò di una lega italiana per togliere le

infinite barriere doganali: era un atto rilevantissimo, sì pel vantaggio

economico della penisola sminuzzata, sì per divergere l’attenzione sovra

altro che mera politica, e convincere i popoli che si pensava al loro

meglio positivo.

«Persuasi che la vera e sostanziale base di un’unione italiana sia la

fusione degl’interessi materiali delle popolazioni che formano i loro

Stati», il papa, il re di Sardegna e il duca di Toscana fecero una specie

di preliminare: il duca di Modena non v’aderì, pure prometteva libero

passo pe’ suoi Stati interposti: il re di Napoli amò sempre far casa da

sè. Anche quest’opera potendo effettuarsi soltanto dai principi, agli

schiamazzanti non restava che arzigogolare articoli e brindisi, e diceano:

— L’Austria o non v’assente, ed eccola riconoscersi straniera all’Italia;

o vi annette l’unico suo Stato italiano, ed ecco questo separato dagli

altri dominj ereditarj».

Le nazioni, quanto più sono civili, maggior varietà di principj

contengono, la cui lotta costituisce la storia. Ma l’utopista o il

passionato suppongono un principio solo, quel che è conforme alle

inclinazioni proprie, gli altri dimentica, e vorrebbe dimenticati da

tutti; il vulgare non vede che un uomo, che un libro, che un giornale; a

quello sacrifica le proprie convinzioni, e spingesi agli estremi, mentre

i contrapposti domandano continue limitazioni per arrivare ad accordi.

Pure bello e degno di studio fu quel momento. Neppure gli avventati

pensavano a impeto di atti, quando anche fossero impetuosissimi di parole;

violenza non era usata da nessuno, neppure dall’Austria, per quanto

accusatane e provocata; anzi neppur dalla piazza; e pareva l’Italia venir

incamminata al bene da’ principi in armonia co’ popoli, dalle audacie

giovanili accordate col senno de’ vecchi. In sì cara illusione trasaliva

essa di tripudj e banchetti; dimostrazioni e trionfi a chiunque volesse

buscarseli coi paroloni simpatici; le difficoltà o non si vedeano, o

pigliavansi a gabbo. Ma gl’inni di fratellanza, pregni di collera e

d’orgoglio, abbagliavano le menti, quando saria stato bisogno e dovere di

rischiararle: a Parma, nel festeggiare l’anniversario dell’elevazione di

Pio IX nacquero conflitti con percosse e ferite di cittadini, sin d’una

fanciulla di dieci anni, donde una fiera indignazione: così a Piacenza,

così a Modena, così a Milano, così a Ferrara, dove fu trucidato il barone

Barattelli; sicchè i giorni di prestabilito applauso soleano riuscire

a inaspettato compianto. Tutto ciò mettea sull’avviso l’Austria, l’odio

contro la quale era per avventura l’unico sentimento comune della lirica

italianità.

A gloria de’ principi italiani ricadevano anche le nuove sventure

dell’Austria; chè noi deploreremo sempre come sventuratissimo un Governo

costretto a ristabilire l’ordine colla fierezza. Da qualche tempo

le teoriche liberali erano trascese in socialismo. Mentre i Liberali

dicevano, — L’uomo è buono, cattivo è il Governo, bisogna riformarlo»;

i Socialisti dicevano, — Cattiva è la società, bisogna rifonderla;

quanto finora si tenne per bene fu male, e il male bene; le passioni

sono naturali e perciò buone, onde il reprimerle non è virtù; dunque

ogni Governo è tirannia, ogni soggezione è schiavitù, paradiso unico è

la terra; libertà, eguaglianza, fraternità non possono combinarsi colla

superstizione cristiana; onde bisogna rimuoverla, e ripudiare l’esperienza

di tanti secoli per improvvisare qualcosa di meglio».

Gli elementi della società si tengono talmente connessi, che non si

può eliminarne uno senza scomporre tutto; negata l’antitesi del bene

e del male, vien dietro l’unità, vale a dire il panteismo nella fede,

il despotismo ne’ Governi; posta l’eguaglianza di tutti gli uomini sia

nel comandare sia nell’obbedire, più non rimangono nè nazionalità nè

monarchia, niun limite deve porsi alle passioni, niuno all’esercizio

dell’attività, niuna distinzione di tuo e di mio, e la proprietà sarà

furto. Da qui la forma sua più popolare, il comunismo, il quale rinnega e

la famiglia e i possessi, volendo che tutti abbiano diritto a tutto, chi

non lavora possa partecipare ai guadagni di chi lavora.

L’inestinguibile ira del povero contro il ricco s’incalorì di queste

teoriche, predicate colla storditaggine giornalistica; e mentre in

Francia scavavano ridendo un gorgo dove ben tosto s’inabisserebbe l’ordine

sociale, ne’ paesi slavi incitò le popolazioni servili contro i signori.

La Gallizia nell’iniquo sbrano della Polonia era toccata all’Austria,

la quale cercò emanciparvi i possessi, abolire il servaggio, eguagliare

ogn’uomo in faccia alla legge: di ciò l’odiavano i signori, quasi ella

attentasse ai privilegi loro; mentre il vulgo la considerava tutrice delle

sue giustizie. Quando ogni assurdo credeasi, si credette che il Governo

austriaco, per umiliare i ricchi, aizzasse i poveri.

Il fatto è che i villani sollevatisi saccheggiarono, scannarono,

vituperarono i ricchi. La forza armata, corti marziali, esecuzioni feroci

repressero una feroce insurrezione; gli orrori di cui erasi contaminato

il manto matronale di Maria Teresa, offuscarono il titolo di buono

che Ferdinando aveva meritato. In Gallizia governò Massimiliano d’Este

arciduca, buon soldato e intollerante, che si fece detestare più per

despotismo che per animo ribaldo; tutta Europa ne fremette contro quegli

strazj, che parvero mettere l’Austria al bando delle nazioni civili.

Ne trasse profitto la Russia, da un pezzo affaccendata a propagare

il panslavismo, cioè la nazionalità di tutti gli Slavi, proponendo di

toglierli alla Prussia, all’Austria, alla Turchia, per farne sotto il suo

scettro un popolo di ottanta milioni, che avrebbe signoreggiata tutta

Europa. E fu dalla Russia appunto che venne lanciata primamente questa

parola di nazionalità, che accettata per imitazione, doveva essere favilla

di tanti incendj[47].

Risonò essa anche in Germania. Un aggregato di genti diversissime

d’origine e di civiltà non potea che essere spinto all’abisso dalla

proclamazione della nazionalità; e il ministro Metternich, il quale erasi

ostinato a non toccar nessuna pietra per tema di sconnettere l’intero

edifizio, e fin allora le difficoltà avea superate all’esterno colla

prevalenza dell’esercito e dentro coi sopratieni, sentivasi impotente

ai nuovi urti, e vacillava ne’ proprj consigli. «Abbiamo attraversati

(scriveva a Radetzky) giorni difficili, richiesero grandi sforzi, eppure

non furono tristi quanto gli odierni. Lottare contro i corpi sappiamo noi,

ma contro larve che vale? e larve appunto abbiamo di fronte: era nei fati

che al mondo comparisse perfin un papa liberaleggiante»[48].

L’umiliazione della gran nemica rimoveva dai principi italiani la paura

di esser impediti nelle riforme, ma vedeano la necessità di non porgerle

pretesti a prender l’offensiva[49]; cingerla bensì di paesi ben organati,

dopo una regolare trasformazione del diritto interno, che speravasi

condotta per la via della conciliazione.

L’applauso ai principi riformatori s’ingrossava delle imprecazioni

lanciate allo straniero, che ben avea ragione di sgomentarsi: e pertanto

la posizione dell’Italia diventava soggetto anche di trattati e dispute

fra gli stranieri. Francia limitavasi a dar coraggio ai principi, fiducia

ai popoli; ma a questi e a quelli facea dire non uscissero dalle vie

pacifiche, non isperassero rimpasto territoriale[50]. In Inghilterra il

ministro Palmerston sorrideva al risorgimento italiano, lanciando frasi

a guisa di cavaliero che dà di sprone al cavallo, ma intanto ne serra il

freno. Ma Metternich vi ravvisava la radicale sovversione della società,

una frenesia rivoluzionaria, un passo alla repubblica federativa. E alle

Corti amiche trasmise (agosto) un _memorandum_, ove esprimeva «l’Italia

essere un nome geografico; de’ suoi Stati sovrani e indipendenti,

l’esistenza e la circoscrizione fondasi su principj di diritto pubblico

generale, corroborati da accordi politici incontestabili; l’imperatore

è deciso a rispettarli, nè cerca di là di quanto possiede, e lo saprà

difendere»: chiedea che le Potenze glielo garantissero di nuovo, e dessero

mano a soffogare un incendio, che presto diverrebbe irrefrenabile. I

Gabinetti, consentendo nel primo punto, voleano però che ogni Stato

potesse riformarsi nell’interno, senza che altri se ne brigasse[51].

E cercò trar la quistione sul campo dov’era certamente superiore, la

forza, ed occupò Ferrara come necessaria alla sua sicurezza: ma la

dignitosa protesta del papa, efficace come ogni parola ferma appoggiata

sul diritto, lo costrinse a ritirarsi, e comprendere che non era tempo di

violenze.

Ma se non aveasi a temere la forza armata del nemico, ve n’ha un’altra

del pari tirannesca, quella dei vulghi dotti e ignoranti; e già la si

sentiva pigliare il sopravvento in iscritti violenti d’ira o nauseabondi

di lodi, ove gente avvezza sin allora a giudicar di ballerine e di

cantanti, sentenziava di politica e moveva le chiassate di piccola turba

cittadina, usurpante il sacro nome di popolo. E poichè i siffatti han

bisogno d’attaccarsi a grandi reputazioni per roderle o per carezzarle,

agli applausi di moda innestarono la moda di esecrazioni, e non più

contro il comune nemico, ma contro nostri; non si esaltavano Pio IX,

Carlalberto, Leopoldo riformatori, e Gioberti ed altri _italianissimi_,

che non s’imprecasse al re di Napoli sanguinario e ai Gesuiti; e gesuita

era l’emulo, l’avversario, il rivale, l’invidiato, il benefattore; e

Metternich guatava e diceva: — Gli Italiani fortunati s’invidieranno,

sfortunati si malediranno, discordi sempre o vincitori o vinti».

Il riformare è una delle opere più difficili ad uomo di Stato, quanto

pare leggiero ad uomo di partito, il quale movendo da un’idea assoluta,

arriva necessariamente a cambiamento radicale. Se v’è paese dove questo

passaggio sia inevitabile, vuol dire che inevitabile v’era la rivoluzione:

e tale appariva in Italia. Pio IX, quantunque gioisse di quella popolarità

senza pari, si impauriva dell’accelerantesi movimento, che mal dissimulava

di separare il gran sacerdote dal principe riformatore[52]. Già

nell’istituire un patriarca a Gerusalemme, egli protestò contro l’abusarsi

del nome suo come opposizione alle autorità; encomiava la Compagnia di

Gesù come sopra tutt’altre benemerita della religione; aprendo poi la

consulta di Stato (4 8bre), dichiarò avere fatto e voler fare quel che

credea vero bene, ma non mettere a repentaglio la sovranità della santa

Sede con istituzioni incompatibili con questa.

Coloro che delle benedizioni di Pio IX voleano fare carica da cannoni, non

si smarrivano a tali dichiarazioni, e le diceano tributi alle esigenze

straniere. Sopraggiungevano poi casi che complicavano sempre più la

situazione. Francesco IV di Modena era morto (1846 1 genn.), e suo figlio

avea secondato l’opinione nel liberare i detenuti politici; limitò a venti

giorni al più le pene correzionali, congedò il Riccini odiato ministro di

Polizia, e moderò le esorbitanze.

A Lucca l’infante continuava a gravarsi di debiti, sicchè il granduca,

destinato a succedergli, dichiarò non li riconoscerebbe più, e volle

come sicurtà la rendita delle dogane e delle regalie. Anche in quella

città erano avvenute le scene stesse che in Toscana; tra le canzoni

si assalirono i carabinieri, e perchè si difesero, furono imputati di

assassini (1847 luglio). Il duca alzò la voce contro, queste «frasi di

letterati ed esaltamenti di scolari», e assicurava voler mantenere la sua

monarchia quale l’avea ricevuta, piccola sì ma assoluta.

A dire propriamente, egli l’avea ricevuta costituzionale dagli

spartipopoli del congresso di Vienna; e Luigi Fornaciari, tutto dedito

a studj di filologia e di beneficenza, gli scrisse per rammentarglielo,

e per mostrare quanto complirebbe al popolo e al principe l’avere uno

statuto. In risposta fu destituito da consigliere di Stato e preside della

rota criminale, e se n’andò in trionfale esiglio. I rumori crescono,

e quei plausi che sgomentavano i principi come poco poi le campane a

martello; si arrestano alquanti giovani, ma bisogna rilasciarli; finchè

il duca, tediato de’ complicantisi casi, abdica (8bre), anticipando così

l’accessione di quel ducato alla Toscana.

Lucca diventava città secondaria in quella Toscana, di cui ai tempi

Longobardi era stata capo: atteso però gli applausi allora di moda

verso il granduca, il sagrifizio fu accettato con ilarità. Ma secondo le

stipulazioni viennesi, il Pontremoli dovea unirsi al Parmigiano; mentre

i distretti lunesi di Fivizzano, Pietrasanta e Barga erano destinati al

duca di Modena. Adunque nella strepitosissima festa allora combinata,

ecco apparire lo stendardo bruno dei Lunigiani che ricusano cadere sotto

al duca di Modena. I calorosi di Firenze e di Lucca gridano di non volere

staccarsi da que’ loro fratelli, non foss’altro per far onta all’Austria;

ma il duca di Modena manda soldati ad occuparli.

I Lunesi si difendono, e nella collisione (4 9bre) perdesi qualche vita;

si protesta, s’invoca la mediazione del papa e di Carlalberto; pure il

duca di Modena conserva il suo possesso, sol per accordo amichevole (17

xbre) lasciando al granduca il Pontremoli finchè non muoja Maria Luigia.

Ed ecco appunto Maria Luigia muore; Carlo Lodovico di Borbone diviene

duca di Parma e di Piacenza; ed anche Pontremoli cessa d’appartenere alla

famiglia toscana, mentre questa aggiungeva allora cendiciotto miglia di

terreno alle sue ottomila e ventiquattro. A Lucca, tolta l’autonomia, fu

conceduta una corte d’appello: ma Pisa pretende sia messa sotto la sua

giurisdizione, onde zizzanie, proteste, tumulti; perchè in que’ giorni

ogni incidente prendeva l’importanza d’un gran fatto, e diveniva occasione

d’affratellamenti o accozzaglie, ire od applausi; arti colle quali si

credea conquistare la libertà e l’indipendenza, e intanto il vero vinto

era l’autorità pubblica e la pubblica quiete; e gli amici sodi d’Italia

sentivano un cupo rombo ruggire sotto agli applausi[53].

In fatti al cominciare del 1848 Livorno era in effervescenza, perchè

tardasse a giungere il decreto per la guardia civica, come necessaria a

difendersi dai Tedeschi; l’autorità è costretta ogni tratto a parlamentare

colla turba, e non avendo soldati a reprimerla, dee scendere a patti

coi tumultuanti, e così perde ogni valor morale. Un proclama diceva:

— Toscani! Davanti alla vostra coscienza, alla faccia del mondo, alla

storia, voi spontanei offriste vite e sostanze per sostenere i fratelli

vostri di Fivizzano e di Pontremoli: eppure Fivizzano fu abbandonato,

Pontremoli s’abbandona. Spergiuri, perchè avete giurato? millantatori,

perchè vi siete vantati? codardi, perchè vi mostraste generosi? Eh via

queruli schiavi, imparate a dormire tranquilli nel letto della vostra

viltà... O ministri, voi siete traditori: lo siate per perversità o per

inettezza, la conseguenza torna sempre la stessa. Sgombrate, traditori e

codardi; sgombrate arcadi, sofisti, dottrinarj! I destini d’un popolo sono

troppo peso per le vostre mani da eunuchi e da omicciattoli. La patria

è in pericolo! Ora sapete come si fa a salvarla, o Toscani? si chiamano

uomini che non temano morire, e si pongono volenti o repugnanti al timone

dello Stato d’accordo col principe; si dichiara la patria in pericolo.

Così si salva la patria, e se non si vince, si muore onorati e si lascia

celebrità di nome, legato di vendetta ai figliuoli, esempio di gloria

ad imitare ai popoli! Toscani, la patria è in pericolo! Questo grido, se

sarà soffocato dai traditori, serva almeno per far conoscere che non tutti

fra i Toscani furono vili, ignoranti ed inetti, e la infamia ricada a cui

tocca».

Questo cartello incendiario buttato fra popolo sì mite, quest’inoculazione

di rabbie civili fatta per retorica amplificazione, furono il trabocchetto

delle nostre sorti. Si credette vedere in fiamme il paese, e l’autorità e

la gente d’ordine presero sbigottimento: le comunità spedirono indirizzi

al principe offrendo denaro e sangue contro la ruggente ribellione,

ed esacerbando il male coll’imputare i Livornesi e singole persone. I

giornalisti al solito incancrenivano la ferita. E il popolo prorompe (6

genn.), nè v’ha modo a calmarlo, per quanto Leopoldo assicuri non esservi

pericoli; vi fossero, e’ gli affronterebbe e vincerebbe, risoluto com’era

a compire le riforme, le quali però non si poteano senza la pace: e

raccomandava la tranquillità di Firenze, di Lucca, di Pisa alla guardia

civica. Ma una deputazione Livornese che chiedeva armi, armi, si fa

deliberante e accusa il Governo; fin gli apostoli della Giovane Italia,

i quali assicuravano che «il sangue de’ martiri di questa era stato non

meno prezioso de’ nostri inchiostri»[54], si affrettavano a disapprovare

que’ moti e separare la causa loro dalla setta livornese. Ripreso il

sopravvento, Guerrazzi e alcuni altri son condotti a Portoferraio tra i

fischi della plebe, che jeri ne facea l’apoteosi.

Qui nuovi accidenti mutano carattere al movimento italiano. Sponemmo

già le condizioni del Napoletano, paese di così splendido avvenire e di

presente così tenebroso. L’aspirazione nazionale per cui febbricitava

la restante Italia, non erasi comunicata ai Siciliani, ricordevoli dei

Normanni, degli Svevi, dell’antico loro Parlamento e della prosperità

che alcun tempo vi produsse la ingerenza inglese; prosperità derivata da

condizioni eccezionali, com’era il trovarsi ivi solo pace fra le guerre

napoleoniche, ivi fra il blocco continentale uno scalo al contrabbando

britannico, che vi mandava per cencinquanta milioni annui. La costituzione

del 1812, data sotto gli auspizj inglesi, lasciò intatte la feudalità,

le moltissime manimorte, le primogeniture, gli altri mali su cui una

rivoluzione può passare la spugna inzuppata di sangue, mentre un Governo

regolare, comechè ben ispirato, non le abolisce che passo passo.

L’Inghilterra si era fatta garante di quella costituzione; ma Ferdinando

I non vi badò; crebbe l’imposta, che prima era fissata in annue onze

1,287,687, nè più convocò il Parlamento. Di qui odio mortale contro

la Casa regnante; e guardare i Napoletani come stranieri e oppressori;

e non badare all’Italia, bensì a recuperare la costituzione del 1812.

Il principe di Castelnuovo legò ventimila onze all’uomo di Stato che

indurrebbe il re a riconoscerla; il principe di Villafranca vecchione

non cessava di protestare in questo senso; in questo andavano molti

libri. Il Lanza, nelle _Considerazioni_ sulla storia del Botta, repugna

deciso all’unione col Napoletano, preferisce al regno di Carlo III quel

di Vittorio Amedeo perchè lontano, e lascia «ad altri la perniciosa

chimera dell’italica unione, nella quale, per maggiore danno dell’Italia

medesima, sono caduti gl’inesperti e i mal accorti, presi dalle grida di

novatori» (pag. 421). Michele Amari, descrivendo la guerra del Vespro

Siciliano, sentenzia di stranieri Giovanni da Procida e Ruggero di

Loría, spogliandoli dell’aureola tradizionale per cingerla al popolo

siciliano[55]. Palmieri storiò la costituzione siciliana in senso

dell’aristocrazia e con allusioni mordenti.

L’isola realmente non avea più Corte nè ministeri come all’età normanna,

pure era trattata con favori eccezionali; non bollo di carta, non

privativa di tabacchi, non coscrizione; ma anche pochissime istituzioni,

cattive strade e gli sconcj d’un Governo lontano. Chi vedesse quell’isola,

già granajo d’Italia, ora stremata di popolazione, sparsa di ruine, con

immense campagne incolte e impaludite, ed altre non pascolate che da

meschini branchi di pecore; chi vi paragoni la spigliatezza degli ingegni,

il loro amor di patria, la risoluta volontà del meglio augurava il momento

ch’ella tornasse centro al commercio del Mediterraneo, e provveditrice

alle navi dirette all’estremo Oriente. Ma l’imputare tutti i mali al

Governo era giusto?

Vedemmo i Siciliani non essersi voluti affratellare alla rivoluzione

napoletana del 1821, così accelerandone il crollo. Le riazioni seguite

ne infistolivano le piaghe; e sebbene Ferdinando II, ch’era nato in

Sicilia, professasse volerle medicare, troppo erano inveterate perchè il

buon volere bastasse. Egli vi destinò vicerè il conte di Siracusa suo

fratello, dal che nacquero speranze volesse farlo re indipendente: ma

poi Ferdinando vi surrogò lo svizzero Tschudi (1835). Se ne invelenirono

gli odj, e di tutto si facea dimostrazione, dell’arrivo d’un magistrato,

di una festa messinese, della morte di Bellini; lo scontento, fomentato

dai nobili, dal clero, dai Gesuiti, talora prorompeva, specialmente nel

37 in occasione del cholera (t. XIII, p. 415). Compressa fieramente la

sollevazione, si cassarono il ministero distinto, che erasi istituito

nel 33, l’amministrazione speciale, le giurisdizioni patrimoniali, la

feudalità; insieme si decretarono trentaquattro strade, nuovo catasto,

lo spartimento delle terre demaniali fra i poveri: ma i decreti erano mal

eseguiti; poi qualunque provvedimento venisse da Napoli era sgradito; il

re, andatovi in persona nel 42, vi fu accolto mutamente; ogni umiliazione

di lui tenevasi come vanto patrio[56]; gl’intacchi fatti alla fedualità

nel 43 spiacquero ai baroni; al popolo le tasse. Le società segrete di

colà non camminavano del passo di quelle del continente, perchè diverse

d’intento, attesochè i Siciliani volgeansi al loro passato, non al

comune avvenire, alla costituzione patria e storica carpita, anzichè

all’idealità italiana; municipali più che nazionali, popolo e aristocrazia

consideravano forestieri i Napoletani. Pure quelle società al fine

aveano preso accordo colle napoletane d’avvicendare la domanda di qualche

franchigia, e d’una in altra procedere fino ad ottenere per entrambe la

costituzione. Ma quando i rancori fermentano, ogni favilla mette fuoco,

per modo che, qualunque sieno le particolarità, la ragione va sempre

divisa tra l’offensore e l’offeso.

Una di queste faville mise fuoco a Messina (1847 2 7bre), e fu repressa

colle armi, ma si raccolse memoria di ciascun _martire_, singolarmente

valutando il silenzio con cui furono celati i complici, malgrado le

minaccie e le grosse taglie del Governo. Contemporaneamente sollevavansi

Geraci e Reggio sotto Gian Domenico Romeo: represse, la testa del

Romeo fu obbligato un suo nipote a portarla attorno; molti ebbero

pene minori. Ma l’eco ripeteva di là dal Faro gli applausi a Pio IX e

all’Italia; e ad imitazione di Napoli, le passeggiate alla villa Giulia

e il teatro risonavano d’inni; e vi figuravano i colori italiani. La

stampa clandestina ripeteva i diritti antichi, e finalmente eccitò a

sollevarsi. Al 12 gennajo 1848, festivo pel re, Palermo insorge; Trapani,

Messina, Catania, Girgenti v’acconsentono; vincitori alle barricate,

istituiscono un Governo provvisorio preseduto da Ruggero Settimo, che

era stato luogotenente generale nella rivoluzione del 20: accorre gente

dalla campagna, si disarmano i pochi soldati, i briganti Scordato e

Miceti mutansi in eroi; si allestiscono le _compagnie d’armi_, antica

istituzione, che fa garante ciascun distretto dei furti commessi in

campagna; e chiedesi governo separato per la Sicilia.

Il re acconsente che la giustizia sia amministrata in tutti i gradi

nell’isola, e impieghi civili e dignità ecclesiastiche non sieno date

che a Siciliani: non per questo gli acqueta; onde fa domandare che

cosa vogliano, ed ha per risposta: — Non si poseranno le armi, se non

quando la Sicilia unita in generale parlamento, acconcerà ai tempi la

sua costituzione del 1812». A un Governo in tali frangenti che resta?

se manchi d’armi come la Toscana o il papa, abbandonerà il paese alla

anarchia: se ne abbia, sentirà ch’è primo diritto d’un ente qualunque il

conservarsi, e userà la forza, almeno per chiarirsi se quella sia volontà

nazionale o sommossa di pochi. Il re di Napoli mandò il conte d’Aquila

suo fratello con nove battelli a vapore, che, non valendo le buone,

cominciarono a bombardare Palermo (15 genn.): ma ecco i consoli stranieri

interporsi, e far sospendere le ostilità, l’andazzo d’allora essendo sul

dar ragione ai popoli[57].

L’Italia ruggì allora contro il _re bombardatore_: Napoli, infervorata

dalla resistenza de’ Siciliani, domandava con applausi e con fischi

quelle riforme, per le quali già tripudiava l’Italia: il re cominciò a dar

soddisfazione congedando i due capri emissarj, il suo confessore Cocle e

Del Carretto ministro della Polizia. Costui, che da diciassette anni lo

serviva con quello zelo che affronta la pubblica esecrazione, trovossi

improvvisamente gettato in una nave, senza tampoco l’addio domestico. Il

battello che lo portava toccò a Livorno chiedendo carbone e acqua; ma la

plebe a tumulto il negò, e per quanto il capitano facesse protesta contro

un atto inumano che metteva a repentaglio il suo legno, e per quanto il

ministro Ridolfi avesse pubblicato che «il Governo non transigerebbe mai

col tumulto», fu duopo rassegnarsi, e rimettere alla vela. A Genova nuovo

furore, e gran fatica si durò perchè i fischi non si risolvessero in

peggio: alfine potè approdare in terra francese.

A Napoli le concessioni amministrative degli altri paesi non occorreano;

già vi era la consulta di Stato, già i consigli provinciali, già la

guardia civica; laonde il re non ebbe a crearli, ma solo ad estenderli.

Quanto però veniva da lui doveasi prendere in sinistro; si dichiararono

scarse quelle concessioni; la libertà della stampa fu giudicata un

lacciuolo, l’ampia amnistia pei rei di Stato fu disgradita; chiamasi un

ministero (27 genn.) di liberali, e sin di fuorusciti, ma non basta;

già si grida «Viva la costituzione»; ma il popolo risponde «Viva il

re»; ne nasce un’avvisaglia, ove s’impegnano le guardie civiche contro

le truppe: e il re, vedendo non potrebbe reprimersi quel moto senza

sangue, benchè padrone dei forti che possono distruggere Napoli, benchè

le potenze nordiche il dissuadessero[58], non si limita più a riforme e

allargamenti come gli altri principi, ma «avendo inteso che gli amati

suoi sudditi desiderano garanzie ed istituzioni conformi all’attuale

incivilimento», di propria volontà concede una costituzione, «nel nome

temuto dell’onnipotente santissimo Dio uno e trino, a cui solo è dato

leggere nel profondo de’ cuori, e che egli altamente invoca a giudice

della purezza di sue intenzioni e della franca lealtà onde è deliberato

di entrare in queste novelle vie d’ordine politico».

Subito s’istituisce un nuovo ministero (28 genn.), preseduto da

Serra-Capriola, e composto di Dentice, Torrella, Garzía, Bonanni, Bozzelli

e del siciliano Scovazzo, sovrapponendo alla Polizia Carlo Poerio, figlio,

nipote, fratello, cugino di esuli, tre volte carcerato egli stesso. Al

Bozzelli, scrittore di materie letterarie e rifuggito in Francia per

diciott’anni dopo il 1821, fu dato incarico di stendere la costituzione,

ch’egli modellò sulla francese, su quella cioè che in trent’anni non avea

ridotto a quiete la Francia, e che anzi stava per andare sobbissata[59].

Essa (10 febb.) portava monarchia costituzionale, religione cattolica;

il potere legislativo diviso fra il re e il Parlamento composto di

due Camere, una di pari, eletti a vita dal re fra’ possessori di almen

tremila ducati di rendita tassabile, l’altra quinquenne, d’un deputato

ogni quarantamila abitanti, possessore, non impiegato amovibile, nè

ecclesiastico; indipendente il poter giudiziale; l’esecutivo sta nel re e

ne’ ministri responsali, che han la parola ma non voto in Parlamento; non

più milizie forestiere; guardia nazionale, con uffiziali elettivi sin al

capitano, e da quello in su eletti dal re; diritto di petizione; eguali i

cittadini in faccia alla legge; libera la stampa, eccetto che in materie

religiose; abolita ogni condanna per reati politici. Dappoi il re stesso

decretava (23 febb.) che alla bandiera borbonica si annestassero i tre

colori italiani.

Date le riforme a Roma, dovettero darsi pertutto; data la costituzione a

Napoli, fu inevitabile anche altrove, per quella solidarietà d’interessi

che alcuno s’accontenterà di qualificare per moda. Che se ne pigliarono

sgomento coloro che credeano doversi il popolo educare poco a poco alla

vita politica, e misurargli a miccino le libertà, gl’infervorati ne

tripudiarono; nella voltabile ammirazione de’ giornalisti il nome del re

bombardatore fu sublimato di sopra dei tre riformatori, sebben insieme

colla _italica Palermo_, con quella Palermo che gli opponeva rifiuto

e bestemmia. Gli applausi al nuovo feticcio divengono pretesto a grida

violente in Livorno; si domanda la liberazione di Guerrazzi, che subito

diviene capo d’un comitato; Montanelli, Ricci, Fabrizi predicano ne’

circoli; altri ubriacano nelle gazzette: il simile succede altrove, e se

il «Viva Pio IX» avea sgomentato gli assolutisti, il «Viva Ferdinando»

fece comprendere ai principi ch’era inevitabile l’imitarlo.

Già la pietosa maestà di Pio IX era soccombuta alla piazza, e la congiura

delle ovazioni eragli riuscita più micidiale che non a’ suoi predecessori

quella dei coltelli. Non per mezzo della consulta, ma di Ciciruacchio

(1847 27 8bre), gli si erano fatte pervenire «domande del popolo romano»,

le quali esigevano libertà di stampa, remozione de’ Gesuiti, lega

italiana, emancipazione degli Israeliti, scuole di economia pubblica,

colonizzare l’agro romano, abolire il lotto, far pubblici gli atti della

consulta, scarcerare ventiquattro detenuti politici, armarsi, frenare

gli arbitrj, abolire gli appalti camerali e i fedecommessi, riformare

le manimorte. Gli arruffapopolo già poteano minacciare, già impiantare

il despotismo. I giornali, fra cui gittava solfanelli Pietro Sterbini,

diroccavano una dopo l’altra le reputazioni delle persone che il papa

metteasi attorno; vollero l’armamento, e perchè i ministri disapprovavano,

fu proposto di cacciar a furia essi, i Gesuiti e gli austriacanti; il

senatore dovè prometterlo, e Ciciruacchio disse: — Mi fo garante io che si

daranno ministri secolari». Fra costoro rimane appena luogo a Pio IX di

dire: — Non badate a questo grido ch’esce da ignote bocche a spaventar i

popoli col titolo d’una guerra straniera. È inganno di chi vuole spingere

col terrore a cercare la salvezza pubblica nel disordine, confondere

col tumulto i consigli di chi governa, e colla confusione apparecchiar

pretesti a una guerra che altrimenti non ci si potrebbe rompere. E chi

l’oserebbe finchè gratitudine e fiducia congiunga le forze dei popoli

colla sapienza de’ principi? Gran dono del Cielo che tre milioni di

sudditi nostri abbiano ducento milioni di fratelli di ogni lingua! Questo

fu sempre la salute di Roma; questo fece che non mai intera fosse la ruina

di Roma; questa sarà la sua tutela finchè vi sia quest’apostolica Sede.

Benedite, gran Dio, l’Italia, e conservatele il preziosissimo dono della

fede».

Parlava il pontefice, e volea sentirsi il principe, anzi il tribuno; e

mutilando il concetto, quel suo _Benedite l’Italia_ fu ripetuto come un

invito alla rigenerazione nazionale; gli fu chiesto «venisse a benedire,

non più circondato da preti, ma da uffiziali della guardia civica»; ed

egli rispose: — Siate concordi, non levate certe grida che sono di pochi

non del popolo; non fate domande contrarie alla santità della Chiesa, che

non posso, non devo, non voglio ammettere. A questo patto vi benedico».

Mentre Romagna e Toscana barcollavano ad ogni vento per mancanza di

pubblica forza, il Piemonte ben in armi pareva sicuro dall’imperio

della ciurma. Girava però tale influsso, che la forza bisognava chinasse

all’opinione. I libri del Gioberti aveano popolarizzato l’odio ai Gesuiti,

e l’insultarli pareva eroismo: la città di Fano cacciolli a furore:

Ancona e Sinigaglia fecero altrettanto cogl’Ignorantelli che diceansi

loro rampollo: le imitarono Faenza, Camerino, Ferrara: a sassi e razzi

vennero presi in Sardegna, talchè dovettero imbarcarsi per Genova; ma

quivi trovansi assaliti nel loro convento, e mandati a preda. Nella

patria poi del Gioberti tenevansi insulti alle case loro e delle Suore

del Sacro Cuore: Carlalberto assicurò nol comporterebbe mai; eppure la

sera cominciò la chiassata, nè più cessò finchè esse suore e le allieve

non furono disperse. Al domani avviene altrettanto de’ Gesuiti, nelle cui

case esultò la tregenda, menata poi or sotto la finestra del governatore,

or dell’arcivescovo, ora dei Saluzzo, or della beneficentissima matrona

che dignitosamente ricoverava Silvio Pellico, il quale scotendo il capo

ci diceva: — Le grandi imprese mal s’inaugurano con atti di debolezza e

d’ingiustizia».

Ed ecco ventimila firme giungere da Genova per domandare la guardia

civica e l’espulsione de’ Gesuiti: la deputazione non fu voluta ricevere

dal re, ma i sommovitori la sorressero, a segno che il re dovette

sciogliere la Compagnia di Gesù. Si gridò che bisognava ovviare a queste

incondite manifestazioni coll’armare la guardia civica: il re si pose

al niego, trovandola superflua in paese di tanti armati; eppur dovette

consentirla, e n’ottenne applausi, dai quali però egli ancora tenevasi

quasi rimpiattato, seco stesso librando le paure.

La Tour, governatore di Torino, maledetto come riazionario, cantò

a Carlalberto ch’era impossibile dondolarsi fra il despotismo e il

Governo costituzionale. In fatto il re non era protetto dallo schermo

de’ ministri; la stampa mettevalo in compromesso coi vicini perchè

sorvegliata, mentre la sorveglianza non ne impediva le trascendenze; le

domande cresceano, l’opinione si infervorava, iteravansi le dimostrazioni.

Alfine Pietro figlio di Santorre Santarosa persuase al municipio di

domandare al re la costituzione: e Carlalberto, esitato lungamente contro

gli scrupoli della propria coscienza e le promesse forse date al letto di

morte del suo predecessore, in fine, sentito molti consiglieri e preti,

confessatosi e comunicato, promette la costituzione (8 febb.), palliandola

col nome di statuto, e professando darla di regia autorità, onde non

teneasi obbligato a giurarla.

Non mi chiedete i tripudj: ma perchè qualche coccarda tricolore compariva,

il re dichiarò non ne soffrirebbe altra che la intemerata e vincitrice

di Savoja. Pochi giorni, e tutti i suoi soldati stessi porteranno la

tricolore.

Pietro Leopoldo già avea pensato dar una costituzione alla Toscana;

Ferdinando III, quando i membri del consiglio generale di Firenze se

gli congratulavano del ritorno al 7 gennajo 1815, promise «andrebbe poco

tempo senza che il suo popolo possedesse costituzione e rappresentanza

nazionale»; quando nel 1820 udì la sommossa di Napoli, disse ai

ministri: — Ehi signori, se s’avrà a dar costituzione, si ricordino

non voglio essere degli ultimi». Leopoldo II seguiva dunque gli esempj

domestici nel concedere la costituzione al suo popolo. Insistevasi di

foggiarla sopra la consultiva di Pietro Leopoldo, modificata in modo da

attribuirle pure l’iniziativa: ma i giornali e la piazza non lasciano

tempo a discutere, onde s’adotta qui pure la francese, col solo divario

che ogni elettore sarebbe eleggibile, ed elettori sarebbero non solo i

possidenti, ma negozianti, industriali, dotti; i deputati durerebbero tre

anni; e fu proclamata (17 febb.), essendo ministri Ridolfi sugli affari

interni, Bartolini sugli esterni, Serristori sulla guerra, Baldasseroni

sull’erario, Cempini presidente.

Fin il principe di Monaco diede la costituzione. Pio IX per la prima volta

non era iniziatore de’ movimenti, aveva professato non isminuirebbe mai la

ricevuta potestà, e tutti diceano la dominazione pontifizia non comportare

restrizioni rappresentative. Ma il municipio, spinto dai carnevaleschi

schiamazzi, gli mostrò la necessità di fare quel che gli altri; ond’egli

combinò un nuovo ministero, con Recchi sugli affari interni, Sturbinetti

sulla giustizia, Minghetti sui lavori pubblici, Aldobrandini sulla

guerra, Pasolini sul commercio, Galletti sulla sicurezza interna, tutti

secolari, e preti il Morichini sull’erario, il Mezzofanti sugli studj,

l’Antonelli sulla diplomazia; consultò il concistoro principalmente sul

come conciliare la libera stampa colla censura ecclesiastica, salvare le

giurisdizioni del sacro Collegio, lasciar libero il principe nel seguire

la politica che più complisse al bene della santa Sede, infine rattenere

le assemblee legislative dai punti che si riferissero a canoni e statuti

apostolici. Ma poichè i cardinali furono unanimi nella possibilità d’uno

statuto (14 febb.), Pio IX professò: — Purchè salva la religione, non ci

rifiuteremo a veruna innovazione necessaria».

All’intento dell’unità italica sarebbe stato a desiderare uniformi

le costituzioni; ma poco differivano l’una dall’altra, ricalco della

francese: due Camere; ministri responsali; d’elezione regia i senatori;

elettori de’ deputati i censiti; libertà di stampa e di petizione;

inamovibilità de’ giudici: solo Roma, per suggerimento del padre Ventura

che pur volea qualche resto delle forme teocratiche, conservava come

terza Camera il concistoro de’ cardinali, elettori del sovrano e da questo

eletti a vita, che in secreto decidevano sulle risoluzioni del Parlamento;

oltre che riservava a sè gli affari misti, o concernenti i canoni e la

ecclesiastica disciplina. Mantenevasi la censura ecclesiastica, nè i

consigli poteano proporre legge che concernesse canoni e discipline.

Lo statuto dato da Roma parea mettere la religiosa sanzione a quello

degli altri paesi: onde fu un’ebrezza tra la folla; mentre quei che

folla non vogliono essere discutevano di libertà, e dei fondamenti

e delle forme di essa; analizzavano e paragonavano le costituzioni;

esprimeano pubblicamente i desiderj fin allora repressi; chiedevano ed

ottenevano ministri nuovi, non più a talento del principe, ma a fiducia

de’ cittadini, e noti all’Italia per antica venerazione, ed altri pur

allora richiamati da diuturni esigli; lodavansi i principi dei freni che

poneano a se stessi, volendo che la legge non fosse atto di potenza ma

di ragione; e quasi possa alle cancrene rimediarsi coll’acqua di rose,

pindarizzavasi un beato accordo di popoli e principi, della forza e del

pensiero, nell’acquisto della libertà e dell’indipendenza.

Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15) · 第 5 / 16 题