dell’opinione, surrogatasi alla fede assoluta in un pensiero, in un
sentimento, e che avversava tutto ciò che mostrasse fermezza, fossero
le credenze fosse l’autorità. Quella classe delle persone di cultura,
indipendente, che in ciascun paese la imponeva nel secolo passato, sotto
il regno d’Italia era stata diretta dagli impiegati, potenza nuova; dappoi
se la sottoposero i liberali; sottentrarono quindi i giornalisti, finchè
venne alla piazza.
E le rivoluzioni, state militari nel 1815 e 1821, divennero giornalistiche
ed avvocatesche; e dove riuscirono, posero in dominio e ne’ ministeri
gli scrittori; dove fallirono, li resero cospicui per le persecuzioni e
gli esigli. Mentre era cresciuta la smania del leggere, in alcuni paesi
non correva che la gazzetta uffiziale, cioè a dire applausi o silenzio;
e questo ancor più che quello, giacchè molti Governi preferivano non
si parlasse di loro, nè in bene nè in male, come l’Austria, mentre
Napoli facea pomposamente enunciare i suoi atti negli Annali civili
e in altri fogli governativi. Ma o per tolleranza o alla macchia
trapelavano giornali forestieri, alle cui questioni si prendeva parte
incompetente, come avviene degli affari altrui, e per lo più passiva,
accettando l’opinione del giornale senza mezzo o volontà di discuterla,
e nell’opposizione riponendo la luce dell’intelletto, la generosità
del pensare. Anche il teatro, rimaneva o in balia de’ ballerini, ovvero
tradotto o almeno foggiato sul francese. Esposte le moltitudini a questi
mareggi dell’opinione, l’uomo abdicava alla padronanza degli atti, dei
destini, de’ pensamenti proprj: la classe colta, divenuta moderata meno
per buon senso od esperienza che per timidezza e amor di pace, dovea
cedere il campo ai ciarlatani. Ora questi non potevano diffondere che
un’opinione non solo versatile, ma sconnessa: fino chi pensa, pensava
poco in una Babele, dove niuna associazione di forze intellettuali,
ma solo antagonismo ed isolamento: invece di partiti v’erano gruppi,
quasi equipollenti di numero e di valore, gli uni chiassosi, gli altri
operativi, i più disputanti in panciolle.
Alcuni, credendo inutile parlare di libertà finchè manchino pane e
educazione, appigliavansi di preferenza all’economia; mentre i più
dalla politica aspettavano tutto, secondo l’andazzo francese. In ciò
pure alcuni consideravano come una sciagura la rivoluzione di Francia
e l’irrompere suo in Italia, perchè col balocco delle libertà politiche
ci aveva defraudati delle libertà naturali; inoculato pensamenti, odj,
amori esotici; compressi i semi indigeni e storici, per avventurare
alle sovversioni d’un progresso sistematico e umanitario; doversi
ripigliare l’opera del secolo precedente, pur applicandovi le conquiste
del nostro, cercando la libertà non i nomi, progredendo a passi non a
sbalzi, cumulando le forze invece di abbatterle, traendo i principi ad
attuare il bene anzichè nimicarli, e nell’intento nazionale confederando
i varj Stati per opporne la lega allo straniero, qualunque egli sia.
Ve n’avea tra questi che aborrivano dalla Francia, come irreposata e
infida sommovitrice; altri distinguevano questa nazione dalle vertigini
della sua tribuna e de’ suoi giornali: altri analizzavano la prosperità
inglese, i Parlamenti, la legale ampliazione della parola morta, il
progresso ragionato e lento ma continuo ed indefettibile; pochi si
lasciavano allettare allo smisurato incremento degli Stati Uniti e alla
formola dell’avvenire. E poichè l’eccesso degli appetiti materiali
porta a lusso e vanità irrefrenate, e queste alla bestemmia, ultimo
strillo dell’intelligenza spirante del secolo, per amore dell’Italia
insultavano all’Italia dichiarandola inetta al meglio: il Botta e
l’Angeloni la infarinavano d’improperj, abburattati da frà Cavalca;
Berchet pindareggiava contro Carlalberto e contro gl’italiani che
dimenticavano la patria e lo Spielberg per istordirsi fra baci e
bottiglie; Niccolini, gridando «Italia vile, non ha di suo neppure i
vizj», imprecava che le nubi stendessero un velo densissimo su questa
terra del vile dolore; Leopardi, dopo compianta l’Italia coll’amarezza di
Dante, nei _Paralipomeni_ beffava i desiderj e i tentativi di riscossa,
con una ironia che il Gioberti diceva squarciare il cuore, eppur essere
giustissima[19]: il qual Gioberti asseriva che la nazione italiana non
potrà mai recuperare il suo antico primato morale e civile sul mondo
«finchè l’uomo italiano dei nostri tempi non sarà divenuto pari a quello
dell’antica Italia e dell’antica Roma... Certo noi, generazione matura
e cadente, col piè sulla fossa, indarno ci penseremmo, perchè l’osso è
duro, il callo è fatto, e ancorchè riuscissimo a rimpastarci, poco e corto
saria il frutto». Solo allorchè qualche straniero ripeteva altrettanto,
o lady Morgan coi colloquj sottratti a questo nostro circolo giudicava
baldanzosamente gli uomini e le cose nostre, o Lamartine ci chiamava terra
dei morti[20], o Stendhal ci sentenziava degni delle nostre sofferenze,
il patriotismo si risentiva, numerava i nostri vanti, ci inebriava col
«misero orgoglio d’un tempo che fu».
Gente più seria esploravano a fondo le piaghe mortali d’Italia; se
diceasi ch’era corrotta da’ suoi signori, rispondea che non si corrompe
chi corrompere non vuole lasciarsi; che del meglio non eramo degni
perchè al giogo non sapevamo opporre quella fermezza che si frange ma
non si piega; perchè sulle catene celiavamo, contentandoci di burlare
quei ch’era necessario esaminare; perchè i beati d’ozj e vivande
stordivansi nei godimenti, col pretesto de’ codardi, l’impossibilità
del migliorare; e diguazzando nelle morbidezze, sviavansi da’ severi
proponimenti di chi, perduta la patria, mantiene cuore per amarla, voce
per ammonirla, senno per dirigerla; perchè secondavamo la Polizia col
mettere e spine e coltelli fra seni che volevano ravvicinarsi; perchè
coloro che all’emancipazione ci inuzzolivano, non sapeano pascerci che
d’odio e denigrazioni, ed anzichè convergere la repulsione contro i
veri nemici, sparpagliavanla su nostri fratelli; perchè abjette invidie,
adipose gelosie, orgoglianti vendette ci faceano sprezzare e deprimere
que’ migliori, i quali avrebbero potuto concentrare l’opposizione ed
onorarla, farsi rappresentanti del paese; se non altro, circondare la
nazionale decadenza di dignità; quella dignità ch’è necessaria in tutti,
indispensabile in una gente che voglia rigenerarsi.
Ultima miseria d’un paese, quando, perduta la fiducia in sè e ne’ suoi,
dalla sventura aizzato a discordie, mancante di amici organizzati e di
nemici rispettosi, esercita il piccolo resto di libertà a scoraggiare:
miseria più deplorabile quanto maggior bisogno di gloria letteraria e
morale ha una nazione, a cui ogni altra via è chiusa d’attestare alle
venture che la presente generazione non era vile. A chi svelasse tali
piaghe non era perdonato dal bugiardo patriotismo, nè fu perdonato a noi;
ma per acquistare diritto di dire il vero agli avversarj, bisogna non
temiamo di dirlo a noi stessi.
E venendo ai particolari, additavano gl’impiegati corrotti e inabili negli
Stati pontifizj e siciliani, duri e servili in Piemonte, sbadiglianti
in Toscana, dappertutto irrazionalmente obbedienti; avvocati ciancieri,
vagheggianti costituzione parlamentare per solo esercizio di eloquenza;
nobili, in Lombardia ricchi, gaudenti, oppositori; in Piemonte ligj,
influenti, studiosi; incolti e lascivi a Napoli; avversi ai preti nelle
Romagne, quanto propensi a Roma; il clero alto lussureggiante a Roma, o
persecutore in Sardegna, dappertutto ombroso delle libertà; il basso,
scarso d’educazione e di virtù, o giansenista o papale per tradizione
non per meditazione; i pochi studiosi, scissi tra Liguori e Perrone,
tra Rosmini e Gioberti, tutti lagnantisi de’ superiori ecclesiastici e
secolari; i frati scaduti di zelo e di scienza; i Gesuiti odiati perchè
zelo e scienza ostentavano; i negozianti uggiati delle gravezze e degli
impacci, ma aborrenti da sovversioni che ne crescerebbero all’industria
loro materiale.
Il dover sottrarsi a una vessazione dava l’abitudine di sprezzare o
eludere le leggi anche le più opportune, il che è uno degli abiti più
funesti. Scarsi gli eserciti, e più lo spirito militare, non meno che
quello delle grandi imprese; rare le idee pratiche, atteso che non
s’agitassero nella pubblicità; nullo il sentimento della legalità, e di
quella solidarietà per cui si considera come proprio il torto fatto a
uno qualunque; non rispetto per l’operosità, nè tolleranza pe’ dissensi;
non dignità per comporli e discuterli; non intelligenza fra gl’ingegni,
e ciascuno disamato, se non anche calpesto, nel brano di terra che gli è
patria, sconosciuto negli altri.
Il popolo non legge: il vulgo giudica dai giornali e sulle pancacce,
rimpiange il Governo passato, querelasi degli aggravj, della coscrizione,
dello scarso soldo, del tenue commercio, della molesta Polizia, ma
composto e tranquillo in Piemonte; in Lombardia beffardo, odiante i
Tedeschi e rifuggente dall’arme; più cheto nel Veneto, donde si cernivano
eccellenti soldati della marina e granatieri; acqua cheta e bella
creanza in Toscana; nelle Romagne manesco, brigante, cospiratore; in
Roma ligio alla lautezza clericale, che gli alimenta l’infingardaggine
e l’orgoglio del nome romano; in Napoli spavaldo, superstizioso, senza
dignità nè costanza; nelle provincie sofferente, astuto, coraggioso,
anneghittito; in Sicilia rozzo e fiero, potente agli odj come ai
sacrifizj, irreconciliabile col dominio, e disposto a qualunque rischio
per abbatterlo.
De’ letterati la più parte avversi al Governo, e da questo sospettati,
perseguiti o, dove meglio, dimenticati; quella età che preferisce
all’ordine la libertà, l’entusiasmo alla ragione, imbevevasi d’idee
sovversive, e fremeva d’un giogo di cui invece però d’analizzarne la forza
e la natura per romperlo, si piaceva aggravarselo colle intempestive
reluttanze e cogli impotenti conati, testimonio d’estrema debolezza,
che sfiancano chi li commette, e rendono gagliardo e sprezzante chi
senza fatica li compresse. I giornalisti, genuflessi alla mediocrità,
idolatri del negativo e della sovranità del nulla, chiunque si elevasse
sorvegliavano coll’ansietà della diffidenza; petulanti perchè servili,
faceano aborrire la franchezza col separarla dalla dignità, col deprimere
ogni elevazione morale all’insolenza faccendiera e alla fatuità elegante
davano baldanza d’oltraggiare gli alti pensatori e i caratteri intrepidi:
e questi appunto erano più calunniati perchè sprezzatori della calunnia;
non vedendoli tali quai si volevano, erano rappresentati quali non erano,
o denunziati disertori, titolo che i partiti infliggono a chiunque non
li serve a loro modo. Così di generosi ditirambi mantellavasi un abjetto
egoismo, e col dispetto del gaudente contro il pensatore, di tutta la
loro enfiata vanità aggravavano l’uomo che vale, impacciavano l’uomo che
vuole; e fiacchi essi, tali dichiaravano gli altri: non ascoltati, faceano
ogni opera perchè ascoltato non fosse nessuno; e a maggior baldanza
calunniavano chi alla calunnia men bada perchè se ne sente superiore.
Tali dissensi nimicavano fra loro gli stessi liberali; e più dove poteano
manifestarsi, cioè fra i migrati, che pretendeano dirigere da Parigi
e da Londra le fortune della patria, e intanto non s’accordavano sui
modi; troppo spesso simili a due corpi, che, egualmente elettrizzati,
si respingono. Tutti convenivano nell’odiare l’Austria, sentendo sempre
nell’aria l’occasione, e persuadendosi che non potesse venire se non di
fuori. Intanto la declamazione era l’arma che più usavano, e il torsi fede
od efficacia col mentire e coll’esagerare, coll’amplificare in verso o
in prosa i patimenti degli Italiani, facendo supporre la disperazione in
quelli che adagiavansi nell’incremento della prosperità materiale.
Molti migrati onore e compassione acquistarono a sè e alla causa loro
coll’intelligenza, col carattere, coll’industria. Luigi Filippo, salito
al trono per una rivoluzione, adoprò un ingegno raro e una ferrea
volontà a frenare ogni nuovo prorompere; pure non la potea rinnegare, nè
disdire coloro, la cui colpa consisteva nell’aver fallito in tentativi,
in cui erano riusciti i suoi. Perciò quei profughi v’ebbero cortesie,
onori, promesse da principio, poi freddezze, poi dimenticanza: alcuni
non ottennero il pane se non arrolandosi nella legione straniera, altri
lasciandosi relegare in qualche città; chi sentiva dignitosamente pensò
a guadagnare colle proprie mani; chi potea, visse come si vive a Parigi,
onorato a misura delle spese, e qualche volta anche dell’ingegno. Altri
de’ migrati erano i patentati impresarj di rivoluzioni; o quei che, stando
male in paese, amavano cambiare plaga; o che aspiravano alla gloriola
d’essere del numero de’ perseguitati. Tra questi prevaleva l’opinione
giacobina della potenza del numero, che è ancora la forza, ed esserne
impulsi efficacissimi le società segrete; agli incorreggibili Governi
doversi surrogare la sovranità popolare, non solo come fonte, ma anche
nell’applicazione del potere, la democrazia riducendo a repubblica, e
questa nemica ai nobili, ai preti, abbracciante tutta l’Italia in unità;
qualunque mezzo esser buono a un elevato fine: e il fine era sbarbicare
quanto esisteva, per costruire poi non si sapea che, ma quel che
l’accidente porterebbe.
Il bisogno d’azione, d’essere qualcosa, di valere sui destini del
paese, di aver amici qua e fuori, di rivolgere contro Governi esecrati
alcun che di più reale che non le grida; la devozione a idee, la cui
generosità parea giustificare gli spedienti anche iniqui; la spinta in
alcuni irresistibile di protestare in nome d’un intero popolo contro
un popolo intero, e alimentare fino col proprio sangue la speranza
dissotto all’oppressura de’ forti e alla vigliaccheria de’ gaudenti,
fomentavano le società secrete, dove l’immaginazione e l’attività
compiacevansi di misteri, carteggi, processi, condanne, assassinj, e
dell’arrabattarsi presso chi si credeva potente. I Francesi accettavano
le costoro proposizioni come innocui balocchi e temi opportuni di retorica
parlamentare e giornalistica; e i generali Foy, La Fayette, Lamarque, gli
avvocati Mauguin, Perrier, fors’anche Luigi Filippo prima d’essere re,
li alimentavano a buone parole, che gli esposero poi ad essere chiamati
traditori quando venne di tradurle in fatti.
Il legare la propria libertà a un archimandrito che può imporre tutto,
persino il delitto; l’obbligarsi con giuramento a fatti di cui si
conoscono solo in parte i fini e nulla i mezzi, non è libertà: nè credo
nelle cospirazioni s’invigorisca il carattere o si acquisti la pratica,
come farebbesi con qualche atto di coraggio civile, coll’istruire il
pubblico, educarsi negli impieghi, nella diplomazia, nella guerra. Nè
tampoco s’imparava ad affrontare i pericoli, a nessuno esponendosi i capi
che tramavano lontano, e che, col titolo d’alimentare la fiamma, esponeano
de’ subalterni, dei quali soli è composto il lungo martirologio.
La società della Giovane Italia, obbligata ad abbandonare la Svizzera dopo
la deploranda spedizione di Savoja, a Berna fece unione colla Giovane
Germania e la Giovane Polonia, tre forze che doveano coadiuvarsi nel
diffondere le dottrine repubblicane e attuarle; e al regolare istromento
(1834 15 aprile) si firmarono gl’italiani Mazzini, Melgari, G. Ruffini, C.
Bianco, Rosales. Giovani arditissimi, da loro aggregati, scorreano Italia,
tenendo intelligenze, carteggi, conciliaboli, senza che se n’avvedessero
le migliaja di spie che diceansi pagate dai Governi. Ma la smania d’essere
capo portava moltissime suddivisioni e nomi fra i cospiratori stessi:
la Riforma della Giovane Italia, i Federali, la Società di Louvel,
gl’Imitatori di Sand (uccisori del duca di Berry e di Kotzebue), i seguaci
di Alfieri, della Luce, del Silenzio... Però il concetto generale essendo
l’insurrezione, sostenuta colla guerra delle squadriglie, non si potè
stare contenti di scrittori e di guanti gialli, e bisognò associarsi
braccia e cuori risoluti, facchini, macellaj, contrabbandieri, briganti,
i quali a vicenda imparavano il cospirare e i segretumi, e pretendeano
anch’essi aver ponderanza nella riforma dello Stato, perchè aveano membra
torose e anima leonina. Perciò la società, ramificata per tutto, travagliò
viepiù i paesi dove abbondano costoro, e principalmente le Romagne e
le Calabrie. Che se per le prime s’avea una ragione nella debolezza
e inettitudine del Governo, nella dissoluzione che vi è cagionata ad
ogni vacanza, e nelle alte condizioni di un principato elettivo, mal si
saprebbe trovarne il perchè nel Napoletano, con una Polizia vigorosa e
un re bene armato, che conveniva non inimicare alla causa italica, della
quale era a prevedere sino allora che potrebb’essere o robusto appoggio
o decisivo avversario.
Eppure nel Regno può dirsi non passasse anno senza qualche nuova sommossa,
e sempre per ordirle l’avventatezza, per mezzi la guerra di bande, per
risultato incarcerazioni e condanne. Tre fratelli Cappozzoli, ricchi del
Vallo, dopo la suddetta rivoluzione si ressero fra i monti di Calabria
fino al 1828. Allora un canonico De Luca, persuaso che i re, i quali colla
battaglia di Navarino aveano assicurato l’indipendenza della Grecia, non
isfavorirebbero la redenzione d’Italia, cominciò in Bosco a predicare
contro il dominio assoluto piantato colle bajonette straniere, e proclamò
la costituzione francese, come áncora della salute. Il vulgo applaudisce,
il grido si diffonde, i Cappozzoli fan gruppo di gente volonterosa; ma
Del Carretto le sgomina, appicca il De Luca e un venti de’ principali,
e diroccato Bosco, vi erige una colonna infame. I Cappozzoli ch’erano
fuggiti in Corsica, tornarono più tardi, e côlti con altri invano
difendentisi, vennero mandati al supplizio. Nel 1833 i fratelli Rossaroll,
spinti da privati rancori, subornarono a Napoli molti militari, e scoperti
ebbero grazia. Poco poi Peluso e Nerico tentavano sorprendere Del Carretto
e indurre il re alla costituzione, ma n’ebbero ergastoli ed esiglio.
Un De Mattheis intendente di Cosenza, ottenuto ampj poteri, costrinse
taluno a confessare il reato, tre mandò a morte, dieci ai ferri: ma le
grida universali fecero rivedere il processo, e il De Mattheis, trovato
bugiardo e calunniatore, fu condannato. Anche la Sicilia lasciossi solcare
dalle società secrete che prima vi erano ignote: nel 1823 sollevossi
un Abela, nel 25 altri a Palermo, sempre annunziando lo sterminio de’
forestieri, e per forestieri intendendo i Napoletani. Dicemmo i guaj
cagionati dal cholera. Di nuovo nel 1840, allorchè Mazzini cominciò a
stampare a Londra l’_Apostolato popolare_, insorsero bande nella Calabria
e negli Abruzzi, dove si assassinò il colonnello Taufano.
La Romagna bollì sempre di sêtte; a Viterbo si formò una congiura, altre
altrove. Nel 1840, pel centenario dell’attentato dell’Alberoni contro
la repubblica di San Marino, molti v’accorsero da Pesaro, da Rimini,
da Sant’Angelo, sfoggiando in piazzate e discorsi contro le monarchie
e i papi. L’anno appresso si rannodarono le trame, false nuove tuttodì
spargendo sul conto d’altri paesi, e che dalle Calabrie riferivano essere
debole e ignaro il re, la milizia guadagnata, scontentissimo il popolo,
sicchè tosto proromperebbe l’insurrezione, indomabile fra quei monti.
Di fatto, in occasione che le truppe stavano occupate alla festa di Piè
di Grotta, un Ciampella tentò di sollevare Aquila; alcuni soldati furono
uccisi, ma gli altri rannodatisi rimisero l’ordine, poi fatti processi a
cinquanta individui, tre passarono per le armi, altri ai ferri.
Nella Spagna, che mai non aveva trovato assetto, ferveva allora la guerra
paesana, e alcuni capibanda di colà, i quali asserivano le maggiori loro
imprese essersi cominciate con nulla meglio che sette uomini, furono
assoldati per mettersi a capo delle nostre. Vennero in fatto a Livorno, ma
trovando già finita la resistenza, ripartirono. Pure alcuni vollero far
tentativi su Bologna, e subito repressi, buttaronsi fra gli Appennini,
guidati da un medico Muratori; e considerati per contrabbandieri,
disonoravano l’insurrezione e giustificavano i rigori della Polizia. Non
mancò chi vi si aggregasse, massime dacchè Ribotti, venuto di Spagna,
tentò sistemare le bande: ma gli Svizzeri le dissiparono, e militarmente
furono mandati al patibolo sette popolani; altri alla galera; i capi
ricoverarono a Malta, in Francia, in Toscana, fra cui alcuni di buon conto
e il medico Farini, fattosi poi storico de’ fatti recenti.
Altre Commissioni severe sotto il generale Casella purgarono le
Calabrie; ma le file si estendeano e quivi e nelle Romagne, rendendo a
chi sacro, a chi infame il nome di brigante. Nel 1844 parve imminente
uno scoppio generale; Ricciardi dovea dalla Corsica venire sopra Roma;
i rifuggiti nel cantone Ticino invadere Piemonte e Lombardia; Fabrizj
colla legione straniera d’Algeri assaltar la Sicilia; altri da Malta e
Corfù sbarcare ai diversi porti. Un Partesotti, confidente d’ogni loro
mistero e cooperatore, ne teneva informata l’Austria; e dopo che fu
morto e onorato di patriotiche esequie e di echeggianti epicedj, gli si
trovò l’infame carteggio. In altre parziali sollevazioni il figlio del
filosofo Galuppi, capitano de’ gendarmi, restò vittima degli insorgenti,
i quali poi, invidiando questo martire alla causa dell’ordine, lo dissero
loro partigiano. Le procedure susseguite tennero alcun tempo in carcere
Bozzelli filosofo ed estetico, Carlo Poerio, il marchese Dragonetti,
Mariano d’Ayala, Matteo De Agustinis, già nominati allora, e più da
poi. Maggior compianto eccitò il caso de’ fratelli Attilio ed Emilio
Bandiera, e di Domenico Moro uffiziali nella marina austriaca, che
legatisi con Mazzini e disertati, a Corfù aspettavano le sollevazioni
promesse per accorrervi; e vedendo tutto fallire, e trovandosi mancanti
fino del vivere, persuasi che un sagrifizio fosse necessario per iscuotere
l’addormentata Italia, con un pugno d’amici e sprovvisti di tutto
sbarcarono in Calabria (1844 25 luglio): non entusiasmo, ma trovarono
freddezza e peggio[21]; sicchè côlti furono passati per le armi: caso
istantaneo, isolato, eppure d’efficacissima impressione.
Le commissioni raddoppiarono d’attività, e molti dovettero migrare.
Nei rimasti incancreniva lo sdegno; che sfogavasi in assassinj, i quali
davano ragione a nuove procedure, e queste attiravano fama di tiranni ai
prelati o ai ministri che avevano dovuto procedere, o di eroi a quelli che
s’erano opposti: riputazioni capricciose, perchè determinate dall’opinione
personale di chi avesse l’impudenza di asserire.
Sparagni, brigadiere dei carabinieri pontifizj, è assassinato (1846)
in Ravenna; e poco dopo Adolf, soldato svizzero, che solo avea visto
l’assassino: subito si erge un processo che involge settanta individui,
e la commissione riconosce che fin dal 1843 esiste una società,
mescolata di liberali e di briganti, concordi all’intento di concutere
lo Stato, adoprando intanto gli assassini; oltre le confessioni anche
stragiudiziali, provarlo le numerose e armate bande di contrabbandieri,
insultanti alla forza pubblica, il concorrersi alle esequie di liberali,
l’applaudire agli assassinj politici, il denaro profuso ai bisognosi. Su
questi indizj e su prove specifiche fondavasi la condanna di molti, e fino
di trentasei nella sola Ravenna, de’ quali il papa mitigò le pene. Poi il
Governo pontifizio fu fatto conscio come le diverse società stringeansi
ad una centrale di Bologna, e colse l’avvocato Galletti e Mattioli loro
cassieri e corrispondenti, e le carte a loro apprese diedero titolo a
nuove condanne.
Bologna appunto formicolava di società segrete, le une rivolte a favorire
il dominio tedesco, le altre a repubblica; alcuni moderati voleano
solo dal Governo opportuni provvedimenti; e legame fra i popolani e
i signori formavano antichi militari, come il conte Livio Zambeccari.
V’era chi sognava che il re di Napoli aspirasse a tutt’Italia; v’era chi
se la diceva coi Buonaparte, o tenea l’occhio al duca di Leuchtenberg,
nipote del re di Baviera, genero dell’imperatore di Russia, figlio
dell’antico vicerè d’Italia, e che come tale aveva immensi possessi
nelle Marche, tolti da Napoleone ai conventi per farne appanaggio al
suo figlio adottivo[22]. Questo partito avea denari e bei nomi, e non
sperava l’appoggio del czar, tanto più che questo potente, avendo tolto
a perseguitare i Cattolici del suo Regno, si trovò a fronte la maestà del
papa, che fece sentire una voce dignitosamente severa, la quale trovò eco
in tutto il mondo, e valse ben più che idrofobe declamazioni.
Chi non osava afferrar le armi e sparger sangue, spargeva odj, calunnie,
rancori. A differenza dei vecchi Frammassoni e Carbonari, le società
segrete odierne si valsero molto della stampa; e da Londra, da Parigi,
da Lugano, da Losanna diffondevansi scritti, che, parlando della libertà
colla stizza di carcerati, e predicando l’intervento diretto del senso
comune nelle cause politiche, tenevansi per lo più nel vago, nell’utopia,
nel sentimentale, quand’era mestieri di principj, di notizie, d’azione.
Quel mistero e il solletico della proibizione faceanli ricercati quanto
un romanzo satanico: eppure esercitarono efficienza scarsissima, nonchè
sugli eventi, neppure sullo spirito pubblico, non arrivando al popolo,
ma solo a quella classe per non avere la fatica del pensare, e fra cui
interpolava un guizzo galvanico che mal simulava la vita[23]. Non avendo
cognizione immediata degli avvenimenti italiani, stavano a detta di
un corrispondente, che parlava intrepido perchè nascosto e fuori del
pericolo d’essere contraddetto; e così esaltava sè ed i suoi, deprimeva
i personali avversarj, scaraventava le più strane baje: e i lettori,
invece di ripudiarlo come bugiardo, diceano, — È meglio informato che noi
concittadini». V’avea degli zoili semplici, di cui i furbi si valeano per
eludere l’influenza degli scrittori onesti: ve ne avea di malvagi, che
per la stessa loro ribalderia imponevano al pubblico, il quale in segreto
n’ha schifo, eppure in palese li loda ed approva. La sciagurata abitudine
del censurare, del detrarre ad ogni atto dei proprj cittadini, oltre
amareggiare le vite più benefiche, rapiva al popolo quella confidenza
nei migliori, la quale li avrebbe trasformati in potenze tutelari se si
fossero sentiti appoggiati dalla patria; mentre invece scassinati, derisi
per la loro superiorità, costretti a guardarsi le spalle dagli amici,
vedevano dai proprj concittadini tolta all’amico comune la verecondia
del perseguitarli, tolta a se stessi, se non la costanza, l’efficacia del
resistere.
Così, invece di studiare ed ammannire i rimedj possibili, e il più
efficace di tutti, la concordia, sbuffavasi contro i nostri che per
poco si elevassero dalla folla, o ambissero le simpatie nazionali, o
sdegnassero per naturale orgoglio di giustificarsi in piazza, o, troppo
sinceri per esser mobili, dissentissero da loro in qualche punto solo;
o che, invece di precipitarsi a capofitto, preferissero giungere per
anfratti legali là dov’essi volevano di sbalzo. Gelosie di paese,
di condizione, d’ingegno, concittadini livori, adipose insofferenze
appiattavansi dietro quella siepe onde avventare accuse reciproche,
contraddittorie, irreparabili, e così abjette, che sariasi dovuto
conchiuderne, essere cattivi i tiranni, ma pessimi noi, e perciò o
immeritevoli di libertà, o incapaci d’acquistarla. Qual meraviglia se
alcuni cadeano in quegli scoramenti che al genio detraggono l’autorità,
se non lo splendore? se dalla calunnia o dalla paura dell’impopolarità
erano spinti all’esagerazione quei buoni che non sanno rassegnarsi
all’ingiustizia dei fratelli? E intanto formavasi un’opinione fittizia,
da cui martiri ed apoteosi allorchè i pochi encomj e i prodigati vituperj
si tradussero in urli di piazza e fino in coltelli.
Questa denigrazione sistematica è micidiale della libertà e delle buone
istituzioni, perocchè non crea se non la lotta, logora le forze degli uni
nell’abbattere gli altri cittadini, men cerca elevar sè che deprimere
gli altri; riduce i buoni non a volere dignità, elevatezza, gloria, ma
a farsi perdonare la scienza e la virtù e dimenticare; e così lasciare
ai nemici il monopolio dell’amministrazione e delle reputazioni. Volesse
anche scusarsi come arma da guerra, o come infamia de’ corrispondenti,
quali ebbero il coraggio di discredersi quando i fatti le smentirono? e
rettamente Mazzini pronunziava, che prima causa dei disastri del 1848 era
«l’aver dimenticato che le nazioni non si rigenerano colla menzogna»[24].
Ai nemici dava eccellente salvaguardia la nostra discordia calunniatrice,
e non poteano risparmiarsi di mantenere spie quando i nostri ci
persuadevano che, ogni tre fratelli, spia era l’uno, vigliacco, traditore.
Talmente delira l’opinione quando, dismesso l’uso di ragionare, i
sentimenti si accettano dalla moda, dall’abitudine, dal caffè, dai
giornali. Chiesti in che consistesse il liberalismo, i più avrebbero
risposto «nell’odiare lo straniero». Ma oltrechè una negazione non basta
a determinare l’attività, essa sviava dall’educarsi nella libertà vera,
lasciando contenti della beffa, abituando a vilipendere ed illudere la
legge, credendo generoso del pari chiunque facesse opposizione al Governo,
fosse col subire venti anni di ferri o col fischiare ad una ballerina.
Tanto maggior lode meritano coloro che, in tempi così funesti alla virtù
delle anime, alla forza de’ caratteri, all’elevazione degl’ingegni, e
mentre un patriotismo cieco, addormentandosi nelle memorie e adulando se
stesso, adontavasi della verità, ovvero l’impazienza del giogo oppressivo
rendeva insofferenti anche dei poteri tutelari, lavoravano solinghi,
sconosciuti, oltraggiati anche, ma perseveranti. Singolarmente negli
ultimi anni, quando altrove maturavano i frutti della pace nelle grandi
imprese di commercio, nelle leghe doganali, nelle esposizioni d’industria,
qui l’attività si spiegò in ricerche storiche ed esercitazioni letterarie
e statistiche, dove, sotto fatti antichi, adombravansi gli odierni; si
chiamava l’attenzione sui problemi politici e sociali; ripeteansi in
cento toni il nome d’Italia e le sue speranze; e la censura poteva bene
cancellare parole e frasi, non lo spirito dei libri cautamente robusti.
Persino dal rancidume delle accademie si trasse pretesto di ravvicinare
gl’Italiani, dare le abitudini della parola, dell’ordine, della legalità.
Tali furono i Congressi scientifici, cominciati a Pisa nel 1839, poi a
Torino, Firenze, Padova, Napoli, Lucca, Milano, Genova, Venezia. Dapprima
ristretti nelle scienze naturali, presto vi si innestarono anche gli
studj economici e morali: nel Congresso di Firenze si propose la riforma
carceraria, nesso della medicina colla scienza penale: in quel di Genova
le traccie della grande strada ferrata[25], che implicava la quistione
nazionale. E se erano campo ai ciarlatani, i quali di qualunque idea
si fanno un trespolo, se facevano scambiare l’uomo di rumore per uomo
di talento, già pareva assai il vedere Comizj italiani accumulare il
frutto delle solitarie ricerche, ed applaudirvisi ad altri che a mime e
cantatrici.
Eppure fin quelli che la libertà esaminavano come cosa sacra e ne
ponderavano gli elementi, dissentivano fra loro; e vulgarmente venivano
classati sotto le antiche bandiere di Guelfi e Ghibellini. I Ghibellini,
consoni nel bene a Dante, a Machiavelli, ai Giacobini, vedevano la
necessità di Governi robusti, qualunque si fossero; e rammentando come
Napoleone avesse colla spada troncato tanti modi italici, sicchè stette da
lui il farci nazione, avrebbe voluto qualcuno de’ principi d’Italia metter
capo di tutta, fosse Carlalberto di Savoja, o Francesco di Modena, o fino
l’imperatore d’Austria: primo bisogno d’una nazione diceano l’unità; il
resto terrà dietro. Gli altri zelavano la libertà innanzi tutto, e ne
vedevano appoggio e fonte la religione.
La moda degli scherni volteriani avea ceduto a quella d’un cristianesimo
vaporoso e sentimentale, figliazione di quello di Chateaubriand, che aveva
non dischiuso il tempio, ma ornata di tappeti la via che vi conduce; e che
vagheggiandolo come un’anticaglia scoperta, confessava in piedi un Ente
supremo, ch’era poco più del dio de’ galantuomini di Voltaire, o del dio
delle anime sensibili di Rousseau e Lamartine, anzichè inginocchiarsi al
Dio vivente, personale, crocifisso; coltivava il sentimento negligendo il
dogma; la fede limitando a una speculazione, che nè regolava le azioni,
nè repudiava necessariamente qualunque altro culto o dogma morale. Che se
taluno degenerò in ascetismo monacale o in gergo teosofistico, nè migliorò
lo spirito religioso, molti altri spingeva ad opportunissime beneficenze,
e negli scrittori aveva prodotto (a tacere altri) i due libri che quasi
soli divennero popolari anche oltr’Alpe, e dove alle nequizie degli uomini
e alle sofferenze della vita si opponevano quelle miti virtù che trionfano
del mondo.
I migliorati studj e l’annobilito sentimento religioso cambiarono il
modo vulgare di considerare la dominazione dei papi, e mostrarono come
la libertà fosse tutelata da essi, i quali, coll’opporre la Chiesa
universale all’universale impero, aveano creata, anche politicamente la
vasta unità cattolica, e sottratta l’Italia dall’eccidio totale della
civiltà; essi impedito che prevalesse nessun Barbaro; in loro nome eransi
fatti i tentativi di indipendenza e di federazione italica, sia nella Lega
Lombarda e nella Toscana, sia in quella contro Ezelino, poi da Giulio II,
e fin da Pio VI. Pure, riversando sul pontefice l’odio che meritava la
cattiva amministrazione, molti per politica aborrivano l’organizzazione
cattolica, benchè fosse la sola che conservò all’Italia un primato
nell’età moderna[26].
Altri invece propugnarono la primazia papale perchè la vedeano repulsata
dai Governi e principalmente dall’austriaco, ossesso dalle gelosie
giuseppine; e nel Lombardo-Veneto era quasi una moda, massime fra il
giovane clero, il mostrarsi papale, autorizzandosi dei nomi patrj di
Manzoni, di Cantù, Vitadini, e degli esotici di La Mennais finchè
non precipitò, e de’ suoi collaboratori nell’_Avenir_, Ratisbonne,
Lacordaire, Montalembert, i quali, saldi al cattolicismo, lo associarono
colla libertà e colla scienza. E a noi pure sembrava che, ad elevare
le plebi, il miglior modo fosse elevare i pastori; rinfiancavamo la
primazia spirituale, come adatta a ristabilire il concetto dell’autorità,
così necessario per reggimenti liberi, cioè frenati solo dalla morale.
Temerne le esorbitanze come poteasi quando ai Governi stavano in mano la
forza, e agli scrittori l’opinione? Ricorrendo alla storia, si divisava
adunque una lega di popoli italiani, a cui capo il pontefice, che così
facesse rivivere l’Italia, non nell’unità del principato, ma nell’unione
di interessi, di sentimenti, di bandiera, di pesi, misure, dogane, di
militari esercizj, di palestre dottrinali, di diplomazia[27].
Ma l’Austria vorrebb’ella entrarvi, isolando le sue provincie italiche
dalle transalpine? o la sua potenza non ve la farebbe preponderare a
scapito dell’indipendenza? Gravissima difficoltà! e, come troppi sogliono,
credeasi eluderla col non tenerne conto.
Queste idee, volte in motteggio dai molti che, senza discernere gli
accidenti dalla sostanza, l’abuso dalla regola, le persone dai principj,
il papa dal papato, riguardano come unico impaccio alle fortune italiane
i pontefici, erano con pazienza coltivate da buoni ingegni e retti cuori,
l’esempio e la voce de’ quali professò seguire l’abate Gioberti. Esigliato
dal Piemonte, senza relazioni nè libri viveva a Brusselle[28] la vita
dell’infelice esule, di fare il maestro, e di una pensione conflatagli
da quei che in esso ammiravano un sommo filosofo e un eloquentissimo
letterato. Di là appunto inviò il _Primato civile e morale degl’Italiani_
(1843 giugno), cui assunto politico è «l’Italia essere la sopra nazione,
il capo-popolo, la sintesi e lo specchio dell’Europa, la creatrice e
redentrice per eccellenza», e ciò perchè capitale religiosa dei popoli
ortodossi. Ma poi, in contraddizione di questo asserto, cerca le guise
di _migliorarla e riordinarla_, e lo crede impossibile senza il concorso
delle idee religiose. La penisola non può essere una, libera, forte,
se Roma, sua metropoli civile e morale, non risorge civilmente; finora
i tentativi politici fallirono perchè non si tenne conto della classe
clericale, delle comuni credenze, della religione ch’è la base del genio
nazionale. Però ridurre l’Italia in unità è follia, bensì varrà una
confederazione di cui il pontefice sia capo e presidente, monarchico
e aristocratico il Governo. I principi prevengano le rivoluzioni col
fare riforme animosamente: ma le ecclesiastiche non possono venire che
dall’autorità legittima; altrimenti il bene che ne deriva non compensa il
male cagionato dalla natura dei mezzi. Fortunati i principi d’Italia che
possedono il gran bene d’essere assoluti, perchè ciò dà loro il privilegio
veramente invidiabile di essere onnipossenti per salvare l’Italia (tom.
I, p. 181).
Tutto ciò affogava in un mar di parole e fra un implacabile panegirico
dell’Italia e di tutti, dei re e del popolo, dei nobili e del vulgo, dei
dotti e degli ignoranti, di Pellico e d’Alfieri, de’ preti secolari e
de’ Gesuiti, principalmente di Roma, «ai dì nostri asilo inviolabile di
civile tolleranza, e ricetto ospiziale aperto a tutti gli uomini onorati,
specialmente se infelici, qualunque sia la setta a cui appartengano»:
del papa, gloria perpetua, antica tutela, nuova speranza della nazione;
di Carlalberto, acciocchè si facesse centro al restauramento italiano,
ma sconsigliavalo dal dare libera stampa[29] nè assemblee legislative,
bastando un consiglio di Stato e la libertà di supplicare. Quanto
all’Austria, non ne facea parola.
Sì poco erano coltivati tali concetti, che, quantunque tanto vi fosse di
che eccitare la fantasia d’un popolo artista, e stuzzicare l’amor proprio
d’un popolo umiliato, quei due grossi volumi furono conosciuti da ben
pochi, fin quando non ne divulgò le dottrine Cesare Balbo (1789-1853),
uomo che merita essere studiato come tipo di quelli che, o per lode o
per biasimo, s’intitolarono moderati. Ogni suo scritto è pieno di lui,
sicchè non riesce difficile il ritrarlo. Giovanissimo spinto negli affari
dall’essere figlio del ministro Prospero Balbo, assistette ai consigli
di Stato di Napoleone, fu aggiunto alla commissione francese nel Governo
di Roma, dove apprese a stimare il debole che protesta, più del forte che
sopraffà. Tornati i reali a Torino, egli non ne fu ben visto, pure tenuto
negli affari o nella milizia. Nel 1821 dissentì dai cospiratori, pose anzi
la sua spada a servigio del re; ma questo, non che gradirlo, il rimosse
da sè e dagli affari. Bisognoso d’azione e d’influenza acquistata con
onestà e decoro, si buttò allo scrivere come un’occupazione in mancanza
d’altra; e moltissimi lavori intraprese, suggeriti dalla lettura e dalla
critica, sbozzati con impeto, abbandonati a mezzo, od esposti con stile
di brevità scabra ed oscura, misto di francese e d’arcaico. La storia
divenne suo campo prediletto, ma gli mancava la pazienza di verificare
fatti, e d’accertare se corrispondessero al suo preconcetto. Cominciò
una storia d’Italia; ma la severa critica dell’Antologia, giornale allora
il più accreditato, gliela fece interrompere, e soffrì della situazione
dell’uomo che, non volendo chinarsi alle prepotenze giornalistiche e
liberali, scostasi del pari dai due estremi. «Sovente (scriveva) gli
uomini calunniati per invidia dai concittadini, sono per le prove fatte
ammirati dai nemici. Qualunque volte soggiaccia la patria a qualche
durevole calamità, è naturale a molti, o per forza o per dispetto, il
ritirarsi nelle solitudini. Ma è bella solamente la solitudine austera,
occupata, religiosa, come se la fecero i monaci antichi; non quella non
curante, oziosa, viziosa, dispregiatrice e schernitrice di tanti uomini
di secoli più colti... Una delle disgrazie più accoranti è l’essere
rigettato dal proprio partito; ma è una di quelle a cui più frequentemente
soggiacciono gli uomini virtuosi e forti, perchè non volendo adattarsi
alle esagerazioni e stoltezze del partito, lo offendono, e se ne fanno
prendere in sospetto finchè durano le difficoltà, e cacciare dopo la
vittoria... Per dire un uomo civilmente coraggioso, non basta che egli
abbia resistito una volta ad una parte, una volta all’altra: bisogna che
egli abbia resistito alle due insieme, alle due ogni volta, in tutte le
occasioni importanti... Nei paesi assoluti, ineducati alla politica, si
vuol troppo riprovare ogni ambizione; non vedendosene altra che dei posti,
dei titoli o del denaro, è antica e santa massima di non cercare, di
aspettare i posti. A me parve sempre più santa la massima di prendere ed
anche cercare legittimamente i posti per promovere la propria opinione;
santa e buona l’ambizione dell’opera, che si dee dunque distinguere
dall’ambizione dei posti, che li prende per mezzo non per fine».
Pertanto si duole d’essersi talvolta rattenuto dal domandare più alti
posti per riguardo ai concittadini, «chè le invidiucce dei paesani non
si vincono rispettandole ma opprimendole»; ripetutamente offerse i suoi
servigi a Carlalberto, e del vedersi scelto solo a bassi incarichi prendea
sdegno; lamentavasi de’ lunghi e amari disprezzi prodigatigli da chi
governa il suo paese: «Fui e sono costantemente rigettato dal Governo,...
sono o mi credo (chè monta al medesimo qui) offeso e disprezzato. Non
sarei uomo se non cadessi talora per un istante involontariamente nel
desiderio di vedere mutato un tal Governo, di vederne sorgere uno dove
mi si aprisse campo, una volta almeno prima di morire, di sfogare, di
mostrare la mia vecchia ma non spenta operosità per la patria. E tanto
più che anche per la patria sento un desiderio di mutazione, diciam la
parola, rivoluzione. Il pensiero delle sventure e dei delitti stessi che
accompagnano tali eventi, non valgono a distrarre in me tal mio desiderio
primo»[30].
Carlalberto l’invitò poi qualche volta a pranzo, del che scandolezzavansi
i liberali; ma egli non opinava che la dignità restasse svilita da atti
urbani. E la condizione degli scrittori moderati ben dipinse dicendo:
«Nei paesi dove le parti latenti si esagerano in quel segretume che
diventa loro necessità e natura, sorgono di qua di là quelle, come che
si chiamino, leghe difensive ed offensive, ma principalmente esclusive,
che si rivolgono poi con ardore contro a chiunque parla chiaro e
pubblicamente; sorgono quelle purificazioni, sempre stolte anche quando
sono fatte dalle parti vittoriose, più stolte quando dalle parti ancora
combattenti, stoltissime quando non è instaurato nemmeno un aperto
combattimento. Qui ogni anima sdegnosa, respingendo i segretumi, riman
respinta da quasi tutti; rimane non solamente, come altrove, poco
accompagnata, ma quasi solitaria; non ha per difendersi in suo modo aperto
nè le opere che le sono vietate, sia che soverchi l’una o l’altra parte
estrema, nè le parole che non vi sono pubbliche mai; se scrive, ella ha
contro sè non una ma due censure, quella pubblica della parte soverchiante
e quella segreta della parte compressa; quella che sembra voler conservare
tutto, anche gli stranieri, e quella che tutto mutare, anche gli strumenti
da cacciare gli stranieri; volendo serbarsi pura secondo la propria
coscienza, riman dichiarata impura di qua e di là; rimane quasi _ex-lege_,
fuor delle Caste onnipotenti, senza speranza di vincere vivendo la doppia
guerra arditamente bandita, senza speranza di niuna giustizia di posteri
vicini»[31].
Ispirato dunque dal libro di Gioberti, ne compose uno più semplice e
breve, col titolo di _Speranze d’Italia_ (1845). Era il primo che di
politica italiana ragionasse non fuoruscito, e sotto un principe che
non l’avrebbe molestato, ma forse neppure difeso. E divenne il programma
sopra il quale si esercitarono i ragionamenti de’ pochi che pensano, e
i discorsi de’ molti che ripetono. Mentre Gioberti non erasi dato briga
dello straniero, Balbo mette l’indipendenza innanzi tutto, _Porro unum est
necessarium_, fin a sagrificarle le forme della libertà[32]; rifugge dalle
sollevazioni e come ree e come pregiudicevoli; non crede possibile la
formazione «d’un regno d’Italia in tante varietà d’opinioni, di disegni,
di province», bensì una confederazione, ove il Piemonte sia spada e cuore
Roma, e nella quale si concedano tanti beni ai popoli, che il dominatore
straniero perda ogni nerbo, sinchè la Provvidenza non conduca il tempo di
fargli abbandonare l’Italia, compensandolo con acquisti sulla Turchia.
L’effettuazione di queste idee rimetteva di là dal 1860, dopo finite le
strade ferrate e caduto l’impero Ottomano. Tutto ciò con una sincerità
senza violenza, un’onestà senz’illusioni.
I gran savj da caffè lo definivano il libro contro le speranze d’Italia;
ma intanto diffondeansi la discussione e l’idea del riconciliamento, e
formavasi un’opinione nazionale, meglio che non si fosse ottenuto colle
esorbitanze declamatorie. Questi svolgimenti indigeni erano, al solito,
modificati dagli esterni, massime dalla Francia, paese che l’irremissibile
bisogno di movimento sospinge continuamente a nuove esperienze, e a
non accettare altro pilota che la tempesta. La carta costituzionale,
ristampata sanguinosamente con correzioni nel 1830, avea assicurata la
maggiore libertà possibile a quella nazione; la pace avea fatto prosperare
gl’interessi: ma infuse un’improvvida sicurezza, ebrietà di lusso,
di felicità, d’ingegno, di quei godimenti che favoriscono gl’istinti
corrotti, sopreccitano le facoltà pericolose, e ogni limitazione rendono
intollerabile a gente che, di tutto divertendosi, lascia addormentare le
facoltà serie, che avvertono e moderano. Surrogato così al regno delle
idee il regno degli appetiti, la libertà non volle riconoscersi che
sotto forma d’opposizione, sempre ammirando chi contraffaceva o almeno
contraddiceva al Governo; tema per verità più opportuno alla declamazione
che non alla difesa dell’ordine e allo svolgimento della legge. Dai
Parlamenti quell’abitudine passava nella letteratura, e gl’ingegni
bellissimi, il limpido discorso, la colorita descrizione volsero Thiers,
Luigi Blanc e Lamartine a divinizzare la forza, sia manigolda con
Robespierre e Marat, sia radiante con Napoleone; Béranger colle canzoni,
Vernet col pennello, ridestavano il culto di Napoleone, sol per fare onta
alle dinastie; Lamennais, stizzito con Roma dacchè questa ripudiò le idee
di lui, torse la logica potente e lo stile incomparabile a scassinare
quell’autorità, sulla quale avea dianzi posato l’edifizio della società e
della cognizione; Hugo professava che il «poeta può credere a Dio o agli
Dei, a Plutone o a Satana o a nulla». I giornalisti, echeggiando tutti
una stessa voce, la faceano somigliare ad opinione pubblica, e perciò
acquisirono la presunzione di esserne non organi, ma dettatori, e in
conseguenza poter imporre ai Governi. Molti speculanti sull’immaginazione,
fomentavano alla rivolta del cuore, della fantasia, dei sensi,
divinizzando i godimenti sensuali, togliendo ogni idea d’abnegazione, ogni
riguardo di carità; dalle cattedre sbertavasi quanto v’ha di venerato; e
resuscitavansi i rancori contro il papa e i preti, demonj della società
e della morale. Romanzi, schifosi al buon senso come al buon gusto, per
farsi leggere si sminuzzavano in appendice alle gazzette, portando ogni
giorno un grano d’arsenico nelle famiglie, nelle botteghe, alla campagna;
blandivano la doviziosa lascivia colle azzimate laidezze, la stizza de’
proletarj coll’esagerare la corruttela gaudente, gl’istinti col mostrare
le donne inevitabilmente soccombenti alla tentazione, gli uomini operanti
solo per interesse e passione; prendendo per ideale le eccezionali
sconcezze della natura o della società, iniziavano i cuori vergini a
turpitudini col rivelarle, e attizzavano il popolo contro i ricchi, come
usurpatori del patrimonio comune.
Dove la stampa, il disegno, il teatro, la declamazione baldanzeggiavano
senza rispetto e senza pudore contro al Governo, alla famiglia, all’ordine
sociale, si concepì spettacolosa paura di alcuni preti che, all’ombra
della libertà, aveano creduto poter riunirsi a pregare, a insegnare, ad
apostolare. Libri, stampe, canzoni, romanzi aizzarono fin al parossismo
contro i Gesuiti, sfogando su questo nome il bisogno di ire, che nei
volghi è insito come il bisogno d’ammirazione[33]. E dico nome, perchè il
buon senso non crederà mai il mondo così rimbambolito, da capovoltarsi
per alcuni preti, i quali cacciò a budelli ogniqualvolta lo volle. Vero
è che ogni volta tornarono.
Quei libri correano anche in Italia, ai Governi giovando che l’attenzione
si storni sulle sacristie; e coll’impeto d’una moda e colla comodità di
un nome, nel secolo della Polizia e della legge marziale, in un paese
che avea reali nemici a combattere, fu sparso l’odio contro i Gesuiti,
designando così non le reliquie degli antichi Lojolani, ma chiunque
mettesse zelo nell’ecclesiastico ministero, poi chiunque asserisse la
primizia papale, infine chiunque si volesse screditare con un titolo che
non ammetteva discolpe, che nella sua vaghezza abbracciava qualsifosse
gradazione di merito e d’infamia.
E perchè la peggiore infamia era il parteggiare collo straniero, si
dissero i Gesuiti turcimanni di quell’Austria, che nel suo dominio gli
ammise tardi e scarsi e ammusolati. Onnipotevano invece in Piemonte, se
crediamo al Gioberti, il quale, sbigottito dal sentirsene affiggere il
titolo per averli encomiati nel _Primato_, e indispettito della fredda
accoglienza fatta a questo, «da acqua tepida si convertì in lava» nei
_Prolegomini_, disdicendo la più parte del detto nel _Primato_, spiegando
quell’odio contro i Gesuiti, che divenne d’allora il suo carattere, e
professando che ogni bene consisterebbe nell’abolirli. Vi rispose poche
pagine il gesuita Curci; e l’abate avventogli in cinque grossi volumi
la requisitoria più estesa che mai se ne fosse formata. Stile manierato,
qualche valore d’analisi e impotenza della sintesi, blandizie cortigiane,
menzogna sistematica, spionaggio, odio contro chiunque ha valore, morale
lassa, erano le colpe che ad essi apponeva il Gioberti: poi ragguagliavali
ai Mazziniani per la cieca obbedienza a un capo, l’indifferenza nella
scelta de’ mezzi, la giustificazione del regicidio: infine li gravava di
quante nefandigie mai possono commettersi o escogitarsi. Che se Eugenio
Sue avea finto avventure e nomi per divertire e ingannare, il Gioberti
altrettanto assoluto e intrepido metteva alla gogna e senza discussione
persone vive[34]; asseriva, sempre a detta altrui, che nelle scuole
gesuitiche «si predica una morale ribalda che non ha di cristiano che
le sembianze, un costume di cui gli onesti gentili si vergognerebbero,
una giustizia che contraddice alle leggi pubbliche e non può avere altra
sanzione che quella degli scherani». Il secolo critico avrebbe osato
revocarlo in dubbio?
Quella che il Brofferio qualifica «ignobile invettiva, rabbiosa
rapsodia, prolissa declamazione, di tratto in tratto splendente d’impeti
sublimi»[35]; e il Pellico «profluvio inesausto di bene e di male, di
carità e di odio»[36], fu letta da pochi nei passi dottrinali, da tutti
nei virulenti; chi dissentiva dal _Primato_, applaudiva al _Gesuita
moderno_, che molte persone espose allo scherno concittadino, e presto
alle violenze.
Ma perchè aveali tanto carezzati? Rispondea, per correggerli. N’avesse
anche lasciato ad essi il tempo, però mostravasi incerto o sleale nei
giudizj; chiamava gesuitico non tutto quello che nella Chiesa apparivagli
guasto, ma quel che a lui non piaceva; e, pur volendo venerata la Chiesa,
acquistava aria di sofista. I Gesuiti non conobbero nè la dignità del
silenzio, nè quella della risposta; e sputacchievoli accapigliamenti
sconnetteano in sè e disonoravano in faccia altrui la parte guelfa;
mentre i non guelfi le movevano opposte battaglie, incolpando essa di
repubblicana, e il papa d’aver rovinato l’Italia.
In tal senso Giacomo Durando (_Della nazionalità italiana_) impugnava i
neoguelfi[37]; al papa volea si conservasse Roma e qualche isola, il resto
d’Italia dividendo tra Casa di Savoja e i Borboni di Sicilia; non toccar
l’Austria fin che essa non provocasse; aversi a sperar meglio nella Russia
che nell’Inghilterra, questa amica, quella nemica naturale dell’Austria;
del resto l’unità d’Italia non poter venire che dal principato, la sua
reviviscenza dalla libertà.
Leopoldo Galeotti (_Della sovranità temporale dei papi_) era d’avviso
che a riformare gli Stati Pontifizj bastasse il richiamar le antiche
leggi, e principalmente i Capitoli di Eugenio IV. Gino Capponi (_Attuali
condizioni della Romagna_) dicea che tutti consentono nella necessità del
dominio temporale, sol doversi cambiare ministro, istituzioni, leggi, e
consigliava i papi a farlo e rendere così venerabile la tiara prima che
qualche evento europeo obbligasse a bruttarla di sangue per lasciarla
cadere nel fango; un papa che regni senza governare è l’unica soluzione
del nodo; Roma ha più bisogno del papa che il papa di Roma. Altre idee
e partigioni diverse propugnava un Lombardo nei _Pensieri sull’Italia_,
considerando come impedimento quel dominio papale, che pel Gioberti era
la salute, per Durando la ruina d’Italia.
Della reviviscenza guelfa indispettì il poeta Giambattista Niccolini,
e nell’_Arnaldo da Brescia_ pose una bella poesia e un’imperfettissima
erudizione a servigio delle passioni. Anche il Giusti berteggiava
«quest’Apollo tonsurato che dall’Alpi a Palermo insegna il cantofermo»,
e il tuffare la penna nell’acqua benedetta.
In verità l’assunto dei neoguelfi pareva ognor meno accettabile in grazia
della speciale condizione dello Stato Ponlifizio, portato da lunghi
eventi allo sconcio eccezionale di concentrare nella stessa persona
la sovranità temporale e l’impero sulle coscienze, come nella società
pagana; talchè sul papa ricadeano anche le colpe o i difetti del principe.
Gregorio XVI, ancora monaco, avea scritto il _Trionfo della santa
Sede_, dove, zelando la primazia pontifizia, in nome del cristianesimo
proclama il diritto delle nazionalità. Un ingiusto conquistatore, con
tutta la sua potenza, non può mai spogliare dei suoi diritti la nazione,
ingiustamente conquistata. Potrà con la forza ridurla schiava, rovesciare
i suoi tribunali, uccidere i suoi rappresentanti; ma non potrà giammai
indipendentemente dal suo consenso o tacito o espresso, privarla de’ suoi
originali diritti relativamente a quei magistrati, a que’ tribunali, a
quella forza cioè che la costituiva imperante (pag. 37).
Fervoroso per la causa di Dio e la santa maestà del dogma, secondò le
reviviscenze gerarchiche, infervorò i parroci ne’ doveri religiosi,
e cercò opporsi alle ripullulanti eresie; santificò Alfonso Liguori,
Francesco di Geronimo gesuita, Giuseppe della Croce minorita, Pacifico
da San Severino minor osservante, Veronica Giuliani cappuccina; altri
italiani beatificò; accelerò la ricostruzione dell’incendiato San
Paolo[38]; conchiuse concordati col re di Sardegna, per cui lasciavasi
al fòro secolare la cognizione dei _crimini_ di ecclesiastici, mentre i
_delitti_, eccetto quei di finanza, restavano di competenza curiale, e nei
casi capitali fosse comunicato il processo al vescovo che deve degradare
il condannato. Anche al duca di Modena consentì che le cause meramente
civili fra ecclesiastici e laici si portassero al fôro secolare, e così
i delitti di lesa maestà, sedizioni o contrabbando, intervenendovi però
un deputato del clero; e per le pene capitali deve il vescovo conoscere
il processo originale: del resto integrava i pieni diritti pontifizj
e vescovili, ed aboliva le restrizioni ai possessi di manomorta. Ebbe
a lottare colla Spagna che tolse i beni al clero e la nunziatura, col
Portogallo a proposito dell’istituzione canonica dei vescovi, colla
Svizzera per la soppressione dei conventi d’Argovia, e così coll’America
meridionale: e mentre da un secolo i papi non avean mostrato vigore che
col soffrire, Gregorio uscì dalla posizione meramente passiva per mostrare
la fronte ai persecutori subdoli o prepotenti. Animato dalla coscienza
cosmopolitica del supremo sacerdozio, scomunicò i fautori della tratta
dei Negri. A proposito de’ matrimonj misti parlò alto al re di Prussia;
e avendo questo incarcerato l’arcivescovo di Colonia, esso il denunziò a
tutta la cristianità per modo che il persecutore dovette chinarsi. Approvò
la rivoluzione dei Belgi perchè eccitata da persecuzione religiosa; ma
allorchè alla Polonia sollevata contro la Russia scismatica rammentò
l’obbligo d’obbedire, parve insultare a un cadavere. Al tempo stesso
egli ricorse al czar perchè trattasse meglio i Cattolici, e adempisse
le promesse fatte loro: ma il czar non che badarvi, adoprò seduzione e
persecuzioni per unificare l’impero anche nelle credenze. Corse anche
voce, e un opuscolo pubblicato da persona a lui vicina parve confermarlo,
che l’imperator Nicolò si credesse il vero rappresentante dell’impero
romano, e in conseguenza il capo di tutta la cristianità nel religioso
come nel politico. La sua forza già gli attribuiva predominio sui re;
rimaneva di ridurre a una sola le due Chiese, latina e greca; ossia,
considerando questa come l’unica vera, e la latina come scismatica, questa
richiamare all’unità sotto di lui, unico papa. A tal fine erano dirette
le persecuzioni ai Cattolici, mediante le quali molti preti e intere
provincie fece apostatare, di orride persecuzioni punendo chi reluttasse.
Il papa le espose in una relazione (1842), che fece inorridire il mondo.
Essendo poi il czar passato per Roma nel visitare sua moglie che miglior
salute cercava a Palermo, Gregorio, invece delle blandizie profusegli
dai principi, gli fece severi raffacci delle sevizie usate ai Cattolici,
intimandogli: — Fra breve noi compariremo al tribunale di Dio; e non
oserei sostener la vista del mio giudice se non difendessi la religione,
della quale io sono il tutore, voi l’oppressore». Quelle minaccie non
uscirono vane, e provarono quanto un pontefice possa ancora sul mondo
allorchè tuteli la verità e l’innocenza, scevro da interessi mondani e da
grette paure.
Chi conobbe Gregorio nell’intima vita, lo trovò di consuetudini semplici,
e gusti fin vulgari; facile alle udienze, studioso anche sui libri nuovi
che gli si lasciassero arrivare; ai parenti non diede nè ricchezze nè
cariche, mentre debolmente condiscendeva al cameriere Gaetano Moroni, che
blandito con titoli e decorazioni dai re e fin con applausi letterarj,
subì la responsalità di quanti errori allora si fecero. Piovvero epigrammi
su quest’amicizia, e sull’ubriacarsi del papa e su altre baje, dove non
era di vero se non la debolezza di un vecchio e frate.
Di costituzione, di bilancio, degli altri arzigogoli estranei alla
teologia ed esotici nel regno di Dio, nulla intendeva, sicchè bisognava
lasciasse fare ai ministri e alle circostanze, per cui colpa le riforme
promesse nel 1831 riuscirono a nulla o a male. Quelle imperfette
concessioni guardava il Governo come estorte, e voleva eliderle;
impacciava le amministrazioni comunali coll’intervento governativo;
gl’impieghi conferiti a laici nelle Legazioni furono ritolti; il
regolamento del 1835 metteva norma ai giudizj il diritto comune, moderato
dal canonico, e senz’abolire gli statuti locali. La giustizia era
corruttibile non solo, ma esposta agli arbitrj de’ superiori, e alle
interminabili restituzioni in intero. Commissioni militari erigevansi
ad ogni attentato contro la sicurezza pubblica, sinchè non vi venne
sostituita la Consulta, che, con norme eccezionali anch’essa, dava il
difensore, ma scelto fra quattro proposti dal Governo, e vincolato al
secreto; testimonj e giudici lasciava ignoti al reo.
Le riforme amministrative si riduceano a una maggior regolarità di
protocolli, insegnata da un magistrato austriaco (Sebregondi), a tal
uopo deputatovi; e al crescere gl’impiegati, parassita aggiunta alle
altre: crebbero fuor modo le ruberie e le venalità, l’onnipotenza
degl’intriganti, l’assolutezza moltiplicata quanti erano i potenti, quanti
i domestici del papa. Il debito, lasciato o causato dalla rivoluzione
del 31, era ben lungi dall’essere spento dalle tasse nuove e da altri
compensi; tanto più che tutti dilapidavano, e il lusso governativo
cresceva, e il cardinal Tosti tesoriere non sapeva asciugar pozza
che col farne un’altra, tanto da non fallire[39]. Le opere pubbliche
volgeansi al fasto, più che all’utile: e il viaggiatore, gemente su
quelle incomparabili ruine, domandava perchè piantagioni e coltura non
tornassero sane e ubertose le circostanze di Roma, perchè vaporiere non
risalissero il Tevere, perchè strade ferrate non congiungessero coi due
mari la metropoli della cristianità.
Peggio andava nel morale; ed oltre la Polizia, una ciurma ammantavasi
di devozione al Governo per trasmodare contro le opinioni opposte. Il
papa nol sapeva, chè de’ favoriti suoi era cura non gli si ragionasse
di affari, talchè rimanea persuaso che ogni cosa andasse nel meglio
possibile. Vollero ribadirgli questa persuasione col fargli intraprendere
uno di que’ viaggi (1841), in cui il principe non riceve se non riverenze
e trionfi, gli si lasciava solo il tempo di visitar chiese, monumenti,
istituti pubblici parati ad inganno, e uomini disposti a staccare i
cavalli e tirar la carrozza, e quella turba di cittadini che s’affollano
sulle strade o nelle anticamere, applaudendo se vulgo, petizionando se
civili. Ne riportò dunque l’idea della beatitudine universale; e intanto
lo scontento delle Legazioni, già preveduto dai diplomatici nel 1831, fu
portato al colmo dal non averle egli visitate; e massimamente a Bologna
preferivasi palesemente la dominazione austriaca[40], perchè forte, di
truppe disciplinate, d’incorrotta giustizia, di tutto quel bene che l’odio
del proprio fa supporre ne’ Governi altrui. Al fine del 36 i Francesi si
erano ritirati da Ancona, i Tedeschi dalle Legazioni, lasciando sentimenti
opposti, ma accordantisi nell’avversione al dominio papale.
Anche ai miglioramenti non faceasi buon viso; e quando fu pubblicata la
riforma giudiziaria, non solo avvocati e tribunali la combatterono così,
che fu duopo sospenderla, ma una stampa clandestina diceva: «È dell’onor
nostro il resistere. Niuna transazione con Roma». Anche voti ragionevoli
si mormoravano, e tratto tratto si gridavano in tono di rivolta; ma le
insurrezioni tentate ripetutamente diedero ragione a repressioni vigorose,
tanto più che spesso la causa degli insorgenti confondeasi con quella de’
masnadieri, cronico morbo al paese.
Un Renzi riminese, reduce di Francia dove avea mestato nelle combriccole,
mandato o fingendosi dai liberali di Romagna, e affiatatosi con altri
ricoverati in Toscana, indusse a fare una protesta armata per sostenere
un’altra scritta dal dottore Farini, intestata _Libertà civile, Governo
secolare, Ordine pubblico_. Avuto compagni ed arme, il Renzi sbucò da
San Marino, e occupò Rimini; ma poichè nessuna città rispose, i soldati
svizzeri gliel’ebbero prontamente ritolta, ed egli con cencinquanta
rifuggì in Francia traversando Toscana. Stolto tentativo; eppure se
ne fece un gran parlare, e valse a fissare gli occhi d’Europa sopra
le domande de’ Papalini, in gran parte sensate ed effettibili. Tolse a
sostenerle il piemontese Massimo d’Azeglio, che, nei _Casi di Romagna_,
riprovando risolutamente le congiure, le manifestazioni di piazza, le
insurrezioni, insieme mostrava come unica via di evitarli il governar
bene, svellere gli abusi, concedere le riforme necessarie.
La Polizia rabbrividì quando non si trovava più a fronte sediziosi da
incarcerare, ma ragioni da ribattere; non minacciata la religione, non
i possidenti, nè tampoco il Governo, ma gli abusi, le turpi passioni e
l’inerzia negativa; non imposte nuove concessioni, ma rammentato voti già
espressi nel 1832 dalle Potenze che si chiamano tutrici della servitù,
poi dimentichi a segno, da parer adesso novità[41]. Il Governo rispose
al manifesto, parte negando o attenuando que’ fatti, parte mostrando
o ingiuste o improvvide le domande, parte denigrando i sovvertitori; e
sebbene dicesse molte verità, ognun sa quanto poco vagliano le difese,
tanto più quelle d’un Governo contro un nome divenuto popolare. Cresceano
dunque i fremiti; e come in Lombardia formolavansi nella cacciata degli
stranieri, così qui nella parola di secolarizzazione.
Un principe a tempo, scelto per lo più in vecchiaja, tra una classe aliena
per istituto dagli affari temporali; scelto, aggiungiamo, a preferenza per
le virtù che continuino la serie di tanti virtuosi, e rendano servigi alla
Chiesa universale, deve riuscire men proprio a governare il paese quanto
più l’istituzione ecclesiastica si rende piamente austera ed esemplare;
insomma peggiora per quelle condizioni di moralità, per le quali gli altri
Governi unicamente possono perpetuarsi. Di qui la necessità di stabili
istituzioni, le quali possano in qualunque caso dirizzare i consigli
sovrani. E tanto più che negli interregni l’anarchia diventa regola,
sconnettendosi ogni autorità, e riagendosi contro chi era stato potente:
sicchè il Governo che sottentra deve ripristinare l’obbedienza, effetto
sempre scabrosissimo e viepiù con gente nuova com’è quella messa in posto
dal nuovo pontefice, di cui è consuetudine, se non obbligo, il dare lo
scambio ai ministri del predecessore.
Roma da un pezzo non ha municipalità, l’amministrazione della città
confondendosi collo Stato, e rammentandosi con ribrezzo i tempi quando
ancora il Comune di Roma osteggiava i papi, e li cacciava ad Avignone.
L’avere il Consalvi concentrato moltissimi affari nella segreteria di
Stato, e tutto il potere esecutivo, aveva sminuita la partecipazione dei
cardinali alla sovranità.
Il concistoro di questi, eletto fra tutte le nazioni, e dagli uomini più
eminenti per scienza ecclesiastica, ha tutt’altra destinazione che la
accidentale di reggere lo Stato. Prima della rivoluzione, alla Corte di
Roma si formavano buoni amministratori e destri politici, atteso le vive
relazioni con tutt’Europa, e l’essere la prelatura riservata ai cadetti
delle famiglie nobili, che vi portavano meno l’austerità ecclesiastica,
che l’attitudine ereditaria agli affari, l’appoggio delle parentele, la
ricchezza, le aderenze. Tutto cambiò nell’eguaglianza sopravvenuta; perì
quella scuola di diplomatici; e poichè il riformare richiede genio ed
esperienza, qui pure si preferì il non far nulla, o quell’acquistar tempo
ch’è reputato guadagno dai poteri egoistici.