CAPITOLO CLXXXIX.

Principi e popoli dal 1830 al 46. Aspirazioni e trame.

Come sempre, i paesi in cui si ristabilì l’armonia fra l’autorità e gli

obbedienti furono quelli ove non si lasciò corso alla riazione dopo le

rivoluzioni del 1831. Tale fu la Toscana. Ferdinando III granduca dal

trilustre esiglio (se esiglio poteva chiamarsi la dimora in paese di sua

nazione) non riportava rancori e vendette; vedendo la memoria di suo

padre, benedetta in Toscana, non aveva che a seguirne le orme, al che

lo inclinava pure la mitissima sua indole. Ritrovava spento il debito

antico, sistemata la magistratura, ricco il pubblico dominio; sicchè molti

beni poteva effettuare chi avesse saputo innestare le utili novità col

sistema leopoldino. Ma crogiolandosi in questo, si tirò via tolleranti e

fiacchi, in una mansuetudine senza progresso; riponendo il liberalismo i

ministri (di cui era principale il Fossombroni) nell’opporsi ai preti e

a Roma, la gente colta nel far epigrammi contro i ministri. Ferdinando

aprì nuove strade; fece compiere il catasto sopra la triangolazione

eseguita dal professore Inghirami; istituì a Firenze un archivio centrale,

l’uffizio dello stato civile, una casa di lavoro, l’istituto della

Nunziata perla maternità e a Pistoja un altro, a Pisa un’accademia di

belle arti; introdusse i pompieri; migliorò i palazzi e le ville reali.

Passeggiava famigliarmente le vie, andava a visitare ne’ palchetti le

signore, e poichè le persone che vi si trovavano levavansi e teneansi

in piedi, egli diceva alla padrona: — E perchè non permettete a questi

signori di sedersi?» Un abate scontratolo così, andava ripetendogli: — Oh

altezza! che consolazione fu per me il vederla — Oh grazie! — Ah non le

so esprimere quanto sempre lo desiderassi — Sta bene: le son obbligato —

Davvero ho sempre sperato che dovesse venire questo giorno — Ed io non lo

sperava più».

Vantandosi in sua presenza i molti miglioramenti introdotti dai Francesi

durante il loro governo, proruppe: — Capisco saria stato bene che fossero

rimasti dieci anni di più». Soldati non volea, perchè nè del popolo

avea paura, nè contro l’Austria osava reluttare, benchè neppur volesse

soffrirne la tutela; i Carbonari conobbe ma non volle punire, accogliendo

anzi i profughi del resto d’Italia.

Non ci ricorda che per verun principe siansi scritte parole affettuose

(e undici anni dopo il fatto) come queste d’un galantuomo qual fu

Emanuele Repetti: «I cittadini, entrati in sollecitudine per l’imminente

pericolo, taciturni erravano per le vie, ingombravano i sacri templi,

sogguardavansi, interrogavansi, e penetravano negli atrj stessi e nelle

sale del regio palazzo smarriti, sparuti, affannosi, desolati. Niun’altra

premura, nessun affare domestico o civile, tutti i passi, tutte le lingue,

tutte le orecchie a questo solo erano rivolte, di questo solo occupate!

Il pallore di un volto nell’altro si diffondea: nè potrei agguagliar con

parole quello ch’io stesso vidi, e nell’intimo petto sentii fra il gemito

e il tumulto della reggia e del popolo. Suonò l’ultima ora, e il 18 giugno

1824 fu giorno di pianto per tutti; e dico per tutti perchè anche gli

stranieri medesimi che si trovarono presenti a così trista ed inusitata

scena, rimasero talmente commossi, che proruppero pure al pari di noi in

tristi lamenti ed in sincere lagrime»[1].

Il figlio Leopoldo II succedutogli (1824 giugno) con pari bontà, favoriva

quel vivere amichevole, quella cittadinanza riposata che della Toscana

faceva un’Arcadia. Intanto le belle arti, la gentilezza, il clima, la

favella continuavano ad attirarvi forestieri; studiosi l’Università di

Pisa, cui s’invitavano professori d’ogni paese; e i collegi di Siena

e di Prato; capitali il ferro dell’Elba, l’acido borico dei Lagoni,

e la libertà di commercio; si estesero le scuole normali, di mutuo

insegnamento, di sordimuti; presto s’introdussero asili infantili, casse

di risparmio.

Il popolo v’è per indole calmo, devoto, operoso nella povertà; il clero

allevato nelle opinioni pistojesi, tiensi ligio al Governo; i ladri

grossi non v’erano gloriati, se anche non sempre puniti; i pensatori,

sceveri dalla Corte che non gli ascoltava ma li rispettava, ambivano

all’aureola popolare, idoleggiando il meglio ne’ tempi anteriori alla

rivoluzione, zelando le istituzioni leopoldine, e nominatamente le

leggi costituzionali, il diritto di neutralità, il libero traffico,

l’opposizione a Roma; i più aspiravano ad uno statuto con leggi e finanze

discusse, assennati però o coraggiosi abbastanza per non avvolgersi in

congiure. Carlo Troya, Pasquale Borelli, Pietro Colletta, Anton Raineri,

Gabriele Pepe, Giuseppe Poerio da Napoli, Nicolò Tommaseo e Giuseppe

Montani dalla Lombardia, Nobili e Antinori da Modena, Leopardi da Romagna,

rifuggiti colà e uniti a giovani del paese, Giovanni Poggi, l’eloquente

Salvagnoli, i giuristi Francesco Forti, Marzucchi, Capei, l’educatore

Lambruschini, Ridolfi che nel podere di Meleto preparava un modello di

dotta agricoltura, alimentavano la vita intellettuale, e col Capponi,

col Niccolini, col Ciampolini, col Mayer, col Ricci, nella società

de’ Georgofili esercitavano il discorso e l’attenzione sopra quistioni

vitali[2], e collaboravano all’_Antologia_, giornale fondato da Pietro

Vieusseux nizzardo, nel cui gabinetto letterario nessun giornale era

proibito.

Agitando francamente i problemi civili, coll’autorità della dottrina

consacravano le massime liberali, ma neppur essi possedeano quell’accordo

che dà forza. Alcuni, come il Montani, v’aveano importato il romanticismo

colle idee del _Conciliatore_; altri, come Mario Pieri, abbarrati nella

venerazione de’ vecchi, repulsavano dottrine che giudicavano codarde

perchè tedesche: chi idolatrava l’êra napoleonica come il Colletta; chi

ambiva le istituzioni municipali della passata Italia; chi aspirava

all’unità dell’Italia futura: quali col Niccolini professavansi

ghibellini con Dante e Machiavelli; quali con Troya e Tommaseo inserivano

l’innesto neoguelfo: tutti desideravano un Governo parlamentare, dove

sfoggiar l’eloquenza, se non la sapienza civile: assideano la libertà

all’ombra dei troni; pure non mancava chi la ponesse lontano da quelli;

e nell’_Antologia_ penetrarono scritture di Mazzini e corrispondenze

radicali.

I ministri non ingelosivano di manifestazioni, inefficienti su popolo

tanto quieto: e il Fossombroni, insigne matematico e filosofo scettico ed

epicureo, che zelava l’indipendenza della Toscana, ma nell’interno credeva

giovasse il governare il meno possibile, persuaso che _il mondo va da sè_,

rispondendo vaghe parole, e colle arguzie sviando le serie domande, niuna

cura davasi d’eserciti, niuna del morale rigore, niuna degl’interessi

d’Italia; buon fattore in casa, e basta.

L’Austria potea pretendervi a un’ingerenza parentale, ma nel Governo

non ne aveva alcuna; ed anzichè odiare questa dinastia come tedesca,

gl’italiani le sapeano grado della tolleranza e dolcezza. Il principe,

patriarcalmente buono, era assente quando avvennero le rivoluzioni del

31; e sul territorio suo si lasciarono liberamente passare i fuggenti

da Romagna. Quando egli tornò da Dresda, gli fu preparata una colonna

con iscrizione del Giordani, ove si rammentava come egli «in sei anni di

regno accrebbe la pubblica prosperità, alleviò d’un quarto la gravezza de’

terreni;... liberò i macelli dal privilegio, e dall’importuno divieto il

ferro lavorato dagli stranieri; finì l’opera lodata del padre in val di

Chiana; cominciò gloriosamente opera di grande e di buon principe nella

maremma grossetana; condusse in cenquaranta giorni per cinque miglia di

canale nuovo l’Ombrone; ordinò ampia strada per congiungere la maremma di

Pisa e di Grosseto; imprese di congiungere Toscana al mare Adriatico; alle

gentili fanciulle con larghezza regia e paterno amore procurò educazione

più degna del secolo; e nella scientifica spedizione d’Egitto, associò il

nome italiano alla gloria di Francia».

Eppure il Comitato rivoluzionario di Parigi tentò sovvertire anche questo

paese, per rinvigorire i movimenti delle limitrofe provincie. Alquanti

giovani, gli avanzi dell’esercito napoleonico, Modenesi e Romagnuoli

rifuggiti vi diedero ascolto. Si limitarono a combinare una clamorosa

dimostrazione, in teatro chiedendo la costituzione: il principe avutone

avviso, non mancò di recarvisi e passeggiare in platea come al solito;

l’orditore non vi comparve, gli adepti si tacquero; ma sparsero che ogni

angolo fosse irto di spie e di sgherri.

L’_Antologia_ eccitava sospetti non tanto per gli articoli suoi proprj,

quanto per la corrispondenza che teneva con Italiani d’ogni parte: non che

fosse esclusa dai dominj austriaci, molti Lombardi vi contribuivano; ma

la _Voce della verità_ non cessava da Modena di rivelarne, infistolirne,

ribatterne le asserzioni e le dottrine; poi un articolo sulla Russia

provocò una rimostranza da parte di quell’ambasciadore, e bisognò

soddisfarvi col sopprimere quel giornale, e mandar via Nicolò Tommaseo.

La Toscana mosse rimostranze, tutta Italia lamenti, come si trattasse

d’una pubblica istituzione; nobile sintomo, dove il torto fatto ad

uno si considera come comune. Il Governo compensò il Vieusseux, e ne

attestò dispiacere; ma da quel punto parve liberalità l’opposizione; due

accreditati personaggi (Capponi e Ridolfi) rimandarono le loro chiavi di

ciambellano: il granduca le tenne nel suo gabinetto finchè il tempo ebbe

smorzate le ire; allora ebbe a sè i due marchesi, e gliele restituì. Sono

tratti di bontà che resistono all’epigramma e alla diatriba.

E di epigrammi lo bersagliava il Giusti, chiamandolo «toscano Morfeo,

che asciugava tasche e maremme»; e il granduca scontratolo per via — Ehi

(gli disse), quanto alle tasche dite vero, ma le maremme non riuscii. Voi

però per mio conto vivete sicuro; ma se gli altri principi che colpite

domandassero di farvi tacere?»

A tal uomo poteasi voler male? Gian Domenico Guerrazzi, avvocato di

Livorno, immaginazione bollente, venuto a Firenze per intendersi co’

cospiratori e, a dir suo, per chetarli, fu arrestato ma subito dimesso.

Aveva egli allora pubblicato la _Battaglia di Benevento_ (tom. XIII, p.

466) sbuffante contro ogni ordine, ogni autorità. Tutti sapevano di chi

fosse, benchè stampata anonima; all’autore fu trovato il manoscritto;

eppure si mostrò credergli l’avesse copiato e corretto per proprio

esercizio, nè si procedette ad altra molestia. Ma il Guerrazzi passava per

archimandrito della Giovane Italia, allora insinuatasi anche in Toscana,

per cui Marmocchi ed altri furono messi in fortezza, e dopo quattro mesi

rimandati senza processo. Colà Guerrazzi scrisse l’_Assedio di Firenze_;

e quel furore lo fece guardare come un satana, bello e formidabile.

Altri lavoravano a sollecitazione del Walewski, figlio naturale di una

Napoleonide, e la vigilia di San Giovanni sparsero un programma per

chiedere un re costituzionale d’Italia; ma il Governo si accontentò di

ammonire alcuni, alcuni mandar via. Fatto appena credibile fra la civiltà

odierna, a Livorno si stabilì una banda della _fusciacca rossa_ o dei

_bucatori_, che si proponeva di non finir giorno senza sangue umano, e

per le vie coglieva il primo che le desse in mano[3]. Neppure contro

siffatti spiegossi tutto il rigore, e dovendosi mandarne a morte uno

convinto d’assassinio, dal fanciullino di Leopoldo si fece sporgere la

domanda di grazia al padre, che l’esaudì, e ne fu lodato; quasi sia bontà

tollerare il delitto. Per secondare altre dimostrazioni chiassose, il

principe congedò il Ciantelli, odiato ministro di Polizia, e n’ottenne una

serata d’applausi. Così innestavasi la febbre politica al popolo colle

piazzate, arma dei deboli, e delle quali non erasi ancora conosciuta la

spaventevole portata. Leopoldo non mostrò mai paura de’ popoli; creò la

guardia urbana, sebbene poi abbia dovuto abolirla; diminuì d’un quarto

l’imposta prediale; mostrò cuor di padre sì nel cholera che infierì

a Livorno, sì nella terribile inondazione dell’Arno nel 1844, sì nei

tremuoti che il 46 imperversarono fra Orbitello e la montagna di Pistoja.

Seppe schermirsi al pari dalle insinuazioni retrive e dall’onnipotenza

dei ministri, istituendo delle soprantendenze, che a lui stesso recavano

gli affari in privato consiglio, e affidandole a persone reputate.

L’ordinamento municipale conservò, benchè inceppato coll’attribuire le

nomine al principe od al ministro.

Nel 1838 si riformava la procedura, introducendo la pubblicità, la pena

di morte infiggendo sol quando cadano conformi tutti i voti: valenti

giureconsulti ebbero incarico di rivedere le leggi. Colla spesa di

sette milioni si compì il catasto; si aperse l’Appennino colle strade

di Lunigiana, d’Urbania, di val Montone; si cinse Livorno di più vasta

circonvallazione; si mandò Ippolito Rosellini compagno alla spedizione

di Champollion in Egitto (t. XIII, p. 485). Nelle maremme verso il mare

Ligure impigrano i fiumi sovra paesi, fiorentissimi un tempo, ora così

spopolati, che la maremma sanese sovra novecennovanta miglia quadrate

conta appena ventisettemila abitanti all’inverno, quindicimila l’estate.

Il principe pigliò passione ad asciugarle, e nel 1830, al 26 aprile con

gran festa s’introdusse l’Ombrone nel gran canale; sicchè, diffondendosi

le feconde torbide sui bassi piani, ricomparvero campi e biade e popolo;

il limaccioso Prelio, l’isola di Pacuvio furono riabitati, e ripristinata

la via Emilia tra Pisa e Grosseto; e sebbene non fosse ordita nel miglior

modo e non riuscisse ai più sperabili intenti, e dopo consumati sette od

otto milioni che Ferdinando aveva lasciati nel tesoro, se ne buttassero

altri, e contro il costume de’ Lorenesi si incontrasse un debito di

quaranta milioni, che non si volle pareggiare con rincarare le imposte;

il fare di quelle opere accusa o beffa al principe è miserabile uffizio.

Ma se il liberalismo nel secolo passato predicava ai Governi _Lasciate

fare, lasciate passare_, nel nostro vuol che essi facciano tutto, e al

popolo pupillo somministrino gli alimenti, l’educazione, la direzione.

Quando sentiamo tuttodì accusare il Governo toscano che mancasse

d’iniziativa, apparisse negligente piuttosto che dolce, in paese assonnato

piuttosto che tranquillo, ci torna a mente la favola delle rane chiedenti

un re.

Lucca era stata attribuita all’infante di Parma, finchè Maria Luisa

morendo non lasciasse il ducato de’ suoi avi. La Spagna repugnò

lungamente a questo baratto; talchè Maria Luisa, ch’era stata regina

d’Etruria, tardò un pezzo a giungere nel temporario suo dominio, lasciando

intanto i Tedeschi fare e disfare. Venutavi, non sapea limitare la sua

splendidezza alla povertà del paese ed al costituzionale assegno di lire

quattrocentomila: e se colle largizioni si faceva amici, molti avversò

col rintegrare la libertà religiosa, i possessi di manomorta, i frati; e i

disavvezzi se ne adontarono in modo, che parve una fortuna il succederle

del figlio Carlo Lodovico (1824). Anche qui rane chiedenti un re. In

paese dato a temporario usufrutto, nè il principe poteva introdurre buone

istituzioni, nè i popoli prendere affetto a questo signore temporaneo,

nessuno avviare que’ miglioramenti, la cui più necessaria condizione è la

stabilità. Il duca poi, singolare mescolanza di qualità, nè al bene nè

al male perseverava; accolse i profughi del resto d’Italia; e più d’una

volta pensò attuare la costituzione del 1805, ma i vicini non soffrivano

in Italia questa disformità. Intanto egli davasi aria di gran principe, e

in viaggi e dissipazioni logorava l’assegno non solo, ma i beni proprj, e

riduceasi a contrarre debiti, e per pagarli rovistar antiche ragioni dello

Stato, e mercatare la ricca pinacoteca. Favoriti forestieri il menavano,

e principalmente l’inglese Ward, di bassa estrazione e non ordinaria

capacità. Fu sin detto che il duca avesse a Trieste partecipato alla

comunione protestante, e un prelato speditogli da Roma il richiamasse alla

cattolica, senza grand’urto delle sue convinzioni o prima o dopo.

In Piemonte ai senati di Torino, Casale, Genova, Nizza, composti di

membri eletti dal re ed amovibili, competevano i processi degli alti

dignitarj, le contestazioni fra privati e comunità, ciò che concerne

statuti, privilegi, usi; l’applicare le pene, dopo l’istruzione dei

tribunali di provincia; l’appello delle sentenze e la cassazione: dovevano

pure interinare gli editti e le patenti dell’autorità. Ma seguivano

giurisprudenza differente, sicchè in uno condannavasi una causa che

nell’altro avea trionfo. In ciascuna provincia era un tribunale: ai

consolati spettavano gli affari di commercio. I governatori generali

esercitavano l’autorità militare, e da essi dipendevano i comandanti

di piazza. Dappertutto poi un’apparenza guerresca, soldati e divise, e

continuo batter di tamburi, e riviste, esercizj, collegi militari. Arma

odiata erano i carabinieri che esercitavano la Polizia.

Questo nome richiama uno de’ peggiori flagelli moderni, non ispeciale

al Piemonte più che ad altri paesi. Fatta onnipotente, impieghi, onori,

cattedre dipendeano dalle sue informazioni, secrete, irreparabili;

essa stiticava i passaporti; essa le cittadine dolcezze attossicava

col far credere l’uno dell’altro traditore, affinchè, temendoci a

vicenda, non acquistassimo la potenza della concordia; essa indagare

arcani per propalarli a vitupero o a strazio de’ suoi odiati, e non

trovandone, inventarli; essa sorreggere gl’infimi perchè aduggiassero o

perseguitassero il merito sodo e i caratteri intemerati[4]; essa violare

impudentemente il segreto delle lettere; essa tenere in lunga prigionia

per semplici sospetti, poi rilasciare senza tampoco addurre un titolo.

Forse v’era chi, spinto dal bisogno o dal vizio, intercedea di vender

l’anima; altri la vendeano per voluttà, per ambizione, per vendetta:

ma la Polizia riuscì a persuadere che lo spionaggio fosse estesissimo,

oculatissimo, e patrioti ingannatori ripeterono una calunnia, che in fatto

dispensava la Polizia dalla costosa vigilanza; che contaminò il carattere

morale de’ cittadini; e che mostrandosi tanto vili, sarebbe bastata a

eternare le catene, se non fosse destino che costoro riescano a fare

aborrire ma non a salvare i Governi.

Disformità di costituzione amministrativa portava alle provincie la

diversa derivazione; in quali stabilito il censimento, in quali no;

estesissime le une, anguste le altre; queste soggette all’imposizione

prediale, non quelle; alcune conservarono privilegi antichissimi, e fino

diritti regali, e massimamente la Savoja teneva degli ordini antichi,

francese di lingua e d’origine, con poca simpatia per l’Italia. Della

tenuità delle imposte non accorgevasi la popolazione, perchè non avea

provato di peggio: ma sentivansi gravosi i dazj, sconvenienti e mal

ripartite le gabelle, il commercio e l’industria angustiate nelle fasce

tradizionali, ignorata la potenza del credito, indicate come utopie le

grandi opere pubbliche. I maggiori depositarj del potere erano scarsi di

lumi e repugnanti al movimento; lenti e materiali gl’intermedj.

A chi v’andasse dalla Lombardia, faceano urto la severità de’ doganieri,

l’abbondanza di frati, scomparsi di qua dal Ticino, la sofisticheria

della censura civile ed ecclesiastica; soprattutto quell’aristocrazia,

non capace di contrapesare la Corona, eppure orgogliosa, esclusiva,

collegata fra sè e col clero, ingerentesi in ogni affare, perchè aveva

ricchezza, aderenze, impieghi civili e militari, cariche di Corte che

portavano privilegio di fôro. Il medio stato che vuol chiamarsi popolo, la

guardava in sinistro; ne ripeteva alcuni motti forse d’età più lontane;

la bersagliava di epigrammi, raccolti poi dal migliore poeta vernacolo

(Brofferio): ma non confessavasi che quei nobili erano finamente educati,

e redimeano l’alterigia cogli studj e colla cura delle pubbliche cose;

l’educazione militare salvava dalla sprezzante inettitudine de’ lombardi

Sardanapali. Molti poi de’ signori rimaneano esuli, altri in broncio

colla Corte perchè o negletti o perseguitati dopo il 1821, o parenti di

perseguitati.

Tra gl’incensi e le denigrazioni, trapela che Carlalberto secondò il

movimento, a cui universalmente portavano la lunga pace e le attive

intelligenze. Giusto e rispettoso dell’avere altrui, forse unico de’

principi italiani leggeva, e potea così misurare la marea delle opinioni;

conosceva gli scrittori paesani, e legavaseli con posti e decorazioni:

ma non era popolare, nè mostrava famigliarità se non forse coi militari;

alle sue udienze arrivavasi traverso un difficile cerimoniale; ai suoi

circoli ammetteansi solo veri nobili, non gl’impiegati, fosse anche il

segretario generale che ogni mattina gli presentava le carte da firmare.

Sollazzevole e galante in gioventù, si raccolse poi alla devozione e

a tale ascetismo, da non gustare più che uova, pesce, riso (Cibrario).

Bisognoso d’appoggio come chi diffida di sè, rimettevasi ai ministri; e

l’opinione, sempre matta ne’ suoi giudizj, presentava come progressisti

il Villamarina ministro della guerra, il Barbaroux della giustizia, il

Pralormo, poi il Gallina delle finanze; e retrogradi il Lascarena ministro

della Polizia e dell’interno, il La Margherita succeduto al La Tour nel

dirigere gli affari esterni, e che più tardi espose la propria politica

nel _Memorandum_, singolare rivelazione dell’indole e degli intenti di

Carlalberto. Del quale la persona altissima ma scarna e gracile parea

ritrar l’anima, formata ad elevate cose, eppur sempre barcollante fra il

bene e il male, la spinta e la resistenza. L’opposizione de’ ministri

portavalo a continua peritanza di atti, a incompleti provvedimenti,

fra il bisogno di riparare gli errori giovanili, e la paura che dalle

sue concessioni liberali l’Austria non traesse pretesto a sminuirne

l’indipendenza, o il soverchiasse la scossa popolare, quasi dai fatti

del 21 presagisse quelli cui sarebbe trascinato di poi[5]. Introduceva

istituzioni benefiche e provvide, case penitenziarie e d’istruzione, nuove

strade, costosissime in paese di tanti torrenti; col codice civile abolì

gli statuti locali, e ridusse ad unità la giurisdizione; nel criminale,

ricalco del francese, spietato e d’intolleranza religiosa, conservava

esorbitanti pene, prodigalità della capitale, gli asili e le immunità

ecclesiastiche, gli arbitrj de’ giudici, obbligatoria la delazione fino

contro i parenti ne’ reati politici; poi mancava il codice di procedura,

senza cui è inutile la bontà degli altri. Vagheggiava le armi, sicchè de’

settantacinque milioni d’entrata, ventisette consumava nell’esercito:

e credeva averlo poderoso perchè gli offriva parate e rassegne; eppure

nel codice militare costituì la pena delle verghe sino a mille ottocento

colpi. Profittò della stupenda postura di Genova, sebbene questa non

affezionasse alla sua obbedienza: mandò la prima nave italica di guerra

a fare il giro del globo. Migliorò l’Università, ma non vi tollerò

una cattedra di storia moderna: istituì l’Ordine del Merito Civile, ma

bisognava domandarlo e addurne titoli, e i decorati giuravano di non

istampare fuori di Stato nè contro la religione, e poteano presentarsi ai

circoli del re. Concedeva il ritorno a molti profughi, ma non diede mai

l’amnistia. A Pellico permise di pubblicare le _Mie prigioni_, ma non gli

concesse la cattedra d’eloquenza che pur desiderava, e dell’Ordine del

Merito Civile gli assegnò la pensione, non le insegne. Abolì nel codice le

sostituzioni fedecommissarie, e in un editto le permise. Pose un Consiglio

di Stato, ove si discuteano le leggi, i bilanci, i contratti, tutte le

operazioni di finanza, ma affatto dipendente da sè, e delle moltissime

proposte poche furono adottate. Non esisteva una buona statistica,

con un catasto su cui regolare l’equa distribuzione delle gravezze;

e continuavasi l’imposta personale senza riguardo alla condizione del

contribuente.

Gian Carlo Brignole nel 1824 avea cominciato a introdurre ordine e

chiarezza nella finanza, e negl’impiegati l’amore del proprio dovere,

e diceva: — Non lo spendere mi rincresce, ma lo spender male». Dappoi

l’avvocato Gallina in quel ministero fu odiato perchè destro negli

artifizj di cavar denari. Però le finanze trovavansi in un assetto

invidiabile[6]; poi il re custodiva nelle casse un ingente prestito fatto

nel 1831 e nel 42, quando pareva imminente la guerra; modo or riprovato,

ma che gli offrì il mezzo d’intraprendere le strade ferrate senza i

giuochi dell’agiotaggio.

Nell’isola di Sardegna eransi conservati i giudizj come sotto la Spagna,

cioè una regia udienza in Cagliari e il supremo consiglio a Torino, il

quale avea voto consultivo nelle leggi concernenti l’isola, e suprema

autorità sulle decisioni dell’udienza. Antiche istituzioni vi duravano,

i Monti di soccorso, che in ogni città e capoluogo somministravano

grani per riseminare i campi; e il bargellato, milizia urbana per

assicurare le campagne, composta di possidenti sotto un capitano eletto

dal vicerè. Già Carlo Felice v’aveva aperto fra i i due capi una strada

di ducentrentacinque chilometri, colla spesa di quattro milioni, di

suprema efficacia in paese bollente di gelosie: ma mentre i re precedenti

aveano cercato il meglio dell’isola conservandone le forme datele

dagli Spagnuoli e connaturate, Carlalberto la ridusse a nuovo assetto

politico e sociale. Abolì la feudalità, togliendo ai baroni la giustizia

e il diritto a servigi di corpo, e sciolse i feudi della Corona; ai

numerosi cavalieri tolse il privilegio del fôro, e alle chiese gli

asili; introdusse carceri, quartieri, sistema decimale di pesi e misure,

attenzione alle foreste. Abolita la servitù del _pabarile_ che impediva

la piena proprietà, cresceano i fondi chiusi; e sebbene i proprietarj

stessi vi siano negligenti, o i pastori, insofferenti di quell’inusato

ritegno, distruggessero le chiusure, rimetteansi a coltura tre quarti

del terreno ancora sodo, utilizzando quella incomparabile vegetazione e

l’eccellente bestiame, e cresceva la popolazione da trecencinquantadue

a cinquecentoventicinquemila teste. Quelli che scapitavano dal cessare

degli antichi abusi, levarono lamenti; il popolo non credea che la perdita

de’ privilegi fosse compensata dall’eguagliamento dei diritti; tanto

più che non s’erano alle nuove forme acconciati gli ordini antichi, e

il despotismo vicereale e la trapotenza degl’impiegati faceano sentire i

pesi più de’ vantaggi; le carestie stesse sopravvenute parvero colpa del

Governo.

L’ambizione antica nella Casa di Savoja di mettersi a capo della penisola

tutta non mancava a Carlalberto, il quale perciò attirava l’attenzione

e le speranze di molti. Fra gli sbigottimenti politici e religiosi,

quando noi l’esortavamo a rendere il suo paese invidia esempio agli altri

d’Italia col dargli una costituzione, esso ci rispondeva che missione

della sua Casa era il cacciare lo straniero; ma a ciò richiedersi

quell’estremo di sua possa che non può ottenersi se non col dominio

assoluto; vinta la prova nazionale, si profonderebbero le libertà. Gli

anni però passavano, e l’occasione non sorgeva; e i giovani imparavano

a bestemmiarlo nelle canzoni de’ vecchi, tanto più dopo che al suo

primogenito diede sposa una figlia del vicerè della Lombardia.

A Napoli la restaurazione del 1821 avea lasciato odio e contro il Borbone

e contro chi l’avea ricondotto. Ma poichè ad una rivoluzione anche

fallita è dovere o prudenza il dare qualche soddisfazione, si fecero

ordinanze buone, s’introdussero consigli provinciali, e un largo sistema

comunale, con conciliatori, inamovibili i giudici, consulta di Stato,

ove i ministri erano risponsali, ma in faccia al re; si soddisfece alle

nazionali repugnanze coll’ordinare che nessun Napoletano avrebbe impieghi

in Sicilia. Ma, come dopo ogni rivoluzione fallita, l’onnipotenza restava

alla Polizia; meticolosa e inintelligente la censura de’ libri, e alcuni

bruciati, fino un catechismo stampato nel 1816, in cui puzzavano di

libertine le massime de’ santi padri e di Bossuet; il divieto d’introdurre

libri, se non pagando un carlino l’uno; rese impossibili i cambj, e l’arte

tipografica dovette ridursi a contraffazioni, abbandonate alla brutale

speculazione d’incolti libraj, che v’introducono non solo mutilazioni ma

aggiunte, le quali alterano il senso, e mentiscono il sentimento degli

autori[7]. Di tali asprezze imputavansi i Gesuiti; ma quando ad essi fu

tolta la censura e concentrata nella Polizia, molto di peggio si provò.

Se ne esacerbavano gli animi; le sêtte interzavano le fila: ne seguivano

processi da una parte, dall’altra quella depravazione del senso morale

che nobilita l’assassinio col titolo di politico; e vuolsi che nel 22

ottocento persone perissero tra sul patibolo come liberali, e vittime di

questi; nove teste di settarj rimasero molti anni esposte a San Giorgio di

Palermo. S’aggiunsero tremuoti e scoscendimenti e sbocchi di torrenti[8].

Alla pubblica indignazione si diè soddisfacimento rinviando il Canosa e

surrogandogli il cavaliere Luigi Medici, uomo di rara abilità e bersaglio

di tutti i partiti; ma se minore la fierezza, non fu diverso il modo. Il

codice abolì il marchio e le confische; alla pena di morte pose quattro

gradazioni, secondo che il reo mandasi al patibolo vestito di giallo o di

nero, calzato o scalzo; stabiliva l’eguaglianza di tutti in faccia alla

legge, ma nel 26 s’introdusse una giurisdizione privilegiata pei delitti

politici.

Ferdinando, vissuto tra due secoli, de’ quali non intese l’immensa

distanza, morì d’apoplessia (1825 gennajo) dopo sessantacinque anni

di un regno, perduto tre volte con vergogna, e altrettante ricuperato

con sangue. Gli successe Francesco, che aveva favorito la costituzione

come vicario del regno nel 1820, e protestato contro l’occupazione

straniera, la quale diminuì al suo venire, e presto cessò, surrogandovi

quattro reggimenti svizzeri, capitolati per trent’anni, e che

costavano cinquecensessantamila ducati all’anno, oltre un milione e

settecentonovantaduemila di primo stabilimento. Dal palazzo usciva un

tristo fiatore; gravosa l’ingerenza de’ favoriti[9]; di sfacciatissima

corruzione erano stromento un Viglia e una Desimoni camerieri, de’ cui

baratti il re celiava, e — Fate buoni affari ma presto, chè io ho poco da

campare».

E in fatto fra breve succedeva nel paterno seggio Ferdinando II (1830

9 9bre), fratello della duchessa di Berry e di Cristina di Spagna,

rinomate per vigorìa di volontà e complicazione d’avventure pubbliche

e personali. Non avendo colpe da mascherare nè vendette da esercitare,

egli cominciò coll’amnistia, e mostrossi voglioso di dominare assoluto,

ma di attuare il ben pubblico e di «rimediare le piaghe». Senza finezze

diplomatiche, si tenne indipendente dall’Austria, fino a non volere con

essa trattato di commercio nè di proprietà libraria. Scarso d’educazione,

ma scevro delle trivialità avite, col pagare chi lodasse il Governo

mostrava credere all’efficacia di quelli che pur derideva col titolo

di _pennajuoli_. Conservò la Corte in una costumatezza esemplare,

sbrattatala dagl’ingordi favoriti del padre; amò monsignor Oliveri suo

maestro, Giuseppe Caprioli prete, il Cocle arcivescovo di Patrasso:

fatti perciò capri emissarj quando venne di moda l’esecrare, com’era

a principio il lodare. Oltre le pensioni improvvidamente o turpemente

assegnate da’ suoi predecessori, gl’impieghi erano così esorbitatamente

retribuiti, che i ministri toccavano dodicimila ducati, e quello degli

affari esteri altrettanti di soprappiù per la rappresentanza. Il re li

gravò di tasse progressive, che giungevano fino al cinquanta per cento;

egli stesso rinunziò a trecensessantamila ducati che suo padre prevaleva

per eventuali beneficenze; disserrò gran parte delle caccie regie e

le costose uccelliere; condonò o alleggerì le pene per colpe di Stato;

dava udienza a tutti; percorse il Regno modestamente, alloggiando ne’

conventi, sedendo a tavola coi magistrati paesani, ballando con popolane,

e dicendo motti e lusinghe. Scoppiato il cholera, accorse da un viaggio,

e si mescolò colla plebe, e ne mangiò il pane per assicurarla contro i

pretesi avvelenatori. Altre sventure pubbliche diedero esercizio alla sua

pietà: nel 30 i tremuoti disastrarono la Calabria Citeriore, facendovi

ducensessantatre morti e centottantadue feriti: l’eruzione dell’Etna nel

43 è memorabile perchè la lava invase anche terreni coltivati, si buttò in

un bacino d’acqua, che a quel tocco sciogliendosi in vapore, tempestò di

lapilli l’intorno, uccidendo settantacinque persone, ferendone moltissime.

Ferdinando rinnovò l’esercito collocandovi molti uffiziali rimossi; e

parlava coi soldati, esercitavali, partecipava alle fatiche; ma i due

reggimenti di Siciliani trovò tanto indomabili che li dovette sciogliere.

V’aggiunse la guardia urbana, corpo civico, allestito a servire di

guarnigione qualora l’esercito si muovesse. Ebbe eccellenti fonderie di

cannoni e un corpo topografico, che associava le sue operazioni con quelle

del rinomato osservatorio.

L’amministrazione civile concentravasi nel ministero dell’interno,

che abbracciava istruzione, agricoltura, commercio, beneficenza,

lavori, e l’elezione agli uffizj municipali e ai consigli distrettuali

e provinciali. Era affidato a Nicola Santangelo, astuto ingegno e

degl’ingegni fautore, che faceva fare un dizionario della lingua, un

giornale del Regno, ma che sapeva come al suo posto possa lucrarsi.

Il Faldella ministro sulla guerra, D’Andrea sulle finanze[10], Intonti

sulla Polizia erano persone valenti, come il presidente Pietracatella;

in periodica adunanza discutevano gli affari più rilevanti, che poi

ciascuno mandava a compimento; indi nel consiglio di Stato preseduto dal

re, decidevansi quelli trattati da essi. Nel 42 furono aggiunti ministri

senza portafoglio, fra cui Giustino Fortunato, già attizzatore politico e

allora indocilito all’obbedire, e l’insigne giurista Nicola Niccolini: ma

invece di nuovi lumi, ne derivarono sconcordie e diminuzione dell’autorità

ministeriale.

La lista civile non era prefinita, ma vi colavano gli avanzi delle varie

casse; talchè per gratificarsi il re si facevano anche sconvenevoli

sparagni. L’istruzione era affidata ai Gesuiti, ma l’Università conservò

il fiore e l’indipendenza, tanto più da che fu lasciata facoltà a chiunque

d’aprire scuole, le quali davano campo agli studiosi di mostrarsi, o

scuotevano l’inerzia dei vecchi professori col confronto di giovani, che

il re e il pubblico conoscevano: e veramente, oltre gli antiquarj che ivi

sono in casa loro, benemeriti cultori vi ebbero la filosofia e le scienze

civili. La procedura pubblica produsse avvocati eloquenti, desiderosi di

brillare in più nobile ringhiera. La giunta suprema pe’ reati di Stato era

bestemmiata, eppure quando fu abolita nel 46, venne rimpianta ricordando

quai valent’uomini la componevano, e come avesse saputo assolvere.

I titoli di nobiltà screditavansi ogni giorno, e sin dal 1821 fu permesso

vendere i possessi feudali di Sicilia, gravati dalle _soggiogazioni_; il

che suddivise le proprietà, agevolò i passaggi, immigliorì i fondi. Quelli

di manomorta furono pareggiati; quelli di regio patronato, assegnati per

benefizio ecclesiastico, fu imposto si dessero in enfiteusi, a quote non

maggiori di quattro salme; provvedimento del medioevo, che rinnovavasi

nell’intento di ristabilire la popolazione e la minuta possidenza.

Toglievansi le servitù agrarie e la promiscuità dei possessi; provvedeasi

all’immenso Tavoliere di Puglia, ai fondi comunitativi, ad estirpare i

litigj feudali; e il Governo e le Commissioni provinciali studiavano a

introdurre metodi e prodotti nuovi.

Gli Ordini religiosi, ripristinati da Ferdinando I appena tornò, e dotati

con beni demaniali, erano un terzo di quei che prima della Rivoluzione;

il clero, non isproporzionato ai bisogni, perdè lo spirito ostile a

Roma, che nel secolo passato lo facea ligio al potere. I pescatori del

corallo, tanto numerosi che fu per essi compilato il Codice Corallino[11],

vanno diminuendo; ma crescono le navi mercantili e l’esercito. I solfi,

oro della Sicilia, erano privativa regia fino al 1808, quando il re

non riservossi che di permettere le nuove cave. D’allora ne crebbe la

produzione, e insieme i prezzi, attesa la ricerca di Francia e Inghilterra

per fabbricare la soda: nel 1832 se ne asportarono seicento quintali, nel

34 seicensettantasei, presto novecentomila: onde allettati i capitalisti,

la produzione superò lo spaccio. Il Governo allora (1838) stipulò colla

società francese Taix e Aycard, che questa ne comprasse seicentomila

quintali a due ducati o due e mezzo; per gli altri trecentomila darebbe un

tenue compenso ai produttori; essa potrebbe rivenderlo a quattro ducati

o quattro e mezzo; e all’erario pagherebbe quattrocentomila ducati,

che doveano andare in isconto del _consumo rurale_, dazio gravitante

sull’agricoltura.

Da questa privativa sentiansi pregiudicati i proprietarj delle solfare; e

l’Inghilterra, invocando l’accordo del 1816 che la eguagliava ai meglio

privilegiati, chiese trecentomila sterline per danni derivatine a’ suoi

negozianti. Due anni si disputò, e il re, sempre geloso dell’indipendenza,

volle mostrarla anche in faccia a quella gran Potenza, e rispettare i

contratti, anzichè avventurarsi a quella libertà di commercio, che avrebbe

prevenuto le collisioni; al tono minaccioso rispose con dignità, sentire

dalla parte sua la giustizia e Dio, e fidare più nella forza del diritto

che nel diritto della forza. Ma ecco la flotta inglese chiudere i porti

di Sicilia, affrontar Napoli, prendere varj legni sino nel porto: il

conflitto pare inevitabile, quando la Francia interpostasi compone la

differenza, abolendo il contratto col Taix, gravando l’uscita dei solfi

di venti carlini al quintale, obbligando il Regno a dare compensi e ai

negozianti francesi e agl’inglesi[12]. Viltà, colpe, mangerie della Corte

e dei ministri, furono le grida di que’ che pretendono dai caffè governare

il mondo: il re conobbe la necessità di accrescere la marina, e proteggere

l’esposta capitale; e procacciossi la flotta più robusta che veleggiasse

il Mediterraneo.

Il debito pubblico si alleggerì con annue estrazioni; si spensero anzi

tempo due milioni e mezzo di sterline imprestati nel 1824 a Londra; la

banca dello Stato prosperò, fino a salirne le azioni al centrenta. Nel 44

l’annua rendita dei dominj di qua del Faro ammontava a ventisette milioni

e mezzo di ducati; e il debito pubblico eccedeva appena il capitale di

ottantasei milioni, cioè poco più d’un triennio di rendita. Nel 31 si

fondò la Banca fruttuaria, di seicentomila ducati in diecimila azioni; poi

altre pel prosperamento dell’industria e del commercio, crebbero di numero

e di valore; sebbene per mala amministrazione decadessero. Nel Regno si

fece il primo saggio di battelli a vapore (1832); il primo ponte di ferro

sul Garigliano, al costo di settantacinquemila ducati; la prima strada

ferrata italiana (1839) da Napoli a Castellamare; la prima illuminazione

pubblica a gas. Si migliorò il porto di Brindisi; si moltiplicarono

trattati colle Potenze; si alleggerirono le dogane; si favorì la marina

mercantile con privilegi, talchè, mentre nel 1825 non v’avea di qua

dal Faro che 4800 legni, nel 39 se ne trovarono 6803, e 2371 siciliani,

portanti 21,3198 tonnellate, con 52,514 marinaj. Sulle strade si fecero

almeno decreti, e ben trentasette ne vennero ordinate nella sola Sicilia

per lo sviluppo di novecentosedici miglia.

La beneficenza pubblica ha nella sola Napoli la rendita di tre milioni di

ducati; l’Albergo dei Poveri basta a quattromila persone: ma istituzioni

stupende, come questa, come l’Annunziata, deterioravano nello sperpero

e nella malversazione; nè fu applicato il bell’ordine che, istituendo

dappertutto depositi di mendicità, voleva vi fosse annesso un orto

modello.

Incamminato il popolo al meglio, il pittoresco dei costumi irregolari

dava luogo al civile, e appena il curioso vi trovava que’ lazzaroni,

quelle nudità, quei briganti, di cui si farciscono ancora i viaggi

romanzeschi e le descrizioni per udita. Il vulgo è tuttavia chiassoso ma

non insubordinato, gajo ma non dissoluto: gli altri vizj era a sperare

si correggerebbero mercè dell’istruzione e de’ pubblici lavori. Un paese

di sei milioni d’abitanti, e capace di cento milioni di tasse, a che

non poteva aspirare? Ma i Napoletani si ricordavano che Ferdinando I,

ritornando nel 1815, aveva promesso una costituzione, l’avea giurata nel

20, poi mentita: i Siciliani non sapevano dimenticare la Carta del 1812

e i privilegi antichissimi; spiaceva quel corpo di Svizzeri, stipendiato

contro i sudditi; la bassa e invereconda corruzione che dagli infimi

impiegati giungeva ai sommi; l’esorbitante potere della Polizia, il cui

ministro disponeva di diecimila gendarmi, fior dell’esercito, sicchè

poteva fin meditare il cambiamento della monarchia. Così fece Intonti,

che blandì i liberali, e tentò persuadere il re a dare la costituzione,

esagerandogli la possa delle società segrete; ma un bel giorno eccolo

destituito, surrogandogli Del Carretto, la cui robustezza ridusse il

Governo a Polizia. I gendarmi potevano arrestare, perquisire, accusare,

testimoniare, ottenendo intera fede: fin la pena delle verghe fu

ristabilita, ed applicavasi immediatamente. Eppure le masnade non erano

scomparse, e col Talarico, che per dodici anni padroneggiò la Sila, il

Governo dovè calare a patti, e fattagli grazia, gli assegnò per ricovero

l’isola di Lipari, e diciotto ducati il mese a lui, dodici a’ suoi

compagni. Peggio estendevansi le società segrete, delle quali avrem molto

a dire.

Nelle _Prigioni_ di Silvio Pellico tutti i subalterni sono dipinti come

benevoli, fino il carceriere, fin Bolza: le ineffabili severità vengono

comandate dall’alto; il medico non può concedere gli occhiali, se non

ne arrivi la licenza da Vienna; si toglie ai carcerati ogni libro per

ordini di Vienna; per amputare la gamba a Maroncelli vuolsi che Vienna il

consenta; l’imperatore tiensi sul tavolino la pianta dello Spielberg, e

ordina quel che deve soffrire il numero quindici, il numero venti, unica

designazione di quegli esseri umani. Alla fine Pellico con un compagno

escono di carcere, e passando da Vienna, vengono condotti ad asolare

nel parco del Belvedere: ma di botto son fatti ritirare perchè arriva

l’imperatore, agli occhi del quale non deve mostrarsi la loro macilenza.

Apparizione degna de’ maggiori tragici!

Il sentimento che spira di qui potea dirsi comune in Italia, ove d’ogni

male imputavasi l’Austria. E chi non volesse i fischi del vulgo ricco e

dotto, forza era ne dicesse ogni vitupero; chiamasse vile il suo esercito,

i capi suoi non vogliosi che di opprimere, il Governo non intento che a

smungere il paese, e immolare gl’interessi ai transalpini. Chi chiama

stolto e assurdo un Governo, mostra la propria inintelligenza, non lo

spiega; e il generale che vuol espugnare una rôcca, non la deride come di

facile attacco, bensì la studia a fondo. Noi non conosciamo Governi che di

proposito vogliano il male; e non credemmo avere diritto di dire ai popoli

_Siate savj_ se non avessimo osato dire ai principi _Siate giusti_; nè ci

ascriveremmo a coraggio il farne censure quando ci fosse mancato quello

di confessarne i meriti, e fra gli altri questo, che, scrivendo in paese

austriaco, potemmo dire il vero impunemente, mentre quel vero da altri

tirannelli era condannato intollerantemente, e giudicato vigliaccheria o

paura, fosse pur detto da chi lo osò in faccia al giudizio statario[13].

Tutt’altro che odiati erano nella Lombardia austriaca Maria Teresa,

Giuseppe II, Leopoldo II, quando ai popoli non regalavasi la libertà

politica, ma si lasciavano le libertà naturali; i migliori ingegni si

offrivano sostegni lodatori, difensori del trono; e lo coadjuvavano a

concentrare in sè le prerogative, dapprima sparpagliate fra autorità

paesane o ministeriali. La rivoluzione ruppe quell’accordo, e lasciò da

una parte l’assolutezza amministrativa, dall’altra repugnanza a leggi

fatte per civiltà e per interessi che non sono i nostri, e appoggiate con

mezzi diversi. Il disprezzo poi è così insoffribile, che per sottrarsene

si cerca fin il terrore; e reciproco disprezzo nasce facilmente tra il

forte che vede gl’impotenti conati, e il debole che le memorie antiche e

nuove fan dispettoso del vedersi non sentito, non conosciuto, in balìa

d’istituzioni e di persone estranee ai sentimenti, alle simpatie, alle

sue compiacenze.

L’Austria, potenza conservatrice eminentemente, sin da quando resistette

alla Riforma fu osteggiata dai pensatori, ch’essa del resto non accarezza.

Ambiziosa senza rumore, progredisce colla forza del secolo, ma senza

confessarlo; segue le abitudini; vuole il silenzio fin sulle cose

lodevoli; e avea ridotto il Governo ad amministrare e constatar i fatti

colle statistiche, mentre per iniziare al nuovo voglionsi genio, bontà,

sapienza. Francesco I, tenacissimo all’idea del dovere, qual esso lo

concepiva, secondo questa oppugnò le innovazioni; buono doveva essere

ciò che buono era stato altre volte; i popoli doveano persuadersi che

l’imperatore volesse il loro bene, e lasciarlo fare. In conseguenza ebbe

riguardo alle costituzioni eterogenee de’ varj suoi popoli; e per quanto

vagheggiasse l’accentramento amministrativo all’uso di Giuseppe II, non

pretese una uniformità, che non cresce la forza bensì il disgusto.

Come l’Ungheria dunque e la Boemia, così v’ebbe un regno Lombardo-Veneto

suddiviso in due Governi. Dell’imperatore obbligo unico il venire a

farsi coronare; a lui il nominare a tutti gl’impieghi regj e confermare i

comunali, l’imporre ed erogare il tributo senza sindacato, l’amministrare

il Monte dello Stato; a lui la pubblica istruzione, la censura, la tutela

delle istituzioni benefiche, l’approvare società, il concedere privilegi;

e in conseguenza i decreti arrivavano o tardi per la lontananza e per le

interminabili trafile, o improvvidi per imperfetta informazione. Quando

la parola d’ordine dei re alleati era la franchigia de’ popoli, come

rappresentante del paese fu costituita una Congregazione Centrale, eletta

popolarmente, nominata e stipendiata dal sovrano, convocata a beneplacito

del governatore per dare voto consultivo sopra le materie che a volontà

esso proponeva al loro esame.

Restava in piedi il mirabile sistema comunale, derivato dagli antichi

municipj e sopravvissuto alle rovine rivoluzionarie, e felicemente

combinato col censimento, talchè bastò a mantenere la vita e favorire

il prosperamento del pinguissimo paese. L’amministrazione, ridotta a

mera burocrazia, camminava regolare e robusta, come in paese da gran

tempo avvezzato: pronta e incorrotta la giustizia, qualvolta non vi

si complicassero titoli di Stato, a norma d’un codice compilato colle

intenzioni moderne, e in molte parti migliori del napoleonico, più mite

nelle pene, più espanso nell’eguaglianza; ma escludendo ogni pubblicità,

metteva l’idea di arbitrio invece delle garanzie che la società è in

diritto di chiedere intorno ai membri che le sono strappati.

Un’eletta d’ingegni acquistava a Milano il titolo di Atene italica: che

se il Governo nè li favoriva nè tampoco li conosceva, la stampa v’era

meno inceppata che altrove, sebbene contro censori o ignoranti o maligni

bisognasse spesso reclamare a Vienna, donde le decisioni venivano assai

meno ignobili, ma così lente da equivalere a un divieto. Pure in questo

regno si produceano e ristampavano opere, nel resto d’Italia proibite;

e attivissimo correva il commercio di libri forestieri: i congressi

scientifici, spauracchio altrove, qui furono accolti ben tre volte:

l’istruzione vi era animata, o almeno diffuse le scuole fin ne’ minimi

villaggi; se quelle di mutuo insegnamento si proscrissero perchè servite

di velo ai Carbonari, si ammisero gli asili dell’infanzia quand’erano

tutt’altrove proibiti; e il loro introduttore, mal visto a Torino,

otteneva onori e decorazioni in Lombardia.

Esclusa quell’educazione de’ claustrali, che si diceva l’arsenico degli

altri paesi, i Gesuiti, anche quando qui presero stanza, furono sottomessi

alle autorità, nè esercitarono ingerenza a fronte di un clero illuminato

e di vescovi assennati. Non frati o pochissimi, non eccezione di fôri,

non triche di sacristia: il partito religioso era rappresentato nell’idea

da eminenti ingegni, nelle azioni da una società (_Pia Unione_) che,

fra le beffe e la denigrazione, compiva una beneficenza stupendamente

grandiosa. Le prime società per strade ferrate si formarono qua sin dal

1837, e non fu colpa del Governo se si svamparono in risse e municipali

battibugli. Qua fiorentissima la cassa di risparmio; qua imprese sociali

per le diligenze, per assicurazioni contro gl’incendj, per filature

del cotone e del lino. Molteplici e ben sistemate le strade, e poetiche

quelle lungo le delizie del lago di Como e traverso alle sublimità dello

Stelvio e dello Spulga: con dispendio assai maggiore le comunità compivano

una rete di comunicazioni: si profondea per regolare i laghi e i fiumi

che l’improvvido diveltamento delle foreste rende più sempre gonfi e

ruinosi[14].

A Venezia dal 1816 al 41 in sole opere stradali interne si spese meglio

di sei milioni. Dopo lunghissimo discutere, e sentiti i primi ingegneri

e il Fossombroni, nel 1845 fu approvata una sistemazione di tutti i fiumi

che immettono nella laguna, e che singolarmente dopo il 1839 aveano recato

indicibili guasti; e all’opera ben avanzata servirono di compimento la

gran diga di Malamocco e l’ampliazione dei Murazzi, spendendovi oltre sei

milioni. Vero è che Venezia soccombeva alla concorrenza di Trieste. Questa

era vissuta di vita stentata sotto i patriarchi d’Aquileja o gl’imperatori

di Germania, fin quando Carlo VI conobbe quanto essa potrebbe complire

al commercio della Germania, ad eclissare Venezia. Pertanto vi fece

edificare, chiamò coloni, istituì una compagnia che avrebbe dovuto emulare

la inglese delle Indie Orientali: ma questa fallì, e le cure di lui e

di Maria Teresa poco profittarono alla città. Nè vi giovò Napoleone,

che, incapricciato di emulare l’Inghilterra sul mare, pensava renderla

capitale d’un nuovo regno Illirico, nel quale sarebbero state comprese

la Dalmazia, la Bosnia, l’Erzegovina, il mar Nero. Dove essi fallirono

riuscì la società del Lloyd, che fondata dapprima per le assicurazioni

marittime, assunse poi alcun’impresa di battelli a vapore: ma stava

per liquidare quando vi capitò un giovane, tutta attività e voglia di

riuscire, e messosi in quegli uffizj arrivò alla direzione, e vi diede

impulso efficacissimo[15]. Così Trieste crebbe da cinque a ottantamila

abitanti; moltiplicano gli affari, gli edifizj; e compita che sia la

strada ferrata verso Vienna, offrirà la linea più breve fra la Germania

e le Indie. Le prosperità di Trieste non sono anch’esse italiane?

Lo straniero che fosse calato in Lombardia, credendo, sopra i giornali e

le romanze, vedervi braccia scarnate nel mietere solo a vantaggio dello

stranio sire, e sbandito il riso, e signor de’ cuori il sospetto, stupiva

a trovare su quest’opima campagna i coltivatori agiati e conscj della

propria dignità, i braccianti o non più miserabili che altrove, o solo

per colpa dell’indigena avidità; Milano nuotare nella pinguedine e nel

lusso; i suoi negozianti pareggiare in destrezza i più famosi, in credito

i più ricchi; fra’ principali commerci figurarvi quello de’ teatranti,

e agli spettacoli d’un teatro de’ primi in Europa affollarsi un mondo

elegantissimo, come ai suoi corsi uno sfarzo di carrozze, che sì elegante

non hanno Vienna e Parigi.

Il Lombardo-Veneto avrebbe potuto farsi esempio di savia amministrazione

agli altri d’Italia, se si fossero conciliate le inevitabili sofferenze

d’una provincia colla dignità di chi v’è sottomesso, lasciando svilupparsi

quell’attività delle corporazioni, dei Comuni, delle province che dispensa

l’amministrazione centrale dall’intervento impacciante e dalle cure

minute, e non sottrae nè ricchezza al fisco dei dominanti, nè ai dominanti

la compiacenza di sentirsi cittadini.

Qui accentravasi ogni cosa in Vienna; e non di colpo, siccome dopo una

conquista, ma con meditata lentezza. Il sistema di pesi, misure, monete

alla francese, conservato fra i nostri vicini, fu surrogato dal tedesco.

L’unità dell’impero costringeva a regolar noi colle leggi stesse del

Galliziano e del Croato, fin a mandare regolamenti sulle acque a un paese

che inventò l’irrigazione artifiziale. V’avea supremi magistrati, ignari

dell’indole e delle consuetudini: era tolta l’investigazione nazionale

sul viver pubblico, l’esporre il meglio e implorarlo: silenzio su ogni

atto. La postura e la conformazione fan questo paese più atto a trafficare

cogli esteri che coll’impero; laonde per impedirlo occorreva un esercito

di doganieri, spreco dell’erario e depravamento della popolazione, fra

cui viveano oziando e trafficando di connivenza. L’attività comunale

era impacciata dai commissarj: alla Congregazione Centrale mancava voce

per esporre domande, o fermezza per volerne la risposta: fin la Chiesa

era tenuta servile, mediante il sistema giuseppino; sopra informazione

della Polizia nominavansi i parroci e i vescovi, ai quali era impedito di

comunicare con Roma, e fin di scrivere al proprio gregge se non col visto

d’un impiegato provinciale.

Francesco I a Lubiana avea detto, — Voglio sudditi obbedienti, non

cittadini illuminati», e su tale programma le scuole riduceansi a

moltiplicare i mediocri e mortificare ogni superiorità; l’istruzione

popolare limitavasi a quel che basti per tramutare gl’istinti

insubordinati in una rassegnata obbedienza; la classica non metteasi in

armonia colla situazione di ciascuno; e coll’educazione dissipata eppur

letteraria, moltiplicavansi giovani leggeri, eppure dogmatici, vanitosi

delle piccole cose, puntigliosi della parola, smaniati del rumore;

giornalisti non letterati, impiegati non pensatori. Da Vienna mandavansi

libri di testo, qualche volta i professori, questi eleggeansi per

concorso, dove, astenendosi i migliori, prevalevano novizj o ciarlatani,

non mai superiori alle cattedre.

Le tante parti eccellenti poi restavano corrotte dalla Polizia, arbitra

di tutto, e che spegneva il senso più importante ne’ popoli, quel della

legalità, la persuasione più necessaria ai governanti, quella che operino

per indeclinabile giustizia. Una Polizia aulica, una vicereale, una del

Comune, una del Governo, una della presidenza del Governo, spiavansi

a vicenda[16]. A chi dal lungo esiglio o dalle inquisitorie prigioni

tornasse in società, esse dicevano — Avete sofferto abbastanza. Che vi

cale delle cose pubbliche? divertitevi, chè il Governo nol vi contende:

siete ricchi, siate allegri». E ne’ divertimenti si cerca tuffare le

memorie; secondavasi la tendenza di sviluppare in grassume quel che

avrebbe dovuto fortificare in muscoli; poi accennando al viver morbido,

agli scialosi equipaggi, alla prospera agricoltura, diceano all’Europa:

— Vedete come la Lombardia, nostra serva, è beata». Ma l’uomo non è

destinato solo a impinguare e godere, e falliscono ai loro doveri quelli

che, invece di prepararlo a un avvenire di sempre maggiore ragionevolezza

e dignità, lo comprimono in modo che non gli rimanga se non l’alternativa

di un codardo silenzio nella servitù o di collere maniache nella libertà.

Dal non potersi conseguire onori e impieghi se non per consenso della

Polizia, derivava che da una parte non si stimasse se non chi ne aveva,

dall’altra ne rifuggissero i generosi: i migliori ingegni trovavansi

perseguitati colle prigioni o nei giornali, e cercavasi coprirli di

sprezzo per non dover temerli, repudiandosi così quel tesoro di potenza

morale che viene dal concorso delle forze attive, istruite, morali.

Erasi avuto un elettissimo esercito italiano, ed ora i coscritti

s’incorporavano ne’ reggimenti tedeschi, sotto uffiziali tedeschi; laonde

se ne sottraeva chiunque sentisse la dignità nazionale e bastasse a

comprare un supplente; e mentre con ciò assecondavasi l’infingardaggine

indigena, le si dava la maschera di patriotismo, indicando come traditori

que’ pochi civili che si volgessero all’armi o alla diplomazia. Con questo

voler apposta adulterare la misura dei diritti e dei doveri, ed applicare

nomi virtuosi ad atti meramente negativi, pervertivasi il senso morale;

mentre il rimanere estranei alle sorti del paese deprimeva i caratteri,

intorpidiva le abitudini, gettava nelle esagerazioni ed utopie proprie di

chi non vede in pratica le cose, nè sa fin dove possa arrivare legalmente.

Per conseguenza tutti cianciullavano di politica e governo, ma senza

cognizione de’ fatti veri, nè discernimento per valutarli; sicchè qual

conto poteva tenersi d’un’opposizione limitantesi a disapprovare tutto,

tutto abbattere, nulla asserire o edificare?

Epperò questo Governo, che disponeva di terrori, lusinghe, impieghi,

onorificenze, decorazioni, non trovò un lodatore, non dico di cuore, ma

neppur d’ingegno, talchè dovette prezzolarne di tali, la cui ignoranza era

sopportata solo per la viltà con cui la prostituivano. In tutta Italia

poi restava il concetto che l’Austria sola avesse impedito o traviato

le rivoluzioni, laonde era avuta come universale nemica della libertà da

molti che questa identificano con quelle.

Morto Francesco I, suo figlio Ferdinando, il giorno stesso che montava al

trono (1835 2 marzo), con un viglietto al vicerè ordinava si cessassero

i processi politici, si rilasciassero tutti i condannati: amnistia la

più ampia, la più incondizionata, che si legga nelle storie, se il

vicerè e gli esecutori non l’avessero tergiversata e resa parziale

ed illusoria[17]. Il buon imperatore non ne sapea nulla giacchè non

comunicava coi sudditi; ma avutone sentore, disse: — Andrò io a Milano»,

e venne a farsi coronare. O fosse il lenocinio delle feste; o stanchezza

del fremere, o naturale bontà, o riconoscenza di così insolito perdono,

diè fuori dappertutto una prurigine di balli, di parate, di adulazioni in

prosa e in versi, in musica e in quadri; gran liberali camuffaronsi da

guardie nobili e da ciambellani; v’ebbe decorazioni e dignità auliche,

e un ripullulamento d’aristocrazia. Per isgravare se stessi, costoro

sparsero vilipendio e sospetti su quei che anche allora tennero la mano e

la penna intemerata, e che, rinserratisi nella propria coscienza, da Dio

invocarono e col proprio senno maturavano alla patria fortune migliori,

pur deplorando che non le meritassimo.

Parliamo a disteso della Lombardia: agli altri paesi però conviene, e

forse più, quel che della Lombardia dicemmo. Quei principi, persuasi

dell’onnipotenza materiale dell’Austria, agli ordini e all’ispirazioni

di questa si rassegnavano più o meno, e non che farsi iniziatori con

esempj che mortificassero lo straniero, più di uno colla propria rendeva

desiderabile l’amministrazione di questo.

Intanto che piagnucolavasi, nella lunga pace erasi moltiplicata la

ricchezza nazionale, ed estesi que’ comodi e godimenti, la cui ricerca è

carattere della nostra età: il commercio s’ampliò, agevolato da leghe e

trattati; e visto che la libertà n’è il migliore sussidiario, il sistema

protettore si modificò: guadagnaronsi immensi terreni alla coltura, e

se ne trassero maggiori frutti dacchè alla trascuranza delle manimorte

fu surrogata l’oculatezza di piccoli possidenti, e si svincolarono dai

fedecommessi, dalle servitù, dai livelli. Ormai gli sbalzi nel valore

dei commestibili scomparvero, e se prima fin a quindici e venti volte

dell’ordinario crescea nelle carestie, parve sommo nel 1812 l’elevarsi

al triplo, proporzione che dappoi fu sempre assai minore. Il credito

si trovò protetto dalla pubblicità delle ipoteche, dalle banche, dalle

semplificate procedure, ed esteso anche a vantaggio de’ poveri colle casse

di risparmio. L’industria vantaggiò dello spirito d’associazione e delle

scoperte della fisica e della chimica, per mettere a carico delle forze

gratuite della natura molta parte della fatica umana, perfezionare metodi

e macchine, far che il lavoro versasse e la concorrenza distribuisse

una sempre maggior copia di utilità nel corpo sociale: e sebbene non

eguagliasse i forestieri nè per tenuità di prezzi, nè per eleganza e

finezza, cresceva il ragguaglio tra il lavoro e le soddisfazioni che con

esso il povero può procacciarsi. S’introdussero battelli a vapore[18],

strade ferrate, telegrafi, spirito d’associazione, studj concordi, unione

di capitali introdussero vastissime imprese per le strade ferrate, pel

gas, per le assicurazioni, per gli scavi.

Tale spirito si applicò pure alla beneficenza, istituendo scuole

per intenti particolari, e asili d’infanzia, e mutuo insegnamento, e

presepj pei lattanti, e società di vicendevole soccorso, e miglioramenti

alle carceri, e ricoveri per gli scarcerati; ammirati da taluni con

quell’entusiasmo che non soffre la critica nè la ricerca del meglio, da

altri bersagliati con l’atrabile che tutto denigra, o coll’intolleranza

che condanna il bene per vaghezza del meglio. Ripudiavano francamente,

anzi deridevano i vantati progressi e una carità destituita dello spirito

avvivatore del cattolicismo le _Memorie religiose_ di Modena e il _Diario_

di Roma seriamente, bizzarramente la _Voce della verità_, dove i nomi più

simpatici erano malmenati dal Galvani, dallo Schedoni, dal Calvedoni; e

più strepitose riuscirono le _Illusioni della pubblica carità_ di Monaldo

Leopardi, e l’_Esperienza ai re della terra_ del principe di Canosa.

Altri pensarono giovare al prossimo pe’ soli meriti di Cristo e per

diffondere la verità e la santificazione cristiana. Le istituzioni pie,

ricchezza de’ secoli andati, ebbero molto a soffrire nella rivoluzione,

nelle guerre, nella soppressione dei corpi religiosi; onde vi si riparò

con lasciti, e ai bisogni nuovi andavasi incontro con nuove istituzioni.

A Milano i fratelli Felice e Gaetano De Vecchi barnabiti fin dal 1802

raccoglievano una Pia Unione di nobili, che andavano all’ospedale

confortando gl’infermi, e preparavano vitto, vestito, educazione,

ricreamento ai poveri nelle case o in ricoveri: col nome di Società del

biscottino fu derisa dal bel mondo e benedetta dai poveri, pei quali

ha consolazioni d’ogni maniera, educazione conveniente all’indole e al

bisogno di ciascuno; impedire lo svio delle pericolanti, richiamar le

pericolate, assistere i vergognosi indigenti, tenere scuole festive e

notturne a comodo di poveri, ricreazioni e oratorj pei tempi festivi.

La marchesa Maddalena Frescobaldi Capponi e il padre Idelfonso istituirono

a Firenze un ricovero per le traviate: a Imola la Pia Unione di San

Terenzio diffonde quotidiane elemosine, come a Bologna la Pia Opera de’

vergognosi: ad Ancona l’oratoriano Luigi Baroni esercitò nelle più variate

guise l’eroismo della carità, come il Manini in Cremona. In Venezia e

Verona Maria Maddalena di Canossa (1774-1835) fondava nel 1819 le Figlie

di Carità, dirette a perfezionarsi nell’amor di Dio e del prossimo; i

conti Cavanis le Scuole di Carità; Nicolò Mazza verso il 1830 ricoveri di

fanciulle, educandole sino ai ventiquattro anni conforme al loro stato, ed

altri pei garzoni, bene studiandone l’inclinazione, menandoli alle scuole,

collocandoli in varj stabilimenti, e tutto per carità. Nicola Olivieri

inanimato dalla Immacolata, nel 1838 comincia a raccogliere qualche

moretta e la fa educare, poi va in Egitto e in Barbaria, e segue tuttora

a riscattarne, d’accordo colle Suore della Carità, per poi collocarle in

conventi. Brescia deve alla Rosa molte caritatevoli istituzioni: Modena

la scuola dei sordi-muti di D. Severino Forchiani: a Bergamo i conti

Passi introducono la Pia Opera e le Suore di santa Dorotea, per formar le

fanciulle alla pietà e ai casalinghi disimpegni; mentre il prete Botta

toglieva in cura i fanciulli sviati: un suo allievo, Marchiondi laico

somasco, portò quell’istituzione a Milano, e grossolano ma di alto e

retto cuore, ricusando sottoporsi alle burocratiche formalità, ve la fece

fiorire.

A Torino Giulia Colbert di Barólo, la patrocinatrice di Pellico, istituì

le Sorelle di sant’Anna per educare povere figlie, e ispirarvi modi

civili e la contentezza del proprio stato. La Congregazione di san Paolo

distribuiva centrentamila franchi l’anno in doti, pensioni, sussidj a

poveri nascosti. Il canonico Cottolengo nella Piccola Casa della divina

Provvidenza preparava soccorsi a tutte le miserie, e giganteschi benefizj

effettuò con mezzi tenuissimi. Rosa Govona avea fondato le Rosine che

devono «mangiar del lavoro di loro mani», e che si estesero ad Asti,

Chieri, Mondovì, Fossano e altrove. La contessa Tornielli Bellini a Novara

lasciava in testamento molte istituzioni caritatevoli, e scuole gratuite

d’arti e mestieri. L’abate Febriani prese cura speciale dei sordimuti. La

Misericordia di Casale dispensa quarantacinquemila franchi in pane, vesti,

doti, baliatici, sussidj a domiciliati: quella di Savona, oltre il resto,

dà ogni giorno il pranzo a quattrocencinquanta poveri.

Chi non conoscesse in qual modo si forma quell’assurdità, che intitolasi

l’opinione pubblica, stupirebbe dell’avversione che professavasi contro

questi benefici, e come fossero scherniti nei tempi quieti, percossi nei

tempestosi.

Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15) · 第 3 / 16 题