Il Savonarola è una grande anima, e un vero poeta — ma è più gran
poeta in molte sue prediche, che nelle vere e proprie _Poesie_.
Nonostante, anche in queste, benchè scorrette, neglette di forma,
circola un'aura, un soffio potente, come un'eco ancor calda delle sue
ardenti perorazioni, delle sue tragiche visioni, delle sue formidabili
apostrofi: ma talvolta, e non di rado, vi son note semplici, fresche,
quasi festose, come in questi versi sul _Natale_, che sembran preludere
nella loro ingenuità ai due inni immortali del Milton e del Manzoni.
Venite, Angeli santi.
E venite suonando;
Venite tutti quanti
Gesù Cristo laudando,
E gloria cantando
Con dolce melodia;
Ecco il Messia — ecco il Messia
E la madre Maria.
Venitene, Profeti
Che avete profetato,
Venite tutti lieti;
Vedete ch'egli è nato,
Il picciolin Messia!
Pastor pien di ventura,
Che state voi a vegghiare?
Non abbiate paura;
Sentite voi cantare?
Correte ad adorare
Gesù con mente pia.
I Magi son venuti
Dalla stella guidati,
Con lor ricchi tributi.
In terra inginocchiati.
Quanto son consolati
Adorando il Messia!
Altre volte, nell'ardore della preghiera, ha qualche cosa di
petrarchesco come in questa strofa:
Apri, Signore, il tuo celeste fonte;
Quella tua dolce vena
Che Maria Maddalena
Trasse di basso loco all'alto monte,
Con l'anima serena
Piena di raggi e di splendor divino.
Pietà, Signor, di questo peregrino!
Amor giovine, deplorò le umane rovine della Chiesa e le morali rovine
del Mondo, con versi potenti. La Chiesa di Cristo,
Povera va con membra discoverte,
I capei sparsi e rotte le ghirlande:
Scorpio la punge ed angue la perverte.
E così va per terra
La coronata, e le sue sante mani....
Bestemmiata dai cani
Che van truffando sabbati e calende....
Le Poesie sacre del Savonarola, a differenza di quelle di Feo Belcari
e del Benivieni, accennano o confermano il concetto d'una _Riforma
Cattolica_, già prenunziata da Dante. E in alcune strofe si mostra
anche artista. Nonostante il _falò_ delle vanità, nel quale è a
deplorarsi l'eccesso che pur vi fu, egli aveva vivo il sentimento
dell'Arte. Fondò una scuola di pittura nel suo stesso Convento, ove
lavorò Fra Bartolomeo, fu agli artisti e ai letterati consigliere e
ispiratore, fu intimo amico di Pico della Mirandola e inaugurò con lui
gli studi ebraici e orientali — e il genio dei Profeti e di Dante che
era in lui, lo comunicò a Michelangiolo, e palpita ancora immortale
alla volta e alle pareti della _Sistina_. Non facciamo dunque del
grande oratore e del grande riformatore, un Erostrato selvaggio e un
frate ignorante.
Egli fu in Italia la più gran coscienza _morale_ del secolo XV,
come Dante lo era stato del XIV, e come Michelangiolo lo fu del
XVI. L'ardore con cui il santo monaco fuse insieme i sentimenti di
patriottismo e di morale nel popolo di Firenze, non si spense con lui
— e i suoi migliori effetti si videro rifulgere nel memorabile Assedio
degli anni 1529-30. Il soffio vulcanico del grande oratore che ispirò
il poema della _Giustizia_ dipinto nella Sistina da Michelangelo,
animò egualmente la tragedia della _Libertà_ combattuta a Gavinana da
Francesco Ferruccio.
La sua _fede_ eccitava il suo entusiasmo, il suo entusiasmo faceva la
sua forza. Nessuno, o Signori, è diventato martire per una _opinione_:
la _fede_ sola fa i martiri. Egli credeva e vedeva, e tuonava dal
pergamo le sue visioni. Chiamatelo pure un fanatico. Era fanatico come
Ezechiello, come Geremia, come Arnaldo, come Demostene, come Dante,
come Mirabeau, come O'Connell — come tutti quelli che hanno comunicato
l'elettricismo d'una parola di fuoco. Era un malato?... Forse. Ogni
vera creazione produce uno spostamento, un disequilibrio. Se gli eroi,
i martiri, i grandi poeti son tutti _malati_ — consoliamoci — non c'è
mai stata tanta salute come oggi, in Europa!
Le più ammirabili prediche del Savonarola, come ben nota l'illustre
Villari nel suo classico libro, son quelle su i _Salmi_: e quella dove
l'impeto lirico è sommo ed unico, dove il Savonarola è veramente poeta,
e gran poeta, è la _predica-visione_ dei flagelli d'Italia. Il Cielo
stesso combatte; i Santi, gli Angeli spingono i barbari vendicatori.
Son loro che li hanno chiamati, che hanno messo le selle ai cavalli,
e affilate le spade. E il diluvio degli stranieri, il gran gastigo
italico, comincia. Dove andiamo? San Pietro grida: A Roma! a Roma! San
Giovan Battista e Santo Antonino: a Firenze! E San Marco: là verso la
città superba e voluttuosa, che inalza le sue cupole d'oro sovra le
acque!
La impressione che riceviamo anche oggi, dopo quattro secoli, e alla
semplice _lettura_, da questa predica, è solo paragonabile a ciò
che proviamo al primo ingresso nella Cappella Sistina. Vi ricordate?
Un fremito, un tumulto, corre sulle pareti. Non si sa dove riposare
lo sguardo. Da tutte le parti, visi minacciosi, e pianti disperati.
Ezechiello si volta impetuosamente, in furiosa disputa con un Angelo.
Geremia appoggia l'enorme testa sulle mani, come schiacciato dal peso
di tutti i dolori di Gerusalemme. La Libica si alza terribile, con
in mano il gran libro dei fati. La Persica legge con occhi ardenti.
Daniele scrive tremando. Qua, il tronco di Oloferne versa una fiumana
di sangue; là, gli adoratori degli idoli si contorcono, ignudi, sotto
i morsi dei serpenti divoratori. Madri spaventate urlano e fuggono,
stringendo al seno i bambini. Un altro vede passare in uno specchio
visioni così terribili, che indietreggia atterrito, e batte la spalla
nella muraglia. Par di sentir ruggire di lontano il tuono della
vendetta divina. La Giustizia e il Giudizio — riparatore e vendicatore
— respirano da ogni angolo della tremenda Cappella.
In quegli anni tragici e sinistri di saccheggi e di incendi, di
orgie e di tradimenti, Michelangelo, che doveva assistere ai funerali
della libertà e dell'Italia, si ricordò soprattutto del Savonarola, e
leggendo assiduamente i Profeti, Dante, e le Prediche e le Liriche del
Ferrarese, dipinse i Profeti, e scolpì la _Notte_, la _Notte d'Italia_.
In una delle sue ultime prediche, il Savonarola, presago dello
imminente martirio, disse queste parole: “O Signore, io non tengo modi
di cercar gloria umana. Io non voglio cappelli, nè mitrie piccole o
grandi. Non chieggo se non quello che tu hai dato ai tuoi Santi — la
morte. Un cappello rosso, un cappello di sangue, questo desidero.„
E l'ebbe. E prima, le agonie dell'infame processo, i dubbi e i terrori,
la fune che gli slogò tutte l'ossa, le tenebre della segreta, le smanie
e gli scoramenti, e i sudori di sangue dell'eterno Getsemani....
Fu allora che in un momento di tregua, in un'ora di grazia e di
respiro, — fra la tortura e il rogo — compose un salmo sublime, che il
Tommaseo ammirava tanto, e tradusse.
Eccone alcuni versetti:
Conoscerò dunque, fra poco, Voi, o mio Dio, conoscitore di me.
O mio consolatore, mostratevi a me finalmente;
Siatemi adiutore — non mi lasciate.
Perchè il padre e la madre mia mi lasciarono....
Ma il Signore misericordiosamente mi assunse.
Non mi date alle animosità di quei che mi tribolano,
Poichè insorsero contro me testimoni iniqui — e l'iniquità
mentì a sè medesima.
Sospeso dal laccio infame sul rogo, e non ancor morto, il Savonarola
potè forse vedere le mani impazienti e furiose del popolo, appressare
le torce accese alla catasta già sparsa d'olio e bitume; mentre
altre mani scagliavano una pioggia di sassi su quel volto tante volte
illuminato dalla luce del genio e dalla santità della vita.
Ah! da quando insultò Socrate, e preferì ad alte grida Barabba a Gesù;
al giorno in cui sputò in faccia a Bailly e imprecò a Madama Roland
moritura — la plebe ingannata e pervertita, o abbandonata al cieco
istinto bestiale, ha sempre applaudito all'eccidio dei suoi più insigni
_benefattori_.