Come il lato sofistico del Paganesimo era stato il consacrare la
natura umana anche nella sua parte cattiva — il lato sofistico del
Cristianesimo medievale fu di gettare un anatema troppo assoluto
su la Natura, di vivere come lo Stilita sospesi tra il Cielo e la
Terra, guardando a quello con estasi, a questa con un sacro terrore.
Il centro della Idealità fu spostato nel _Rinascimento_; e al culto
del Dolore spirituale, successe l'apoteosi della plastica Bellezza
e della Euritmia. Ma tra le voci armoniose e pagane, dura anche nel
_Quattrocento_ qualche eco della grande, triste e patetica poesia del
Cattolicismo. Oltre il Savonarola, vanno ricordati il Benivieni e il
Belcari. Il primo essenzialmente lirico, drammatico e trovatore di
patetiche situazioni, efficaci, nella loro ingenua espressione. Basti
rammentare le parole d'_Isacco_ al padre che sta per sacrificarlo.
Nella lirica satirica si distinsero il Cammelli e il Burchiello: ma il
loro più gran merito consiste forse nella visibile influenza che ebbero
sull'ammirabile genio del Berni.
Un soffio veramente lirico spira in alcuni canti epici del rude e
possente poeta Luigi Pulci. La sua _morte di Orlando_ è semplice,
patetica, e tocca il sublime. E forse Alfredo Tennyson l'ebbe in mente,
quando descrisse, negli _Idilli del Re_, la _Morte di Artur_o.
Nelle stanze narranti la catastrofe cavalleresca, Roncisvalle, e
la morte del gran Paladino, è commisto in modo mirabile l'elemento
_lirico_ all'epico:
Così tutto serafico al ciel fisso
Una cosa parea trasfigurata,
E che parlasse col suo crocifisso....
Il cielo certo allor s'aperse....
E come nuvoletta che in su vada,
_In exitu Israel_, cantar, _de Egipto_
Sentito fu, dagli Angeli solenne
Chè si conobbe al tremolar le penne.
Poi si sentì. . . . . . . .
Certa armonia con sì soavi accenti,
Che ben parea d'angelici istrumenti.
Versi che certo rammentava l'Ariosto quando cantò con la magia che gli
è propria:
E voci e suoni d'angeli concordi
Tosto in aria s'udîr che l'alma uscìo
La qual, disciolta dal corporeo velo,
Fra dolce melodia salì nel cielo.
Arriva Carlo Magno e benedice al morto Paladino e gli richiede la spada
Durlindana.
Io benedico il dì che tu nascesti,
Io benedico la tua giovinezza.
Io benedico i tuoi concetti onesti,
Io benedico la tua gran prodezza.
E se tu hai di me nel ciel mercede,
Come solevi al mondo, alma diletta,
Rendimi se Dio tanto ti concede,
Ridendo, quella spada benedetta.
. . . . . . . . . . . . . .
Come a Dio piacque, intese le parole,
Orlando, sorridendo, in piè rizzossi;
Con quella reverenza che far suole,
E innanzi al suo Signore inginocchiossi,
E poi distese, ridendo, la mana,
E resegli la spada Durlindana.
. . . . . . . . . . . . . .
Carlo tremar si sentì tutto quanto
Per maraviglia e per affezione,
E a fatica la strinse col guanto....
Ma il personaggio più magneticamente poetico del _Quattrocento_, quello
la cui _vita_ è una vera _lirica_ di bellezza, di aspirazioni e di
entusiasmi, è Pico della Mirandola: e non vi dispiaccia, o Signori, che
io _concluda_ col suo simpatico nome, questi miei rapidi cenni su la
poesia del Quattrocento.
Marsilio Ficino ci ha narrato come lo vide la prima volta in Firenze.
Era il 1480, l'anno in cui il Ficino aveva compiuto la sua grande
opera, la traduzione di Platone. Una bella giornata di settembre,
verso l'ora del tramonto, il dotto ellenista meditava nel suo studio.
La lampada votiva che egli teneva accesa dinanzi al busto di Platone
brillava vivace nella languente luce vespertina. Entrò un giovane alto
e bello, dagli occhi grigio-cerulei, dai capelli di un biondo acceso,
scendentigli sulle spalle sotto un berretto di velluto nero: vestiva
una cotta di raso violaceo, listato d'argento: aveva al collo la
collana d'oro di Principe. Era Giovanni Pico della Mirandola.
Parlarono di filosofia — di Platone, naturalmente. E il giovine
Principe suggerì al vecchio filosofo di tradurre Plotino, il mistico
panteista dell'Antichità. Parlò dell'Oriente; _il mio Oriente_,
diceva, l'_alma mater_ d'ogni scienza e poesia. Parlò della Bibbia
e del Cristianesimo, di un Cristianesimo eterno, indistruttibile,
conciliabile col Platonismo. Parlò dell'Uomo, che è un piccolo
Mondo, una sintesi portentosa e divina, “dov'è, diceva, l'essenza
angelica e il senso del bruto, e la vegetale anima delle piante, e il
fuoco e il mercurio„. Disse al Ficino di un Commento che intendeva
fare alla Canzone del Benivieni su l'_Amor divino_: e ne discorse
con una stupenda profusione di immagini colorite e poetiche, prese
dall'Astrologia, e dalla Cabala, da Salomone e da Omero.
E la notte calava sulle grandi vetrate dello studio, e la lampada
votiva illuminava il marmoreo volto di Platone e i capelli d'oro di
Pico.
Era allora poco più che ventenne: ma avea già provato le tempeste della
passione e n'era restato disilluso, e abitualmente un po' mesto.
Aveva scritto molti versi d'amore, e gli aveva, un giorno, tutti
bruciati. (Grande e raccomandabilissimo esempio!...) Aveva viaggiato,
visto uomini e cose. Veniva ora a Firenze, attratto dalla fama del
Magnifico Lorenzo, e dall'amicizia per il Ficino.
Una bellissima bruna, una ardente _Savonaroliana_, soprannominata la
_profetessa_, Camilla Rucellai, s'innamorò perdutamente di lui.... ma
non fu corrisposta. La irrequieta curiosità teologica e scientifica,
la triste sazietà dei piaceri, preservarono Pico da nuove passioni.
La Rucellai gli predisse che sarebbe morto _al tempo dei gigli_....
E il giorno che Pico della Mirandola spirava tra le braccia del
Savonarola, Carlo VIII entrava in Firenze preceduto dalla bandiera con
li aurei gigli di Francia. Fu sepolto in San Marco. Aveva 32 anni. I
contemporanei lo chiamarono la _Fenice_ degli ingegni. Per noi è una
Fenice soprattutto in questo, che fu un _Erudito poetico_. Non si è
visto ancora il secondo.
Sapeva e scriveva il greco, l'arabo, l'ebraico, il caldaico.
All'età di ventisette anni, trasse dai suoi immensi studi novecento
tesi di fisica, filosofia, teologia, astronomia, magia naturale,
comprendenti quasi tutto lo scibile del suo tempo, e le pubblicò
in Roma, proferendosi pronto cavallerescamente a sostenerle contro
chiunque osasse oppugnarle. Poeta e filologo, filosofo e mistico,
ebbe un'ardente curiosità dell'ignoto, del miracoloso, intravedendo e
indagando il _Soprannaturale_ nell'intima essenza del _Naturale_; come
Leonardo, Paracelso, Fichte, Novalis, Carlyle. Simpatizzava con tutto
quello che le morte generazioni hanno sinceramente e passionatamente
creduto: e studiava, rievocava, resuscitava le antiche mitologie.
Vedeva in esse l'eterno _Io_ dell'umanità, vi leggeva un motto del
grande Enimma. Egli disse pel primo la feconda parola: in ogni _fede_,
è una parte di _verità_.
La sua teoria è essenzialmente poetica e consolante, e rammenta
la teoria Browninghiana. — Tutto quello che rettamente si volle
e nobilmente si amò sulla Terra, non andrà mai perduto. Dovremo
traversare altri mondi — molto avrem da imparare, molto da dimenticare,
ma quel momento verrà. Tutto quello che ardentemente aspiravamo ad
essere, e non potemmo essere su la Terra, ed a cui pure ci sentivamo
chiamati; tutto ciò che era in noi e che il mondo ignorò, la poesia
muta, l'amore represso, il momento fatale perduto, tutto avrà un
giorno, altrove, sviluppo e trionfo. Pico della Mirandola serbò
intatte, nel suo poetico naturalismo, la coscienza individuale, e
la libertà morale dell'anima umana. Nel suo trattato _De Hominis
dignitate_, scrisse queste belle e memorande parole: “I bruti sono
eternamente bruti, gli angeli, essenze angeliche eternamente. Tu solo,
o Uomo, puoi degenerare fino a divenire un bruto, e rigenerarti e
sollevarti fino a parere un Dio. Tu solo hai un incessante sviluppo; tu
solo porti in te i germi di ogni specie di Vita.„
Se Pico della Mirandola distrusse i suoi versi, restò poeta nella vita,
nel sentimento, nell'intelletto. Nè mi è parso inopportuno parlare di
lui, in una lettura su la poesia del _Rinascimento_. Per esserne il
più poetico simbolo, non gli è mancato nulla. Ha avuto l'ingegno, la
dottrina, la bellezza, la gioventù, la nobiltà, l'entusiasmo, la morte
precoce; e finalmente _un certo mistero_ che avvolge il suo nome, la
sua vita, e tutti i suoi scritti.