Non era quella, nè poteva essere, la poesia della vita fiorentina fra
il XIV e il XVI secolo. Fantasticata sui libri, e in libri foggiata,
essa non attinge nè attiene alla vita vera di quell'età; nè vera è la
donna che su quel mitico fondo, tutto romano e greco, nulla medievale,
campeggia. Meglio dalle descrizioni, o siano poetiche o meglio se
in prosa schietta fiorentina, de' conviti nuziali, delle armeggerie,
delle giostre, viva ci sorride, e onestamente baldanzosa, e di quelle
cavalleresche e cortigiane onoranze seco medesima sodisfatta e superba,
la donna. Non mancano anche in cotesti suntuosi apparati lo iddio
Amore, gli Amorini (convertiti bensì, il che ha un po' del trovadorico,
in spiritelli), le Ninfe; sibbene come ornamento esteriore, fregio
posticcio, parvenza fugace; non come espressione mitologica d'un
sentimento, o quasi (direi co' filosofi) espressione essoterica
d'una dottrina. Ma la figurazione dominante e caratteristica è dalla
cavalleria medievale, e s'atteggia e si drappeggia nelle persone e
nelle foggie di castellani e di principi, d'uomini d'arme, di donzelli,
d'araldi e di paggi, di dame crudeli e di servi d'amore, con seco le
grandi o gentili memorie delle crociate, de' passaggi imperiali, della
santa gesta de' Paladini: “le donne (ha cantato Dante), le donne, i
cavalier, gli affanni e gli agi, che ne invogliava amore e cortesia„.
Siamo in piazza Santa Croce il 7 febbraio del 1468; e si fa la giostra
della quale Lorenzo de' Medici scriverà ne' suoi _Ricordi_: “Per
eseguire e far come gli altri, giostrai in sulla piazza di Santa
Croce„; e ne noterà la spesa in fiorini diecimila di suggello: “e
benchè e di colpi non fussi molto strenuo, mi fu giudicato il primo
onore, cioè un elmetto fornito d'ariento, con un “Marte per cimiero.„
Entrano in campo i giostratori: Medici, Pitti, Pucci, Vespucci,
Benci, Pazzi, e altri molti; qual più qual meno riccamente forniti:
con magnificenza più che regale, Lorenzo alla divisa de' gigli
d'oro di Francia e in sua compagnia il fratello Giuliano, coperti
d'oro, d'argento, di perle, di pietre d'ogni sorta preziose: ciascun
cavaliere accompagnato da trombetti e paggi e uomini d'arme, e giovani
gentiluomini a cavallo tutti vestiti sfarzosamente alla divisa di
quello; brigate per ciascuno di poco meno che un centinaio di persone;
e ciascun cavaliere col suo stendardo, nel quale fra emblemi e segni
diversi, e per lo più tra verde di prati e fiori di verzieri, la
dama del cuore. Questa, leggermente velata di bianco, con ghirlanda
di quercia in mano, e a' piedi legato con catene d'oro un leopardo;
quella, in abito di ninfa, che riceve nel grembo le foglie d'un faggio
battuto dalla tempesta, e le dà mangiare ad un daino; quell'altra,
vestita di bianco e di verde, che le saette d'Amore infocate spenge
nel fonte che scorre a' suoi piedi; un'altra, vestita di paonazzo, che
quelle stesse saette fa in pezzi e ne semina il prato; ma la dama di
Lorenzo, irraggiata dal sole traverso ai colori dell'iride, vestita di
drappo alessandrino ricamato a fiori d'oro e d'ariento, coglie d'un
ramo di lauro rinverdito sull'arido tronco, e ne fa ghirlanda, e ne
sparge foglie all'intorno; il suo motto, in lettere di perle grosse
da gioiellare, _le tems revient_. E molto lontano da Firenze, in Roma,
nell'austerità baronale del palagio degli Orsini, pensava a lui in quel
giorno una giovane donna, che non era nè forse le rincresceva di non
essere la dama del suo stendardo, perchè si apparecchiava ad essere la
madre dei suoi figliuoli. “Lorenzo è molto occupato in questa giostra,
chè già da tempo non ò avuto sue lettere„; ha detto ella, la Clarice,
un mese innanzi, a uno de' Tornabuoni venuto a recarle le nuove di lui;
ed ora, appena corrono a farle sapere “come Lorenzo à fatto la giostra,
e n'è uscito sano e con grandissimo onore„, e che “s'è aoperato tanto
degnamente quanto sia possibile di dire„, e che “giammai fu paladino
facessi quello à fatto Sua Magnificenza„, risponde soavemente, “Ora s'è
fatto la giostra, non avrà più scusa da recare, che non venga a Roma
questa quaresima„. E in occasione della quaresima, la madre le ha fatto
“levare panno pagonazo di Londra per una gonna a la romanesca„, che
crede quel fidato Francesco Tornabuoni “non istarà punto male„; e così
si propongono, madre e figliuola, di “andare vicitando tutti questi
perdoni, pregando Iddio per Lorenzo„; ma la madre insiste ch'e' venga,
perchè “vuole che voi vegiate la vostra mercanzia, avanti l'abbiate
a casa; la quale ogni giorno migliora„: della qual locuzione figurata
non so se proprio si abbellisse il parlare della nobilissima matrona,
o s'ella fiorisse spontanea nella lettera del mercante cliente al
mercante magnifico.
Un anno e quattro mesi dipoi, il 4 giugno del 69, le nozze di Lorenzo
e di Clarice si celebravano in Firenze con grande solennità, la
quale incominciava con due interi giorni di offerte a casa Medici dal
contado e dalle città di Toscana; offerte la cui consistenza sommò,
per citar qualche cifra a un centocinquanta vitelle, paia di capponi
paperi e pollastri più di duemila, vini nostrali e forestieri a botti,
e simili altre gentilezze, che Lorenzo partecipava largamente alla
cittadinanza, anche prima d'imbandire, dalla domenica al martedì, ben
cinque conviti, che empivano le loggie e i giardini del palagio di via
Larga, con le mense distribuite fra giovani donne in compagnia della
sposa (“cinquanta giovani da danzare„ dice l'informazione), e le donne
di più età con madonna Lucrezia; e così in tavole separate i “giovani
che danzavano„, e gli uomini di più età. Dalla domenica mattina,
quando la sposa, partitasi dalla casa degli Alessandri “a cavallo,
in sul caval grosso che donò a Lorenzo il re di Napoli„ entrava fra
nobilissimo corteo nella casa maritale, mentre festeggiato di musica
lieta si tirava su alla finestra il simbolico ulivo; sino alla mattina
del martedì, quando “andò a udire messa a San Lorenzo„, con in mano uno
de' mille doni nuziali, “uno libriccino di Nostra Donna, maraviglioso,
scritto a lettere d'oro in carta d'azzurro oltramarino, coverto di
cristallo e d'ariento lavorato„; Clarice Orsini, trasportata, avvolta,
sollevata in quel profumo di gioventù, di bellezza, di grazia,
di forza; ricevuta nelle sale che Cosimo, Piero e Lorenzo avevano
impreziosite dei tesori dell'antica arte e della risorta; circondata,
sovraccarica, dagli splendori d'una ricchezza che, anche non ostentata
anzi voluta dissimulare, tuttavia impacciava quasi sè medesima;
regina degli omaggi che il fiore delle intelligenze di tutto il mondo
tributava a questa famiglia, la cui potenza era soprattutto l'ingegno;
potè ben comprendere ch'ella era venuta sposa al primo cittadino, non
che di Firenze, d'Italia.
E lasciamo stare se a quella gaiezza un po' sbrigliata della città
popolana, allo scetticismo elegante di quei letterati già bell'e
cortigiani, a quelle transazioni fra il cittadino e il cliente che
corrompevano intorno al patrono tanto vecchio sangue repubblicano, se a
questo e ad altro che poi dovette offendere la sua romana alterezza e i
suoi sentimenti di moglie e di madre, ella ripugnò sin da principio, e
ne contrasse quel malinconico cruccio che avvolse tutta la sua virtuosa
esistenza domestica; lasciam pure che invece del Poliziano, il quale
ella giunse perfino a cacciare di casa, preferisse di vedersi intorno
ser Matteo Franco, buona pasta di cappellano e di sonettiere faceto,
nelle cui fiorentinissime lettere madonna Clarice, circondata da' suoi
figlioletti, è viva e parlante figura; ma non saprei tuttavia credere,
che giovinetta sposa, ella non abbia dovuto gustare, di quella popolana
gaiezza, di quella eleganza addottrinata, di quei cortigiani ritrovi,
quanto parlava così vivacemente ai sensi e alla fantasia, in feste, per
esempio, simili a questa, che pochi anni avanti, nel 64, aveva empito
del suo fragore gioioso un'intera notte del carneval fiorentino.
“Notizia d'una festa fatta la notte di carnasciale, per una dama
la quale fu figliuola di Lorenzo di messer Palla degli Istrozi. La
detta festa fu fatta da Bartolomeo Benci, come innamorato della detta
dama.„ Ve la riassumo, il più che potrò con le parole stesse della
_Notizia_ contemporanea, che sono una pittura. Bartolomeo Benci ha
ordinato, con altri otto giovani di principali famiglie, un'armeggeria
notturna, l'ultima notte di carnevale, in onoranza, prima alla dama
sua, poi, come sentirete, a ciascheduna delle otto respettive dame
de' suoi compagni. Ciascuno di essi otto è a cavallo, ricchissimamente
forniti; ciascuno ha trenta giovani intorno a sè, vestiti alla propria
divisa, con torchi in mano, e altri otto intorno alla briglia. Il
Benci poi, col bastone di “Signore e Capitano della Compagnia,„ è
“in su 'n uno cavallo che la natura nollo potre' fare più bello; con
fornimento e sella e briglia tutto di chermisi, ricamato di molte
argenterie tanto riccamente quanto fare si potè: e lui in su detto
cavallo, con uno giubone di perle ricamato e gioie, con due alle
alle spalle, d'oro e più altri colori. E intorno al detto Signore era
quindici gentili giovani a piè; tutti con gonnellini di raso chermisi
foderati d'ermellini, con calze pagonaze: a' quali esso Signore donò a
ciascuno. E oltre a questo, avea intorno detto Signore centocinquanta
giovani, tutti vestiti a una sua divisa, cioè gonnellini e calze verdi,
con falconi nel petto e di dietro, d'ariento, che gittavano penne
per tutto el gonnellino: e' quali centocinquanta giovani ciascuno
aveva un torchio acceso in mano„. Portatori e pifferi circondano il
Trionfo d'Amore, che è alla testa: un Trionfo “alto braccia venti,
composto in modo che, guardandolo, si rimaneva abagliato: co' molti
ispiritegli d'amore con archi in mano; e in alcune parti l'arme de'
Benci, e in altri luoghi la divisa del padre di detta dama; co' molte
campanellette a sonagli d'ariento, e varie cose. Era composto detto
Trionfo d'alloro, mòrtina, arcipresso, abeto e scope, cose tutte verdi
e calde, apropriate all'amore. E, per abreviare, in sulla cima di
detto Trionfo era un cuore sanguinente, aceso in fiamme di fuoco, che
del continovo ardevano; con certi razi„ che a suo tempo dovevano esser
lanciati. Muove la brigata (tutto ben computato, oltre un cinquecento
persone) dalla Piazza de' Peruzzi, dopo una lauta cena in casa di
Bartolomeo, e va alle case degli Strozzi da Santa Trinita: due Benci e
due Strozzi regolano a cavallo l'andata. La Signoria ha fatto bandire,
che nessuno quella notte giri a cavallo per la città, fuor di cotesta
armeggeria; e che in essa o a cagion d'essa, “se per disgrazia alcuno
fusse morto, chi l'ammazza sia sanza pena e sanza bando„: il che è
detto “un obviare a' casi cattivi che potrebbero nascere„. E così,
“giunti a casa della dama, feciono la mostra. E apresso, ciascuno corse
ritto in sulla sella, secondo uso d'armeggeria, con un dardo in mano,
dorato. E dipoi ancora, ciascuno corse con una lancia busa, dorata, e
ruppono a piè della finestra dov'era detta dama. La quale si mostrava
in mezo di quattro torchi acesi, con tanta graziosa onestà che una
Lucrezia basterebbe. E fatto questo, el Trionfo era fermo sulla piaza,
dirimpetto alla finestra dov'era detta dama: e al Signore fu ispiccate
l'alie e gittate in sul Trionfo; e in quel punto, era ordinato che
a detto Trionfo s'apiccassi el fuoco: e così arse, con tante grida e
suoni che insino alle stelle andava el romore. E i razi che v'erano su
erano artificiati in modo, che pareva che quegli ispiritegli d'amore,
ch'erano in su detto Trionfo, co' l'arco che gli avevano in mano, gli
saettassono. E così accesi per l'aria volavano appresso alla dama:
alcuno n'andava in casa della detta dama, che si istima glien'entrassi
alcuno nel cuore, per compassione del detto amante. E fatto questo,
el detto Signore Amante, partendosi con tutta la compagnia, per non
volgere le spalle a detta dama, fece che sempre el cavallo andava
indietro, tanto che più nulla potè vedere. E partiti di quivi, andarono
a rompere le lancie e armeggiare a casa le Dame di ciascuno de' suoi
Compagni, cioè degli otto nominati. Dipoi tornarono tutti dalla
Dama del Signore, e feciolle una mattinata co' molti suoni e gra'
magnificenza: e questo si dice mattinata, perch'era presso a dì. E
dipoi si partirono, e accompagnarono el Signore, cioè Bartolomeo Benci,
a casa, nel modo e forma come s'erano partiti nel prencipio. E 'l detto
Signore aveva ordinato molte confezioni, e e fece tutti convitare co'
gra' magnificenza„. A chi poi rimanesse la curiosità (mi sia permesso,
gentili ascoltatrici, supporla), se a que' nove armeggiamenti sotto le
finestre delle nove case abitate dalle nove dame, corrisposero a suo
tempo nove bei matrimoni, rispondo: che quanto ad alcuna delle amorose
coppie, no certo, per la ragione molto stringente che il cavaliere
aveva moglie, il che fa altresì lecito ammettere che anche qualcheduna
delle rispettive dame avesse, per ultimo respettivo, marito:
quanto a qualche altra coppia, potrebb'anch'essere; ma a chiarirlo,
bisognerebbe, come de' cavalieri, avere i nomi delle otto dame; e
questi la _Notizia_, che vi ho riassunta, non ce li dà; quanto poi
alla coppia che più forse vi preme, mi rincresce dovervi notificare,
che la Marietta Strozzi, nonostante tutta quella bersagliatura di
razzi amorosi fra la quale le finì il carnevale del 1464, sette anni
dopo andava sposa (e già aveva seguita fuor di Firenze la madre) ad
un Calcagnini di Ferrara; e l'anno appresso, nel 72, l'aligero, e
poi spennacchiato, capitano Bartolomeo Benci sposava la Lisabetta
Tornabuoni, una sorella di quel confidente a Roma tra la Clarice Orsini
e Lorenzo de' Medici.
Molte dolci memorie, del resto, dovè lasciare la bella Marietta Strozzi
nella città nostra, lontano dalla quale il padre suo esule (come
per lungo tempo, dopo il trionfo de' Medici, furono, di generazione
in generazione, gli Strozzi) era morto di ferro, e per l'esilio
di lui aveva dovuto pure starsene fuori la madre, virtuosissima e
austera donna, Alessandra de' Bardi: e in questa quasi orfanezza
la fanciulla si trovò forse più libera che alla condizione sua non
convenisse: almeno in quell'inverno del '64, nel quale, poche sere
avanti l'armeggeria, sentite quest'altra sua avventura carnevalesca,
e che cosa era possibile a farsi, senza scandalo, da una giovinetta
fiorentina in que' tempi. Vi traduco (liberamente anche questa
volta) da una lettera, elegantemente latina, di amichevoli confidenze
giovanili tra Filippo Corsini e Lorenzo de' Medici: “.... E mentre ti
scrivo, la neve cuopre quasi tutta la città: tedio per molti e cagion
di starsene; ma per altri cagione di darsi moto e piacere. Sappi
infatti che Lottieri Neroni, Priore Pandolfini e Bartolommeo Benci
(daccapo il nostro allegro Capitano). Cogliamo il destro, hanno detto,
di usare qualche bel tratto. E subito, a due ore circa di notte, si
son presentati alla casa della Marietta Strozzi, seguiti da una gran
moltitudine accorsa da ogni dove, per fare a gettarsi la neve con
lei. Gliene han data la sua porzione, e hanno incominciato. Immortali
Dei, che spettacolo! e come descrivertelo, Lorenzo mio, con questa
debole prosa? Gran pompa d'innumerevoli fiaccole; squillar di trombe,
dolcezza di flauti; pubblico appassionato e plaudente. E che trionfo,
quando alcuno degli assalitori riusciva a sparger di neve il viso, come
neve candido, della fanciulla! Ma che dico sparger di neve? un vero e
proprio trarre al bersaglio era quello, e di tiratori valentissimi!
La Marietta poi, così leggiadra e destra in quel giuoco, bella come
tutti sanno, ne uscì con immenso onore. Ma i gentili giovani non si
partirono da lei, che prima non le donassero molto nobilmente per loro
ricordo. E così, con grande contentezza di tutti, il piacevole giuoco
ebbe fine„. Un epigramma del Poliziano (l'ultimo che vi citerò da
quel florilegio aneddotico del Quattrocento fiorentino che sono, più
assai che le volgari, le sue Poesie greche e latine) dice così: “Neve
sei, o fanciulla, e giuochi con la neve. Giuoca: ma deh, prima che la
nevi s'imbratti, fa' che si sgeli„. L'erudito, che oggi legge queste
complimento amoroso, ricorda i molti altri, d'antichi e d'umanisti,
che sul medesimo argomento si contengono nell'_Antologia latina_,
e l'ha per un'imitazione a freddo (è proprio il caso di dir così)
dall'antichità classica. L'aneddoto che vi ho narrato mostra invece,
che questa almeno fra le tante imitazioni umanistiche aveva riscontro
nel vero attuale; ossia, che quel bizzarro costume era spontaneamente
rifiorito, come anche altre parti della vita antica, nell'allegra
democrazia del Rinascimento: finchè la inamidata prammatica delle
Corti, la Riforma protestante correggitrice e il conseguente reattivo
disciplinamento della morale cattolica, più tardi infine la filosofia
civile e la rivoluzione bandita e guerreggiata in nome di principii
universali, non ebber mutata la faccia del mondo.
Ma finchè quelle gazzarre, quelle feste davvero popolari, que'
fantastici apparati, que' simboli abbaglianti, ebber vita, nè corteo di
spose, nè armeggiamento per dame, nè giostra di amorosi cavalieri, ebbe
mai tanta cittadina solennità, quanto uno sposalizio, ben diverso da
tutti gli altri dall'ora e di poi: lo sposalizio dell'abbadessa di San
Pier Maggiore; sposalizio che si ripetè tante volte (salve eccezioni)
quanti Vescovi ebbe per secoli parecchi la Firenze e del Medioevo e
del Rinascimento ed anche del Principato Mediceo, poichè lo sposo della
badessa era (_honni soit qui mal y pense_) messere lo Vescovo.
Quella chiesa e monastero di San Pier Maggiore, che furono delle
maggiori antichità sacre di Firenze, se, come pare, nella lor forma
primitiva risalivano al secolo quarto; che detter nome a una porta e a
un sestiere della città, abitato e maledetto da Dante, non sono più.
Si restauravano nel secolo XI, e si afforzavano con addossarli alle
mura del secondo cerchio: si abbelliva la chiesa, a mezzo il secolo
XIV: si sconciava, come tante altre, mediante le cappelle patrizie a
marmi e stucchi di tutti i colori, nei secoli del barocco. E tutto oggi
è sparito. E il tempo, che “traveste l'uomo e le sue tombe„, a mala
pena ha rispettato nell'Arco di San Piero (salvo i possibili attentati
onomastici dei moderni edili) il nome del titolare. Quali rovine, quali
ossa, calpestiamo noi, passando da quell'arco! Delle nostre conoscenze
d'oggi, le due belle Albizzi si sono fatte polvere colaggiù sotto: e
si addormentò in pace con esse la monacella grecista, la quale, se
morendo ancor ella giovine, non ebbe tempo di maturarsi, arcigna e
rugosa superiora, per quelle nozze episcopali, potè bensì esercitare la
sua mondana erudizione, ahimè non più sulle immortali pagine d'Omero e
di Sofocle, ma sul grosso notarile latino degli autentici privilegi di
coteste mistiche nozze, che risalivano (dicono que' notari) “a tanto
tempo quanto è di là da memoria d'uomini„. L'ingresso del novello
sposo della Chiesa fiorentina si faceva ritualmente dalla porta di San
Pier Gattolini, oggi Romana: due famiglie, di grandi e tradizionali
attinenze (da Dante proverbiate) con la mensa vescovile, avevano, i
Tosinghi e i Visdomini, il privilegio di riceverlo e accompagnarlo sino
al monastero, dove, simbolo della Chiesa fiorentina lo attendeva la
badessa. Si celebravano nella chiesa le nozze, inanellando il Vescovo
la sposa con un ricchissimo anello, e questa offrendogli in dono un
letto suntuosamente montato nella camera stessa di lei, che per quel
giorno, durante intere ventiquattr'ore, uscendone lei, diveniva la
camera del Vescovo novello, sin che, la mattina appresso, i soliti
Visdomini e Tosinghi gli venivano incontro col clero, e lo conducevano
in Domo e lo insediavano. Tutta Firenze accorreva a quelle nozze.
Oltre le due ricordate famiglie, altre ancora, e delle principalissime,
Albizzi, Pazzi, Strozzi, rivestite di privilegi e diritti di questa o
quella parte del cerimoniale, avevano quasi a ogni Sposalizio occasione
di contestazioni, di proteste e di gare. Alla badessa rimaneva il
cavallo col quale era venuto il Vescovo: agli Strozzi, con gran trionfo
di tutto il parentado, la sella. La Chiesa fiorentina aveva avuto il
suo pontefice, e la città una festa di più; nella quale era toccata la
sua parte, e che parte essenziale!, alla donna.