V.

Ma traverso a tutte quelle ideali trasformazioni che l'arte le

apponeva, e a questa vissuta poesia di festeggiamenti e di pompe,

quale fu poi nel segreto della vita reale, fra le pareti domestiche,

figliuola e sorella, moglie e madre, quale, nella Firenze di quell'età,

fu la donna? Scoperchiare i tetti delle case, e sorprendere senz'essere

introdotti la gente che attende tranquillamente a' fatti suoi, e peggio

poi le signore, si è creduto, fino a pochi anni fa, un privilegio di

quel personaggio che sapete, _le Diable boiteux_, sollevato da Renato

Le Sage alla cattedra d'uno de' più grandi e maligni professori di

filosofia morale che il mondo abbia avuto. Fino a pochi anni fa,

quando a me, sfogliando con paziente amore le carte dei Medici avanti

il Principato, occorse di scoprire un'anticipazione del Diavolo Zoppo

di Le Sage nella persona d'un cortigiano de' più cari a Lorenzo e a'

figliuoli suoi, e che con uno di questi, divenuto papa Leone X, finì

cardinale di Santa Chiesa: l'autore della _Calandra_, il Bibbiena; che

in un Prologo a cotesta sua famosa commedia, rimasto inedito anzi fra

le cancellature del primo getto, immagina di fare un giro da camera

a camera femminili, invisibile per forza d'incanto, e mette al nudo

una serie di scenette bizzarre che accadono in questa o in quella,

sul punto del recarsi le donne a una veglia che si fa quella sera

in Firenze. Rassicuratevi: io non voglio entrar terzo fra il giulivo

Cardinale e il diavolo; se già non vi pare che sia ormai posto preso da

messer Guido Biagi, quando l'altro giorno v'introdusse con sì garbata

erudizione, e così intimamente, nelle segrete cose della vita privata

de' nostri vecchi[95].

E qui cade un'avvertenza e una dichiarazione. Quel tanto che la novella

e la commedia fiorentina del Quattrocento e (molto più largamente) del

Cinquecento potrebber dare al ritratto della donna, io credo contenga

troppa meschianza o di classico, o di boccaccevole, o di idealmente

satirico: nè ebbe quell'età, come nel Sacchetti ebbero il Due e il

Trecento da Giano ai Ciompi, un novelliere storico. Io non so in

verità, quanto a buon dritto si possano accettare anche solo come tipi

della famiglia in un dato momento della storia di Firenze i personaggi

della _Mandragora_; ma è poi certissimo che la buona Marietta Corsini

moglie di Niccolò Machiavelli nulla ebbe, povera donna, di simile con

quella alla quale egli, nel suo _Belfagor_, fa sposare il diavolo, e

poi ridurlo a tale disperazione, ch'e' se ne torna a rotta di collo

all'inferno.

E una leggenda di amor coniugale e materno, delle più poetiche e

commoventi, parrebbe, se non fosse dramma pur troppo vero e dramma

sanguinoso, il fatto di Annalena, che lo stesso grande istorico

consacrò alla memoria de' posteri con parole di somma reverenza.

Giunge un messo alle case di Annalena Malatesta, oltrarno, là dove il

popolo memore dice ancora “da Annalena„, e le annunzia “Madonna, il

marito vostro messer Baldaccio, l'hanno morto a ghiado nel Palagio

de' Signori, e precipitato dalla finestra, e mozzagli la testa come

a traditore e malfattore„. Ed ella, che al venturiero d'Anghiari,

valoroso e brutale come condottiero ch'egli è, ha dato, sposa poco più

che dodicenne, il cuore e la fede, e piegata sul suo petto di ferro

l'alterezza gentilizia del sangue che le scende nelle vene da Paolo

Malatesta, il cognato a cui la poesia di Dante fa eterni l'amore e la

pena, il bacio colpevole e l'amplesso infernale; essa, l'Annalena, che

da quel Baldaccio è già madre d'un bambinello, corre, povera donna, a'

Signori, al magistrato crudele che l'ha vedovata, e per quella creatura

innocente riesce a salvare, col pianto, da confisca i suoi beni. Poi

quel figliuolo, il suo Guidantonio, nel quale tutta la vita della madre

fanciulla si era raccolta, le muore; ed ella, ancor giovanissima, si

trova sola, e già vissuta, nel mondo. E allora Annalena, fatta donna

dal dolore, di quella sua casa in lutto fa chiostro, in quelle mura

chiude per sempre e consacra il breve romanzo della sua giovinezza,

le sue nozze e la sua maternità, le amorose imagini e le micidiali,

i ricordi d'una culla e di due bare; nelle stanze stesse dove fu

madre, ritorna vergine a Dio, e madre di vergini invecchia soavemente.

Affettuosa madre, e compassionevole agli splendori e alle lusinghe del

mondo; se uno degli umanisti celebratori di Albiera, proprio a lei,

ad Annalena ormai quasi cinquantenne, rivolgeva una di quelle elegie

latine, e le chiedeva la preghiera sua e delle sue monacelle per la

morta degli Albizzi, “per la giovinetta„, le dice “che tu hai amato

come una tenera madre ama l'unico suo„: parole non so dire se pietose

o crudeli, che il latinista forse scandiva senza pensarci su, ma che

dal cuore della vecchia monaca avran fatte risalire agli occhi le

lacrime della giovine madre. Il monastero d'Annalena, la quale morendo

a sessantaquattr'anni lo raccomandava a Lorenzo de' Medici, fu sin

da' suoi principii tutto cosa della potente famiglia: e nelle stanze

abitate già dalla fondatrice, dalla vedova del condottiero, ebbe asilo

e salvezza, ne' tempi grossi pel nome mediceo, un fanciullo che doveva

essere il principe di quelli armigeri, Giovanni delle Bande Nere.

Ma se cerchiamo la donna, a cui la sventura non invidia nè rapisce

la famiglia, la donna che della famiglia è ornamento e conforto,

esempio e ispirazione, forza e provvidenza, la donna di casa, la

moglie e la madre; alla storia di lei danno tipi ideali, però in

necessaria relazione con la realtà, come pel medioevo più alto i libri

di “reggimento o costume o castigamento„ femminili, così per questo

secolo XV i trattati di _Governo della famiglia_: o con intendimento

piuttosto civile e secolare, quale è nel libro che si abbellisce de'

nomi di Agnolo Pandolfini e di Leon Battista Alberti, e in quella

parte che è didattica delle care pagine di Vespasiano cartolaio; o con

prevalenza del sentimento religioso, siccome nella _Cura familiare_ del

beato Giovanni Dominici, diretta a una valente gentildonna Bartolommea

degli Alberti. Quel tipo ideale, o, diciam meglio, tradizionale e

derivato dalle memorie delle “buone e care„, delle “care compiute et

oneste„ donne, che tanta fragranza di gentili virtù spargono nelle

_Cronache domestiche_ del Trecento, Vespasiano lo effigiò, e anche

con un po' di retorica a suo modo lo colorì tra le figure illustri

dell'età sua, in Alessandra de' Bardi, la moglie di Lorenzo di messer

Palla Strozzi, e madre della vispa Marietta. L'Alessandra è ritratta da

Vespasiano “bellissima e venustissima del corpo quanto gnuna n'avesse

la città di Firenze„; vantaggiata di statura tanto, da fare a meno

delle “pianelle„, supplemento prezioso, pare, per altre fanciulle men

favorite di proporzioni: educata dalla madre sua “con ogni diligenzia„

(maggiore, forse è da credere, che l'esilio del marito e le altre

vicende della famiglia non consentissero poi a lei nell'educazione

di quella sua figliuola): dall'“amare e temere Iddio indótta a uno

moralissimo vivere„: avvezza a “mai perdere tempo che ella non fosse

occupata„, a “mai colle serve di casa non parlare, se non in presenza

della madre„; e “la prima a levarsi la mattina in casa esser lei„:

ammaestrata in “tutte le cose s'appartengono sapere a una donna,

ch'abbia aver cura di famiglia; e massime a lavorare d'ogni cosa, e

di seta e d'altro, come s'appartiene alle donne„, e “imparare tutto

quello che, bisognando, potesse viverne„, e a “saper fare ogni cosa

e sapere insegnare„, dal leggere sino a “ogni minima cosa„ attinente

alle faccende domestiche. “Rarissime volte era mai veduta all'uscio o

a finestra„, (ah Marietta!) “sì perchè non se ne dilettava, e perchè

occupava il tempo in cose laudabili. Menavala la madre il più dei dì

la mattina a una grandissima ora, a udire la messa, tutte col capo

coperto, e col viso ch'appena si vedevano„. Ma questa stessa, che

comincia forse quasi a parervi una monachina di casa, fatta poi sposa,

e venendo a Firenze un'ambasciata imperiale, sentite se sapeva, come

le faccende femminili, altrettanto far bene gli onori, non pur della

casa, ma della città, e d'una città che si chiamava Firenze, la quale

“in questo tempo„ dice il buon Vespasiano “era abbondante e di virtù

e di ricchezze, e la fama sua era per tutto il mondo„; città che “a

quelli ambasciadori parve un altro mondo, rispetto alla grande quantità

di uomini nobili e degni v'erano in quel tempo, e non meno donne

bellissime del corpo e non meno della mente; perchè, sia detto con

pace di tutte le donne e terre d'Italia, Firenze in quel tempo aveva le

più belle e le più oneste donne fussino in Italia, e di loro per tutto

il mondo n'era tal fama„. E descrive un ballo che a quei gentiluomini

dell'Imperatore fu offerto dalla Signoria, in Piazza, sopra un palco

dal lato del Palazzo verso Condotta, con grande apparato di spalliere,

e pancali, e arazzi, e festoni; e i primi giovani della città, vestiti

tutti a un'assisa di drappi verdi ricchissimi, e calzatura di pelle

sino a' fianchi; e le fanciulle e le spose, con ricche vesti accollate

fregiate di perle e di gioie. Alla onoranza di ciascun ambasciatore

deputate due dame: che pel primo di essi sono l'Alessandra, maritata

in quello stesso anno (era il 1482, ed ella n'aveva appena diciotto),

e una Francesca Serristori. Dopo il ballo, si porta in giro la

colezione; ed ecco l'Alessandra servire ella stessa gli ambasciatori,

“con una tovagliuola di rensa in sulla spalla.... con una ismisurata

gentilezza.... facendo riverenza con inchini in fino in terra, naturali

e non isforzati, che pareva non avesse fatto mai altro„. Poi, ballo

di nuovo; e, infine, accompagnamento degli ambasciatori all'albergo,

ciascuno d'essi dando di braccio alle due belle fiorentine, una di qua

e una di là, Alessandra alla diritta: e giunti alla porta dell'albergo,

“il primo ambasciatore si cavò uno bellissimo anello di dito, e donollo

all'Alessandra; di poi se ne cavò un altro, e donollo alla compagna„.

Dopo di che, “salutati le giovani e i giovani, gli ambasciadori

accompagnarono le giovani alle case loro„.

Il biografo quattrocentista, che sul declinare del secolo scriveva

di questa e d'altre donne fiorentine della generazione antecedente,

non finisce mai di far paragoni tra esse e le donne fiorentine del

tempo suo, deplorando lo scadimento del costume e delle consuetudini

più virtuose e severe. In questi lamenti, un po' di parte va fatta

certamente all'abito che fu e sarà sempre di tutti i tempi, del

rimpiangere, per questo o quel rispetto, il passato; un'altra poca,

inoltre, alla disposizione di Vespasiano a trovar che ridire su troppe

cose (figuratevi che una volta vuole e prescrive che le donne “imparino

a non parlare, massime in chiesa„, egli dice; e poi, come se fosse

poco, soggiunge “e in ogni altro luogo„): pur tuttavia, fatte queste

eccezioni, e lasciando lo scherzo, io credo che que' suoi lamenti,

specialmente quando li formula, com'è spesso, in osservazioni positive,

attengano a condizioni reali; e propriamente a quella mutazione che

anche nella vita domestica, di cui la donna è custode e gli atti suoi

sono specchio, avevano indotto le splendidezze, a un poco per volta

sempre più cortigiane, di quei Medici, la cui potenza attraeva oramai,

volere o non volere, con l'interesse e la fortuna delle famiglie, anche

gli affetti, le speranze, i disegni, che più disposta e inchinevole ad

accogliere, in pro della famiglia, e fomentare è la donna.

“Ricòrdati che chi sta co' Medici sempre ha fatto bene, e co' Pazzi el

contradio; che sempre sono disfatti„: così scriveva (e s'era solamente

al 1461, diciassette anni prima della sanguinosa congiura) un'altra

Alessandra pur maritata negli Strozzi, e che essa pure come la Bardi

dagli esilii di quella famiglia ebbe lunghi dolori al suo cuore di

moglie e di madre, ma altresì la consolazione, prima che morisse, di

veder restituiti alla patria, e molto per la efficace materna opera

di lei, i figliuoli, e il maggior d'essi gettare alla grandezza della

sua famiglia quelle fondamenta delle quali è superbo monumento il

loro meraviglioso palazzo: Alessandra Macinghi negli Strozzi, alla

quale un altro monumento con la pubblicazione delle sue _Lettere a'

figliuoli esuli_, che io vorrei avere autorità di raccomandarvi e farvi

care, o Signore, componeva, ne' dì nostri, Cesare Guasti, erudito e

scrittore degno d'interpretare que' dolori, quelle consolazioni, quelle

grandezze.

Lo avvicinarsi ai Medici anime elette come quelle della Macinghi

Strozzi, matrona del cui costume e pietà avrebber potuto compiacersi

la bontà di Antonino arcivescovo o la fierezza di Girolamo Savonarola

(e a qualche pratica durezza piuttosto de' tempi che sua, confido

che, ripensandoci, il nostro Biagi[96] si farà più indulgente), lo

avvicinarsi, dico, di tali anime e famiglie (ne cito un'altra, i

Rucellai) ai Medici, mostra che l'opera di questi era stata non tanto

di corruzione, quanto di acquistare potenza fra i cittadini, prendere

dello stato (è la frase del Machiavelli, e del tempo) quanto a mano a

mano ne veniva ad essi concesso, cosicchè la forza loro sormontasse

invincibilmente su tutte le altezze, preponderasse su tutte le

resistenze, schiacciasse quasi fatalmente tutto ciò che si levasse

contro di loro. “Co' Medici, e non co' Pazzi!„: a quell'affettuoso

ammonimento materno risponde tragicamente, a distanza d'anni, nel

maggio del 78, un'altra voce di donna, anzi lo schianto d'un cuore,

d'un cuore di figliuola, ne' giorni che l'uccisione di Giuliano de'

Medici e le ferite di Lorenzo erano, nel sangue de' congiurati e di

chiunque paresse averli comecchessia favoriti, vendicati come delitti

contro la patria. La figliuola d'uno di costoro, giovane sposa di

vent'anni, Ginevra di Piero Vespucci (cognata della bella Simonetta; e

Piero, uomo, del resto, di poco senno, era stato un tempo deditissimo

a Lorenzo, e giostratore nel 64 in Santa Croce con lui, e armeggiatore

col Benci sotto le finestre della Marietta), scrive, la Ginevra a

Lorenzo, queste parole spezzate dal pianto: (la lettera è inedita e

sfuggita alle ricerche e curiosità erudite): “Amantissimo in luogo di

buon padre. La cagione di questi dolorosi versi si è perchè ieri non vi

potei parlare come desideravo, per potervi pregare e ricordare l'amore

e benivoglienza avete portata in questa casa, e le parole e promesse

fatte a me, e l'umanità dimostrami, quando mi chiamasti sorella: e però

vi priego vogliate accettare e mie' prechi, e ogni amore e promesse

rivolere in questo, e avere misericordia e compassione di noi tutti.

Vorrei vi fussi di piacere considerare la condizione di mio padre, e

specchiarvi in me, e non considerare quello che fa in ogni suo caso,

che non è solo in questo. E priegovi quanto più posso mi facciate

questa grazia; e questo si è, me lo rendiate senza altro segno, e

che la penitenza di questo peccato sia quella che à avuta: chè quando

penso, della età ch'egli è e poco sano, come è stato buon pezo, e ora

di nuovo, colla febbre, essere dove egli è, e avere e' ferri in piè;

che quando ci penso, mi scoppia el cuore. Priegovi abiate pazienza se

questi versi vi danno tedio, e priegovi per l'apportatore mi mandiate

qualche buona risposta; però che chi misericordia fa, misericordia

aspetti: e priego Idio vi metta in cuore, me lo rimandiate istasera:

e se io fussi con Voi, tanto vi pregherei me lo renderesti: e ora

di nuovo ò inteso à avuta della fune. Priegovi non ci vogliate fare

disperare più. Ginevra isventurata.„

Invero, la vita di quelle donne, quale la rivelano e l'aureo volume

del Guasti (che, potendo essere a mano di tutte, io mi son proposto di

lasciare pressochè intatto alla curiosità del cuor vostro, Signore e

Signorine) e lo pubblicazioni che di altri documenti femminili si sono

venute facendo, non solamente si vede essere tutta per la famiglia;

ma che quelle poderose famiglie, Medici, Strozzi, Salviati, Rucellai,

Guicciardini, Soderini, Ridolfi, debbono a coteste donne non piccola

parte della forza che ebbero, a fare quello che fecero. Il Savonarola,

che sulla caduta della supremazia Medicea tentò costruire saldamente

l'edificio del governo popolare, sentì quanto importasse al suo

intendimento avere a ciò profonde basi nella famiglia: pensò, come

la prima delle sue riforme, la riforma del costume; e si rivolse alle

donne. E non tanto, intendo, alle mistiche, quali erano una Visdomini,

una Gianfigliazzi, una anzi due Rucellai; com'a dire le Giacobine di

quello che poc'anzi ho chiamato Terrore Piagnone; giacobine, bensì, che

poi finivano monache, anzi una di esse Beata. Ma alle madri proprio di

famiglia, il Savonarola si rivolgeva: alle donne e a' fanciulli, che

è quanto dire alle forze dell'affetto materno, si rivolgeva, come a

instrumenti politici, con la fede, con cui l'avversario suo papa Borgia

si appoggiava alla spada e al pugnale del suo Valentino. “O donne e

fanciulli, la vostra riforma non è ancora vinta. Dite da mia parte alla

Magnifica Signoria, che questa non è cosa umana, ma di Dio; e fateli

questa imbasciata: che la racconcino se vi è cosa che non stia bene, e

che gli diano la sua perfezione; e che se non lo faranno, e si faranno

beffe delle opere di Dio o le contradieranno, che il Re gli punirà. E

ditegli che non sono Signori, ma ministri del Signore e del Re nostro

Cristo.... A voi, padri e madri, dico: confermate questa cosa a' vostri

figliuoli, perchè non vi è dentro se non buon vivere. Altrimenti Dio

ha apparecchiata la punizione a chi contradirà alle cose sue. Io ve

lo dico certo, e tenetelo a mente.„ Il magnanimo frate fu arso; e

il profeta, smentito dai fatti: ma molta parte di quella generazione

informata da lui rimase fedele a _Popolo e Libertà_, l'antico grido

del Comune glorioso: e que' fanciulli, che ne' carnevali de' Piagnoni

avean ballato intorno al Bruciamento delle vanità (cotesto bruciamento

altra cosa è approvarlo, ed altra intenderlo pel suo verso), que'

fanciulli, fatti uomini sostennero e combatterono, dalle mura di

Firenze assediata, contro il Papa e l'Imperatore, le ultime battaglie

della libertà italiana.

Un'egual gagliardia di sentimenti e di opere; un intenso sforzo di

tutte le energie morali, e un cupo raccoglierle e quasi appuntarle

alla vita pratica, al riuscire; durante que' trentacinqu'anni, che

intercedono fra il rivolgimento popolare nel 1494 e la caduta della

Repubblica nel 1530, animano del pari l'un campo e l'altro: gli eredi

e rivendicatori della libertà manomessa; e gli eredi e sostenitori

delle splendide ambizioni di chi la vuole ormai sopraffatta. Anche

sulle manifestazioni dell'arte, e nella elaborazione del pensiero,

incombe il travaglio dell'ignoto avvenire. Il giardino Mediceo di San

Marco, dove il Poliziano erudiva ne' miti ellenici i pittori e gli

scultori, e nella storia carlovingia Luigi Pulci, e il Ficino cercava

in Platone conciliazioni feconde tra la civiltà pagana e la fede

di Cristo, quel giardino è deserto. Ora è il Machiavelli che nelle

conversazioni degli Orti Oricellarii idealizza le togate figure di Roma

antica, e ne entusiasma i giovani che congiureranno contro i Medici,

mentr'egli da quella grande nostra storia romana dedurrà dottrina di

Stato, destinata a chi, in tristi tempi con tristi mezzi, sappia far

trionfare, per la salvezza d'Italia, un'idea generosa. Ma i Medici,

ne' quali egli vagheggia il suo principe, muoiono giovani: e sulle

loro tombe Michelangiolo scolpisce il Pensiero doloroso e la Notte.

Ben diverso trionfo, e non generoso, alla fortuna della loro famiglia

preparano, fattone strumento le Somme Chiavi, Leone X e Clemente VII:

ma per tutto cotesto periodo, di resistenza e di contrasto, durante

il quale difesa, ritorni, congiure, cacciate, si alternano, per poi

conchiudersi in quella caduta da eroi sulla quale irraggia la sua luce

il Ferruccio, la vita civile e la domestica non sono più nè possono

essere il gaio vivere, a sicura letizia intonato, nel quale, da Cosimo

a Lorenzo, Firenze aveva sorbito lentamente la dissuetudine dalla

libertà. I carnevali del magnifico Lorenzo vecchio de' Medici, come

lo chiamano i contemporanei del nipote suo Lorenzo, che col ducato

d'Urbino anticipa ai Medici il titolo ond'è per coronarsi in Firenze

la loro secolare cupidigia, quei carnevali non tornano più: nè valgono

a rattizzarli le Compagnie del Broncone e del Diamante, nelle quali,

sotto le imprese e i motti e l'auspicio di que' passati splendori, si

raccoglie a darsi piacere la gioventù pallesca. I tempi non sono più

quelli, nè per Firenze, nè pur troppo, dopo la calata di Carlo VIII,

per tutto il resto d'Italia.

E la donna? Fedele custode delle sue tradizioni, in cotesta vita che

è divenuta tutta una guerra guerreggiata di foschi interessi, essa ha

vegliato e veglia agl'interessi del focolare: specialmente la madre.

Quando il magnifico Lorenzo perdette la sua, “Ho perduto„ scrisse “un

unico refugio di molti mia fastidii e sollevamento di molte fatiche,

uno instrumento che mi levava di molte fatiche„. “Tornate a vostra

madre che con tanto desiderio vi aspetta„; scriveva la Macinghi

Strozzi: e ai figliuoli esuli la voce di quella valente vecchia era

come la voce cara della patria, della patria che riapriva loro le

braccia, per tanti anni sì crudelmente serrate. E così la Lucrezia come

l'Alessandra hanno quasi con le loro proprie mani fatto i matrimoni

de' loro figliuoli; sottoponendo al sindacato del loro occhio materno,

nelle possibili nuore, tutto, dalla persona all'animo, ai costumi, al

parentado, alla dote: e fra le passate in rivista dall'Alessandra è,

con non troppo favore, la bella Marietta delle armeggerie e della neve.

Ora la Maria Salviati vedova del gran capitano Giovanni delle Bande

Nere, attende alla futura grandezza del suo Cosimo, che a diciott'anni

improvvisamente duca di Firenze, saprà, educato da quella donna di

alto animo, sottomettere o schiacciare i nemici, se anche si chiamino

Filippo e Piero Strozzi, deludere o respingere le pericolose ambizioni

de' partigiani, se anche si chiamino Francesco Guicciardini. Al buon

avviamento, prima, poi alla salvezza del suo sciagurato figliuolo

Lorenzino de' Medici, si adopera inutilmente la Maria Soderini: ed

essa e le figliuole bellissime, entrate negli Strozzi, la Laudomia e

la Maddalena, e dagli Strozzi entrata nei Ridolfi la Maria figliuola

di Filippo, il gran gentiluomo del secolo, parteciperanno, con gli

accorgimenti animosi e le ispirazioni de' loro cuori di madre, di

sorella, di moglie, all'affaticarsi infruttuoso, non però ingeneroso,

de' fuorusciti, contro l'afforzamento del principato Mediceo.

Protesterà, contro la violenza e il tradimento che lo hanno insediato,

la figliuola d'uno di quei fuorusciti, Giulia di messer Salvestro

Aldobrandini; che nella corte d'Urbino, richiesta da Fabrizio Maramaldo

di ballare con lui, “Levatemivi dinanzi„, gli risponde “chè ammazzaste

così vigliaccamente il Ferruccio„. Ma tra le vittime del novello

principe cadrà una gentile di quella schiera, Luisa Strozzi; sulla cui

tragedia, e su quella che pochi anni appresso involge nel mistero la

morte del padre suo Filippo, aleggiano sinistramente le parole dell'ava

veggente: Chi è contro a' Medici, sarà disfatto. Parole, del resto, che

nella casa degli Strozzi non ha ascoltate una Medici stessa, la madre

della Luisa, la Clarice moglie di Filippo e cospiratrice zelante alle

fortunose ambizioni di lui; anima, piuttosto che di donna, d'uomo e dei

più fieri di quel fiero Cinquecento: la quale ai giovinetti bastardi,

nelle cui mani, sotto i non dissimili auspicii di papa Clemente, il

moto popolare del 1527 trova le redini della signoria Medicea, ha

rinfacciato la passata grandezza de' suoi antenati, fondata sul favore

del popolo; e in nome di questo, nel palagio de' Medici, essa una

Medici autentica, ha loro additata e quasi intimata la via dell'esilio.

Forti donne, alle quali può l'uomo di cui portano il nome commettere

con fede le faccende domestiche, de' figliuoli e del patrimonio, della

casa e della villa; come messer Luigi Guicciardini, mentr'è fuori

Commissario pe' Medici, alla sua monna Isabella, una massaia stupenda,

che io mi onoro d'aver rivelata dalle sue lettere campagnuole:

commettere e raccomandare la custodia del palagio, e il decoro della

casata; che alle mani della moglie di Pierfrancesco Borgherini, madonna

Margherita, saranno sicuri. E quando un Della Palla, incettatore per

re Francesco di Francia di tesori artistici dalle case della nostra

città, si presenta con mandato (pur troppo!) dei Priori alla casa di

monna Margherita a mercanteggiare una sua camera, meravigliosa pe'

lavori di Iacopo da Pontormo, quella davvero nobilissima gentildonna lo

riceve così: “Adunque vuoi essere ardito tu Giovambattista, vilissimo

rigattiere, mercantuzzo di quattro denari, di sconficcare gli ornamenti

delle camere de' gentiluomini, e questa città delle sue più ricche

ed onorevoli cose spogliare, come tu hai fatto e fai tuttavia per

abbellirne le contrade straniere ed i nemici nostri? Io di te non mi

meraviglio, uomo plebeo e nimico della tua patria; ma dei magistrati

di questa città, che ti comportano queste scelerità abominevoli.

Questo letto che tu vai cercando per lo tuo particolare interesse e

ingordigia di danari, come che tu vada il tuo mal animo con finta pietà

ricoprendo„, cioè di conciliare a Firenze assediata la benevolenza del

Re “è il letto delle mie nozze, per onor delle quali Salvi mio suocero

fece tutto questo magnifico e regio apparato, il quale io riverisco

per memoria di lui e per amore di mio marito, ed il quale io intendo

col proprio sangue e con la stessa vita difendere. Esci di questa casa

con questi tuoi masnadieri, Giovambattista; e va', di' a chi qua ti

ha mandato comandando che queste cose si lievino dai luoghi loro, che

io son quella che di qua entro non voglio che si muova alcuna cosa:

e se essi, i quali credono a te uomo dappoco e vile, vogliono il re

Francesco di Francia presentare, vadano e sì gli mandino, spogliandone

le proprie case, gli ornamenti e letti delle camere loro. E se tu sei

più tanto ardito che tu venga per ciò a questa casa, quanto rispetto

si debba da' tuoi pari avere alle case de' gentiluomini, ti farò con

tuo gravissimo danno conoscere„. La conversazione o, se anche vogliamo,

l'amplificazione di queste generose parole di donna in una pagina del

buon Vasari, mi pare debba riconciliarci alquanto con l'oratoria dei

Cinquecentisti. Ma voi, quando nel Palagio del Potestà passate innanzi

ad un mirabile cammino in pietra di Benedetto da Rovezzano, che da

una sala appunto delle case che furono de' Borgherini colà trasferito,

è ormai assicurato al patrimonio intangibile della nazione italiana,

siate superbe, o gentildonne fiorentine, della vostra concittadina; e

se mai occorresse, ricordatevi dell'esempio ch'ella vi ha dato.

Che se la Margherita e l'Isabella favoreggiano, e la Maria Salviati

Medici rappresenta essa stessa potentemente quella parte Medicea dalla

quale, almeno in quel truce epilogo delle sue ambizioni, rifuggono

le simpatie di noi tutti (compreso, senza dubbio, l'apologista

dotto e sagace, per la cui eloquenza ha in questa sala rivissuto una

genialissima ora di vita il magnifico Lorenzo)[97]; se la Clarice

Medici Strozzi, e le gentildonne de' fuorusciti, agitano in petto,

insieme con altre passioni più nobili, gl'interessi altresì e i

rancori di ambizioni men della Medicea fortunate; non mancano poi

alla libertà che muore, non mancano dal popolo che per lei combatte

senz'altra ambizione nè amore che non sia essa stessa la libertà, le

sue eroine. Eroine anonime, come le dà la plebe, generosa de' nomi non

meno che del sangue (così non ne fosse prodiga anche a chi la inganna

e la sfrutta!); anonime, e nella veglia del malinconico inverno de'

casolari affigurate in leggenda. Tale la Lucrezia Mazzanti figlinese,

che nei gorghi del suo Arno cerca scampo alle brutali violenze della

soldataglia imperiale e papale: matura sposa quarantenne, ma che il

popolo vuole restituita alla poesia dell'intatta giovinezza, mentre

alla novella Lucrezia romana dedicano il loro latino gli ultimi

umanisti del Rinascimento, che il Bruto cesaricida esalteranno in

Lorenzino de' Medici. E dalle popolari memorie, nella storia del tempo

raccolte, effigiò modernamente il Guerrazzi, quando ne' duri anni

della servitù d'Italia volle essere l'Omero della libertà fiorentina,

quella che egli denominò monna Ghita setaiuola in Borgo San Friano:

“alta della persona, magra, adusta dal sole, sicchè sembrava di colore

del rame; i muscoli del collo grossi e protuberanti, le vene turgide,

le labbra vermiglie, e comunque tacessero, agitate; le narici ansose,

gli occhi fulgidissimi, perpetuamente volgentisi da un lato all'altro;

i contorni del volto squadrati, la faccia ossuta„; una Parca di

Michelangiolo: la quale, vedova e povera, dà alla difesa della patria

le buccole d'oro delle dónora maritali, e il figliuolo unico: “il mio

Ciapo di sedici anni e otto mesi, perchè deve entrare ne' diciassette

come si arriva alla festa di San Zanobi„; dopo fattogli giurare sul

Crocifisso il giuramento con che la Spartana consegnava al figliuolo

lo scudo: O con questo, o su questo. Ultima espansione da cuore di

madre popolana, dell'amor di patria nel sacrifizio della famiglia.

Succederanno i tempi ne' quali il popolo italiano dovrà dimenticare

d'avere una patria, cercar nelle gride (povero Renzo!) il diritto

d'avere una famiglia: e agli oppressi dalla doppia tirannide, politica

e sociale, non rimarrà altra voce, se non il pianto di Lucia che dice

addio a' suoi monti.

La vita Italiana nel Rinascimento: Conferenze tenute a Firenze nel 1892 · 第 33 / 93 题