III.

Se non che l'arte, la poesia, non sono esse la poesia della vita:

possono, della vita, adombrare con le loro imagini, e idealizzare,

la realtà; ma quelle imagini dalla realtà si distaccano, hanno

propria esistenza, alla quale la realtà rimane estranea od anco può

contraddire. Beatrice è donna; addiviene angelo, simbolo, ente: Laura

è moglie e madre; la poesia la restituisce, libera, alle idealità

dell'amore. Le idealità del Trecento, paesane e cristiane, e umane

almen tanta parte quanta è umano lo spirito, il Rinascimento le aveva,

sin dove potè, sopraffatte con l'umanesimo della materia, con la

sua mitologia, co' suoi ninfali, co' suoi baccanali, incominciando

a svolgere dal dischiuso gomitolo dell'antichità classica quel filo

che, sottile ma tenace, si continuò poi per tutta la poesia italiana

non pure sino alle _Grazie_ d'Ugo Foscolo, che al rito delle sue Dee

consacrava sacerdotessa anche una gentildonna fiorentina, ma sino

sull'_Urania_ del Manzoni che precede gl'_Inni sacri_ e i _Promessi

Sposi_. Nella poesia del Quattrocento, dal Boccaccio al Poliziano e a

Lorenzo, le ninfe Simonetta e Ambra non sono che due figure spiccate

dall'idillio fiesolano, nel quale messer Giovanni ha classicizzato

e paganeggiato, con gli amori d'Affrico e di Mensola, le origini di

Firenze. Da Poggio a Caiano per Careggi e Montughi fino a Settignano

e Maiano, lungo tutto questo nostro sub-appennino gentile, le Driadi

e le Amadriadi, le Naiadi e le Napee, con tutta quanta la fauna del

loro corteo mascolino, danzano allegramente alla luce misteriosa dei

plenilunii, che pur si diffonde sulla Badia medicea di Brunellesco, e

da' finestroni della vecchia cattedrale di Fiesole investe le animate

sculture di Mino, lumeggia della cristiana aureola la Vergine e i Santi

di frate Giovanni Angelico. Muore in una sua villa, forse a Quarto,

una giovine gentildonna, che a prezzo della propria salva la vita

al suo bimbo pericolante nel crollare d'una tettoia del contadino.

E la cronaca cittadina, compilata sulla cetra dei latinisti, esalta

questa devozione di madre alla sua creatura, sapete come? con inveire

contro gli Dei Lari che non hanno sorretta quella tettoia, contro le

divinità campestri le quali hanno attratta in villa la bella Alba

(un'altra Albiera), che Venere avrebbe dovuto proteggere: e tutto

questo, pur descrivendo, e non senza efficacia, lo strazio del marito,

che, lontano da Firenze, torna quando la sua povera moglie è ormai

sotterra, e vuole a forza alzare la pietra di quella sepoltura, e che

le care contraffatte sembianze siano restituite una suprema volta al

suo disperato dolore. La famosa brigata delle gentili donne fiorentine,

che fuggendo i dolori e i pericoli della pestilenza del 1348 è dal gran

novelliere immaginata ritrarsi in una di quelle vallette, ci perde

i nomi con che sono state battezzate in San Giovanni, per divenire

Pampinee o Neifili, e le loro fantesche Misia Licisca Stratilia,

e Sisisco il cuoco, e Panfilo Filostrato Dioneo la fauna de' loro

amatori: con tanta verità, quanta ne è in cotesto calunniare la donna,

sia di quello sia di qualunque altro secolo, apponendole che dove si

soffre e si muore ella se ne vada in campagna, invece di rimanere ferma

e fedele al suo posto. Tanta verità in ciò (Voi non mel concedereste se

lo affermassi, o donne gentili), quanta nella bizzarria germogliata,

non si sa come, in testa al buon Franco Sacchetti, d'una _Battaglia

delle belle donne di Firenze con le vecchie_, le giovani schierate

sotto il gonfalone di Venere, le vecchie sotto quello dell'infernale

Proserpina; il tutto in quattro cantàri d'ottave mal connesse, con

volgare strazio d'ogni nobile affetto e un pocolino anche del buon

senso, che informa invece così finamente le novelle di quel medesimo

Franco. Tanta verità in ciò, quanta (per tacer d'altre siffatte

volgarità) nella fantasia, incarnatasi bensì in una delle più belle

prose di nostra lingua, _Le bellezze delle donne_; le quali bellezze

don Agnolo Firenzuola immagina, in un'altra brigata boccaccevole, siano

da quel suo Celso, che è poi lui stesso senza la cherica, analizzate

pezzo per pezzo, più o meno velati, sulla persona di quelle sue (al

solito sbattezzate) monna Lampiada, monna Amorrorisca, e Verdespina, e

Selvaggia, ascoltatici e interlocutrici: anatomia estetica, possibile

forse ad eseguirsi laggiù nella Magna Grecia in servigio di Zeusi

quando dipingeva la sua Elena, ma non già in Prato, nell'orto della

badia di Grignano, l'anno di grazia millecinquecento tanti, in una

veglia, quale quella vuole pur essere, di donne non dimentiche di sè

medesime.

La vita Italiana nel Rinascimento: Conferenze tenute a Firenze nel 1892 · 第 31 / 93 题