Se non che l'arte, la poesia, non sono esse la poesia della vita:
possono, della vita, adombrare con le loro imagini, e idealizzare,
la realtà; ma quelle imagini dalla realtà si distaccano, hanno
propria esistenza, alla quale la realtà rimane estranea od anco può
contraddire. Beatrice è donna; addiviene angelo, simbolo, ente: Laura
è moglie e madre; la poesia la restituisce, libera, alle idealità
dell'amore. Le idealità del Trecento, paesane e cristiane, e umane
almen tanta parte quanta è umano lo spirito, il Rinascimento le aveva,
sin dove potè, sopraffatte con l'umanesimo della materia, con la
sua mitologia, co' suoi ninfali, co' suoi baccanali, incominciando
a svolgere dal dischiuso gomitolo dell'antichità classica quel filo
che, sottile ma tenace, si continuò poi per tutta la poesia italiana
non pure sino alle _Grazie_ d'Ugo Foscolo, che al rito delle sue Dee
consacrava sacerdotessa anche una gentildonna fiorentina, ma sino
sull'_Urania_ del Manzoni che precede gl'_Inni sacri_ e i _Promessi
Sposi_. Nella poesia del Quattrocento, dal Boccaccio al Poliziano e a
Lorenzo, le ninfe Simonetta e Ambra non sono che due figure spiccate
dall'idillio fiesolano, nel quale messer Giovanni ha classicizzato
e paganeggiato, con gli amori d'Affrico e di Mensola, le origini di
Firenze. Da Poggio a Caiano per Careggi e Montughi fino a Settignano
e Maiano, lungo tutto questo nostro sub-appennino gentile, le Driadi
e le Amadriadi, le Naiadi e le Napee, con tutta quanta la fauna del
loro corteo mascolino, danzano allegramente alla luce misteriosa dei
plenilunii, che pur si diffonde sulla Badia medicea di Brunellesco, e
da' finestroni della vecchia cattedrale di Fiesole investe le animate
sculture di Mino, lumeggia della cristiana aureola la Vergine e i Santi
di frate Giovanni Angelico. Muore in una sua villa, forse a Quarto,
una giovine gentildonna, che a prezzo della propria salva la vita
al suo bimbo pericolante nel crollare d'una tettoia del contadino.
E la cronaca cittadina, compilata sulla cetra dei latinisti, esalta
questa devozione di madre alla sua creatura, sapete come? con inveire
contro gli Dei Lari che non hanno sorretta quella tettoia, contro le
divinità campestri le quali hanno attratta in villa la bella Alba
(un'altra Albiera), che Venere avrebbe dovuto proteggere: e tutto
questo, pur descrivendo, e non senza efficacia, lo strazio del marito,
che, lontano da Firenze, torna quando la sua povera moglie è ormai
sotterra, e vuole a forza alzare la pietra di quella sepoltura, e che
le care contraffatte sembianze siano restituite una suprema volta al
suo disperato dolore. La famosa brigata delle gentili donne fiorentine,
che fuggendo i dolori e i pericoli della pestilenza del 1348 è dal gran
novelliere immaginata ritrarsi in una di quelle vallette, ci perde
i nomi con che sono state battezzate in San Giovanni, per divenire
Pampinee o Neifili, e le loro fantesche Misia Licisca Stratilia,
e Sisisco il cuoco, e Panfilo Filostrato Dioneo la fauna de' loro
amatori: con tanta verità, quanta ne è in cotesto calunniare la donna,
sia di quello sia di qualunque altro secolo, apponendole che dove si
soffre e si muore ella se ne vada in campagna, invece di rimanere ferma
e fedele al suo posto. Tanta verità in ciò (Voi non mel concedereste se
lo affermassi, o donne gentili), quanta nella bizzarria germogliata,
non si sa come, in testa al buon Franco Sacchetti, d'una _Battaglia
delle belle donne di Firenze con le vecchie_, le giovani schierate
sotto il gonfalone di Venere, le vecchie sotto quello dell'infernale
Proserpina; il tutto in quattro cantàri d'ottave mal connesse, con
volgare strazio d'ogni nobile affetto e un pocolino anche del buon
senso, che informa invece così finamente le novelle di quel medesimo
Franco. Tanta verità in ciò, quanta (per tacer d'altre siffatte
volgarità) nella fantasia, incarnatasi bensì in una delle più belle
prose di nostra lingua, _Le bellezze delle donne_; le quali bellezze
don Agnolo Firenzuola immagina, in un'altra brigata boccaccevole, siano
da quel suo Celso, che è poi lui stesso senza la cherica, analizzate
pezzo per pezzo, più o meno velati, sulla persona di quelle sue (al
solito sbattezzate) monna Lampiada, monna Amorrorisca, e Verdespina, e
Selvaggia, ascoltatici e interlocutrici: anatomia estetica, possibile
forse ad eseguirsi laggiù nella Magna Grecia in servigio di Zeusi
quando dipingeva la sua Elena, ma non già in Prato, nell'orto della
badia di Grignano, l'anno di grazia millecinquecento tanti, in una
veglia, quale quella vuole pur essere, di donne non dimentiche di sè
medesime.