VIII.

Ma queste leggi suntuarie, ritoccate o come oggi direbbero

“rimaneggiate„ ogni momento, più che offendere le donne colpivan

la borsa dei loro mariti; nè, giova notarlo, si restringevano agli

ornamenti, sibbene frenavano o volevan frenare anche il lusso e

l'abbondanza delle nozze, dei battesimi, dei conviti e dei funerali.

I cortei nuziali non potevano eccedere il numero di dugento persone. I

sensali de' matrimoni dovevano denunziare innanzi i nomi degl'invitati.

Le _donora_ alla sposa eran regolate dalla legge, e così le cerimonie

nuziali; il cuoco “il quale dovrà apparecchiare per qualche sposalizio„

era tenuto a rapportare all'ufficiale del Comune il numero delle

vivande e dei piattelli, e le vivande non potevano essere più di

tre: non più di sette libbre di vitella, e i capponi, i paperi o gli

anitroccoli permessi dagli statuti. Del pari eran regolate le esequie,

il numero dei torchi di cera, le vesti dei morti e dei congiunti che

seguivano il funerale: i doni dei battesimi.... insomma ogni benchè

menoma cosa[49]. Chi contravvenisse a tali disposizioni, condannato a

multe assai gravi.

Perchè il Comune, anche allora, cercava dovunque argomenti per tasse,

gravami e balzelli, e lo studio dei cittadini, massime di quei furbi

mercanti, era tutto in cercare di alleggerirsi delle gravezze, di

rubare con qualche onesta licenza[50].

“_Il Comune ruba tanto altrui, che io posso ben rubar lui_„, è un

dettato antico riferito dal Sacchetti[51]; il quale anche lamenta le

lungaggini nelle pratiche del Comune, perfino verso chi volea donargli

le proprie castella[52]. Ciascuno tirava l'acqua al suo mulino, dice

Marchionne Stefani, e anch'egli aveva il mulino suo[53]. S'ingegnavano

tutti a difendersi dalle gravezze e com'è sempre usanza, scrive quel

cronista, “gli animali grossi e possenti saltano e rompono le reti„.

Anche Francesco Datini, accostandosi a quelli che tenevan lo Stato,

provvide a' casi suoi, in quegli anni nei quali “le guerre combattute

con le armi de' mercenari e le paci fatte a furia di denaro esigevano

che la imposta si riscotesse in un anno dieci e quindici volte[54]„.

Chi non potea con le amicizie e i favori, ci riusciva con l'astuzia,

come Bartolo Sonaglini che, essendosi per porre molte gravezze,

scendeva ogni mattina sull'uscio di casa e contava a tutti le sue

miserie, dicendo: “Oimè, fratel mio, io son disfatto.„ “E' mi converrà

o dileguarmi dal mondo o morir prigione„[55]; onde quando vennero alla

partita di lui ciascuno dicea: Egli è diserto, e guardasi per debito;

e l'un dicea: E' dice il vero, chè pure una di queste mattine non

ardiva d'uscir di casa. E l'altro dicea: E anco così disse a me.... Sia

come si vuole, dicono gli altri, e' si vuole trattar secondo povero,

e tutti a una voce gli posono tanta prestanza, quanta si porrebbe a

uno miserabile, o poco più.„ Fatte le prestanze e passato il pericolo,

Bartolo cominciò a uscir fuori e andava dicendo d'esser per accomodarsi

coi creditori; e così, a furia di ciance, si liberò dalle prestanze,

“dove molti altri più ricchi di lui ne rimasono disfatti„.

La vita Italiana nel Rinascimento: Conferenze tenute a Firenze nel 1892 · 第 19 / 93 题