Ma queste leggi suntuarie, ritoccate o come oggi direbbero
“rimaneggiate„ ogni momento, più che offendere le donne colpivan
la borsa dei loro mariti; nè, giova notarlo, si restringevano agli
ornamenti, sibbene frenavano o volevan frenare anche il lusso e
l'abbondanza delle nozze, dei battesimi, dei conviti e dei funerali.
I cortei nuziali non potevano eccedere il numero di dugento persone. I
sensali de' matrimoni dovevano denunziare innanzi i nomi degl'invitati.
Le _donora_ alla sposa eran regolate dalla legge, e così le cerimonie
nuziali; il cuoco “il quale dovrà apparecchiare per qualche sposalizio„
era tenuto a rapportare all'ufficiale del Comune il numero delle
vivande e dei piattelli, e le vivande non potevano essere più di
tre: non più di sette libbre di vitella, e i capponi, i paperi o gli
anitroccoli permessi dagli statuti. Del pari eran regolate le esequie,
il numero dei torchi di cera, le vesti dei morti e dei congiunti che
seguivano il funerale: i doni dei battesimi.... insomma ogni benchè
menoma cosa[49]. Chi contravvenisse a tali disposizioni, condannato a
multe assai gravi.
Perchè il Comune, anche allora, cercava dovunque argomenti per tasse,
gravami e balzelli, e lo studio dei cittadini, massime di quei furbi
mercanti, era tutto in cercare di alleggerirsi delle gravezze, di
rubare con qualche onesta licenza[50].
“_Il Comune ruba tanto altrui, che io posso ben rubar lui_„, è un
dettato antico riferito dal Sacchetti[51]; il quale anche lamenta le
lungaggini nelle pratiche del Comune, perfino verso chi volea donargli
le proprie castella[52]. Ciascuno tirava l'acqua al suo mulino, dice
Marchionne Stefani, e anch'egli aveva il mulino suo[53]. S'ingegnavano
tutti a difendersi dalle gravezze e com'è sempre usanza, scrive quel
cronista, “gli animali grossi e possenti saltano e rompono le reti„.
Anche Francesco Datini, accostandosi a quelli che tenevan lo Stato,
provvide a' casi suoi, in quegli anni nei quali “le guerre combattute
con le armi de' mercenari e le paci fatte a furia di denaro esigevano
che la imposta si riscotesse in un anno dieci e quindici volte[54]„.
Chi non potea con le amicizie e i favori, ci riusciva con l'astuzia,
come Bartolo Sonaglini che, essendosi per porre molte gravezze,
scendeva ogni mattina sull'uscio di casa e contava a tutti le sue
miserie, dicendo: “Oimè, fratel mio, io son disfatto.„ “E' mi converrà
o dileguarmi dal mondo o morir prigione„[55]; onde quando vennero alla
partita di lui ciascuno dicea: Egli è diserto, e guardasi per debito;
e l'un dicea: E' dice il vero, chè pure una di queste mattine non
ardiva d'uscir di casa. E l'altro dicea: E anco così disse a me.... Sia
come si vuole, dicono gli altri, e' si vuole trattar secondo povero,
e tutti a una voce gli posono tanta prestanza, quanta si porrebbe a
uno miserabile, o poco più.„ Fatte le prestanze e passato il pericolo,
Bartolo cominciò a uscir fuori e andava dicendo d'esser per accomodarsi
coi creditori; e così, a furia di ciance, si liberò dalle prestanze,
“dove molti altri più ricchi di lui ne rimasono disfatti„.