Già i tempi maturavano. Dell'antica e proverbiata semplicità, in tanta
sete di guadagni, rimanevano monumento vivente, ma pur rispettato,
soltanto quei vecchioni di cui Donato Velluti ci porge uno stupendo
ritratto, vivo e vigoroso come una figura di Andrea del Castagno.
“Bonaccorso di Piero, fu uno ardito, forte e aitante uomo, e molto
sicuro nell'arme. Fece di grandi prodezze e valentie, e sì per lo
Comune e sì in altri luoghi. Tutte le carni sue erano ricucite, tante
ferite avea avute in battaglie e zuffe. Fu grande combattitore contr'a
Paterini e Eretici.... Era di bella statura, di membra forti e bene
complesso. Vivette ben 120 anni, ma ben 20 anni perdette il lume,
innanzi morisse, per vecchiaia. Fu chiamato Corso, e benchè fosse
così vecchio, udii dire che la carne sua avea sì soda, che non si
potea attortigliare, e se avesse preso qualunque giovane più atante
in su l'omero, l'avrebbe fatto accoccolare. Intesesi anche bene di
mercatanzia, e fecela molto lealmente; intanto era creduto, che venuti
i panni melanesi in Firenze da Melano (de' quali molti ne faceano
venire) e tutti gli spacciava innanzi fossono aperte le balle; molti ne
faceano tignere qui, e perch'era sì diritto, udii dire che un Giovanni
del Volpe loro fattore veggendo sì grande spaccio di detti panni,
pensò nella tinta fare avanzare più la compagnia, e più debolmente,
e con meno costo gli facea tignere; di che essendo passato un tempo i
detti panni non avevano quel corso soleano: di che cercando la cagione,
trovarono che era stato per la sottilità del detto Giovanni, di che
egli il volea pure uccidere.
“Il detto Bonaccorso avendo perduto il lume, il più si stava in casa.
Avea di dietro al palagio di Via Maggio.... un verone lungo quanto
tenea il detto palagio, in sul quale rispondea tre camere dal lato di
dietro, per le quali egli andava, e tanto andava in qua e in là ogni
mattina, che facea ragione essere ito tre o quattro miglia, e fatto
questo asciolvea, e l'asciolvere suo non era manco di due pani, e poi
a desinare mangiava largamente, perocchè era grande mangiante: e così
passava la sua vita. Ora perchè si sappia come morì, udii dire a mio
padre, che gli venne voglia andare alla stufa, e così andò, nella quale
stufa s'incosse un piede; di che essendo tornato e veggendo che per
essa cagione non potea andare, nè fare il suo usato esercizio, in sul
verone, immantinente sì si (ac)cusò morto. Or avvenne in quel tempo
che Filippo suo figliuolo, e mio avolo che fu, menando Monna Gemma
de' Pulci sua seconda donna, avendo il dì molto motteggiato dicendo:
_ora farebbe bisogno a me d'avere moglie, più ch'a figliolmò, che
m'aitasse_, e molte altre ciance, gli venne voglia, essendo sul letto,
farsi portare in sul lettuccio da sedere: di che chiamato mio padre e
Gherardo suoi nipoti, avendosi colle mani e braccia appoggiato in sulle
spalle loro; subitamente per grande vecchiezza la vita gli venne meno,
e morì„[56]