Ma di quell'_Archivio_ stesso _della Grascia_ e di quei disgraziati
ufficiali, costretti a un cómpito così disumano, di quei poveri
potestà e capitani, cavalieri, giudici, notai e famigli che dalle città
guelfe di Lombardia e delle Marche venivano in Firenze a sostenere le
parti di rettore, a contrastare nel loro rozzo dialetto, beffato dai
novellieri borghesi, con le lingue arrotate delle donne e de' loro
mariti, ancor si conserva un documento curioso. Chi non ricorda la
novella[46] di Franco Sacchetti, in cui narra le tribulazioni di “uno
judice di ragione„, Messer Amerigo Amerighi da Pesaro, “bellissimo uomo
del corpo„, e ancora “valentissimo della sua scienza„, il quale ebbe
mandato, mentre Franco era de' Priori nella nostra città, di proceder
sollecitamente ad eseguire certi “nuovi ordini„, al solito “sopra gli
ornamenti delle donne?„ Il valente giudice si pone all'opera, e manda
attorno il notaio, e i famigli, a fare inquisizioni; ma i cittadini
vanno a' Signori e dicono “che l'officiale nuovo fa sì bene il suo
officio, che le donne non trascorsono mai nelle portature come al
presente fanno.„
Or ecco la discolpa di Messer Amerigo: “Signori miei, io ho tutto il
tempo della vita mia studiato, per apparar ragione; e ora, quando io
credea sapere qualche cosa, io trovo che io so nulla; perocchè cercando
degli ornamenti divietati alle vostre donne per gli ordini che m'avete
dati, sì fatti argomenti non trovai mai in alcuna legge, come son
quelli che elle fanno; e fra gli altri ve ne voglio nominare alcuni.
E si truova una donna col becchetto frastagliato avvolto sopra il
cappuccio. Il notaio mio dice: Ditemi il nome vostro, perocchè avete
il becchetto intagliato. La buona donna piglia questo becchetto, che
è appiccato al cappuccio con uno spillo e recaselo in mano, e dice
ch'egli è una ghirlanda. Or va' più oltre, truovo molti bottoni portare
dinanzi. Dicesi a quella che è truovata: Questi bottoni voi non potete
portare. E quella risponde: Messer sì, posso, chè questi non sono
bottoni, ma sono coppelle; e se non mi credete, guardate, e' non hanno
picciuolo; e ancora, non c'è niuno occhiello. Va il notaio all'altra
che porta gli ermellini, e dice: Che potrà apporre costei? Voi portate
gli ermellini. E la vuole scrivere. La donna dice: Non iscrivete, no;
chè questi non sono ermellini, anzi sono lattizzi. Dice il notaio: Che
cos'è questo lattizzo? E la donna risponde: È una bestia„. E il notaio
non insiste, come non sanno insistere i magnifici signori Priori, che
si ricordano delle loro donne lasciate a casa, e conchiudono, come
hanno sempre conchiuso in Palagio, esortando messer Amerigo a tirar
via, e lasciar “correre le ghirlande per becchetti e le coppelle e i
lattizzi, e' cinciglioni„.
Non volevano forse che il giudice pesarese avesse a ricordare il
malinconico distico che un suo collega della _Mercanzia_ aveva scritto
sul margine degli _Statuti_:
“S' tu ài niuno a chi tu vogli male
“Mandallo a Firenze per uficiale.[47]
Pur questa volta, la novella del Sacchetti è verace documento di
storia; l'_Archivio della Grascia_ serba gli _Atti civili del Giudice
degli appelli e nullità_, e fra quei protocolli appunto ve n'è uno di
Giovanni di Piero da Lugo, notaio del dottore in legge ser Amerigo di
Pesaro, ufficiale della Grascia del Comune di Firenze, per sei mesi, a
cominciare dal XV marzo 1384.
Quel giorno stesso l'Amerighi pubblicò, a' soliti luoghi, un bando per
ricordare le pene delle leggi contro chi trasgrediva alla _Prammatica
sopra 'l vestire_. E il 27 marzo cominciarono per parte degli ufficiali
le inquisizioni. Vedevano per via alcuna donna con due anelli, ornati
di quattro perle, con una cappellina di velluto nero ricamata, con una
ghirlanda, con una delle abbottonature proibite? E subito si contestava
alle malcapitate (diciamolo col frasario odierno) la contravvenzione.
Andava il messo alle case con un “mandato di comparizione„, e il giorno
fissato compariva per la moglie il marito, che riconosceva l'errore e
pagava la multa. Così s'andò innanzi un bel po'; ma più tardi dovettero
le donne, ammaliziate, cominciare quelle contestazioni, accennate
dal novelliere, e naturalmente omesse nel protocollo del notaio. Le
inquisizioni si fanno più rare, le condanne meno frequenti e i mariti
che compariscono principiano a negare la reità delle mogli, con validi
argomenti: una è troppo vecchia perchè possano imputarsele siffatti
trascorsi, un'altra era in casa quel tal giorno a quella tale ora, una
terza è in lutto e così via.... E il protocollo si chiude quasi senza
registrare più nessuna condanna.
La Signoria e il giudice prima di lei si son dati per vinti; ma non
senza sospetto che quelli ufficiali, quei notai, deputati all'odioso
ministero, non si fossero lasciati vincere dal fuoco di qualche
bell'occhio, dalle carezze di qualche voce lusingatrice. Ahimè nelle
coperte della _Prammatica_ di quel tempo, leggiamo la confessione, lo
sfogo d'un cuore innamorato, prezioso documento umano fra le pedanterie
curialesche degli _Statuti_. Udite:
Li dulci canti e le brigate oneste
Gli uccelli, i cani e l'andar sollazzando,
Le vaghe donne, i templi e le gran feste
Che per amore solea ir cercando.
Ora fuoco mi sono, oimè moleste,
Quantunque vengo con meco pensando
Che tu dimori di qui or(a) lontana
Dolce mio bene e speme mia sovrana!
Le donne avean trovato alleati nella famiglia del Giudice di ragione:
la loro causa era vinta!
Ma per poco, giacchè quasi periodicamente si tornò ad infierire contro
la vanità femminile, e altre bufere scoppiarono, sempre di breve
durata. Anche tremendi avversari ebbero ne' moralisti che nei trattati
del _Governo della famiglia_, seguitavano a battere cotesto tasto
(valga l'esempio del Palmieri); peggiori nemici ne' frati, invasi dal
furore di purgare il mondo dai peccati.
Frate Bernardino da Siena nel 1425 continuò a Perugia quei bruciamenti
delle vanità che l'anno innanzi aveva iniziato a Roma, facendo
un gran falò di “capelli posticci e contraffatti, d'ogni lasciva
portatura, di balzi da scuffie„, dadi, carte, tavolieri “e altre
cose diaboliche„, preludendo alle grandi fiammate che nel 1497 fece
a Firenze il Savonarola, e che gli furono di pessimo augurio. Ma fra
tanti oppositori, non mancavano i buoni avvocati. Nell'aprile 1461
un predicatore che aveva vociato dal pergamo in Santa Croce contro
le donne, ricorse alla Signoria, e nel _Consiglio dei Richiesti_ si
trattò, nientemeno, di proibire la moda. Ma Luigi Guicciardini, padre
al grande storico e politico, disse aver risposto a un milanese,
giudicante a sproposito dell'onestà delle donne fiorentine dall'abito
sfoggiato e dall'incedere, che se l'abito parea disonesto, elleno erano
a' fatti assai diverse[48].