VII.

Ma di quell'_Archivio_ stesso _della Grascia_ e di quei disgraziati

ufficiali, costretti a un cómpito così disumano, di quei poveri

potestà e capitani, cavalieri, giudici, notai e famigli che dalle città

guelfe di Lombardia e delle Marche venivano in Firenze a sostenere le

parti di rettore, a contrastare nel loro rozzo dialetto, beffato dai

novellieri borghesi, con le lingue arrotate delle donne e de' loro

mariti, ancor si conserva un documento curioso. Chi non ricorda la

novella[46] di Franco Sacchetti, in cui narra le tribulazioni di “uno

judice di ragione„, Messer Amerigo Amerighi da Pesaro, “bellissimo uomo

del corpo„, e ancora “valentissimo della sua scienza„, il quale ebbe

mandato, mentre Franco era de' Priori nella nostra città, di proceder

sollecitamente ad eseguire certi “nuovi ordini„, al solito “sopra gli

ornamenti delle donne?„ Il valente giudice si pone all'opera, e manda

attorno il notaio, e i famigli, a fare inquisizioni; ma i cittadini

vanno a' Signori e dicono “che l'officiale nuovo fa sì bene il suo

officio, che le donne non trascorsono mai nelle portature come al

presente fanno.„

Or ecco la discolpa di Messer Amerigo: “Signori miei, io ho tutto il

tempo della vita mia studiato, per apparar ragione; e ora, quando io

credea sapere qualche cosa, io trovo che io so nulla; perocchè cercando

degli ornamenti divietati alle vostre donne per gli ordini che m'avete

dati, sì fatti argomenti non trovai mai in alcuna legge, come son

quelli che elle fanno; e fra gli altri ve ne voglio nominare alcuni.

E si truova una donna col becchetto frastagliato avvolto sopra il

cappuccio. Il notaio mio dice: Ditemi il nome vostro, perocchè avete

il becchetto intagliato. La buona donna piglia questo becchetto, che

è appiccato al cappuccio con uno spillo e recaselo in mano, e dice

ch'egli è una ghirlanda. Or va' più oltre, truovo molti bottoni portare

dinanzi. Dicesi a quella che è truovata: Questi bottoni voi non potete

portare. E quella risponde: Messer sì, posso, chè questi non sono

bottoni, ma sono coppelle; e se non mi credete, guardate, e' non hanno

picciuolo; e ancora, non c'è niuno occhiello. Va il notaio all'altra

che porta gli ermellini, e dice: Che potrà apporre costei? Voi portate

gli ermellini. E la vuole scrivere. La donna dice: Non iscrivete, no;

chè questi non sono ermellini, anzi sono lattizzi. Dice il notaio: Che

cos'è questo lattizzo? E la donna risponde: È una bestia„. E il notaio

non insiste, come non sanno insistere i magnifici signori Priori, che

si ricordano delle loro donne lasciate a casa, e conchiudono, come

hanno sempre conchiuso in Palagio, esortando messer Amerigo a tirar

via, e lasciar “correre le ghirlande per becchetti e le coppelle e i

lattizzi, e' cinciglioni„.

Non volevano forse che il giudice pesarese avesse a ricordare il

malinconico distico che un suo collega della _Mercanzia_ aveva scritto

sul margine degli _Statuti_:

“S' tu ài niuno a chi tu vogli male

“Mandallo a Firenze per uficiale.[47]

Pur questa volta, la novella del Sacchetti è verace documento di

storia; l'_Archivio della Grascia_ serba gli _Atti civili del Giudice

degli appelli e nullità_, e fra quei protocolli appunto ve n'è uno di

Giovanni di Piero da Lugo, notaio del dottore in legge ser Amerigo di

Pesaro, ufficiale della Grascia del Comune di Firenze, per sei mesi, a

cominciare dal XV marzo 1384.

Quel giorno stesso l'Amerighi pubblicò, a' soliti luoghi, un bando per

ricordare le pene delle leggi contro chi trasgrediva alla _Prammatica

sopra 'l vestire_. E il 27 marzo cominciarono per parte degli ufficiali

le inquisizioni. Vedevano per via alcuna donna con due anelli, ornati

di quattro perle, con una cappellina di velluto nero ricamata, con una

ghirlanda, con una delle abbottonature proibite? E subito si contestava

alle malcapitate (diciamolo col frasario odierno) la contravvenzione.

Andava il messo alle case con un “mandato di comparizione„, e il giorno

fissato compariva per la moglie il marito, che riconosceva l'errore e

pagava la multa. Così s'andò innanzi un bel po'; ma più tardi dovettero

le donne, ammaliziate, cominciare quelle contestazioni, accennate

dal novelliere, e naturalmente omesse nel protocollo del notaio. Le

inquisizioni si fanno più rare, le condanne meno frequenti e i mariti

che compariscono principiano a negare la reità delle mogli, con validi

argomenti: una è troppo vecchia perchè possano imputarsele siffatti

trascorsi, un'altra era in casa quel tal giorno a quella tale ora, una

terza è in lutto e così via.... E il protocollo si chiude quasi senza

registrare più nessuna condanna.

La Signoria e il giudice prima di lei si son dati per vinti; ma non

senza sospetto che quelli ufficiali, quei notai, deputati all'odioso

ministero, non si fossero lasciati vincere dal fuoco di qualche

bell'occhio, dalle carezze di qualche voce lusingatrice. Ahimè nelle

coperte della _Prammatica_ di quel tempo, leggiamo la confessione, lo

sfogo d'un cuore innamorato, prezioso documento umano fra le pedanterie

curialesche degli _Statuti_. Udite:

Li dulci canti e le brigate oneste

Gli uccelli, i cani e l'andar sollazzando,

Le vaghe donne, i templi e le gran feste

Che per amore solea ir cercando.

Ora fuoco mi sono, oimè moleste,

Quantunque vengo con meco pensando

Che tu dimori di qui or(a) lontana

Dolce mio bene e speme mia sovrana!

Le donne avean trovato alleati nella famiglia del Giudice di ragione:

la loro causa era vinta!

Ma per poco, giacchè quasi periodicamente si tornò ad infierire contro

la vanità femminile, e altre bufere scoppiarono, sempre di breve

durata. Anche tremendi avversari ebbero ne' moralisti che nei trattati

del _Governo della famiglia_, seguitavano a battere cotesto tasto

(valga l'esempio del Palmieri); peggiori nemici ne' frati, invasi dal

furore di purgare il mondo dai peccati.

Frate Bernardino da Siena nel 1425 continuò a Perugia quei bruciamenti

delle vanità che l'anno innanzi aveva iniziato a Roma, facendo

un gran falò di “capelli posticci e contraffatti, d'ogni lasciva

portatura, di balzi da scuffie„, dadi, carte, tavolieri “e altre

cose diaboliche„, preludendo alle grandi fiammate che nel 1497 fece

a Firenze il Savonarola, e che gli furono di pessimo augurio. Ma fra

tanti oppositori, non mancavano i buoni avvocati. Nell'aprile 1461

un predicatore che aveva vociato dal pergamo in Santa Croce contro

le donne, ricorse alla Signoria, e nel _Consiglio dei Richiesti_ si

trattò, nientemeno, di proibire la moda. Ma Luigi Guicciardini, padre

al grande storico e politico, disse aver risposto a un milanese,

giudicante a sproposito dell'onestà delle donne fiorentine dall'abito

sfoggiato e dall'incedere, che se l'abito parea disonesto, elleno erano

a' fatti assai diverse[48].

La vita Italiana nel Rinascimento: Conferenze tenute a Firenze nel 1892 · 第 18 / 93 题