IV.

Ma i codici de' mercanti, chi li cerchi e li legga tra la polvere degli

archivi e delle librerie, paiono disdegnare simili imbrogli. In quelle

carte che cominciano tutte “al nome di Dio amen,„ piene di “buoni

asempri e buoni chostumi e buoni proverbi e buoni amaestramenti„,

troviamo precetti teorici ispirati alla più rigida e severa moralità.

Scrive un di cotesti savi: “Tieni a mente quando ài a dare alchuna

sentenzia di darla diritta, e leale, e giusta, e di questo non ti

rivolgere mai nè per prezzo, nè per amore, nè per paura, nè per

parentado, nè per amistà, nè per compagnia....„, perchè la persona

“contro cui la darai fia tuo nemico e quei cui tu servirai non

t'avrà nè per leale, nè per diritto, anzi si guarderà sempre di te e

vitupereratti sempre.„ Ma subito, più sotto, leggiamo: “S'hai bisogno

in piato o in altro tuo fatto dell'amistà d'alcuno signore o di rettore

di terra, — ti dico che co' presenti s'acquista molto agevolmente.

Guata chi è di sua famiglia, più suo segretario e con quel cotale

prima ti domestica, e dona a lui alcuna cosa, e poi a lui chiedi aiuto

e consiglio ed e' t'insegnerà a venire in amore del suo signore e

presentargli quella cosa di che e' sentirà che sia più vago„[17].

E non basta; la morale pratica porge ancora più opportuni consigli:

“Quando comperi biada, guarda che non ti sia empiuta la misura a un

tratto, che sempre ti calerà 2 o 3 per cento; e quando vendi il fa', e

cresceratti la tua biada„[18]. — “Di' sempre bene di quelli che reggono

il Comune. Sta' sempre bene co' tuoi vicini, però che de' tuoi fatti

e' sono sempre domandati prima di te, e negli onori e ne' disonori e'

póssonti molto nuocere e giovare.„ E così consigliavano e ammaestravano

i figliuoli, che crescevano destri ed esperti e consumati nell'arte del

saper vivere, fra mezzo a gente che della vita conosceva le malizie

e gl'inganni. Nè è meraviglia che un predicatore, per far gente e

non parlare al deserto, annunziasse voler proclamare dal pergamo che

l'usura non è peccato[19], anzi “è sovvenimento„, e così avesse tutta

la quaresima “infino a Domenica dell'olivo„, attento e affollato

uditorio.

La famiglia che allargavasi e alleavasi nella _consorteria_, aveva

unico fondamento la proprietà, guarentita da una selva di leggi e

privilegi. Il padre era padrone dispotico de' beni personali: poteva

lasciarli a chi meglio volesse, anche a' nipoti o ad alcun _luogo

pio_[20], anche ai figli dell'amore cresciutigli in casa. Così per

testamento: e si comprende di colpo l'importanza che aveano allora

i notari ed i chierici. Le donne, succedendo _ab intestato_, avean

soltanto diritto al quarto de' beni dei loro figliuoli: in ogni

caso, ai semplici alimenti. Tutto cospirava a preservare l'integrità

del patrimonio, ad impedire che uscisse fuori della famiglia, della

consorteria, del comune.

Giova ripeterlo: l'interesse, in quella società di mercanti, avidi

di far la roba, era d'ogni azione legge suprema. Sarebbe ingiustizia

cercarvi le sentimentalità della famiglia moderna, in cui alla donna è

riserbato così larga e così nobile parte, così degni e teneri uffici.

Quelle povere madri fiorentine dovevano starsi contente alle modeste

ingerenze consentite loro dalla tirannia de' mariti, e vivere, o

menar la vita, nell'uggia delle sordide case, allevando i figliuoli,

“vicitando„ la chiesa, e confessando a' frati i molti peccati di

desiderio.

Le fanciulle, le ragazze che oggi ci dan tanta pena, nemmeno dovevano

imparare a leggere: “S'ella è fanciulla femmina, ponla a cuscire e none

a leggere, che non ista troppo bene a una femmina saper leggere, se già

non la volessi far monaca„[21]. I monasteri erano, come furono molti

secoli, il rifugio di coteste meschine, com'eran la provvidenza delle

troppo numerose famiglie. Aver venti e più figliuoli, parea la cosa

più naturale del mondo; se campavano: “Iddio n'abbi lode e grazie„; se

morivano: “Di tutto sia lodato Iddio, amen„[22]. I libri di ricordanze,

le cronache domestiche, al tempo delle grandi morie, registrano così

le morti come le nascite con una serenità che oggi, alle trepide madri,

sembrerebbe cinismo. E anche ci porgono testimonianze preziose di fatti

più singolari, dell'intrusione nelle famiglie d'un nuovo elemento, che

ne offusca la vantata purezza. I critici più benevoli ne trovano la

ragione nel “gran vuoto fatto dalla mortalità nelle plebi cittadine

e nei campagnuoli„, onde non bastando “la lusinga del poco salario„ a

cavare dal popolo i domestici e le fantesche, “fu d'uopo cercare nel

commercio esterno la maniera di supplire alla loro rarità„[23]. Ma

piuttosto i commerci con l'oriente, e la vita randagia de' mercatanti

e la cresciuta ricchezza, furono eccitamento a quel traffico degli

schiavi e delle schiave, che durò in Firenze per ben due secoli dopo

il XIV[24]. È un tasto doloroso che pur dobbiamo toccare, a rischio di

cavarne alcuna nota stridente; ma anche in un quadro son necessarie

le ombre per concedere maggior risalto alle figure cui si vuol dare

evidenza e rilievo. — Ma non temete! anche un artefice inesperto non

dimentica il “fren dell'arte„; nè vorrei io, dinanzi a voi, empir la

breve mia tela con una mostra impudica di nudità.

Le schiave orientali, comprate, come carne da traffico, quasi sempre

a mezzo di sensali genovesi, veneziani, pisani e napoletani, e per

lo più tartare, greche, turche, schiavone e circasse, non erano

— rassicuratevi — archetipi di bellezza. I registri dove i nostri

segnavano, insieme coi nomi, con l'età e con il prezzo, i connotati

del volto e della persona[25], ce ne fan fede. Quasi tutte avean

pelle olivastra, sebbene si trovassero anche schiave di carnagione

rossa, sanguigna, rubiconda e qualche volta fin bianca. E sul viso

non mancava mai alcun segno particolare: chi era butterata, chi l'avea

sparso di moltissimi nèi, chi sfregiato da qualche cicatrice. I nasi

eran generalmente schiacciati, i labbri grossi e sporgenti, gli occhi

scerpellini, le fronti basse e lentigginose[26]. E a questi tocchi in

penna de' notai pedanti e minuziosi, corrispondono alcuni ritratti

che ne rimangono. Un curioso libro, il Memoriale del Baldovinetti,

dove codesto antenato del famoso pittore usava illustrar con figure

le sue ricordanze, ci ha conservato i profili delle tre schiave da

lui comprate negli anni 1377, 1380 e 1388; la “Tiratea overo Doratea

tartara da Rossia, giovane di 18 anni o più„, la “Domenica, è de pelle

bianca ed è de proxima de Tartaria„, e la “Veronica giovane di 16

anni„, “comperála quasi ignuda da Bonarota di Simone di Bonarota,„ un

antenato di Michelangiolo; ma la Dorotea, la Domenica e la Veronica

avrebber potuto benissimo — un po' invecchiate — servir di modello al

futuro Buonarroti per le _Tre Parche_.

Coteste donne, o brutte o belle che fossero, entravano nelle famiglie

de' Fiorentini ricchi per attendere ai più umili uffici, e badare

ai bambini: e davano un gran pensiero, per ogni conto, alle povere

massaie. Il sonetto del Pucci “le schiave ànno vantaggio in ciascun

atto. E sopra tutte l'altre buon partito,„ ce ne spiega maliziosamente

alcuna ragione, e ci dice che spesso sapean dare alle padrone “scacco

matto„. Le quali, come confessava parecchi anni appresso l'Alessandra

Macinghi, si vendicavano col metter loro “le mani addosso„. Pure anche

allora non potean farne a meno: erano le bambinaie e le _bonnes_ di

quei tempi; e la Strozzi scriveva al suo Filippo in Napoli: “E pertanto

ti ricordo el bisogno; che avendo attitudine averne una, se ti pare,

tu dia ordine d'averla: qualche tartera di nazione, che sono, per

durar fatica, vantaggiate e rustiche. Le rôsse, cioè quelle di Rossia,

sono più gentili di compressione e più belle; ma a mio parere sarebbon

meglio tartere„. Nè per questa scelta potea Madonna Lessandra trovar

chi più di Filippo avesse la mano felice: il quale presso di sè tenea

da vario tempo una schiava “che sapeva così ben fare„[27], di cui essa

il 7 aprile 1469 aveagli scritto: “Avete costì Andrea e massime Tommaso

Ginori, che venne el dì della Pasqua e me n'ha detto molte cose.... e

_così della Marina, dei vezzi che ella ti fa_„. E un anno appresso, con

accento piuttosto ironico: “Mandávi gli sciugatoi.... fatene masserizia

che non si perdino; che _madama_ Marina no' gli mandi a male„. Dove

vediamo che con i vezzi e le astuzie sapevan coteste donne cattivarsi i

padroni e diventar madame, e meritarsi, come appunto cotesta Marina, la

libertà e per “le buone fatiche et buoni portamenti„[28], alcun'assai

liberale disposizione testamentaria.

Meno male: peggio quando, come accadde a Francesco Datini, le cui

beneficenze verso i Pratesi non fan dimenticare le gravi colpe ch'egli

ebbe verso la moglie, — peggio, quando cotesto trafficato sangue di

tartare e di russe si mescolava con quelli, sin allora schietti, delle

antiche e libere stirpi!

La vita Italiana nel Rinascimento: Conferenze tenute a Firenze nel 1892 · 第 15 / 93 题