Questi i drammi, i “fatti diversi„ d'allora, che turbavano la pace
della semplice vita di quei nostri bisavoli. Perchè, la novella
borghese, che tenea l'ufficio delle odierne gazzette, rare volte ci
narra queste scene crudeli. Piuttosto si piace di raccontarci le beffe,
le burle, onde allegravasi il popolo motteggevole; perenne argomento
di queti ragionari, al canto del fuoco, presso gli alari dei grandi
camini, sotto la cui cappa annerita raccoglievansi le famiglie, prima
che sonasse l'ora di spegnere i lumi, quando chi andava a letto “il
sezzaio[11] erasi accertato fossero ben turate le botti„ e “l'uscio e
le finestre serrate„.
Non parea vero di ridere, di scordare le paure dell'oltremondano,
onde gli spiriti erano stati depressi: e già l'incredulità de' nuovi
tempi cominciava a metter fuori le corna, burlandosi de' cherici, e
un tantino de' miracoli e di molte altre imposture. I motteggiatori,
i burlevoli, che d'altrui si prendevan sollazzo e cercavano gabbare
il prossimo e il mondo, si dicevano “nuovi uomini„ e “_nuove cose_„ le
loro malizie. I deschi e le botteghe di Mercato Vecchio, i fondachi di
Calimala, le _loggie_ che sorgevano allora presso i palagi, dove la
gente stava sui banchi a conversare, echeggiavano di fresche risate
argentine; cui rispondevano i crocchi femminili, bisbiglianti sulle
porte di casa. Gli artisti, o come li chiamavan gli _artefici_, erano
i più sottili architettori di coteste burle ingegnose, immaginate fra
una pennellata e un colpo di stecca. E ne durò la memoria molti anni,
tanto che il Vasari parecchie ne raccolse nelle sue _Vite_, di quelle
che i novellieri non avevan consegnate alle lor cronache cittadine.
“Sempre fu che tra' dipintori si son trovati di nuovi uomeni„[12]
scrive il Sacchetti; e Bonamico Buffalmacco immortalato nel
_Decameron_, e Bartolo Gioggi, e Bruno di Giovanni, e Filippo di Ser
Brunellesco e Paolo Uccello e Donatello, ci fan tornare a mente le
burle fatte a Calandrino, al Grasso legnaiuolo, e a tanti altri che
furon vittime di così spietati begliumori[13]. Ma la voglia matta di
ridere e sollazzarsi, s'appiccicava anche alla gente più grave; e dalle
botteghe degli artefici entrava in quelle degli speziali, e attaccavasi
a' medici, a' giudici, a' procuratori, e saliva in Palagio a rallegrare
i Priori della malinconia di star chiusi, lontani dalla moglie e dalla
famiglia. — Semplici uomini e semplici costumi, che ancor sapevano
della rozzezza antica: la Signoria dormiva in una camera sola, e ciò
era incentivo e occasione agli scherzi[14]; e il proposto dei Priori
poteva andare in persona alla cucina a cuocersi sulla brace una fetta
di carne[15]. La burla, lo scherzo rasentava talora la truffa; ma una
buona risata dava torto a chi aveva avuto colle beffe anche il danno,
e tutti pari. Perchè a quegli anni, quand'ognuno pensava a sè, a' casi
proprii, al proprio interesse, la gente non aveva pietà o compassione
pei gonzi. Le più sottili malizie erano anche permesse ai mercanti, e
quei di Firenze eran famosi per la gran furberia.
Racconta il Sacchetti quel che intervenne ad un Friulano, che aveva
nome Soccebonel, e che andò a comprare panno da un di costoro. Ne
misuran quattro canne, e il fiorentino glie ne mangia una mezza. Poi,
per ricoprire l'inganno, gli dice: “Vuo' tu far bene? attuffalo in una
bigoncia d'acqua, e lascialo stare tutta la notte, sì che bea bene, e
vedrai poi panno ch'el fia.„ — Soccebonel così fa, e poi manda il panno
al cimatore. “Soccebonel va per esso e dice: Che dei tu avere? Dice
il cimatore: E' mi par nove braccia: da' nove soldi. Dice costui: Come
nove braccia? oimè! che di' tu?„ Lo rimisurano; ma il panno non cresce.
Soccebonel va dal ritagliatore, va di qua, va di là. E uno gli dice:
“Questi panni fiorentini non tornan nulla all'acqua.„ “Uno _comprò_
un braccio di panno fiorentino, e la sera l'attuffò, come tu facesti
questo, in un bigonciuolo d'acqua, e lasciovvelo stare tutta notte; la
mattina, lo trovò tanto rientrato, che non c'era più nulla„[16].