V.

Ma ritorniamo nelle aure pure della famiglia, dove con le ricchezze

accumulate eran, pur troppo, entrati i mal germi, onde si corruppe e

disfece più tardi la vita e la coscienza italiana. Fra il Tre e il

Quattrocento era seguito un gran crollo: il rinnovarsi dei tempi e

de' costumi, già anelanti e vagheggianti la scioltezza del vivere che

si sbrigliò nel Rinascimento, aveano intepidito la fede, smagato la

religione, e la gente parea soltanto intendere ai godimenti mondani. Le

lettere del Mazzei ce ne porgono testimonianza: il buon notaio di Prato

è il savio d'un'“anima rozza„ e d'un “cuore agghiacciato„[29]: quel suo

amico Datini, diciamolo aperto, è il più esoso tipo di mercante che ci

abbia dato quel secolo. Ser Lapo è uno spirito ascetico, timorato, un

uomo di buona e antica fede, un moralista convinto. In quelle _Lettere_

ci par di vedere alle prese il peccatore ribelle col sant'uomo, che

vuol condurlo ad una buona morte, alla redenzione delle colpe terrene.

È la lotta del sentimento religioso con lo spirito di materialità de'

nuovi tempi, che sfolgorò nella gloria della Rinascenza, ma che dopo

così mirabili splendori lasciò nelle anime degl'Italiani un buio ed un

vuoto paurosi. Da coteste tenebre, purificatosi nei secoli di servitù,

maceratosi nelle vigilie del pensiero, l'uomo moderno doveva risorger

più tardi.

Ritorniamo in famiglia nella casa fiorentina, dalle cui finestre “le

schiavette amorose scotevano le robe la mattina, fresche e gioiose più

che fior di spina„[30]: nella casa dove la buona massaia godè appena

pochi mesi felici, dopo le nozze, mentre poi dovè noverare gli anni

del matrimonio da' nomi dei figliuoli che le crescevano intorno e le

ricordavano, ciascuno, qualche lunga assenza del marito, andatosene a

trafficare oltremonte od oltremare.

La giovenile freschezza appassiva, e, come scrive il Sacchetti, “la più

bella che sia, in piccol tempo, come un fiore, vien meno, e diventa

secca nell'ultima vecchiezza e in fine doventa uno teschio„[31]. È

naturale cercassero con l'arte correggere la natura e porre riparo

ai danni del matrimonio, e non soltanto per vanità. Perfino i maestri

dipintori come Taddeo Gaddi, s'accordavano nel giudicare con Alberto

Arnoldi[32] che le donne fiorentine “sono i migliori dipintori del

mondo„. “E fu mai dipingere, che su 'l nero, o del nero facesse bianco,

se non costoro? E qual artista, o di panni, o di lana, o dipintore, è

che del nero possa far bianco? certo niuno; perocchè è contro natura.

Serà una figura pallida e gialla, e con artificiali colori la fanno in

forma di rosa. Quella che per difetto, o per tempo, pare secca fanno

divenire fiorita e verde. Io non ne cavo Giotto, nè altro dipintore

che mai colorasse meglio di costoro; ma quello che è vie maggior cosa,

che un viso che sarà mal proporzionato, e avrà gli occhi grossi, tosto

parranno di falcone; avrà il naso torto, tosto il faranno diritto;

avrà mascelle d'asino, tosto l'assetteranno; avrà le spalle grosse,

tosto le pialleranno; avrà l'una in fuori più che l'altra, tanto

la rizzafferanno con bambagia, che proporzionate si mostreranno con

giusta forma. E così il petto e così l'anche, facendo quello, senza

scarpello, che Policreto con esso non avrebbe saputo fare.... Insomma

le donne fiorentine sono maggiori maestre di dipignere e d'intagliare,

che mai altri maestri fossono, perocchè assai chiaro si vede ch'elle

restituiscono dove la natura ha mancato.„ — Nè di ciò possiamo o

vogliamo riprenderle: unica libertà, onde godevano, mascherarsi da

giovani e felici, rifarsi lieto e fresco il volto, quando spesso il

cuore piangeva, in vedersi d'intorno e da presso altri visi di donna.

Anche amavano variar le fogge, le mode, le “portature„, e in ciò

sfogavano la loro ambizione. I lodatori dell'antico, cominciando da

Dante, le biasimavano di tanta volubilità, ingrata fino ai novellieri

moralisti, ingratissima ai rettori, a quel governo di mariti che

volentieri avrebbe lesinato su codesto lusso delle mogli.

“Se un arzagogo apparisse con una nuova foggia, tutto il mondo la

piglia„. “Che fu a vedere già le donne col capezzale (lo scollo) tanto

aperto che mostravano più giù che le ditelle! (le ascelle); e poi

dierono un salto, e feciono il collaretto infino agli orecchi„. “Le

giovanette che soleano andare con tanta onestà„, hanno “tanto levata la

foggia al cappuccio„ da ridurlo una berretta e “imberrettate portano

al collo il guinzaglio, con diverse maniere di bestie appiccate al

petto. Le maniche loro, o sacconi piuttosto si potrebbono chiamare,

qual più trista e più dannosa e disutile foggia fu mai? potè nessuna

tôrre o bicchiere o boccone di su la mensa che non imbratti e la

manica e la tovaglia co' bicchieri ch'ella fa cadere?... Lo 'mbusto

è tutto in istrettoie, le braccia con lo strascinío del panno, il

collo asserragliato da' cappuccini.....„ “Non si finirebbe mai di

dire delle donne, guardando allo smisurato traino de' piedi„ alle code

delle vesti “e andando infino al capo; dove tutto di su per li tetti,

chi l'increspa, e chi l'appiana, e chi l'imbianca, tantochè spesso di

catarro si muoiono„[33].

Ma cotesta smania del nuovo s'attaccava anche agli uomini. Il povero

messer Valore de' Buondelmonti, un vecchione tagliato all'antica, fu

costretto da' suoi consorti a mutare il cappuccio; e come l'ebbe fatto,

tutti se ne meravigliavano e lo fermavano per la via: “O che è questo,

messer Valore? io non vi conoscea, avete voi i gattoni?„[34].

Venne un tempo la moda delle gorgiere intorno la gola e delle

bracciaiuole, sicchè poteva dirsi dei fiorentini portassero “la gola

nel doccione„ e il braccio nel “tegolo„, onde accadde a Salvestro

Brunelleschi, “avendo una scodella di ceci innanzi e pigliandoli col

cucchiaio, per metterseli in bocca„, di cacciarseli nella gorgiera, e

di scottarsi[35]. Più tardi venne quella delle “calze„ (i calzoni) di

differenti colori non solo, ma anche “dimezzati e attraversati di tre

o quattro colori„: de' piedi con una punta lunghissima[36]; e delle

gambe così “incannate co' lacci che appena si possono porre a sedere„.

“I più dei giovani senza mantello vanno in zazzera„ e “al polso danno

un braccio di panno„ e “mettono in un guanto più panno che in un

cappuccio„[37].

Le vecchie foggie contrastavano con le nuove, con le modernissime:

ognuno si sbizzarriva a sua posta. La gente, curiosa anche allora,

prendea diletto a vedere “le nuove cappelline, le nuove cuffie e le

nuove cianfarde, e' nuovi gabbani, i nuovi tabarroni, e le antiche

arme; sì che appena si conoscono insieme, sguarguatando (sbirciando)

l'uno insino in sul viso dell'altro, prima che si conoscono„[38]. Una

vera mascherata!

La vita Italiana nel Rinascimento: Conferenze tenute a Firenze nel 1892 · 第 16 / 93 题