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Più brevi sì, ma non però men gravi di quelli di Ulisse furono gli
errori pei quali si avvolsero Curio e Filippo. Tutto essi provarono;
l'ira immane dell'oceano, in mezzo a cui essi si conobbero troppo meno
di atomi travolti nella immensità dello spazio: anzi più che ad altro
andarono debitori della propria salvezza alla loro nullità: le ruote del
carro non giungono a stritolare il granello di arena sul quale
trapassano; videro la tremenda rabbia della natura quando si agita a
rompere le leggi le quali tengonla infrenata come schiavo che tenti
spezzare la sua catena, e i furibondi spasimi di lei allorchè intende
ribellarsi alla tirannide di Dio che la flagella; — videro spaccarsi
montagne, e dai fianchi lacerati avventare fiamme; — sentirono
traballarsi sotto le gambe la terra, a mo' di creatura che ferita nel
cuore baleni per cadere; — sparire a un tratto fiumi, e ad un tratto
irrompere moltitudine di acque schierate come guerrieri in battaglia; —
li atterrirono serpenti a sonagli lunghi ben diciotto piedi, e torme di
alligatori andare a processione a guisa di formiche; i vermi stessi e i
bruchi mezzo braccio e più: natura piuttosto immane che grande; paurosa,
non bella. Alberi due volte tanto i nostri altissimi campanili. Conghi,
tigri, leopardi, pantere, orsi, copracappelli, insomma una sterminata
famiglia di enti maligni mettere in comunella la ferocia e il veleno. E
gli uomini? Gli uomini trovarono tali da fare diventar rossa per
vergogna la faccia ai coccodrilli se non l'avessero corazzata di scorza.
Peggiori degli antichi lestrigoni i comanchi, i quali se divorassero
interi i prigionieri è ignoto, tuttavia sappiamo che li _scalpellavano_
di certo, ovvero svellevano dal cranio la pelle co' capelli, e se ne
ornavano la persona, a imitazione delle nostre croci; e si narra di un
giovane ventenne, il quale portava penzoloni da un anello saldato
intorno al braccio manco ben dodici di queste capelliere svelte di
propria mano dal capo dei suoi nemici; — giovanetto di belle speranze
senza dubbio costui. La umanità da per tutto è la medesima stoffa, gli
uomini fogge tagliate dal costume diverso. Fra i popoli che in America
si dicono civili, o almeno non selvaggi affatto, si praticava allora e
tuttavia si pratica la legge del _Lynch_; e i nostri personaggi,
approssimandosi a Brownsville, terra sul Rio Grande, la quale dopo il
trattato Guadalupa-Hidalgo segna il confino tra il Messico e il Texas,
si trovarono presenti ad un fatto che vale il pregio ricordare. In mezzo
di una macchia folta videro tempestare un branco di bestie, uomini e
cani frugando bramosamente per cespugli e per greppi; su quel subito
giudicarono dessero la caccia alla pantera, ma in breve furon tolti
d'inganno, imperciocchè si udissero disperate grida uscire dal prunaio,
dove slanciavasi di corsa una maniera di colosso umano, ricomparendo di
corto con una mano alla strozza di un uomo e con l'altra a quella di un
cane di ferocissima razza, costà noti col nome di _blood-hound_: venuto
allo aperto costui arrandellò il cane lungi da sè; il cane rotolando
ringhiava minaccioso, e aveva ragione da vendere, perciocchè essendo
stato educato con parecchi altri colleghi dagli uomini a lanciarsi
addosso agli uomini, e lacerarli, ora dell'opera meritoria si trovava a
ricevere quella razza di ben servito; e ciò, sebbene bracco, gli pareva
ostico. Per senso di carità ci sarebbe da mettere l'esempio davanti gli
occhi dei questori, assessori, apparitori, e di altri siffatti tutori e
curatori della pubblica sicurezza, ma è tempo perso, mastini e questori
non imparano mai nulla. Ai polli soprasta la stella della strozzatura;
ai tordi l'altra dello spiedo; agli sbirri, finchè mondo è mondo,
predomina l'astro della sassata e del bastone: così vuole il destino!
Intanto il colosso si era vôlto alla terra traendo seco attanagliato il
prigioniero, mentre la turba gli moveva dietro con schiamazzi e fischi.
Curio e Filippo imbrancaronsi con gli altri, e curiosi di sapere la
cosa, interrogati quanti più poterono spillarono: il colosso venuto in
lite col mastino essere il capitale magistrato della terra, cioè lo
_sceriffo_; il prigione un _indio bravo_, il quale aveva allora allora
fesso il ventre a un povero giovane del Kentuky, che spazzando davanti
la porta del caffè dove stava per garzone, aveva per disgrazia buttato
un po' di spazzatura su le scarpe di lui; il popolo infellonito volere
mettere in pezzi l'omicida, che si era dato alla fuga per campare la
pelle, ma lo sceriffo, e più il cane, gli avevano tronco il disegno.
Lo sceriffo condusse (che senza offesa del vero non si potrebbe dire
strascinasse, dacchè l'_indio_ andava così di buon grado che non pareva
fatto suo) il prigioniero dinanzi al cadavere del garzone, che giaceva
supino in mezzo della strada dentro una pozzanghera di sangue, e di
subito mise mano allo interrogatorio.
— Conosci questo uomo?
— Sì.
— Chi lo ha ammazzato?
— Io.
— Come puoi provare di averlo ammazzato?
— Hanno visto tutti.
— Si, si, abbiamo visto tutti, urlava la turba, benchè pochi fossero
quelli che si trovarono presenti al caso.
— Perchè?
— Perchè mi è parso di ammazzarlo; — perchè stamani ho bevuto acqua di
fuoco più del consueto; — perchè col buttarmi la spazzatura addosso ha
inteso insultarmi.
— Dunque tu convieni che devi essere punito?
— Siccome per conchiudere l'affare non è necessario il mio consenso,
così chiedo astenermi da rispondere.
— Come ti piace; ed ora, riprese a dire lo sceriffo volgendosi alla
turba, tutti quelli che giudicano doversi impiccare... come ti chiami?
— Che fa il nome alla cosa?
— Nulla; per la formalità, capisci!
— A Lampasas mi chiamavano _Lumediluna_.
— Sei cristiano?
— Si; mi battezzarono a Georgetown.
— E allora come t'imposero il nome?
— Dianoro Bermudez.
— Bene, prosegue lo sceriffo, tutti quelli che giudicano aversi a
impiccare Dianoro Bermudez, del paese di Lampasas, passino dal mio lato
sinistro.
Non uno rimase dal lato destro del degno sceriffo, perfino i fanciulli,
i quali per via della età quello che facessero ignoravano.
— Tu lo vedi da te, o Dianoro, che adesso ti tocca a pensare sul serio
di morire, disse lo sceriffo.
— È cosa vecchia; ci pensai da quando nacqui.
— L'uomo prudente è come la tavola degli osti, sta sempre apparecchiato:
possiamo andare.
Lo sceriffo s'incamminò verso la campagna; dietro lui Dianoro, e dietro
Dianoro le turbe; venuti allo aperto occorse loro un bello, grande e
forte cedro rosso, del quale si servono per fare le bacchette ai lapis;
lo sceriffo, dopo averlo ben bene squadrato, domandò:
— Dianoro, di' su, questo cedro non ti parrebbe al caso?
— Per me, me ne lavo le mani; io non ci entro.
— Ma... mi pareva che per qualche cosa ci entrassi anco tu.
Tacque il dabbene sceriffo, e presa senz'altro indugio la corda si mise
ad armeggiare per foggiarla a nodo scorsoio. Dianoro stava a guardarlo
tranquillamente, ma vedendo poi che non veniva a capo di nulla, gli levò
la corda di mano dicendo:
— Si conosce chiaro che voi non siete del mestiere; lasciate fare a me.
E in un attimo annodò un cappio ch'era una delizia, e senza spavalderia
se lo adattava al collo da sè. Lo sceriffo, incantato, a questo punto
non si potè reggere, lo abbracciò forte forte e disse:
— Dianoro! Ti giuro sul mio onore che se non ti avessi a impiccare ti
piglierei per segretario; e ora, figlio mio, desideri nulla da me?
— Intendo dare un avvertimento al popolo e fare una preghiera a voi; te,
popolo, ammonisco che tu ti astenga dall'acqua arzente, o almeno bevine
con discrezione, massime la mattina a digiuno, se ti preme non essere
impiccato; se poi non te ne preme, è un'altra cosa. A voi, signore
sceriffo, mi raccomando che non mettiate il mio nome pagano nè cristiano
su i giornali della Contea, perchè non vorrei lo risapesse mia madre e
ne sentisse dispiacere: siccome io non le ho dato veruna contentezza nel
mondo, così vorrei che per cagione mia non patisse dolore.
— Molto bene... benissimo... ti avanza nulla a desiderare da me?
— Nulla; potete lanciarmi nella eternità.
— _Amen!_
Dopo un minuto Dianoro ciondolava come un pendolo dal cedro rosso,
cullato soavemente dalla brezza vespertina.
Di facoltà per sostentare la vita Curio e Filippo non soffrirono
mancamento; all'opposto n'ebbero copia, ma ogni giorno più veniva meno
per loro la speranza di raccogliere in breve quanto bastasse per tornare
in Italia a ripigliarsi le dilette creature e condursele in parte dove
poter vivere e chiudere gli occhi in pace; la quale persuasione, oltre
ogni credere amara, li rendeva irrequieti, scontenti, non fermi mai in
un luogo, e sempre in traccia di fortune di cui spiavano invano l'orma
dinanzi a loro: arti e professioni esercitarono tutte, sonatori, maestri
di musica, di armi, di lingue, di matematiche, massime medici, e
veramente non ci era mestieri fior di scienza per salire in fama di
clinici solenni in coteste parti. Lascio giudicarlo a voi; essi
trovarono medici che ministravano ai tisici _acido solforico_, per
bruciare (così dicevano) i tubercoli polmonari; per l'enteriti
ordinavano cristei di cera lacca liquefatta, e cerusici che senza tante
giammengole segavano le braccia e le gambe con le seghe dei falegnami.
Da San Patricio ebbero a venirsene via nottetempo a modo di fuggiaschi,
fidati nelle gambe di cavalli mezzo salvatichi chiamati _mustanghi_, e
ciò perchè la gente del paese intendeva ritenerli a forza, reputandoli
santi, o almeno capaci di operare miracoli: causa di questo
convincimento fa che, essendo scoppiato in coteste contrade il
_cholera_, essi guarirono quanti ne capitò loro sotto mano. Se il
rimedio che adoperarono possa giovare in Europa ignoro, in America
faceva la mano di Dio: possano i miei lettori andare sempre immuni dal
tetro morbo, _tamen_ per amore di umanità io lo pongo qui; badiamo però,
io non lo raccomando, chi vuole lo sperimenti; suo cuore, suo consiglio:
me ne rimetto in lui. — Recipe un bicchiere da tavola di spirito
canforato, e mescolavi dentro venti gocce di laudano, pepe del buono
quanto vuoi, e acqua di Colonia; filtra per tela, e mandane giù; se ti
riesce, almeno un terzo, e ti dirò: _bravo!_ Per completare la
informazione, mi corre l'obbligo di aggiungere che gl'infermi, conci a
quel modo, spiccavano salti da sfondare il soffitto, e poi giravano
sopra sè stessi più veloci dei fusi delle macchine da filare: non
importa; guarivano, ed oltre alla salute del corpo, nel dì del giudizio
potevano sostenere di avere avuto un acconto delle pene dello inferno.
— Ahimè! ahimè! come mi sento stracco, sospira Curio gittandosi giù su
l'erba in riva a un fiume; a cui Filippo:
— Abbiamo camminato tanto oggi! Riposati, figliuolo mio.
— O a me caro più del padre; non parlo del corpo io, bensì della vita;
il cervello mi sta inerte dentro il cranio come morto nella bara; mi
tocco il petto invano per sapere da qual parte io mi abbia il cuore: —
egli non mi palpita più; sono sazio di giorni.
— Ecco, questo ti avviene perchè ti lasci arrugginire dalla malinconia.
Dimmi, che fai tu perchè la ruggine non ti roda la carabina? Ogni giorno
che Dio mette in terra tu la strofini con la sua brava pomice e col suo
bravo olio. Ora, il coraggio è l'olio e la speranza la pomice per la
malinconia; e voi giovani sprecate questo olio col boccale, come se
aveste a condire la insalata per ventiquattro, sicchè non ve ne avanza
una goccia per la estrema unzione. Bada, Curio, molti giovani, che con
le armi in mano vinsero virtuosamente gli austriaci, si lasciarono
vincere dallo sbadiglio.
— Filippo, ricordo avere letto certa sentenza in un libro, credo nella
prefazione del _Pellegrinaggio del giovane Aroldo_, una sentenza la
quale diceva così: «L'universo è una maniera di libro, del quale ha
letto una pagina sola chi ha visto unicamente il suo paese. Io ne ho
voltate di molte, e mi sono apparse tutte cattive; però questo esame mi
è riuscito fruttuoso, imperciocchè, odiatore prima della mia patria,
quando ebbi considerato le ribalderie dei popoli in mezzo ai quali sono
vissuto, tornai ad amarla; e se dalle mie pellegrinazioni non avessi
ricavato benefizio, eccetto questo uno, non mi lagnerei delle spese
fatte, nè delle fatiche sofferte.» Veramente se il pellegrino venne
sincero a tale conchiusione, beato lui! Per me, sia che mi pigli gli
uomini nel vecchio o me li abbia a pigliare nel nuovo mondo, mi paiono
tutti fichi degni di penzolare dall'albero di Timone; e ormai diffido
trovarne quaggiù meglio nè peggio, sicchè vorrei _insalutato hospite_
uscirmene da questo mondo, dove non mi trattiene più nulla.[15]
[15] Così racconta Plutarco nella vita di Antonio, § 48:
«Narrasi che un giorno in cui gli ateniesi stavano raccolti in
assemblea, Timone, salito su la ringhiera, tale favellasse in
mezzo al silenzio universale e alla aspettazione di tutti per
simile novità. — Io possiedo, ateniesi, un orticello, dove mi
nacque un fico, al quale si sono già impiccati parecchi
cittadini: ora essendo io in procinto di fabbricare in cotesto
luogo, ho voluto prima significarvelo pubblicamente, acciocchè
se qualcheduno avesse pur voglia impiccarcisi, non metta tempo
in mezzo per farlo innanzi che e' venga tagliato; Dio vi mandi
il malanno a quanti siete.»
— Nulla! Nè anche la vista di quel superbo alligatore, che steso supino
costà su i giunchi del fiume si gode la benedizione dei raggi del sole?
— Non gode, bensì si travaglia inebetito di ripienezza a cagione della
strage menata stamani di chi sa quante creature viventi. Ma sta'
tranquillo, o coccodrillo, a te non può mancare il regno dei cieli,
perchè ti scusano la fame, lo istinto della tua conservazione e la
mancanza d'intelletto, mentre noi abbiamo visto l'uomo mosso a malfare
per vanità, per ferocia, per avarizia, insomma per colpa di spirito
viziato, non già per bisogno del corpo: noi viviamo in società con gli
uomini come i cuochi in cucina presso la stia, per avere i polli
sottomano onde arrostirli; meglio coccodrilli, che uomini.
— Ecco, vedi, Curio mio, io giudico che un divario ci corra, e grande,
perchè io piglio a cottimo, con una brava palla nel cranio ovvero nello
stomaco, di mettere a partito anche un Francesco di Modena o un
Ferdinando di Napoli, mentre con tutte le sei palle della mia rivoltella
nel grugno a quel mostro la sarebbe come se gli dicessi sei volte: ben
levato a vostra signoria; quindi io reputerei atto prudenziale
svignarsela di qua prima ch'ei si accorga della nostra presenza.
— Tu me lo calunni, linguaccia; ed io pure conosco averlo offeso; però
me ne pento e dico _mea culpa_; mira, Filippo, quanti vaghi uccelletti
gli fanno festa aliandogli intorno al muso, ed egli sembra partecipare
per loro la tenerezza che ne sentiva quell'anima candida di madama Sand.
— Misericordia! Se tu non mandi a rimpedulare il cervello, un giorno o
l'altro t'innamori di un coccodrillo; o lo sai perchè l'alligatore sta
fermo? O lo sai perchè gli uccelli gli volano intorno ai denti? Perchè
gli vanno a beccare i frusti della carne rimastigli nelle gengive, ed
egli sentendosele rinettare se la gode più di canonico dopo pranzo.
Interesse, Curio mio, interesse nato e sputato da una parte e
dall'altra.
— Lo vedi se ti ho colto in _flagranti_, Filippo; e le creature tutte
pensi tu che le sieno mosse da altro che dal proprio interesse?
— Accidenti alla disdetta, che ci rende tristi e villani, saltò su a
gridare Filippo tutto acceso nel volto, ed io... io ti amo per
interesse?
— Oh! no... tu no.
— E tua madre ti ama per interesse?... E...?
— Taci per l'amor di Dio, esclama Curio rizzandosi in un attimo e
chiudendo con la mano la bocca a Filippo, — non la rammentare nè manco.
Pur troppo tu dici santamente; compagna iniqua alla coscienza dell'uomo
è la sventura; se mi capitasse tra i piedi la piglierei pel collo e la
strozzerei... ma tu, mio Filippo, senti quanto me lo schianto del cuore
di amare come noi amiamo, e di essere amati come sanno amare quegli
angioli, e non potere corrispondere con essi, non dare loro e non
riceverne nuove? Nulla conoscere di quanto fanno, dicono, patiscono o
sperano...
— E chi ti dice che noi non possiamo sapere questo di loro? O che i
cuori amanti non conoscono altra corrispondenza eccetto quella del
telegrafo sottomarino? Il sospiro delle anime appassionate va con ali
più celeri della favilla elettrica, e in men che non balena si trasporta
da un polo all'altro.
— Ti sieno grazie della tua ottima mente, o padre mio; tu, a patto di
darmi un po' di refrigerio, non ti tireresti indietro da sostenermi che
le tavole girano e gli spiriti dei morti vengono a raccontarci a veglia
le novelle dell'altro mondo.
— Ascolta, figlio mio, a filo di ragione io ti confesso non avere mai
saputo giusto quello che doveva credere, ovvero discredere: per me
detesto gli empirici della scienza quanto gli empirici della fede:
empirici tutti. Ma che vuoi tu? Io sento... o piuttosto parmi sentire
che non morrò intero; questo parmi sicuro, che tra il cielo e la terra
esistano creature in troppo maggior copia di quella che sappiamo
immaginare noi; ed invero, infiniti oggetti sfuggono ai nostri occhi,
comecchè armati di potentissimi arnesi, o perchè del pari infinite idee
non isfuggiranno alla nostra miope intelligenza? Dunque, se dopo avere
picchiato ad una porta, veruno mi risponde, dirò il vero affermando che
la casa è disabitata?
E senza attendere risposta Filippo si prostese sopra l'erba verde
celandovi il viso, e alquanto ce lo tenne fermo in onta a Curio, il
quale mentre ostentava irriderlo in cuore tremava; quando si rialzò egli
aveva nella voce e negli occhi il pianto; per la quale cosa lo amico suo
lo interrogava dicendo:
— E ora, che novità è codesta? Parla, che hai?
— In questo punto Arria, la tua sorella, è passata a miglior vita. La
madre tua ed Eufrosina mia, inginocchiate intorno al letto, pregano pace
all'anima di lei e piangono.
— E come hai fatto a saperlo?
— Il come ignoro: piglia ricordo del giorno e dell'ora, ed a suo tempo
lo riscontrerai.
Se Filippo quello che disse credesse, o piuttosto il facesse per purgare
l'animo dello amico dalla tetraggine che gli si era cacciata addosso,
non saprei, fatto sta che Curio prese nota del caso, e gli si ravvivò lo
spirito come lume per nuovo olio versato nella lucerna, — e insieme con
lo spirito i sensi da lungo tempo inerti ripresero la consueta alacrità.
— Raccattiamo dunque il bordone, disse Curio, e proseguiamo il
pellegrinaggio: intanto seguirò il tuo consiglio, allontaniamoci dallo
alligatore, che se ci vedesse non ci concederebbe andare un tratto per
la via.
— Giusto, era quello che pensava ancora io, perchè tanto, dinne quante
vuoi, gli uomini meglio dei coccodrilli saranno sempre.
— _Quod est videndum_, Filippo; — conchiuse Curio, ed entrambi mossero
di conserva lungo la ripa del fiume, sperando imbattersi in barca o in
chiatta che dall'altra sponda li traghettasse. — Poichè ebbero camminato
per buono spazio, notarono con maraviglia la ripa torcersi a gomito e
spingersi traverso al fiume, in guisa di penisola, mentre le acque,
invece di arricciarsi a cagione di simile ostacolo, tentando passare di
sopra, avvallansi gorgogliando scorrono per di sotto; allora sostarono
dubbiosi di avventurarci il piede; notandovi poi segnato un calle assai
trito, ci si commisero sopra. Considerando essi sottilmente, come
avviene quando ci occorrano cose inopinate e strane, cotesta superficie
osservarono che l'andava composta da una congerie di tronchi e di rami
di alberi o rotti o sradicati; la superficie in parte compariva
sottilissima, in parte più profonda e contenuta come in gabbionate di
vimini; qua e là incontravi certa maniera di pozzi di cui le pareti
erano formate di tronchi di albero l'uno incastrato dentro l'altro,
donde si udivano le acque del fiume scorrere fragorose verso il mare.
— Tutto qui mi fa perdere la tramontana, cominciò Curio a favellare;
fiumi che invece di scavarsi l'alveo sopra terra, come usa fra noi, ci
passano di sotto; foreste che si staccano dalla sponda e si mettono a
viaggiare per trasferire altrove il proprio domicilio; acque colore
vermiglio, quasi che dopo tanti secoli non siano anche giunte a lavare
la terra dal sangue di cui i ladroni spagnuoli la inzupparono...
— Ecco che ti ribollono le solite fisime: se invece di erpicarti su pei
peri tu porgessi attenzione a quello che si favella intorno a te, tu
avresti udito e adesso rammenteresti due fiumi in America pigliare nome
di _Coloradi_, uno dei quali scorre nel Texas, l'altro in California;
qui, oltre il Colorado, vi ha un altro fiume chiamato _Riviera Rossa_, e
ciò a cagione del mescolarsi che fanno le acque con certe terre
ferruginose.
— Lo sapeva, Filippo, e la fantasia mi ha posto le mani sugli occhi
dell'intelletto, perchè se le acque dei fiumi avessero ad andare tinte
di rosso per via del sangue umano mescolato fra loro, qual fiume al
mondo potrebbe mostrarle limpide? Mario, dopo la strage dei teutoni,
quando assetato e stanco scese in riva al fiume, non più bevve acqua che
sangue; ma i teutoni a suo tempo ci barattarono un Mario in dieci
Radetski. Basta; tiriamo innanzi e _Deus providebit_, come disse Abramo
quando s'incamminava a scannare il figliuolo... a proposito, Filippo,
sei tu amico della Provvidenza?
— Certo; non però di quella a cui i preti appioppano per babbo san
Gaetano e per mamma l'Accidia; io ho fede nella provvidenza che si
lascia sempre trovare dall'uomo quando la cerca con virtuosa solerzia.
— _Bene vertant Dii!_ borbottò Curio, e non aggiunse verbo; molto più
che gli oggetti circostanti pigliassero a legare i sensi suoi con
parvenza mirabile: infinite gli si pararono dinanzi gli occhi le varietà
delle piante e degli alberi, parecchi dei quali noti anche in Europa; i
più domestici del luogo, come i cipressi calvi, i cedri rossi, i ginepri
da lapis, alberi da arco, alberi ferro, aceri da zucchero, ebani, palme,
in copia magnolie grandiflore, le quali così intensamente impregnavano
l'aria di profumi, da dare il capogiro ai nostri viaggiatori; l'aria
spirava ebbrezza; gli occhi dal tremolio della luce e dello azzurro
restavano affascinati. Non ci era mestieri fantasia per popolare la
foresta di uccelli diversi nella forma e nel volume, bellissimi di penne
dai colori smaglianti; — però la natura matrigna aveva negato loro la
dolcezza del canto: uccello senza canto fa riscontro alla camelia senza
odore; qualcheduno imitando la voce umana irrideva, donde il nome di
uccello beffardo. Non era cotesta natura ravviata dall'arte, non aveva
uccello predicatore arguto dei riti di Venere, e nondimanco dall'aura,
dai rami, dalle piante e dagli animali usciva urgentissimo lo invito:
. . . . . amiamo or quando
Esser si puote riamati amando.
A questo modo, studiando il passo per non ismarrire il sentiero, i
nostri amici arrivarono all'estremo lembo di quella penisola, donde
appuntando lo sguardo videro spingersi dalla parte opposta del fiume una
lingua di terra pari a quella dove allora si trovavano, sia nella
grandezza come nella forma, la quale si prolungava traverso della
corrente. In quel punto il tratto che correva fra l'una e l'altra riva
avrà misurato dalle cinquecento alle seicento braccia, nè per valicarlo
appariva altro mezzo, eccetto una barca, la quale avrebbe cavato la
voglia di entrarci anche alle ombre dei clienti di Caronte. Per giunta
traccia di navalestri non si vedeva: cerca e ricerca, alfine venne lor
fatto di scorgere accoccolate dentro il cavo di un albero smisurato due
creature, che essi su quel subito non seppero a quale famiglia di bestie
assegnare: avevano la pelle di una tinta, che colore onestamente non si
sarebbe potuto dire, non castagno, nero neppure, piuttosto un miscuglio
di molte maniere di sudiciumi: i capelli cenerini; ignudi erano, se
togli una fascia traverso il corpo pendente giù fino a mezzo le cosce;
grimi, pieni di schianze, orribili a vedersi. Stettero in forse di
volgere loro la favella, ma pel gran bisogno che ne avevano ci si
arrischiarono interrogandoli chi fossero: — uno di quelli, e
propriamente colui che poteva supporsi uomo, rispose:
— Siamo gente libera come vostra signoria, nel caso che siate uomo
libero, cittadini della Unione Americana e barcaioli di mestiere al
servizio di vostra signoria.
— E dove abitano le loro eccellenze?
— Il nostro domicilio è qui.
— In questo buco?
— In questo buco.
— Dove siete nati?
— Chi lo sa!
— Vi ci menarono di fuori?
— Chi se ne rammenta!
— Che sapete fare?
— A frustate c'insegnarono la schiavitù i reverendi padri delle
missioni.
— La schiavitù non è mestiere; v'insegnarono altro?
— Sicuro eh! C'insegnarono anche il rosario.
— A frustate?
— A frustate.
— Siete cristiani?
— Comandi?
— Chiedo se credete in Gesù Cristo?
— Crediamo nello inferno, dove bruceremo eternamente se non reciteremo
il rosario, e se quando vivevamo in servitù rubavamo anche una
pannocchia di maiz al padrone; ma ora siamo liberi e potremmo rubare
senza paura della casa del diavolo, ma padrone noi non abbiamo più.
— Ma mi sapreste dire come siete liberi?
— Chi lo sa! Prima i padroni si scannavano per tenerci a catena, e poi
si sono scannati per mandarci liberi.
— Ma la differenza che trovate fra la libertà e la schiavitù me la
sapreste dire?
— O non l'ho detta? Quando eravamo schiavi avevamo modo di rubare in
questa vita ai padroni, e andavamo all'inferno nell'altra; ora che siamo
liberi non possiamo più rubare ai padroni, e la fame ci ha aperto le
porte del paradiso; e, se vuole, io ci ho notato un'altra differenza:
con la schiavitù frusta quotidiana e pane tre volte la settimana, con la
libertà, nè frusta nè pane.
— E figliuoli ne generaste?
Allora si rizzò su l'altra creatura, che Curio suppose essere femmina,
la quale per abbaiare non ebbe mestieri come Ecuba essere trasformata in
cagna, e prese a urlare:
— Dodici! dodici! dodici!
— La figliolanza d'Isdrael; e che ne avete fatto?
— Questo è il conto dei miei figliuoli: cinque morirono pel morso
avvelenato dei serpenti a sonagli; due ne sbranarono le pantere; tre se
li inghiottì la febbre gialla; uno lo impiccarono le facce pallide
perchè ruppe il cranio al figliuolo del padrone, che lo frustava senza
discrezione; l'ultimo ebbe il cranio spaccato dal padrone; e così finì
la chiocciata.
— Era tanto bello il mio Candido! finito di parlare la femmina prese a
guaire il negro; il padrone pianse tanto la morte di quel giglio di
amore! Si sbatacchiava per terra, si mordeva le mani; credo che se io
non lo avessi retto si sarebbe buttato via.
Filippo, intento a guarire Curio dalle sue fantasticaggini di
misantropia, osservò:
— Tanto, è inutile che tu vada come i medici a cercare il male col
fuscellino; anco dalle anime più buie trapela sempre qualche raggio di
amore.
E Curio senza badargli continuò ad interrogare il nero:
— Dunque il padrone amava questo figliuolo assai?
— Oh quanto! Il mio bel giglio, pel colore e per la forza, vinceva il re
dei bufali; era alto un metro e ottantacinque centimetri; alla fiera di
Bastrop due giorni innanzi gli avevano offerto seicento dollari; bella
moneta, mio signore, seicento dollari per un negro; ma il padrone
s'incornò su settecento e lo riportò a casa.
— Ma se il padrone lo vendeva, voi non avreste veduto più il vostro bel
giglio pari al re dei bufali?
— Certo, ma grande onore sarebbe stato per noi avere messo al mondo un
figliuolo venduto settecento dollari.
Curio ghignò da cacciare i brividi addosso a Filippo, il quale tentava
per vergogna celarsi dietro qualche tronco di albero. — Curio, pigliando
diletto a tormentarsi tormentando altrui, continua a interrogare il
negro:
— E perchè mai il padrone spaccò il cranio a questo tuo giglio che
pareva un bufalo?
— Una grulleria! A Candido saltò il ticchio di accoppiarsi con la
femmina del padrone; e siccome la sguaiata lo respingeva, egli
l'agguantò pel collo, non mica per male, capisce bene vostra signoria,
ma per tenerla ferma... sono così fragili coteste faccie pallide! Non
volle la femmina più tornare in sè: io giudico lo facesse per dispetto.
Ahimè che angoscia!
La femmina strappandosi i capelli urlava a sua posta:
— Soli, poveri, ignudi, vecchi, ahimè che angoscia!
— E perchè non morite?
— Perchè ci hanno condannati a vivere.
— Non è vero; nessuno può impedire all'uomo la morte; o questi non sono
alberi, e non è fune questa? Le acque del Colorado non corrono rapide e
profonde al mare?
— Impossibile! Ne andrebbe della salute dell'anima; così ci hanno
insegnato i reverendi padri missionari, e vostra signoria comprende che,
dopo avere sofferto pene da cani in questa vita, non ci mancherebbe
altro che andare a patire pene da serpenti nell'altra.
— Ma se la morte fosse sonno unicamente, tutto sonno, e tu ti avessi ad
addormentare per non destarti più, dimmi, acconsentiresti a dormire?
— Cora, senti, la faccia pallida ci domanda se vogliamo addormentarci
senza svegliarci più. Ti contenti di dormire sempre?
— Magari! Sempre, sempre dormire.
A Filippo non resse più il cuore di sopportare cotesto strazio, sicchè,
fattosi animo, entrò di mezzo a dire:
— Di qua passano barche per traghettarci dall'altra ripa?
— Di qua passano, ma rari, certi mostri fabbricati dalle facce pallide,
dentro i quali essi sono riusciti a imprigionare un diavolo; il
tormentatore sentendosi tormentato mugula per la pena, stride e fischia;
ansa affannoso mandando fuori boccate di fumo mescolate di faville;
piange fuoco; sbatte presto presto le ale sul fiume tentando levarsi per
l'aria, ma non può, incatenato a mezza vita come si trova dentro il
bastimento. Quando passa, nonostante gl'inviti delle facce pallide a
salirci su, offerendo gratis nolo e alloggio, scappano tutti, facendosi
il segno della santa croce; altri legni non passano, e se vostra
signoria intende valicare dalla sponda opposta, non troverà barca,
eccetto la mia.
— Dunque menaci la barca, e senza indugio fai di trasportarci di là dal
fiume.
— A dirsi è breve; a farsi ci corre; quanto credono darmi le signorie
vostre?
— Quanto chiedi?
— Ma... dieci dollari vi parrebbero troppi?
— Prima di risponderti, la tua barca, la tua femmina e la tua pelle,
dimmi, costano tanto?
— Una volta io solo costai cinquecento piastre (allora non correvano i
dollari). Le signorie vostre parlano come persone che non sanno niente.
— Come non sappiamo niente? Il tratto di qui a là vuoi tu che misuri
oltre quattrocento braccia? In meno di un quarto di ora il transito è
fatto.
Il negro si mise a ridere sgangheratamente, la femmina lo imitò
mostrando i denti bianchi e acuti da disgradarne un cane da presa, e
l'una ciondolava il capo verso l'altro a guisa di montoni che accennino
cozzare; riso ch'ebbero un pezzo, il negro soggiunse:
— Per traghettare quest'acqua, mirino, padroni, bisognerà andare un
duemila passi in su lungo la ripa del fiume, se basteranno; anzi, oggi
non basteranno di certo, perchè la corrente tira in giù a furia, e se ti
agguanta co' suoi denti di alligatore non ti lascia se prima non ti
abbia scaraventato nel golfo di Matagorda.
— All'occhio questa furia di corrente non apparisce.
— Che importa che la vostra signoria la veda; a vincerla tocca a me.
— Tu dici la bugia per iscorticare il prossimo; ti aiuteremo anche noi.
— Le vostre signorie al remo? Ma che ci pensano!
— Eh! noi siamo gente da bosco e da riviera.
— Mancano i remi per tutti.
— Non fa caso; ci metteremo in due al medesimo remo.
— Questo è buono per andare di là; ma per tornare da quest'altra parte
chi ci darà mano?
— O che in capo al giorno non ci ha a capitare qualche passeggero che
voglia venire dove ci troviamo adesso?
— Difficile, signori miei, difficile, perchè tutte le città lungo il
fiume giacciono dalla riva sinistra.
E non era vero.
In questo ecco udirono intronarsi da fischi acutissimi e ripetuti, onde
volgendo subito il capo videro l'aria dintorno annuvolata da getti di
fumo, come avviene quando parecchie vaporiere s'incontrano in una
stazione.
— E questo che è? domanda Filippo al negro, il quale da prima esitava a
rispondere grattandosi il capo; poi di un tratto, come se avesse trovato
lo scappavia, prese a urlare:
— Novità! Padroni, novità... non perdete un momento a mettervi in barca,
se volete passare dall'altra parte... in barca..! in barca...! Cora, giù
i remi... per avere il contento di servire le vostre signorie, ecco,
voglio usarvi l'agevolezza di traghettarvi per cinque dollari
solamente... gli è quasi per nulla... in tutti e due, s'intende.
I nostri viaggiatori, che non possedevano dollari da sbraciare con la
pala, messi anche in sospetto dalla calca delle offerte tentennavano;
intanto ecco dalla parte opposta del fiume venir via a golfo lanciato
parecchi palischermi: certo ognuno procedeva spinto da quattro paia di
remi, ma se la corrente fosse stata impetuosa come i negri asserivano,
non si sarebbe potuta tagliare così addirittura; i palischermi non
sursero tutti nel medesimo punto, bensì sparpagliaronsi lungo la riva, e
i marinari, appena scesi, presero a urlare a squarciagola:
— Chi vuol passare dall'altra ripa? Chi vuole imbarcarsi per Lagrangia,
per Colombo, per Bastrop, per Austin, faccia presto; si passa a
credenza...
Curio e Filippo non si poterono astenere da ridere di cuore della
furberia dei negri, i quali non si fecero più brutti, perchè questo era
impossibile; peggio accadde quando i nostri amici, per istraziarli, si
scusarono di non approfittare delle loro offerte; pure per
commiserazione diedero loro mezzo dollaro di elemosina e se ne andarono.
I negri presero a storcersi in atti di rabbia e di minaccia; scagliarono
loro addosso il mezzo dollaro, e poi recatesi le mani alla bocca ci
susurravano parole le quali avventavano contro i bianchi a guisa di
sassi: certo ci è da scommettere che non erano benedizioni.
Di corto, i nostri viaggiatori, in compagnia di parecchi tessiani, da
più parti usciti fuori della selva, s'imbarcarono e giunsero sopra la
ripa opposta; dove videro ancorati due piroscafi, i quali seppero
navigare su e giù regolarmente il Colorado fino a cinque o sei miglia
sopra la città di Austin, dove la rapidità della corrente non si può
vincere con veruno argomento umano inventato fin qui.
I capitani dei due piroscafi avevano sbarcato tutta la loro ciurma e
spedita in giro per la terra, perchè a suono di trombe e di tamburo
ragunassero gente e le ammonissero, mediante diversi stendardi bianchi
segnati di nero, che chi voleva andare a Colombo per la elezione del
presidente della Contea Austin avrebbe potuto imbarcarsi pel prezzo di
otto dollari a testa, due pasti compresi, senza vino, nè birra. I
piroscafi erano due, uno chiamato l'_Erebo_, l'altro la _Furia_, ed
entrambi offrivano le condizioni medesime. Di corto sparvero almeno
mezzi gli stendardi bianchi e ne comparvero altri più grandi gialli,
dove si leggeva tinto in rosso l'avviso: impossibile buon prezzo; passo
su l'_Erebo_, sei dollari fino a Colombo, due pasti compresi. Subito
dopo ecco sventolare immensi stendardi celesti, che presentavano scritto
in bianco: incredibile rinvilio; passaggio sopra la _Furia_, sei dollari
fino a Colombo, due pasti e birra. La calca eccitata si stringe sopra un
piazzale, dove il capitano dell'_Erebo_ si trova in faccia a quello
della _Furia_, rossi come i barbigli di gallo o come galli gladiatori in
procinto di battersi; ed eccoli subito instituire fra loro un incanto di
noleggio con gara feroce. — Cinque dollari, due pasti e birra. — Cinque
dollari, due pasti, birra e wiskey. — Quattro dollari. — Tre dollari. —
Due. — Uno. — Più giù non potevano calare; per un dollaro non
c'incastrava neppure la ripresa del carbone; confidavano rifarsi nelle
altre corse alle varie città lungo il fiume. La folla si divise correndo
dietro all'uno od all'altro capitano, secondochè si sentiva più gusto
per l'_Erebo_ o per la _Furia_: i passeggeri giunsero presso i
bastimenti con un palmo di lingua fuori; lì furono sospinti per di
sotto, tirati in fretta e in furia per di sopra e poi arrandellati
peggio dei sacchi di biada sul ponte: rinnovansi fischi da fare rizzare
in piedi dall'antica sepoltura Adamo con le mani agli orecchi; su
l'àncora, come si tira la secchia dal pozzo, e via: i due piroscafi
passarono lo stretto di conserva, e da principio si mostravano un
riguardo che prometteva assai bene; li teneva d'accordo la paura di
stritolarsi nelle angustie del passo; venuti poi in acque più larghe,
dove ognuno potè governarsi a danno dell'altro con fiducia di non
pregiudicare sè stesso, prendono a correre con tristissimo consiglio di
sghimbescio uno addosso all'altro, tentando colpirlo di fianco e
sommergerlo: le scellerate industrie diventavano più sottili nelle
giravolte del fiume, dove il piroscafo che navigava in mezzo procurava
abbrivare la prua addosso all'altro che rasentava la sponda, e così
costringerlo a rallentare il corso e levargli la mano. Nei luoghi
spaziosi lottavano con gara più leale e più bella, ma con poco frutto,
essendo i piroscafi pari in bontà e i marinari ugualmente capaci. Il
capitano dell'_Erebo_, sul quale eransi imbarcati Curio e Filippo,
stando ritto sopra il terrazzino traverso ai tamburi, si dimenava,
gestiva, urlava da spiritato: con voce rantolosa non ismetteva mai di
ordinare:
— Fuoco alla caldaia!
I suoi sottoposti, invasi dalla medesima rabbia, buttavano giù senza
posa carbone a palate; ma siccome l'emulo capitano della _Furia_
adoperava lo stesso e peggio, non si veniva a capo di nulla: entrambi
serpi che mordevano lime, quantunque essi corressero nella fuga
infernale da _venticinque a ventisette miglia all'ora_, per modo che il
soverchio moto, trasformando alla vista gli oggetti circostanti, facesse
apparire le piante e gli alberi delle due sponde quasi due striscie
continue di panno verde. Il capitano dell'_Erebo_, non avendo altro da
rodere, per la rabbia si rodeva le mani; intantochè i passeggeri con
terrore avvertivano le faville della cappa del camino cascare a gruppi
su certe balle di fieno e di cotone caricate in coperta con pericolo
presentissimo, anzi certezza d'incendio; e poichè parve loro, e
veramente era, ogni indugio pernicioso, deliberarono mandare alcuni di
loro in deputazione al capitano, affinchè la salvezza comune non patisse
detrimento. Il capitano, poichè l'ebbe udita, rispose a denti stretti:
— Quando anche doveste andarvene tutti all'inferno, vi parrebbe caro il
viaggio a cinque franchi e trenta centesimi a testa?
E senza confondersi più oltre con loro, rivolto ai suoi:
— Che Dio vi danni, pigliate quanti barili di sego troverete nella stiva
e buttateli tutti nel focone.
E fu fatto: per un momento fumo, faville, cigolìo della macchina
cessarono, ma dopo pochi minuti secondi ecco il fumo prorompere nero,
vorticoso, affannoso dieci cotanti più di prima; le fiamme dardeggiano
fuori del fumaiolo orribili come lingue di serpenti; la macchina urla e
smania quasi ci fosse dentro l'anima dannata di un papa o di un re. Pur
troppo quello che si prevedeva accadde: le balle del fieno e del cotone
avvamparono. Ora sì che lo sgomento dei passeggeri giunse al colmo, i
quali si videro soprastare tre morti una peggiore dell'altra: annegati
nell'acqua diaccia del fiume, o cotti nell'acqua bollente delle caldaie,
ovvero inceneriti nelle fiamme del fieno e del cotone; arrogi per
soprassello di terrore che si vedevano abbrivati con irresistibile
spinta contro uno dei soliti puntoni composto di tronchi di alberi che
occupava quanto era largo il fiume, eccetto forse una sessantina di
braccia. Un passeggero americano, che al lato di Curio stava con molta
attenzione a considerare lo spettacolo, a quel punto tirò giù la lunga
carabina che portava ad armacollo e prese la mira al timoniere che stava
alla ruota.
— Che fate voi? grida Curio deviando vivamente la carabina dello
americano, il quale pacato risponde:
— Affinchè l'_Erebo_ si fermi non ci vedo altra via che ammazzare il
timoniere; e si riprovava, senonchè in questo istante un urto terribile
mandò la più parte di quelli che si trovavano sul ponte a gambe levate;
il capitano stesso capitombolò giù dal terrazzino, e fu creduto
precipitasse nella stiva.
I cumuli di tronchi e di rami di alberi, ed anche di alberi interi
mescolati con terra, di cui fu tenuto proposito, li formarono i secoli,
e giunsero a tale da turare il passo del fiume, non già impedire lo
scorrere delle acque per di sotto; in lingua paesana questi cumuli si
chiamano _draft_; si sollevano e si abbassano con le acque del fiume,
come quelli, che sopra esse galleggiano; appunto sul Colorado ne
occorreva uno lungo ben diciassette leghe, che gli anglo-sassoni
americani, questi titani del nuovo mondo, tagliarono pel mezzo
praticandovi un canale: questo poi in taluni punti offre bastevole
larghezza; in altri si stringe così, che i rami fronzutissimi degli
alberi cresciuti lungo le sponde, intrecciandosi per di sopra, vi
formano come una volta; quivi non penetra raggio di sole, e il buio vi
dura tutto l'anno fitto, sicchè ti sembra traversare una botte forata
nelle viscere dei monti.
L'_Erebo_ era ferito: il paragone del guerriero col costato trafitto da
una freccia non farebbe al caso, però che dalla ferita del guerriero
trabocchi fuori il sangue, mentre da quella del piroscafo l'acqua
irrompe dentro gorgogliando: mentre l'_Erebo_ si versa in cotesto
terribile pericolo, ecco la _Furia_ passargli da canto, strisciarlo come
ad oltraggio e sparire via più ratto di saetta volante, urlando: _urrà!_
Curio aveva chiuso gli occhi mormorando: _in manus tuas me commendo_;
quando li riaprì vide il diavolo del capitano al suo posto, che
impartiva ordini con voce squillante, che parevano rintocchi di campana
a martello; costui era caduto a capo fitto sul ponte, ma senza pur
perdere tempo a riscontrare se si fosse slogato spalla o braccio,
arrampicandosi su di una corda aveva ripreso il posto nel terrazzino:
quinci in un battere di occhio conobbe come il timoniere, per colpa del
fumo, perduta la vista della prua, avesse urtato sconciamente nel
_draft_, e qualche tronco, sfondando le staminare, penetrato nel corpo;
— si guarda attorno, e poi breve e vibrato:
— Attenzione per chi intende salvare la vita. — Fieno, cotone, tutto
all'acqua...
In meno che non si dice, accesi o spenti, fieno e cotone giù nell'acqua;
e il capitano da capo:
— Con tutta piena forza — l'_Erebo_ indietro potentemente.
Pilota, timoniere e macchinista, molto per amore della vita, e
moltissimo per la paura del capitano Brawler, avvezzo a pagare le
partite di disobbedienza in moneta di _rewolver_, operarono di concerto
tale uno sforzo, capace di sbarbare, non che l'_Erebo_, il Colosseo di
Roma. Il piroscafo, liberato dal tronco feritore, lascia aperta una via
all'acqua, che minaccia farlo passare per occhio in pochi minuti: qui
non ci ha tempo da perdere; di fatto la voce stridente del capitano si
ode da capo:
— Attenzione! Tutta pienissima forza — a poggia.
E il buon battello gira agile a destra come uscio si volge sopra arpioni
bene unti. Il capitano allora con immenso urlo insiste:
— Forza... tutta forza — _urrà!_ contro terra...
E l'_Erebo_ si precipita a investire la sponda con lo impeto del
disperato, il quale dà del capo contro il muro per finire la vita; ma
per l'_Erebo_ non fu così, imperciocchè il capitano, con occhio di
falco, avesse visto essersi formato a destra della spiaggia certo spazio
arenoso, dove il battello incagliandosi, il pericolo di colare a fondo
era vinto. La fortuna secondò l'ardire, ed egli subito, agguantato un
cavo, si lasciò scorrere fino a terra, dove si mise a considerare con
diligenza il luogo: parve soddisfatto dello esame, dacchè, volta la
faccia in su, così arringasse i passeggeri affacciati in diversi atti di
paura o di ansietà dalle paratie del battello:
— Coraggio! Per ora non affogate più: sarà per un'altra volta; — potete
scendere. Domani dopo mezzogiorno ripiglieremo il viaggio: tenetevi per
avvertiti; chi intende aspettare, bene, rimane fermo il contratto; chi
no, perderà mezzo nolo; e poichè giudico io che siamo presso a
_Columbus_, ch'è quanto dire a tre quinti del viaggio, vedete bene che
vi regalo un tanto.
Ai passeggeri non parve vero abbandonare l'_Erebo_ a sì buon patto;
tutti avrebbero volentieri renunziato al dollaro, e qualcheduno ne
avrebbe dato un altro. Ciò fatto, il capitano, sempre con la medesima
foga, chiamato a sè il dispensiere, in brevissime note gli significa il
voler suo; dopo il dispensiere il carpentiere, e con lui adopera nella
medesima guisa; finalmente convoca i negri che si trovano a bordo, cava
fuori il taccuino, scrive una pagina e la stacca, poi due, poi sei, poi
dieci, le consegna ai negri, e col cenno più che con la voce li spinge
in diverse parti; i negri corrono via come se fra loro si contrastassero
il palio. Allora il capitano, preso un pizzico di tabacco, se ne fece
una _spagnoletta_, ponendosi a passeggiare su e giù, ed a fumare come se
nulla gli fosse accaduto.
Curio e Filippo, senza prendere partito, si misero anch'essi andare
aioni per la selva, nè si dilungarono gran tratto che occorsero in
parecchie brigate di gente delle quali ognuna tirava dietro la sua
bandiera; ma a poco a poco tutte le bandiere rimasero deserte, eccetto
sol due; celeste l'una, l'altra vermiglia; in entrambe leggevasi un nome
tinto in bianco: le accompagnavano il solito strepito di trombe, di
tamburi e di conchiglie: urli e fischi da parere il finimondo; chi
portava ceste, chi panieri o corbelli; chi a piedi, chi a cavallo, e
sovente sul cavallo o sul ciuco due; qualche volta anche tre; le donne
più strepitose di tutte sciorinavano smanianti stoffe di vari colori e
dello schiamazzo proprio s'inebriavano: arrivate le due processioni
sopra un prato, deposero a un tratto ceste, corbelli e panieri, e misero
in mostra bocce, bicchieri e di ogni maniera vasi di liquori e mangiari.
Qui stavano tutte le facce appuntate, ma quando te lo aspetti meno un
vocione si fa sentire dall'alto; ti giri, non vedi nulla; guardando
meglio ti si mostra mezzo nascosto dalle fronde sopra un albero certo
personaggio grosso, panciuto e in faccia rosso come pomodoro maturo:
come diavolo costui fosse riuscito ad erpicarsi lassù è difficile darci
ad intendere; ma per troncar corto egli incominciava a concionare subito
in questa sentenza alle turbe; e col braccio destro abbracciato un ramo,
col sinistro gestiva come vela di molino a vento. A quanto fu dato
capire egli sermonò della scelleraggine della servitù, della necessità
di sperderne dalla faccia del mondo fin la memoria, della urgenza di
eleggere a presidente della Contea Abramo Sandiford di Bastrop... A
cotesto punto un groppo di proietti vegetali, vari di mole e di
famiglia, interruppe l'oratore; egli, mostrando il viso alla fortuna,
con la man manca come meglio poteva si schermiva, ma quasi sempre
infelicemente, da quell'uragano di batate, di patate, di carote, _et
similia_, e mostrava volere continuare ad ogni costo; allora ebbe
principio il getto di corpi più voluminosi, ma sempre morvidi; e
l'oratore: forbici! Subentrano zolle e sassi; non bastando più la
mancina alla difesa, chiama in soccorso la destra, onde il povero uomo,
perduto lo equilibrio, rovinò giù sul terreno. Si levano attorno risa
sgangherate con la miscela dei soliti urli, fischi e grugniti: forse
taluno della turba sentendone pietà lo avrebbe raccolto, ma la pietà non
ebbe tempo a sfondare il guscio, perchè dal lato opposto sorse una voce:
— Attenzione, cittadini!
Una fanciullina però fu vista accostarsi al malcapitato oratore,
rialzarlo amorosa ed asciugargli il sangue che gli colava dal naso
rotto; forse gli era figliuola o piuttosto nipotina.
La moltitudine tutta di un pezzo si era volta dall'altra parte a mo' di
bandierola sul camino quando muta il vento; e certo le si parò dinanzi
agli occhi uno spettacolo degno di essere veduto. Un omaccione tirato
giù con l'accetta, colore di olio vieto, con barba e capelli più che
pece neri, ombreggiato il capo da un cappellaccio d'immensa grandezza,
stava ritto sul basto di un asino che gli serviva di pulpito (quanti
predicatori fra noi non ne meriterebbero altro più illustre) donde prese
a sermonare le turbe:
— Che cosa è mai la schiavitù? Su la coscienza mia, io confesso che non
ci capisco niente. Sul principio del mondo Dio disse all'uomo: io ti
costituisco re di tutte le bestie, delle quali ti servirai e ti ciberai
secondochè te ne piglierà il ticchio: al quale intento io ti regalo due
paia di denti canini. Glielo disse, o non glielo disse? Glielo disse:
dunque il punto sta qui: i neri sono uomini come noi, ovvero sono
bestie? Ora, per usare una felice espressione dei francesi, che sono la
ingegnosa gente che tutto il mondo sa: porre così la quistione torna lo
stesso che risolverla. Farei torto ai gentiluomini che mi fanno l'onore
di ascoltarmi se mi attentassi temerariamente paragonarli ai neri, di
cui so che qualche famiglia di scimmie rifiuta la parentela. Ad ogni
modo la servitù pei neri vuolsi considerare proprio una manna di Dio; di
fatti ai loro paesi non cessano mai di straziarsi con la guerra...
— E noi altri viviamo in pace?
— Silenzio! Udite! udite!
— I prigionieri da prima ammazzavano, arrostivano e morfivano, ma dopo,
che trovano conto a venderli, li serbano vivi... e questo bisogna
convenire che è un vantaggio... un progresso della umana virtù...
— La quale fa passi da gigante in questi baratti di carne umana con
acqua di fuoco; così i vincitori muoiono per ubriachezza, i vinti per
frustate...
— Chetatevi! Non è vero nulla; noi li raccogliamo a braccia aperte, noi
li mettiamo a parte della famiglia, noi li nutriamo...
— Polenta di maiz poca e cattiva; condita coll'acqua, coll'acqua e poi
coll'acqua...
— Subito che non muoiono, vuol dire che possono vivere.
— E le frustate per companatico non le mettete in conto?
— Chi ben picchia, bene ama. Il sapiente re Salomone ha lasciato detto:
gastiga il tuo figliuolo e tu ne sarai in riposo: ed egli darà di gran
diletti all'anima tua.[16]
[16] Prov., c. 29, n. 17.
— E dollari alla tua borsa.
— O che pretendereste, che noi gli avessimo a trattare meglio dei nostri
figliuoli? D'altronde la esperienza insegna il bastone essere l'unica
grammatica che il nero impari presto e bene; ma quelli i quali affermano
che noi li percotiamo a morte, non sanno quello che si dicono; essi
credono che noi non abbiamo cuore per calcolare che se il negro infermo
non lavora, se muore, noi perdiamo il capitale che ci costa.
— I condannati in galera travagliano meno di loro.
— Nego, ricisamente nego, perchè il nero, quando ha lavorato sedici ore,
può impiegare a suo benefizio quello che gli avanza del giorno: aggiungi
poi che i missionari non rifinano di predicare il lavoro essere la
migliore preghiera che l'uomo possa fare a Dio, onde noi, facendo
lavorare i negri più che possiamo, crediamo in buona fede provvedere
alla salute delle anime loro; più lavorano, più si tengono bene
edificato il Padre delle misericordie; inoltre il vestito non lo contate
per nulla?
— Un paio di calzoni ed una camicia l'anno!
— Sicuro! A questi calori ogni di più li farebbe morire.
— E cappelli?
— I nostri cappellai sono le palme. Sta' a vedere che questo cappellone
che porto è pelo di castoro?
— O le scarpe?
— Le scarpe! La esperienza, questa madre del sapere, insegna che le
scarpe al negro gli fan male ai calli.
— I neri uomini sono, e cristiani come noi pel battesimo, dunque perchè
non hanno ad essere cristiani come noi nella libertà?
— E dai, con questa benedetta uguaglianza! È qui, signori miei, che mi è
cascato il ciuco; qui dove pigliarono equivoco ministri, missionari,
preti, frati, filosofi, insomma tutti; gli è chiaro come l'acqua che
Cristo ha predicato pei bianchi e non pei neri; e valga il vero. Vi
basta l'animo di trovarmi un nero fra i dodici apostoli, o fra i
settantadue discepoli? Tutti erano bianchi ai tempi di Cristo, fin
Caifasso, fin Pilato, fin Giuda...
— O Melchiorre mago era bianco?
— Melchiorre?
— Si, Melchiorre.
— Melchiorre era un re, non era un uomo.
Filippo, che da parecchio tempo se ne stava ascoltando l'oratore,
accanto all'asino, piano piano, non parendo fatto suo, aveva cavato di
tasca un pezzo di esca e, accesala, la cacciò destramente, senza che
veruno se ne accorgesse, nell'orecchio che più gli era vicino, al ciuco,
il quale, sentendosi scottare, spara una coppia di calci mandando a capo
fitto il predicatore, che piglia ad andare con le mani e coi piedi
carpone per terra; ma l'asino, inseguendolo, gli pose le zampe anteriori
su la groppa, sicchè parve volesse cavalcarlo; di qui un riso
inestinguibile e nuvoli di polvere levati dal pestare dei piedi in
terra, e urli, e un battere delle mani che andava alle stelle.
Fin qui commedia, ora incomincia la tragedia, perchè, si sa, i casi
umani, onde sieno perfetti, hanno da presentare i caratteri della
tragicommedia; invero il giumento, infellonito dal bruciore dentro
l'orecchio, spicca un salto, e saltando tira un'altra coppia di calci,
che spaccarono il cranio come una melanzana al predicatore della
schiavitù: egli era paesano del Texas, e perciò aveva condotto seco
moglie, due nuore e cinque figliuole e un cappellano; perchè si
professasse cattolico, apostolico e per giunta romano; siccome in
America non usano svenimenti, le donne misero il malcapitato nelle mani
del cappellano e ripresero il cammino di casa loro conducendo seco
l'asino. Gli astanti sparsero di terra l'erba insanguinata, e le cose
ripresero l'aspetto di prima.
I due uomini che parevano i capi delle processioni, ristrettisi insieme
a parlamento, in breve si trovarono d'accordo a continuare il broglio
delle elezioni, remossa qualunque predica: impertanto posero sopra due
ceste voltate sottosopra due corbelli zeppi di polizze celesti e rosse
co' nomi dei due candidati alla presidenza della Contea; uno era, e l'ho
già detto, Sandiford di Bastrop, abolizionista, l'altro Talaveyra y
Musquito di Gonzales, impenitente per la schiavitù: a chi pigliava una
polizza mescevano un bicchiere di liquore a scelta; spesso gli elettori,
se inavvertiti tornavano a bere la seconda e la terza volta, comecchè
taluni appartenessero alle confraternite della temperanza, se scoperti
erano abbaiati e respinti; e allora, impronti più delle mosche
cavalline, ostentando cruccio, si facevano a pigliare le polizze e a
bere dall'altra parte.
— Ma a votare dove vanno? — domandò Curio a quello che pareva capo del
partito _abolizionista_.
— A Columbus, gli fu risposto.
— E quando?
— Domenica prossima.
— Credete che domani potremo rimbarcarci su l'_Erebo_?
— Nè manco per sogno.
— Dunque il capitano è imbroglione? Sono queste le virtù che professano
i cittadini americani?
— Il capitano reputano universamente uomo lealissimo: egli non inganna
perchè ha fede che la sua volontà basti a risarcire il suo battello per
domani, e certo egli non lascerà nulla addietro onde ciò avvenga: e poi
avvertite che l'americano si fa a dire: io non costringo nessuno a
credermi; sono libero di affermare la mia opinione intorno ad un fatto
che casca sotto gli occhi di tutti; sta al giudizio degli altri
accertarsi se la mia opinione possa verificarsi; — e ciò basta alla sua
coscienza mercantile. Ma qui, aggiunse guardando l'orologio, l'ora si fa
tarda, e prima di tornarmene a casa mi occorre mangiare qualche cosa.
— Ed anco noi siamo digiuni da ieri.
— Dunque venite meco, che saprò io dove darmi di capo.
Curio e Filippo tennero dietro al tessiano, maravigliando forte com'egli
s'incamminasse verso la spiaggia dove aveva investito l'_Erebo_; ma la
maraviglia loro crebbe oltremodo quando da un fianco del battello
incagliato videro un nugolo di maestri di ascia, segatori, carpentieri,
calafati ed altri operai siffatti, usciti come per incanto di sotto
terra, che lavoravano a furia per risarcirlo; dall'altro fianco del
battello, immediatamente a canto, sorgeva sopra la spiaggia una baracca
ornata di festoni di rami, di bandiere nella massima parte americane;
fra quelle delle altre nazioni primeggiavano le papaline, venivano dopo
le inglesi; scarse le francesi; delle italiane nessuna. Sopra la baracca
una immensa bandiera bianca di bambagina, dove avevano dipinto in fretta
con tinta nera: «grande banchetto elettorale tessiano; tre mense;
antipasto, pranzo, frutti, pasticcerie, birra e wiskey tutto compreso;
un dollaro a testa».
La guida dei nostri viaggiatori tentennò il capo e sorridendo disse:
— Per far quattrini su l'acqua gli americani danno dei punti al diavolo.
— Poi volto ai compagni soggiunge: — che ve ne pare?
— Parcene bene; ma com'entra qui la bandiera del papa?
— Ci entra come la civetta per pigliare le lodole: la più parte dei
tessiani appartengono alla religione cattolica; e l'americano si serve
della bandiera del papa per richiamo a fare una bella retata. Vale il
pregio che voi ci assistiate, siete forestieri e deve riuscirvi
dilettevole conoscere i costumi del paese.
— Dispensateci, signore, la nostra povertà non ci permette il lusso di
simili banchetti.
— Ciò non tenga; pregovi accettare il mio invito.
— Signore, rispose Curio alquanto alterato, la nostra educazione ci
vieta accettare di questa maniera inviti da stranieri.
— Straniero io! Voi siete italiani, ed io sapete dove nacqui? A Novara;
dunque venite meco, e non mi state a seccare.
— Ma noi non vi conosciamo; e voi come sapete che noi siamo italiani?
— Ci voleva Colombo a scoprirlo! Mentre ci troviamo insieme, voi senza
accorgervene avete ricambiato tra voi un paio di dozzine di parole
lombarde. Non mi conoscete! Oh! che l'uomo si può chiamare straniero
all'uomo; anzi l'italiano all'italiano quando la ventura glie lo fa
incontrare in luogo lontano dalla patria? Orgoglio! orgoglio! Il poeta
ha detto:
. . . . . . . . regale è cosa
Serbar nelle sventure altero il nome;
ma io innanzi tratto mi professo popolano, nè voi, chiedo scusa, non mi
parete tagliati dal legno onde si fanno i duchi; a noi pertanto corre il
debito di aiutarci; e non ho mai sentito dire che la ospitalità umili
l'ospite; certo questa non è casa mia, ma come pubblica posso
esercitarvi ottimamente l'offizio della ospitalità.
Le parole sapevano di brusco, ma così dolce le temperava la soavità
della voce, che i nostri viaggiatori gli tennero dietro senz'altro
parole.
Dentro la baracca stavano disposte quattro tavole per lungo; in fondo,
in luogo più eminente, una per traverso; dietro a questa, anche più in
alto, un pulpito con allato una campana di bordo. Sul pulpito faceva
bella mostra di sè il capitano vestito di nero con la cravatta bianca;
la sua destra guantata pure di bianco teneva la catena della campana. Le
mense spoglie di tovaglioli, bocce e bicchieri; un solo piatto per uomo,
ed una sola posata: sopra le mense a mucchi carote, cipolle, patate e
batate, pannocchie di maiz o granturco bianco, rape, navoni ed altre
siffatte galanterie.
— Attenzione! urla il capitano. Adesso incominciò a sonare la campana a
distesa; poi fermo; dopo tre tocchi... primo... secondo... terzo; al
terzo ognuno pigli posto, si serva e mangi come può e quanto può.
Come disse fece; al terzo tocco un rovinìo di gente si affolla verso la
mensa, e, come accade, ci furono spintoni da stramazzare un bufalo e
gomitate da rompere una coppia di costole almeno, pestamenti di calli da
far vedere tre soli in cielo e bestemmiare in terra: alla meglio o alla
peggio aggreppiaronsi tutti, e senza alcun riguardo pel prossimo ognuno
stese le mani rapaci e pronte al mucchio dei vegetali, procurando
grancirne quanti più poteva; subito dopo tuffatili nel pimento presero a
sgretolarli a morsi, sicchè subito si levò la soave armonia che menano i
cavalli quando masticano fave. Parecchi i quali avevano abusato del
pimento, sentendosi bruciare la gola, gridavano: bere! da bere!
Il capitano agita da capo la campana, ed ecco uscire dalla banda del
bastimento e scendere per lo scaleo in cadenza una processione di negri
a due a due, i quali portavano gravemente inzuppiere di metallo;
accostaronsi alle mense e quivi stettero bianco vestiti e impalati.
Obbedendo poi a nuovo ordine, loro significato mercè il rintocco della
campana, depongono le inzuppiere sopra le tavole e tornano su ritti.
Venti mani calarono in un attimo sopra ciascheduna inzuppiera e la
scoperchiarono:
— Dannazione! Vuote! Come vuote? Perchè vuote? urlano i commensali
voltisi verso il capitano e tendendo contro lui i pugni chiusi.
— Attenzione! senza punto commoversi grida più forte il capitano, e
rincalza la sua voce col suono della campana. La mensa, o cittadini,
esercita due forze; la prima sul principio, la seconda all'ultimo; una è
centripeta; di fatti vi vedo seduti tutti, e Dio vi benedica; l'altra è
centrifuga, e pasciuti che foste, vi sperdereste di qua e di là, e bravo
chi vi agguanterebbe; io vi ho contato e voi siete giusto
duecentoquindici: ognuno deponga il suo dollaro nella inzuppiera, e
riscosso che abbia il costo del pranzo io ve lo continuerò sotto i lieti
auspicii coi quali l'abbiamo incominciato.
Gli americani non si adontarono dello strano ragionamento: anzi taluno
esclamò:
— Molto benissimo! — intanto che gettava il suo dollaro nella zuppiera.
Qualche tessiano di origine spagnuola parve volersene risentire,
senonchè la coscienza, tirandogli una falda del vestito, gli susurrò
dentro all'orecchio destro: giù la superbia, che tu sei fantino non solo
da scroccarti lo scotto, ma sì di portarti via la posata. E la fame,
tirandolo per l'altra falda, gli urlò nell'orecchio sinistro: arrabbio:
ond'egli si adattò a pagare, e gittando il dollaro tempestava percotendo
del pugno su la tavola: da bere! da mangiare!
Allora il pranzo riprese il suo andamento con tale puntualità, che
meglio non avrebbe potuto ordinare il capitano Lamarmora, _buon'anima_,
se togli che questi alla campana avrebbe sostituito il figlio della sua
predilezione, il _tamburo_... Ed ella che vuole, signor lettore, che mi
fa cenno di parlare? Udiamo, via, che ho fretta... sicuro! Siamo
d'accordo! Se il confessore glielo avesse consigliato, il capitano
Lamarmora avrebbe tenuto ferma la campana e sagrificato il _tamburo_, —
anche Abramo per piacere a Dio non si ammannì a sagrificare Isacco; —
molto più ch'è fama la campana inventasse san Paolino vescovo di Nola, e
il tamburo sia di origine turca.
Di che cosa andasse composto il pranzo non vale il pregio di scrivere;
ci furono braciole di bove arrostite; — e poi lombate di bove arrosto; —
e poi daini, oche, anitre salvatiche girate nello spiedo; pesce su la
gratella, e tutto spolverizzato di pimento in guisa che ci pareva
piovuto sopra; le ultime mense andarono composte di torte di salmone
salato, mosciama, buttagra, salacche e simili altre delizie da mettere
il fuoco in corpo al Mongibello. Con questo tiro furbesco avvenne che le
vivande bastarono e ne avanzarono, un po' perchè ce n'era copia, e un
po' perchè cucinate in modo, che nè anche all'inferno si farebbe peggio;
ma del bere avevano patito penuria, ed ora boccheggiavano a labbra
asciutte più assetati che mai; però bisogna dire, a onore del capitano,
che nè anche l'acqua del Colorado convertita in birra o in wiskey, rhum
e cannella sarebbe bastata per cotesta razza gorgozzuli. Il capitano si
coperse il capo e con voce sonora disse:
— La seduta è sciolta, chi vuol bere se lo paghi.
Tuttavia quest'uomo dabbene ebbe avvertenza, perocchè in una baracca
succursale, fabbricata dietro la baracca da pranzo, era instituita
canova di vino e di ogni altra ragione liquori.
I nostri italiani, quantunque avessero piuttosto riso che mangiato, pure
il pimento aveva loro messo il diavolo in bocca; il wiskey gliel'avrebbe
finita di sgallare; la cervogia la più parte degli italiani giudica
medicina; onde l'ospite gentile, che questo conobbe, desideroso di
gratificare i patriotti, commise che portassero qualche bottiglia di
bordò. Adesso accadde che mentr'essi centellavano il prezioso liquore,
alternando di bei ragionamenti, tre tessiani, di cui uno il promotore
della candidatura del presidente _schiavista_, senior Talaveyra y
Musquito di Gonzalez, si assettassero a canto loro, e fumando e bevendo
bicchieri colmi di rhum, urlassero a coro; di un tratto ad uno di essi
saltò in capo la fantasia di voltarsi al nuovo amico dei nostri
personaggi e interrogarlo con piglio arrogante:
— Dunque vostra signoria è risoluta recarsi ad ogni costo a Columbus,
per quivi sostenere la candidatura del Sandiford alla presidenza della
Contea?
— Esattamente come dice vostra signoria; votare e far votare per lui.
— E che cosa muove la signoria vostra a pigliarsi queste scese di capo
pel Sandiford?
— Pel Sandiford! Io non lo conosco neppure; io non parteggio per l'uomo,
bensì pei principii di libertà del genere umano ch'egli dichiara di
professare.
— Scusi, signore, ma che ella ha ricevuto il mandato di procura per
trattare i negozi del genere umano?
— Certo; cristiano sono, e come cristiano sento corrermi il debito di
fare altrui quello che vorrei fosse fatto a me.
— Oh! non ha sentito vostra signoria che il signor Gesù Cristo, quando
predicò tutti gli uomini uguali, intendeva parlare dei bianchi, non già
dei neri? In questo il signor predicatore su l'asino aveva ragione da
vendere.
— Il signor predicatore ne sballava di così grosse, che nè anche l'asino
sul quale predicava si è potuto reggere. Cristo ha parlato per l'anima
dell'umanità, non pei corpi, e voi presumerete interpretare i suoi
precetti con la tavolozza dei pittori. Ai tempi di Cristo non esistevano
etiopi? Ed egli non li conosceva? Ignora vostra signoria che non mancano
dottori i quali sostengono che Adamo nacque di razza nera?
— Ma che vostra signoria parla sul serio? Le basterebbe il coraggio di
bandire, che vostra signoria, che io, che tutti questi idalghi, siamo
uguali ai sacchi di carbone chiamati neri?
— Scusi, vostra signoria è cristiano?
— Certo, e per giunta cattolico.
— Allora mi farebbe la finezza di chiarirmi perchè nelle chiese
cattoliche di Bogota, dirimpetto all'altare dove si venera il Cristo
bianco espongono il Cristo nero? Perchè il papa ammette agli ordini
sacri preti neri? Perchè consacra perfino vescovi neri? Ognissanti di
San Domingo, questo eroe della libertà, non era nero? Ha vostra signoria
mai letto le opere degli scrittori e dei poeti neri, ve ne ha perfino
nere, e di che cuore!
— Queste, mio signore, sono eccezioni.
— Ah! ella dunque crede regola la sapienza della razza bianca? — Buon
pro le faccia! Ad ogni modo i negri creature umane sono, e caso mai
avessero ereditato dalla natura meno della razza bianca, senno ed amore
consigliano ad uguagliare per quanto da noi si può la parte nostra con
la loro, affinchè essi con rabbia e con rapina non si piglino tutte e
due, la nostra e la loro. Nè noi bianchi, consideri vostra signoria,
fummo sempre come adesso siamo dottori che vadano per la maggiore; anzi,
ai giorni nostri scienziati di grido dimostrano per filo e per segno,
che vostra signoria, che io, in fin di conto, siamo scimmie piallate.
Il tessiano di un salto si alzò da sedere, ma l'altro pacato continuò:
— E poi che serve recalcitrare con la forza del secolo e il genio della
umanità? Così decretava solennemente il congresso degli Stati Uniti; — e
se è lecito, anzi dovere del libero cittadino discutere la legge, finchè
mandata a partito non riesca vinta, vuolsi rispettare una volta votata.
Pensi al misero Brown; egli pretese contrastare alla legge, la quale
allora permetteva la servitù, e venne senza misericordia impiccato...
— Costui fu arruffapopoli, e quando lo impiccarono non gli diedero il
suo avere.
— Scusi, vostra signoria gli avrebbe dato, oltre la forca, il
vantaggino? Il Brown venne al mondo troppo presto; in tutte le umane
faccende per pigliar pesci bisogna levarsi presto, eccettochè nelle
politiche, dove chi si affretta busca croce, o corda, o fuoco: Arnaldo
da Brescia, Giovanni Hus, Girolamo da Praga apparvero primaticci, e
furono arsi; Lutero sbucciò a tempo, e fece la riforma. Adesso veda
vostra signoria in che acque ella navighi: la guerra di _secessione_ è
finita: adattiamoci ai fatti conchiusi; non rimescoliamo le ceneri dei
morti; inchiniamoci riverenti davanti al sepolcro insanguinato di
Lincoln.
— Dunque, secondo lei, per avere ragione bisogna vincere? E chi le ha
insegnato di barattare il diritto con la forza? Dunque gli americani
ebbero torto quando sorsero contro la madre patria? Torto il Messico e
le altre parti dell'America Meridionale quando scossero il giogo della
Spagna? Torto allorchè noi tessiani volemmo le nostre sorti separate da
quelle del Messico? Fino dal tempo delle missioni cattoliche, avevamo o
no la schiavitù noi altri tessiani?
— L'avevate.
— Senza le braccia dei neri avremmo potuto dissodare tante terre
incolte.
— Sarebbe stato a mio parere difficile.
— Sa vostra signoria che, quando il Messico levò la bandiera della
ribellione contro la Spagna, e il Texas gli tenne dietro, don Agostino
Iturbide imperatore abolì la schiavitù da per tutto, ma, penetrato della
necessità di mantenerla nel Texas, ne permise la continuazione a patto
che non traessimo i negri dalla parte del mare, bensì ci entrassero
unicamente da quella di terra?
— Lo so: quanto vostra signoria afferma è verità.
— Di punto in bianco al Messico viene il dolore di corpo di abolire
intieramente la schiavitù, vietando che s'introducessero i neri nel
Texas, sia dal lato di mare, sia dal lato di terra: allora tutti noi
altri abitatori della contrada, disperati, levammo gli occhi al cielo
gridando: _consumatum est!_ Ora sa ella chi furono coloro che in cotesti
tempi facevano fuoco nell'orcio, onde noi, armata mano, a cotesta
abolizione contrastassimo? Gli americani, che accolti ospiti nel 1821 in
numero di trecento sotto la scorta di Stefano Austin, vi si erano
allargati come la macchia dell'olio: anzi, sopportando molestamente che
gli animi non procedessero accesi a forma della loro impazienza,
proposero al governo del Messico di comprarci a contanti, ma quello non
ne volle sapere. Ora donde tanta smania di dominare su di noi?
Eccogliela pronta: per mantenerci la schiavitù, imperciocchè il Texas
fosse per essi un mercato dove smaltivano lo scarto dei negri della
Carolina Meridionale, della Virginia, dell'Arkansas, del Missurì, del
Tennessee, non che per avvicinarsi alle miniere e all'Oceano Pacifico.
— Tutto questo può darsi; anzi è.
— Gli americani, scottati nel proprio interesse, non sapendo più dove
ripiegare coteste sferre di negri, ci aiutano addirittura a ribellarci
dal Messico: uniti vincemmo in vari scontri; per ultimo, superati i
nemici nella battaglia di San Giacinto, rotto Santanna, e prigione del
generale Houston, avemmo pace e ci legammo con gli Stati Uniti, co'
quali vivemmo di amore e d'accordo godendoci insieme i benefizi della
schiavitù. Più tardi gli americani e noi, venuti in lite col Messico per
cagione di confini, ripigliammo le armi; i successi sul principio vari,
finalmente si volsero favorevoli a noi, onde pel trattato
Guadalupa-Hidalgo del 1848 furono stabiliti a Rio Bravo fino a Bagdad
sul Golfo nel Messico; può vostra signoria negarlo?
— Le sono cose note a tutti; e quello che vostra signoria afferma non fa
una grinza.
— Quindi ecco rifiorire il traffico dei negri nella sua pienezza, ecco
rilevarsi l'agricoltura; tutte le benedizioni di Dio piovere sul paese.
Saturno scappato di Europa pareva venuto a letificare il Texas.
Protettore nostro, e degno di corona civica il generale Jackson, potente
signore di armenti di bufali e di negri, e quindi sviscerato promotore
della schiavitù. Quando ce lo aspettavamo meno, ecco saltar su un fungo,
un uomo da nulla, un legnaiolo, povero in canna, che per pisciare sul
suo doveva pisciarsi in mano, che non possedeva un dollaro da far dire
una messa, insomma un plebeo, un operaio... Lincoln!
— Ah! vostra signoria parlava di Lincoln?
— Sicuro. Di questo saltimbanco che si arrampicò alla presidenza della
Unione come una zucca su la pergola dello zibibbo; per lo appunto,
costui compiacendo all'astio e alla paura dei mercanti falliti del
Settentrione, ecco farsi a bandire anche qui l'abolizione della
schiavitù; mette in ballo Cristo, la umanità; sputa paroloni da
misurarsi col metro; i compari di Europa gli battono le mani, e il
dannato, che Dio confonda, appicca il fuoco a quella terribile guerra
che tutto il mondo sa. Si signori, per affrancare quattro uomini, più
che tre quarti bestie, i quali non sanno che farsi della libertà e la
venderebbero per una scodella di lenticchie, si mandano a morte
centinaia di migliaia di uomini liberi pieni d'intelligenza, si butta
sottosopra lo Stato, sicchè tra sperpero di pecunia e sperpero di vite,
prima che la Unione si riabbia ci vorrà un bel pezzo... Dunque dica su,
vostra signoria, le pare che noi abbiamo torto?
— Certo, grandissimo torto.
— Torto! Come torto? urlò il tessiano tutto alterato, e l'altro
tranquillo soggiunse:
— Se mi ascolterà con pazienza, in quattro parole mi sbrigo. Vostra
signoria sa come le azioni umane, eziandio quelle che paiono in vista
maggiormente virtuose, sieno soppannate di vizi, ed è bazza quando non
sono delitti: ai discreti deve bastare ch'esse accennino al buono e al
meglio, e lo producano: non fa prova di senno chi si tribola a penetrare
più oltre. La causa dell'abolizione della schiavitù in sè è ottima:
tutto sta nell'esaminare se per voi altri ci si trovi il tornaconto,
perchè, vedete, io non intendo discutere con voi se l'uomo deva
promovere il bene morale anche a scapito del proprio danno materiale:
pur troppo questa dottrina ebbe in ogni tempo tanti confessori in
teoria, quanti pochi esecutori in pratica. Pertanto io giudico fuori di
dubbio che la schiavitù, come nociva alle qualità morali dei tessiani,
così pregiudichi smisuratamente i loro interessi. Potrei dirvi che la
vostra causa, essendo andata perduta in onta alla possanza degli Stati
meridionali, delle ricchezze profuse, degli sforzi estremi tentati per
farla prevalere, si deve credere che Dio nella sua giustizia l'abbia
condannata; ma lasciamo Dio nella sua beatitudine e non lo mescoliamo
alle nostre miserie: — questo però vi sostengo; che il lavoro libero
produce benefizi maggiori del lavoro forzato; tanto gli scrittori
affermano e la esperienza ha provato.
— Lavoro libero! Ma vostra signoria parla del Texas, ovvero del mondo
della luna?
— Parlo del Texas; e chiedo in grazia a vostra signoria di porre mente
alle mie parole. Prima del 1820 sole seimila anime abitavano il Texas,
disperse a Sant'Antonio di Bexar, ai forti Bahia e Santissimo
Sacramento, e nel cantone di Nacodoches; poco dopo erano sessantamila
divise in centodiciassette contee: città e villaggi sorgono dalla terra
più presto e più fitti delle pannocchie del maiz; nel 48, senza contare
gli indiani, che nessuno conterà mai, sommavano a ben quattrocentomila;
adesso se non arriviamo a un milione, poco ci manca. Dunque, vede bene
che le braccia non mancano; e noi possiamo lavorare con profitto pari
alla sicurezza.
— Noi lavorare! Per avventura vostra signoria lavorerebbe? E giudica il
lavoro manuale degno di un gentiluomo?
— Eh! tanto più lo giudico degno del gentiluomo, quanto ho stimato
sempre l'ozio il distintivo del furfante.
Qui successe un po' di silenzio, imperciocchè cotesta sentenza avesse
trafitto il tessiano più acuta della punta di un ago.
— Dunque noi zapperemo, noi correremo dietro al bestiame?
— E chi le dice questo? Noi possiamo avvantaggiarci della opera così dei
bianchi come dei neri, scambiando il lavoro col danaro, e rimettendo in
potestà dei medesimi l'andare o lo starsene.
— Dando ai neri siffatta facoltà, crede sul serio che ei rimarrebbero?
— È un fatto; io lo concessi, e tutti sono meco rimasti.
— Perchè ignorano che la schiavitù sia stata abolita.
— Vostra signoria prende errore; essi lo sanno quanto noi: ad ogni modo
io li ho informati a voce, e provvedendoli dei giornali, dove hanno
letto il progresso di questo grave avvenimento. Aggiungi che anche prima
si agitasse la quistione della schiavitù nel congresso, io li lasciai
sempre liberi di stare o di andarsene con Dio; soli tre tolsero
commiato, e dopo non bene quarantotto ore due tornarono supplicando
genuflessi onde io li ripigliassi; il terzo non rividi più; temendo gli
fosse incolto qualche malanno, feci frugare dintorno le macchie e ne
trovarono le ossa; le pantere lo avevano divorato. Signori, se voi
terrete i negri come figliuoli, essi vi ameranno come padri. Qualche
scarto in tutte le cose s'incontra sempre, così negli animali come nei
frutti e nei fiori, ma nel sottosopra, per esperienza fatta, i negri
sono buoni come i frutti sono grati e i fiori odorosi.
— Ma vostra signoria come paga i suoi negri?
— Io? Non li pago. Detratto il seme, dividiamo il raccolto; io compro la
parte che spetta loro di cotone, di cocciniglia, d'indaco e di caccao;
del grano, del maiz, della segala, dello zucchero e del caffè procuro ne
mettano da parte tanto che basti loro per l'annata corrente e per
l'avvenire; il di più vendesi: di caccia e di pesca non patiscono mai
penuria; contribuiscono meco a pagare i medici e i maestri; spese di
culto non corrono, perchè io sono il prete e questo è il tempio (qui
dirizzato il dito in su mostrò il cielo).
— Se noi ci governassimo come vostra signoria, in capo ad un anno
andremmo a gambe levate.
— Io, all'opposto, ogni anno compro un ettaro di terreno e ne dissodo
due.
— Questo succede perchè vostra signoria avrà portato tesoro di Europa;
il che per altro non è credibile.
— Certo; però di Europa portai due sacchi di dobloni, e li tengo sempre
addosso; — e sorridendo mostrava le braccia.
— Vostra signoria non ha figliuoli?
— Dica piuttosto che io non ho vizi, perchè, come diceva ottimamente
Beniamino Franklin, un vizio solo costa più di cinque figliuoli...
— Ma dunque, interruppe il tessiano indispettito, vostra signoria è
proprio decisa di votare per la presidenza del Sandiford di Bastrop?
— Giusto come dice vostra signoria: votare e far votare.
— E se io le dichiarassi che vostra signoria fa male?
— Rispetterei la sua opinione e farei a modo mio.
— E se io glielo impedissi?
— Vostra signoria si guarderebbe bene da farlo, perchè ciò offenderebbe
la libertà naturale e civile del cittadino.
— Contrario o no, offenda o non offenda, ponga che io glielo impedisca.
— Con che, di grazia?
— Con la forza.
— Allora io le spaccherei il cranio.
Questa fu la favilla che suscitò lo incendio; perchè i due litiganti
saltarono su da sedere in atto di gladiatori combattenti; il tessiano,
agguantato il braccio del vecchio, gli diede un poderoso strettone per
isbatacchiarlo in terra, e non gli riuscì; mentre l'altro, per botta
risposta, tale gli abbrivò con la mano libera un pugno nel mezzo del
petto, che costui fu obbligato di rimettersi a sedere boccheggiando; e
così sarebbe finito il conflitto, senonchè subito sottentrava il
compagno, il quale colpiva alla sprovvista il vecchio nel naso, per modo
che questi si coperse con ambedue le mani la faccia insanguinata; nè qui
rimase la soperchieria, che al secondo si aggiunse il terzo, il quale
prese a picchiare senza misericordia il meschino sul capo.
Da tante parti assalito, il povero uomo male si poteva schermire; egli
non chiese, nè l'animo altero gli avria consentito chiedere soccorso;
pure, chi sa? Già aveva incominciato ad affacciarglisi allo spirito la
nota sentenza che dicono di Dio: «maledetto l'uomo che confida
nell'uomo.» Ma se gli si affacciò, non ebbe tempo a compire la immagine,
perocchè subito sentisse un battere di colpi frequenti e poderosi come
di mazza sopra la incudine, e schiusi gli occhi alcun poco vide Curio
avvampante così, che pareva mandasse faville: afferrata con la destra la
brocca del wiskey e con la manca quella della birra rimaste su la
tavola, pestava giù busse da stritolare le ossa; nè Filippo gli rimaneva
addietro, che adoperava il suo bastone di punta dando nei fianchi ai
ribaldi, i quali, sfidati di poter durare il combattimento ad armi pari,
trassero fuori delle tasche il _bowieknife_, ovvero _coltello
piegatoio_, che gli americani maneggiano con maestria terribilmente
celebre: non era tempo di gingillarsi cotesto; però Filippo e Curio,
recatesi in mano le rivoltelle a sei colpi, le armarono e ad una voce
imposero:
— Giù i coltelli!
E siccome i tessiani parevano tentennare, Curio riprese:
— Io voto a Dio di bucarvi come crivelli, marrani! Costuma nel vostro
paese di libertà avventarsi in tre contro un vecchio disarmato?
I tessiani misero subito, o finsero mettere il cervello a partito, e
ripiegati i coltelli dissero:
— Caramba! al diavolo il Sandiford, il Talaveyra e la presidenza della
Contea; su via, _bagnamo la parola_ e non pensiamoci più.
— Andate pei fatti vostri, cercate i vostri amici tra i comanchi,
ubbriacatevi con loro: noi vi sputiamo.
I tessiani si allontanarono brontolando come mastini vergati. Allora i
nostri amici si volsero a curare il vecchio: il sangue per virtù
dell'acqua e dell'aceto fu ristagnato; e se togli l'occhio infaonato, il
naso gonfio e un forte senso di bruciore nella fronte, non rimase altra
traccia di battaglia sopra la faccia del vecchio.
— E adesso, signore, che cosa pensate di fare? domanda Curio; e l'altro:
— Penso tornarmene al mio _ranchero_; tanto fino a domani l'altro, e
sarebbe bazza, il battello non può essere restaurato; di cavalli non
patiamo penuria; in cinque minuti ne trovo due per voi; qui presso pasce
il mio, e se gli mando un fischio mi comparisce in men che non balena
davanti: affrettandoci, fra due ore ci possiamo trovare a casa.
— Signore, dalle vostre parole ricaviamo come voi intendiate menarci a
casa vostra; della cortesia gran mercè, ma noi, con vostra licenza,
abbiamo deciso rimanerci qui, finchè l'_Erebo_ non sia risarcito.
— Ed io non vi do nè devo darvi questa licenza; perchè voi non conoscete
con che schiuma di ribaldi l'abbiate a fare. I nativi del paese e coloro
che mi offesero sono tessiani puro sangue, vanno composti per un terzo
di ferocia ereditata dai selvaggi cannibali, per un terzo d'ipocrisia
infusa gratis dai preti nella loro anima, e finalmente per un terzo di
rapina, istinto loro naturale educato da Cortez, da Pizzarro, e un po'
anche dal generale Jackson, presidente della Unione. Guai a voi se anche
una notte sola vi fermaste qui! Prima che tramonti il sole fate con seco
gli ultimi convenevoli, perchè su in cielo voi non lo vedrete
ricomparire mai più. Siccome questo non posso sopportare io, dunque meno
parole e a cavallo.
Come il vecchio aveva già detto, il suo cavallo, chiamato dal fischio
del padrone, in un attimo ricomparve; tutti gli arnesi aveva addosso,
tranne briglia e morso, che avvolti assieme pendevano dal posolino della
sella. Appena si ebbe palesato il bisogno, vennero offerti al vecchio
colono parecchi cavalli; egli scelse quelli i quali giudicò più mansi;
ma prima che gli amici salissero in sella li interrogò:
— Siete usi a tenervi bene in arcione?
— Andate franco; noi siamo da bosco e da riviera.
— Scusate! Non ho inteso pregiudicarvi; era debito mio avvertirvi,
perchè questi cavalli, comecchè mi sieno sembrati a bastanza quieti,
pure sono _mustanghi_, che si agguantano col laccio per servircene, e
dopo serviti si rimandano al branco, se pure non giudichino di tornarci
di proprio moto scaraventando il cavaliere in mezzo della strada. Basta,
uomo avvisato è mezzo salvato.
Partirono i cavalli, senza stimolo presero a correre via come il vento;
il loro cammino era in mezzo ad un mare di biade mature, dove altri
cavalli passando avevano lasciato la traccia; imperciocchè l'aspetto
della campagna troppo comparisse mutato da quello che fu; e dove un
giorno s'incontravano macchie fitte, dentro le quali qualche albero
intaccato serviva di guida, e per passarci bisognava abbassare il capo
fin sul collo del cavallo, onde non investire nei rami degli alberi
inestricabilmente avviticchiati, adesso la vista spaziava sopra una
superficie senza confine: però il terreno coperto dalle paglie abbattute
non si vedeva, sicchè se i cavalli non fossero stati provvisti di
garetti di acciaio, avrebbero traboccato ad ogni momento a cagione dei
solchi o di qualche fossa cieca. La furia della corsa appena permetteva
ai cavalieri di respirare; in terra gli oggetti circostanti sparivano
via come larve di morti allo spuntare del primo raggio del sole; in
cielo le nuvole sembrava corressero a precipizio per rovesciarsi su i
cavalieri. Dopo un lungo imperversare giunsero in parte dove comparve
una via tracciata, non però massicciata; cavalli e cavalieri erano
sfiniti e grondavano sudore, e procedendo a furia senza cautela si
correva rischio di non potere più levare le gambe da coteste fitte.
Rallentato il passo, quieto alquanto l'ansare angoscioso, Curio favellò:
— Mio riverito amico, se al vostro paese così si chiama andare di
trotto, mi garberebbe proprio sapere da voi che nome abbia andare a
rotta di collo.
Il vecchio rispose:
— Era mestieri camminare così per giungere a casa prima che abbui.
— O che dista molto di qua il vostro _ranchero_?
— Eccolo là.
E il vecchio additava una gran casa bianca, in apparenza lontana tre
miglia; intorno alla casa sorgeva non una foresta, bensì parecchi gruppi
di magnolie, di cui le foglie smaltate di smeraldo riflettevano in luce
di oro i raggi del sole occidente e la vestivano di un nimbo luminoso
pari a quello che i sacerdoti ponevano e pongono intorno al capo degli
dei e dei santi; di sul tetto scappava un pennacchio di fumo, che
candido e grazioso si spandeva per l'orizzonte, come lo invito della
ospitalità ai pellegrini bisognosi di cibo e di riposo.
Di un tratto le tenebre scendono su la terra, e dense così che i nostri
viaggiatori non vedevano più la casa, meta del cammino; ma il vecchio,
preparato al caso, cavò un sibilo acutissimo da un fischietto di marina,
e subito dopo le finestre della magione apparvero illuminate; dalle
porte aperte trassero altresì persone con torce di pino accese. Di corto
toccarono le soglie della casa; il vecchio saltò giù destro e leggero;
gli altri lo imitarono con meno sveltezza, sentendosi mezzo rotti e
scorticati per intero; tuttavia egli, presili per mano ed introdottili
in sala, lietamente favellò:
— Se potessi restituirvi la patria, lo farei; ma consolatevi; voi non vi
potete più dire di trovarvi in terra straniera, poichè il vostro capo si
posa sotto tetto italiano.
Dopo si fece schierare davanti tutti i negri addetti al servizio
domestico, e due bianchi, che alle sembianze si davano a conoscere per
tessiani, e tale lor disse in suono di padrone:
— Don Giacinto, e voi, don Patricio, voi siete del paese e non ci ha
mestieri troppe parole per farvi comprendere di che si tratti: abbiamo
litigato; ci è corso un po' di sangue; poteva esser peggio, ma in grazia
di questi gentiluomini i miei nemici non hanno potuto mordermi; pertanto
attendete con diligenza a far governare i cavalli; poi ordinate ai negri
della stalla chiudano porte e finestre e le assicurino dentro con le
stanghe traverse; voi chiudeteli nella stalla assicurandovi che in
qualunque evento non possano uscire; con diligenza pari chiudete e
sprangate tutte le porte e le finestre del piano terreno e del primo
piano; traete dall'armeria cinque carabine di precisione a sei colpi,
con le sacchette della munizione; provate e riprovate se si trovino in
punto; due tenete per voi; le altre servono a questi signori e a me;
sturate le feritoie e stieno allestite la contessa e la marchesa:
andate. — Di voi altri, soggiunse volto ai negri, due stieno al servizio
di questi signori; tu, Antonio, verrai meco; i tre che restano
apparecchino la mensa e ammanniscano cena. Su presto, andate e procurate
di rompermi stoviglie meno che potete.
Dopo questo discorso, i tre che dovevano attendere alla cena salutarono
e partirono. I due negri addetti al servizio di Curio e di Filippo,
precedendoli co' candelieri accesi, li condussero in due bellissime
camere che davano sopra un cortile interno tutto piantato di spalliere
di gelsomini volti a pergola, con una magnolia grandiflora, magnifica a
vedersi, nel mezzo. I negri, per essere reverenti in atto, non
procedevano meno risoluti e ratti, perchè, senza profferire parola,
agguantati i nostri personaggi, in un attimo li spogliano, li inondano
di acqua diaccia e di aceto; li stropicciano, prima con le spazzole, poi
con le spugne; asciugati, li rivestono di tela bambagina odorosa; i
nostri volevano rivestire i propri panni, ma i negri assolutamente
impedirono, dicendo che i panni loro dovevano prima asciugare del sudore
onde erano pregni, e dopo spolverarli e ripulirli; e poichè la ragione
parve buona, si lasciarono fare in tutto e per tutto, sicchè in breve si
sentirono ricreati.
In questa ecco l'ospite azzimato, anch'egli biancovestito, con varie
strisce di drappo nero ingommato su la faccia, comparire nella stanza di
Curio, attigua a quella di Filippo, il quale, dopo licenziato i negri,
invitò gli ospiti a sedere, ed egli pure essendosi seduto così disse
loro:
— Capisco, amici miei, che io devo esservi comparso uomo strano e
bizzarro, mentre non vi ha cosa che tanto mi piaccia e mi garbi
praticare quanto la semplicità: in breve vi chiarisco intorno alla mia
condotta: se avessi sofferto lasciarvi questa notte a Columbus, ora
sareste carne fredda o prossimi a diventarlo... e mi pare avervelo già
detto... lo so... lo so, e me ne fido; giovanotto! non istate a
tentennare il capo ghignando; fidato nella forza e nella animosità
vostre, voi ne avreste ammazzati tre, quattro, ma all'ultimo avreste
dovuto soccombere; per la medesima causa io vi ho fatto correre a
scavezzacollo, timoroso che non c'inseguissero e non ci assalissero per
via. Ora siamo salvi, ma, notatelo bene, non già sicuri da nuovi
assalti, perchè la diversità che corre tra l'americano di razza inglese
e l'americano di razza spagnuola è questa: l'americano anglo-sassone
rifugge dai conti lunghi; liquida presto ogni cosa, amori, odi, merci,
fondi rustici e urbani; ti fa la quitanza di una ferita come di una
cambiale: la morte si salda da sè: paga l'oste, muta l'oste; tale la sua
divisa; l'americano spagnuolo infila la vendetta come un paternostro di
più al suo rosario, e lo recita la mattina e la sera, finchè non si sia
vendicato. L'anima dello americano spagnuolo, voi lo sapete, è una
società in accomandita costituita da tre soli azionisti, il prete, il
filibustiere e la _pelle rossa_. Forse m'ingannerò, ma ci è caso che
questa notte stessa vengano ad assaltarci i nostri elettori di Columbus,
onde io mi sono armato di provvidenza per riceverli come si meritano.
— Voi lo temete?
— Anzi, pensandoci meglio, ne vado sicuro.
— A quale ora li aspettate? E in quanti giudicate che verranno?
— Verranno nell'ora che ci crederanno immersi nel sonno, e in maggior
numero che potranno; pari in tutto alla pantera, che non conosce
generosità, e quanto più l'è dato sbranare con sicurezza, tanto meglio
per lei.
— E di quali forze possiamo disporre per difenderci?
— Poche, ma bastano e ne avanzeranno; _in primis_ questa casa resiste a
qualunque assalto; a nostro danno non possono adoperare altro che
carabine e rivoltelle; essi combatteranno di fuori, noi per di dentro;
essi scoperti, riparati ottimamente noi; sicchè li potremo ammazzare
quasi a man salva; i combattenti dalla parte nostra sono meno di quelli
che condusse in Grecia Serse: io, voi e i due _peoni_.
— O i negri?
— I negri non si vogliono adoperare, perchè facili a sgomentarsi e a
fuggire: presso me ne tengo pochi impiegati nel servizio di casa; gli
altri stanno su i poderi, o badano il bestiame; all'opposto i _peoni_
idonei ai traffici, ai trasporti, alla ragioneria ed alla difesa; e però
essendomi capitato di fare buon mercato, comprai quei due che avete
visto in casa.
— Non ci capisco un'acca, riprese Curio; o come va che emancipate i neri
e poi comprate i bianchi?
Il vecchio sorridendo rispose:
— Io vi chiarisco in quattro parole. Messicani o tessiani, in questo
somiglievoli agli antichi germani, di cui ci narra Tacito, che disperati
al giuoco, dopo perduto beni mobili e immobili, armi, cane, cavallo e
donna, buttavano su per posta la propria libertà. Il messicano e il
tessiano, quantunque capaci di tendere insidie alla vostra vita,
osservano religiosamente il contratto che li fa schiavi altrui: onde ciò
avvenga, la sua ragione ci ha da essere; mi basta così, senza che io mi
pigli la gatta a pelare di rinvenire la causa di queste perpetue
contradizioni umane. Qualche volta avviene che il _peone_, sebbene
disposto a servire fedelmente, si trovi per l'acerbezza del padrone alla
porta della pazienza co' sassi: allora di due cose l'una; gli preme o
non gli preme la vita; se non gli preme, fende il cuore al padrone, e
poco dopo è impiccato anche lui; ovvero gli preme, e chiamato il padrone
in disparte tale gli favella succinto:
— Consiglio vostra signoria a vendermi senza perdere tempo, perchè
l'avviso che, tenendomi presso di lei, prima che domenica arrivi io
avrei pensato di tagliarle la gola.
Allora il padrone non si tiene le mani a cintola, si dà moto dintorno
per disfarsi del _peone_ come di cavallo che abbia il tiro secco. Da
questo in fuori non ci è verso che uomini bianchi vengano a servirvi per
salario; non li emancipo perchè ho bisogno di loro, ed affrancandoli non
si fermerebbero meco nè anche un minuto; ma da loro non esigo lavori
servili, li tratto co' riguardi che meritano; hanno mensa e stanza
separate dagli altri; da me solo dipendono; non diffido, ma neppure mi
addormento in grembo a loro, e fin qui li ho riscontrati puntuali.
Quanto a coraggio non preme parlarne; mangerebbero il fuoco. Oltre
queste difese che vi ho detto, avremo di rinforzo due signore, le quali
fanno grazia accorrere in mio soccorso quando le chiamo; confido che
anche voi le avrete a commendare per buone e per belle; io non le
baratterei con le Camille, le Pantesilee, le Marfise antiche, nè con la
moderna nostra Scannagatta; è provato che scendono da nobile sangue,
onde noi chiamiamo una contessa e l'altra marchesa; qualora io le trovi
cortesi secondo il consueto, e come non dubito, mi procurerò l'onore di
presentarvele.
Curio e Filippo si guardarono in faccia confusi, dubitando che il
cervello dell'ospite avesse preso di un tratto la via dei campi, ovvero
li uccellasse, e stavano in procinto di chiedergliene spiegazione,
quando comparve su la soglia della camera un _peone_, il quale con molto
sussiego avvisò:
— Le vostre signorie sono servite.
Scesero tutti nel tinello, con mirabile eleganza addobbato e imbandito;
dopo assettatisi a mensa l'ospite domandò agli ospiti:
— Piacevi, signori, che inviti la marchesa e la contessa?
— O signore, che dite mai? Noi l'avremo per grazia.
— Giacinto, Patricio, abbiate la compiacenza di condurre fin qua le
nostre signore.
Curio e Filippo tenevano tesi gli sguardi sopra la porta donde erano
scomparsi i due _peoni_, quando un ruggito formidabile li costrinse a
voltarsi dal lato opposto, e videro da due postierle praticate nella
parete sbucare fuori una pantera ed una orsa spaventevoli per mole e
stupendamente belle. L'ospite avendole chiamate pei loro nomi, esse con
segni manifesti di allegrezza si affrettarono a posargli il muso una su
la coscia sinistra e l'altra su la destra; egli le brancicò, tirò loro
le orecchie, i peli del muso, e con soddisfazione scambievole
ricambiaronsi lezi e carezze; iterate tre volte e quattro le gentili
accoglienze, l'ospite offerse all'orsa pannocchie di maiz abbrustolite,
ch'ella parve gradire moltissimo, essendosi messa immediatamente a
sgretolarle come se fossero cialdoni; alla pantera distribuì parecchie
braciuole di montone, che ella accettò con gradimento punto minore.
Curio e Filippo sentirono loro malgrado pigliarsi da uno sgomento, che
paura non si poteva dire, bensì un desiderio di mano in mano più
intenso, che coteste belve se ne andassero pei fatti loro; ma l'ospite,
dilettandosi dello imbarazzo dei nostri amici, vôlto ad essi con allegra
faccia favellò:
— Signori, sembra che voi non siate usi a corteggiare dame, perchè a
quest'ora voi non avreste mancato di offerire i vostri convenevoli a
queste signore.
— Vi siete apposto alla prima: noi siamo vaghi di femmine come il cane
delle mazze.
— Queste dame, quantunque non battezzate, sono use a rendere bene per
male; quindi per insegnarvi carità e gentilezza verranno da voi a
presentarvi i loro complimenti.
— Ci fareste grazia di avvisarle che oggi le dispensiamo; sarà per
un'altra volta.
— Scortesi! Contessa, marchesa, consolatevi; chi non vi vuole, non vi
merita; e poichè a trattenervi più oltre con questi villani la vostra
dignità ci scapiterebbe, così v'invito a ritirarvi.
E preso un nerbo lo alzò per confermare le parole col cenno: le belve,
capita la ragia, partirono brontolando; anzi l'orsa per vezzo ammiccò un
pugno al padrone. Scomparse che furono, Curio non potè trattenersi dal
domandare all'ospite:
— Ed ora, che capestreria è cotesta di tenervi con tanta domestichezza
al fianco belve le quali in un estro di ferocia potrebbero sbranare voi
o taluno della vostra famiglia?
— Le bestie, anche ferocissime, caro mio, quando non facciate loro
penuriare il cibo e non le vessiate, amano vivere in pace con tutti, nè
io me le tengo in casa per capestreria, bensì per bisogno. Voi avete a
sapere che qui nel Texas costuma allevarci in casa orsi, pantere e
leopardi, ma di questi meno, perchè sovente li proviamo codardi.[17] Chi
sa che non abbiamo a vedere le bestie al cimento; allora giudicherete da
per voi stessi che cosa sieno capaci di fare.
[17] «Sur la route de Fredericksbourg la ferme d'un monsieur
Masenbach est gardée par des ours apprivoisés en guise des
chiens». Domenech, _Journal d'un missionaire au Texas et au
Mexique_, p. 39. Questo fatto confermano parecchi altri
viaggiatori.
Sederono a mensa, dove i negri, sorvegliati da Giacinto e da Patricio,
rigidi osservatori di ogni regola di governo della buona famiglia,
ministrarono: comecchè apparisse piuttosto parca che copiosa la cena, e
i commensali fossero sobri, tuttavia tanto presero diletto nei mutui
ragionari, che produssero la notte alle tardissime ore; e già le stelle
cadenti persuadevano al sonno, quando di un tratto la casa rintronò di
spaventosi ruggiti, e subito comparve su l'uscio don Giacinto, armato di
carabina, che disse:
— Signore! dallo strepito che fanno le canne di zucchero violentemente
troncate arguisco che si accosta un branco di cavalli a corsa...
— E di cavalieri, aggiunse il padrone senza alterarsi nè moversi da
tavola; don Patricio dov'è?
— Di sentinella a tramontana.
— Da cotesta parte non ci hanno porte, e gl'impostoni a piano sono
chiusi e bene assicurati; pure riscontrate meglio; poi andate a terreno
e appuntellate gli usci della porta maggiore e delle laterali. Dove
avete ripiegato i neri?
— Nel dormentorio.
— Chiudeteceli a doppia chiave, chè se escono mettono per paura a
scompiglio ogni cosa; sturate le feritoie alle sole tre finestre di
sala; qui portate le armi da taglio e da tiro, e deponete tutto su
questa tavola; spegnete i lumi, ma lasciate accese le lanterne sorde.
Il _peone_ andò a fare l'officio; il vecchio continuava tranquillo:
— Non ci ha dubbio, e' sono i nostri amici di Columbus che vengono in
forze a visitarci; se non arrivano in mille non sarà colpa loro; ma una
trentina li aspetto; a loro danno noi gl'insegneremo che tal bue crede
andare a pascere e poi va al macello.
Intanto cresce il fracasso, ed a giudicarne dal rovinio, avevano ad
essere una gran frotta. I _peoni_ tornano in sala, riferiscono eseguiti
a capello i comandi; dispongono su la tavola armi e munizioni, sturano
le feritoie, spengono i lumi. Ora bazza a chi tocca. Il vecchio si alza,
prende una carabina a sei colpi e con suono metallico di voce comanda:
— La finestra di mezzo difendo solo; don Patricio, e voi, signor
Filippo, compiacetevi appostarvi alle feritoie della finestra a manca;
don Giacinto, signor Curio, facciano lo stesso a quelle di destra;
veruno spari senza ordine mio. Giacinto, Patricio, le signorie vostre si
sono obbligate senza restrizione a difendermi, ma caso mai la loro
coscienza li rinfacciasse sostenere causa ingiusta, ovvero aborrissero
da combattere i propri paesani, io li dispenso da pigliar parte nel
combattimento.
— A vero dire, rispose don Patricio, io nacqui a Matamoros, e perciò fui
e sono messicano; ma non rileva; ladroni giudico quelli che vengono ad
assalirci, ed i ladroni, a mio parere, non hanno patria nel mondo.
— Sentenza di oro da legarsi in oro, soggiunse don Giacinto; con l'aiuto
di Dio, della beata Vergine e dei santi Pietro e Paolo, noi li
ammazzeremo come cani.
Dopo ciò tacquero: gli assalitori, supponendo che gli abitanti del
_ranchero_ dormissero la grossa, e nella fiducia di coglierli alla
sprovvista, mano a mano si accostano, adoperano precauzione, scendono
pianamente da cavallo e girano attorno alla casa per riconoscerla. Non
si vedevano ma si sentivano giù a piè del muro tentare le porte; allora
al vecchio parve bene mandarli a salutare, ed ordinò il fuoco. Cinque
palle volarono a un punto, tre senza costrutto, ma due ebbero il debito
recapito, a giudicarne da due stramazzoni per terra e da un diluvio di
bestemmie. Gli assalitori scostaronsi, e addopatisi dietro il fusto
degli alberi circostanti, quinci impresero un fuoco alla dirotta; gli
assaliti barattavano tre pani per coppia: a giudicarne dai tiri
simultanei, gli assalitori, se non arrivavano a cinquanta, meno di
trenta non erano.
Il vecchio, sboglientita la prima furia, considerava e codesto mo'
sprecarsi polvere e palle senza levare un ragnatelo dal buco, per la
qual cosa ordinava cessassero il fuoco, tenessero le armi ammannite;
egli voler vedere un po' che almanaccassero i nemici. Gli assalitori si
valgono della tregua per consigliarsi su quanto era da fare;
deliberarono lo incendio, a tal fine raccolgono mucchi di canne da
zucchero, foglie secche, arbusti, e fattane catasta davanti la porta
maggiore ci appiccano il fuoco: era loro disegno, appena la porta
incendiata avesse concesso l'adito, entrare in casa e quivi mettere a
ruba quanto capitasse loro alle mani; se poi questo non avessero potuto
fare senza troppo pericolo, allora avrebbero lasciato abbruciare la casa
con tutti quelli che ci erano dentro.
Il vecchio aguzzava la vista e lo udito, ma non veniva a capo
d'indovinare quello che gli assalitori armeggiassero.
D'improvviso si illumina la scena, e al chiarore della manella di strame
che porta accesa in mano, si scopre uno dei tre offensori del vecchio
accostarsi alla catasta della legna e delle altre materie infiammabili
per appiccarci il fuoco; non aveva ben finito di stendere il braccio,
che passato fuor fuori da una palla in mezzo al petto cascò bocconi su
la fiamma; i compagni tentarono tirarlo indietro e non riescono, perchè,
bersagliati a man salva dalle feritoie, uno casca sopra l'altro traendo
urli spaventevoli; il mucchio divampa, e i cadutici sopra, sentendosi
scottare, non trovando altro aiuto si rotolano per iscostarsene,
insanguinando di orribili strisce il terreno.
Allora la voce del vecchio, facendosi udire da capo, comanda:
— Don Giacinto, vada per la contessa e la meni alla postierla a sinistra
giù a terreno; don Patricio, faccia lo stesso con la marchesa,
appostandola alla postierla diritta; quando sentiranno il mio fischio
aprano gli usci e le avventino contro gli assalitori; richiusi gli usci
si compiaceranno ridursi nella sala di entratura per ricevere nuovi
ordini.
Le belve, comecchè per ispiegar le ugne e insanguinare le labbra non
avessero mestieri incitamento, pure i _peoni_ innanzi di sguinzagliarle
le inzigarono; da manca, da destra, con un gran salto esse cascarono
addosso agli assalitori, e, poichè di cibo fossero sazie, non si
fermavano a divorare, bensì guizzavano or qui, ora là, facendo sdruci
con le granfie che parevano tagli di sciabola; dove addentavano
portavano via ogni volta almeno una libbra di carne, nè ci era riparo,
perchè investiti i ribaldi da terribilissimo urto, non si potevano
reggere in piedi, e sternati non avevano schermo, nè le armi loro
giovavano. Gli urli disperati, i ruggiti, gli omei e il suono strano di
bramiti e di bestemmie di quel branco di bestie e di cristiani empivano
il cuore di affanno: aggiungi il nitrire incessante dei cavalli
atterriti, i quali tremavano, le orecchie tese appuntavano; irta la
criniera, la coda diritta, tentavano sforzi maravigliosi per
iscavezzarsi, o per rompere le briglie e fuggire: smanianti di paura,
dalle froge aperte cacciavano fuori alito fumoso, negli occhi dilatati e
reticolati di sangue roteavano la pupilla smarrita, con le zampe
zappavano in furia il terreno, come se volessero scavare una fossa per
nascondercisi dentro: insomma a nessuno riuscì abbonire il proprio
cavallo, tanto da poterci saltare su in groppa e scappare; invece
parecchi rimasero malconci dai morsi e dai calci; la più parte aveva
spulezzato, ma una dozzina di assalitori teneva fermo nella speranza di
vendicare ad un punto le vecchie ingiurie e le nuove.
Quando i _peoni_, data la via alle fiere, si condussero nella sala di
entratura, ci trovarono il padrone ed i suoi amici; il padrone intanto
aveva osservato dalle feritoie come i nemici, più impronti delle mosche,
scacciati, tornassero caparbi alle offese; onde gli parve metter fine
alla triste avventura, chè le cose lunghe diventano serpi; con questo
intento favellò ai compagni:
— Orsù, lo indugio piglia vizio, perchè la fodera di ferro delle porte
arroventandosi può agevolmente bruciare il legname che fascia e lasciare
libero il passo; facciamo uniti una sortita e finiamo di ammazzare
cotesti _marrani_ scomunicati.
— Salvo vostro onore, don Giacinto si credè in debito avvertire, cotesti
_hidalghi_ non sono scomunicati, molto meno marrani, bensì cristiani
battezzati come vostra signoria e come me; salvo sono cristianacci.
— Come le piace, don Giacinto; però gente da mettersi in quarti, e non
sarebbe il loro avere.
— Sì signore, da ammazzarsi come serpenti a sonagli; chè se, sbalestrati
nell'altro mondo, non riuscisse loro trovare la via del paradiso, la
colpa non sarebbe nostra. Non le pare, padrone?
— Io mi dichiaro puntualmente del suo avviso, gli rispose il vecchio,
che proseguì volgendo il discorso ai compagni: — don Patricio, aprite la
porta di mezzo; — fuori di conserva, e dopo sparate le carabine diamo
mano alle sciabole e scagliamoci su cotesti mar... voleva dire
cristianacci.
Filippo, avendo udito quelle parole, pensò; a cui comanda non duole il
capo; il tempo degli slanci è passato per me; io mi costituisco
dietroguardia, per dare, dove occorra, il colpo di grazia, ovvero
proteggere la ritirata.
La porta si spalanca e ne prorompono fuori gli assediati; il primo
avviso furono quattro palle, che andarono a ficcarsi nelle carni degli
assalitori; e poi addosso: al comparire che fecero all'improvviso
costoro, gli altri non ressero, molto più che temerono restare oppressi
dal numero; da per tutto vittoria, eccetto in un punto, dove la prospera
fortuna ebbe a tornare in tristo lutto; ed ecco come: il vecchio, venuto
all'aperto, s'imbatte in colui che l'aveva percosso nella faccia a
Colombo e lo riconosce al chiarore della fiamma; acceso d'ira si avventa
saltando e ruggendo come.... appunto come la pantera e l'orsa sue; però
che l'uomo inferocito, se metti da parte il battesimo, ti apparirà tale
e quale un orso o una pantera; onde io ho creduto sempre e credo che,
dove le bestie feroci fossero insignite di questo sacramento, non ci
sarebbe più ragione di escluderle in paradiso dalla compagnia di san
Domenico o di santo Arbues; il primo santo tallito, il secondo
novellino. Il tessiano, essendosi accorto a sua volta del vecchio
colono, lo aspetta a piè fermo, quantunque per ripararsi dalla sciabola
non gli sovvenissero altre armi dalla carabina (che aveva scarica) e dal
coltello piegatoio in fuori. Il vecchio, mentre corre improvvido,
incespica nei tronchi di canna di cui era ingombro il sentiero e
stramazza; la sciabola nel tracollo gli schizza di mano; l'avversario in
un attimo gli s'inginocchia sul petto e con la manca forte gli stringe
la strozza; il vecchio tenta ogni via per levarglisi di sotto, dando
degli strettoni o cercando voltolarsi; non riusciva.
Filippo, che rimasto fra le ombre vedeva il caso al chiarore del fuoco,
spianò per bene la carabina, pigliando di mira il capo del tessiano;
però a sparare si peritava: «Guai a me! ruminava nel suo pensiero, se
ora mi capita pigliare due colombi ad una fava,» e questo diceva perchè
nella baruffa i capi dei contendenti si toccavano e si confondevano. Il
tessiano, sentendo che l'aveva a fare con uomo il quale, sebbene
attempato, possedeva nervi di acciaio, dubitò potere da un punto
all'altro essere messo di sotto, e poi cotesta storia doveva finire: per
la quale cosa si cacciava la mano destra nella tasca laterale delle
brache per cavarne fuori il coltello piegatoio; di vero lo cavò, ma
chiuso: ora il punto stava nel poterlo aprire; la gola al caduto non
avrebbe lasciata libera per tutto l'oro di California, e con la sola
destra non riusciva a inastare la lama del coltello; si provò co'
denti...
— Gua'! gua'! bisbiglia Filippo, il quale tutte queste cose attentamente
considerava; qui non ci è tempo da perdere; chi ha paura delle passere
non semina panico... prima che arriviamo a sovvenirlo, egli sarebbe
spacciato... e la vendetta! Oh! la vendetta non resuscita... ecco...
no... da bravo, Filippo... e sparò.
Il vecchio che, prossimo a soffocare, ormai aveva perduto la vista delle
cose circostanti, con sua ineffabile contentezza sente di un tratto
liberarsi la gola; un tepido lavacro gli bagna la faccia; il nemico,
prosciolte le membra, gli rotola allato: solo lo molesta una puntura al
sommo del petto; guardò, e vide il coltello che, caduto a piombo, gli
aveva traforato le vesti e sforacchiato le carni. Filippo lo sovvenne a
rimettersi in piedi, imperciocchè Maurizio si sentisse tutto rotto nella
persona, e mentre si agguantava alla sua mano, egli le disse:
— Patriotto, io vi devo per la seconda volta la vita; avete fatto un
tiro da Guglielmo Tell.
E Filippo a lui: — E' mi parrebbe bene ritirarci a casa, perchè questa
guazza notturna per noi altri vecchi è peste.
— Voi dite unicamente; tra i nostri non ci è guaio?
— Sani e salvi.
— Bene; sto in pensiero per la marchesa e per la contessa.
— Oh! eccole là accucciate davanti alla porta di casa. Come il Signore,
dopo avere lavorato, riposano.
— Che diavolo dite, Filippo? Dio, prima di riposarsi, creò...
— Ed esse distrussero, interruppe sempre acerbo Curio; ma fare e disfare
è tutto un lavorare.
Rientrarono tutti in casa, eccetto i peoni, avendo chiesto ed ottenuto
rimanersi fuori per soccorrere i feriti e confortare i moribondi.
Difatti don Patricio e don Giacinto, andando attorno, trovarono dieci
morti e due moribondi; feriti nessuno, o perchè non ce ne fossero stati,
o perchè i compagni presili sopra le spalle li avessero tratti con seco.
Don Giacinto, cattolico apostolico romano, quantunque nato in America,
si adagia a canto al moribondo più prossimo, e così pietosamente gli
favella:
— _Deo gratias_. Vostra signoria non se la piglierà a male se io le dico
per ispirito di carità che ella mi sembra assai prossima a levare
l'àncora per l'altro mondo.
— Così sembra anche a me; — rispose l'altro, il quale più che dalla
bocca respirava da uno squarcio che aveva al sommo del petto.
— Se vostra signoria desiderasse provvedersi di una bussola per
dirigersi con sicurezza in luogo di salute, io sarei al caso di
contentarla.
— Magari! E dove l'ha questa bussola?
— Io gliela profferisco nel santissimo sacramento della confessione.
— Scusi! O ch'è prete lei?
— Prete... prete veramente non mi posso vantare, ma una volta ebbi gli
ordini sacri minori, fra i quali, vostra signoria sa, entra l'esorcista;
ond'è che io non penso peccare di presunzione se, facultato a cacciar
via i demoni coll'acqua benedetta, mi giudichi altresì capace di salvare
vostra signoria da casa del diavolo in grazia della confessione.
— Ecco, a dirgliela come la penso, questo punto non mi è chiaro.
— Che diavolo dice? Si vede bene che la morte imminente la fa vagellare.
Facendo vostra signoria professione di religione cattolica,
apostolica...
— E romana.
— E romana, deve sapere che ogni uomo, in caso di necessità, è buono a
confessare, la quale confessione poi salva di certo il penitente, purchè
compreso da attrizione, ch'è in certo modo l'essenza della contrizione.
— Sicuro; mi ricordo benissimo averlo letto nel trattato dei sacramenti
del padre Ribadeneira, ed anche ho udito quando il curato spiegava il
Vangelo alla messa... Avrebbe vostra signoria da favorirmi un sigaro?
— Si signore.
— Ora mi sia cortese di accenderlo e mettermelo in bocca; mentre vostra
signoria mi ammonirà, io mi svagherò a fumare.
Don Giacinto, quantunque la faccenda non gli paresse affatto canonica,
accese un sigaro, e dopo provato lo insinuò fra i denti del moribondo:
in seguito, postosi in atto di ascoltare, favellò:
— E ora su da bravo, incominci.
Il sigaro ritto mandava fuori dalla cima un filo di fumo, in grazia
dell'arsione spontanea del tabacco: al moribondo non era riescito
cavarne però fuori una boccata; per lieve fosse lo sforzo che aveva
fatto, bastò a menargli fuori l'anima dal petto; della quale cosa don
Giacinto essendosi accorto, si volse al compagno dicendo:
— Don Patricio, in che termini si trova col suo moribondo?
— Sembra ch'egli sia in alto mare; non risponde.
— Allora, considerato quello che deve considerarsi, mi permetterei
consigliare a vostra signoria andarcene a bere un gotto di rhum e a
dormire?
— Vostra signoria è il buon senso nato e sputato; così opino anche io.
Però il tessiano non era mica morto; fingeva esserlo, per levarsi il
fastidio d'attorno: appena i _signori servi_ ebbero voltato le spalle,
costui carponi si accostava al morto, e levatogli il sigaro di bocca se
lo metteva nella propria fumando tranquillamente.
A giudicarne da quello che videro la mattina seguente, la vita gli era
bastata a fumarne mezzo; e morto non l'aveva lasciato: pari all'eroe
caduto in battaglia con l'arme in mano, egli col sigaro stretto fra i
denti sfida la morte.