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Taciti e mesti, Curio, Filippo e il degno ospite loro, seduti al rezzo
delle magnolie, stavano contemplando il sole occidente. Ognuno di essi,
compreso da tanta magnificenza, andava a seconda della propria indole
fantasticando immagini e pensieri. Filippo, come colui che ritraeva
assai della educazione antica, rammemorando i versi del Tasso,
Ma nell'ora che il sol dal carro adorno
Scioglie i corsieri e in grembo al mar si annida
con quello che seguita, vedeva nel sole il grande auriga della natura,
che, affranto dalla fatica, in ogni membro riarso, anelava rinfrescarsi
in grembo a Teti, la quale gliene faceva invito con assidui sorrisi
smaglianti azzurro ed oro; prima però, siccome è cura di ogni amatore di
cavalli, sciolti i suoi dal plaustro, li mandava ai prati ampi del
cielo, dove essi si rincorrevano, scapestrando a mo' di fanciulli
irrompenti fuori della scuola; e le ore, seguendo il vecchio costume dei
cortigiani, disertato il carro del sole declinato, rifacevano i passi
nel firmamento per andare incontro alle cerve del carro di Diana; però
che le ore nacquero per servire sempre.
Diverse le immagini del colono tessiano; a lui parve raffigurare nel
sole occidente un guerriero che cada sul campo della gloria: e la sua
mente pensò a Giuliano l'_Apostata_ alla battaglia di _Frigia_;[18]
considerando bene, non mancava niente a pareggiare il confronto, non lo
scudo e l'elmo corruschi, non le armi fulgide e lo splendore della
clamide imperatoria; le stesse nuvole chiazzate di vermiglio, che
brizzolavano il cielo, porgevano ricordo delle goccie di sangue, le
quali, è fama, l'Apostata in sua mano raccogliesse e contro l'empireo
avventasse esclamando: _ah! Galileo, vincesti_.[19]
[18] Eragli cessata ogni speranza di vivere, da poi che,
domandando del luogo in cui era, sentì che denominavasi
_Frigia_, però che quivi appunto gli era stato predetto ch'egli
dovrebbe morire Ammiano Marcellino, _Stor._, l. 25, § 4.
[19] Oggimai non occorre storia la quale ometta riportare questo
fatto, comecchè notoriamente falso. Ammiano Marcellino, che si
trovò presente alla battaglia di Frigia, alla morte di Giuliano,
ne tace; lo misero fuori Sozomeno, Teodoreto ed altri scrittori
cristiani, dacchè la religione nostra, ormai scaduta dalla
purità primiera, sentiva il bisogno, per sostenersi, della
menzogna: gli è giusto ricordare che il gesuita Petavio, nella
opera: _De ratione temporum_, T. 1, p. 149, lo dichiara
espresso: _fabula plebeia_.
E tu pure, oceano, pigliando il colore di porpora,[20] ti piaci sovente
rassomigliare il campo di battaglia tinto dalla strage; sublime letto di
gloria pel guerriero che muore! Vi cinga, immortale camicia di Nesso, la
fama, o carnefici incoronati, dacchè il vostro nome sia grande in
proporzione del male che avete fatto all'umanità!
[20] Ci erano due maniere porpora: una violacea, colore che
piglia di sovente il mare in Oriente. Omero qualifica il mare
_purpureo_. _In mare_ purpureum _violentior influit amnis_.
Virgilio, 4 _Georg._ Purpureis _agitatam_ fluctibus _Hellen._
Properzio, l. 2. Eleg. 20. E così pure Cicerone più volte in
_Acad._
Con altre fantasie si contristava Curio contemplando cotesta agonia
della luce, e la tenebra spegnere codardamente, come un veleno letale,
il bel raggio di amore. La sua mente, versandosi su le storie dei tempi
passati, si fermava nel re longobardo Rachis, figlio di Pammone, il
quale, nello splendido mezzogiorno della sua potenza, punto nel cuore
dall'aspide della parola sacerdotale, casca sotto il proprio peso,
sbadiglia, e di re diventa frate. Eccolo ginocchioni dinanzi a papa
Zaccaria, che ad una ad una gli spoglia le insegne regali; da un lato
mira gettata la dalmatica tessuta di bisso e di oro; dall'altro lo
scettro; la corona percotendo in terra ci ha seminato le gemme, nella
medesima guisa che il sole nella sua partita sparge in cielo le stelle:
ora sotto la cappa si spenge il re; in breve sotto il cappuccio del
frate si spegnerà anche l'uomo; nè da cotesto infelicissimo occaso si
scompagnano le rugiade, imperciocchè le lacrime sieno le rugiade del
dolore, siccome la rugiada è il pianto della natura. Silenzio e tenebre:
la notte ormai accecò il sole, il monastero si è inghiottito il re. E
perchè il paragone comparisse più conforme al vero, — siccome fra noi,
tramontato il sole, spunta dal lato opposto la luna, così l'immaginativa
riportava a Curio la sembianza di Tasia vedova del re frate, che si
faceva, pallida pallida, a visitare il marito, e sempre invano, —
perchè: se Rachis fosse sceso cadavare nel sepolcro dei morti, la
desolata avrebbe potuto liberamente piangervi sopra e implorare pace
all'anima diletta; ma l'avara crudeltà del frate vigilava con occhi
senza palpebre il sepolcro dell'uomo vivo e ne respingeva ogni
affetto.[21] L'inferno e il monastero si mostrano del pari gelosi di
conservare la loro rapina.
[21] Anastasius, in _Vita Zachariae_.
Dileguatesi siffatte immaginazioni, subentra nella mente dei nostri
personaggi un altro pensiero del pari in tutti uguale; e lo sentivano,
imperciocchè paia cosa certa che gli spiriti degli uomini corrispondano
fra loro con altre facoltà che la parola, i cenni e lo sguardo non
sieno: invero i pensieri di tutti loro adesso si appuntano nel giorno
dell'addio. Invero, come potessero durare più oltre a convivere insieme
non si vedeva; gli affetti nostri, quantunque legati con vincoli che si
giudicano sacri, di leggieri si sciolgono, pensa se gli altri che ci
sorgono nell'anima a modo di riverbero di luce, o come eco di voce.
Il vecchio colono, quasi dando l'ultima mano ad un disegno condotto a
conchiusione da tempo remoto, ad un tratto incominciò così:
— A voi tarda, amici miei, ripigliare la vita avventurosa in cerca di
fortuna, onde vi sia dato rivedere la terra del vostro nascimento e
vivere in pace con le creature che tanto vi sono a ragione dilette.
Senza loro i giorni vi sanno di amaro, che poco più è morte, e vi lodo e
va bene; però vi prego a considerare che, se pel tempo che corre,
impossibile non si può dire, difficilissimo proviamo far fortuna, e
farla presto; quindi io vi propongo addirittura di mettere giù la voglia
dei pellegrinaggi e rimanervi meco a vivere all'ombra della nostra vite
e del nostro fico, per dirla con le parole dei patriarchi del Testamento
Vecchio... Non mi interrompete di grazia; statemi a udire fino in fondo;
risponderete dopo. — Voi per avventura vedrete due impedimenti a questo
mio concetto; uno da parte mia, l'altro dalla vostra. Da parte mia vi
daranno scrupolo i congiunti, gli eredi necessari, le speranze deluse ed
altri simili intrugli; ponetevi l'animo in pace; io ne vado immune: ora
in due tratti tirati giù con la brace vi darò contezza dell'essere mio.
Nacqui a Novara; il mio nome è Maurizio Goguini; credo essere stato
conte o marchese, qualche cosa così: giovanetto, perchè se aveva compito
il diciassettesimo anno a diciotto non arrivava, mi sentii acceso per la
libertà o piuttosto per la sua larva; tolto quanto più potei danaro
sopra i miei beni, accorsi là dove mi chiamava la voce del conte
Santorre Santarosa, amico vecchio di casa mia; breve, ingloriosa impresa
fu quella, e per parecchi lati anco infame; caddi ferito, ed a gran pena
mi salvai nella Svizzera; colà giacendo lungo tempo sul letto del
dolore, diedi spesa al mio cervello; tritato e vagliato, il preteso
liberatore mi resultò uno erede ustulante il retaggio dell'uomo vivo; in
lui vidi libidine di regno, non amore di libertà; onde costui quinci a
breve, per non cascare giù dalla speranza del regno, sopporta in pace
che un soldato tedesco, il generale Bubna, gli brancichi per dispregio
la ganascia e gli dica irridendolo: «Ecco il re d'Italia». Costui più
tardi, per emendare il breve fallo di amore di patria, e per accattarsi
il perdono dei re, di preteso soldato della libertà in Italia si
converte in soldato della tirannide nella Spagna; — sputai monarchi e
monarchie: — nè meno severo meditai sul Santarosa, su Moffa di Lisio ed
altri cotali, e mi comparvero avversi alla monarchia non mica per
ischiantarla, bensì per ripararsi sotto l'ombra delle sue fronde; non
impazienti di patire tirannide, bensì di esercitarla: della vera libertà
amici falsi o tepidi. La monarchia non li volle, la democrazia li
rifiutò. Il Santarosa per fastidio di vita si fece ammazzare a
Sfatteria. La libertà non pose cura a rilevare cotesta morte, nè
raccolse le ossa del caduto, nè gli pose il monumento, o gli cantò
l'epicedio: solo il dottrinario Cousin gli sbraciava quattro palmi di
marmo con una iscrizione stecchitaci su. Giusta dispensiera di fama
quasi sempre la morte è provvida: a moderata cenere, tomba moderata,
posta da mano moderata; — e sputai patrizi pelatori della monarchia per
mettersene le penne al berrettone; poi vidi il popolo, e lo conobbi
terra dove Dio non soffia più, sibbene qualche volta lo scirocco che ne
leva la polvere da un luogo per balestrarla in un altro; popolo che
invoca sempre, e vuole altissimi fatti, come se avessero a venire da
altri fuori che da lui; e intanto si appaga di maledire e servire;
popolo nato forse alla vendetta, non alla libertà...
— Eppure, interruppe Filippo, il popolo italiano ha saputo rivendicarsi
in libertà...
— Non libertà; dalla oppressione straniera; per ciò bastava odio e mani;
l'acquisto della libertà desidera intelletto di amore. — Anzi nè anche
dagli stranieri seppe liberarsi il popolo, perchè commise la sua causa
al re, e questi ad uno imperatore, donde uscì fuori una indipendenza
scrofolosa; figlio di Anteo, il popolo italiano, a cui per guadagnare
qualche cosa fu mestieri battere la patta in terra; il mendicante seduto
su gli scalini del palazzo che implora la elemosina per lo amore di Dio
vi par'egli che possa presumere di entrarci dentro a farla da padrone?
Taci, importuno, tu hai avuto abbastanza; rodi modesto e in silenzio il
catollo[22] che ti buttarono davanti. Che hai che ti tasti dintorno? Ti
mancano alcune costole come Nizza e Savoia? Gua'! Dai bagni di Barberia
non si usciva senza riscatto. — Sciagurato! Libertà è quella che si
ricupera rompendo di uno strettone delle proprie braccia le catene e
sbatacchiandone i tronchi sul cranio all'oppressore; libertà che conta è
quella che si strappa a mano stretta, non l'altra che si accatta a mano
aperta; — ed io sputai fuori della mia bocca una volta i monarchi, due
volte i patrizi e dieci volte il popolo.
[22] _Catollo_ — tozzo di pane; manca al vocabolario della
lingua; l'adopra A. Caro, _Volgarizzamento degli Amori di Dafne
e Cloe_.
— Dunque tutti all'inferno, dove non ci è redenzione? disse Filippo.
— Io parlo della vecchia Europa, massime dei popoli così detti di razza
latina, e più specialmente degl'italiani; e così presagendo fino dal
1822 parmi essere stato profeta. Qui mi rifugiai raggiungendo i trecento
primi venuti coll'Austin; danari non portava molti, pure quelli ch'io
aveva erano troppi più del bisogno; comprai taluni negri, che in altro
modo non si poteva possederli allora, e mi posi proprio a rinnovare le
fatiche di Ercole; vincemmo l'aere infesto, purgammo i paduli dai
serpenti, dissodammo terreni, schiantammo foreste, non ad uno ma a
parecchi Acheloi fiaccammo le corna, domammo fiere, e selvaggi più
feroci assai delle fiere; — ed ora vivo non senza orgoglio ed in pace in
una contrada, che Dio creò, ma che io disposi a ricevere le sue
benedizioni: certo gli uomini che mi circondano non mi amano come
vorrei, però quanto la natura loro glielo concede, ed io in mancanza di
meglio me ne contento...
— Contento! Ma voi non consolano figli, non congiunti.
— Io adottai figliuola la umanità.
— Però non sembra che qui la umanità proceda diversa da quella del
nostro paese, e l'amore che a lei è dato mostrarvi non si prova troppo
diverso dall'odio.
— Chi ve lo ha detto?
— Eh! mi pare averlo veduto; a meno che in queste parti coltellate e
archibugiate non corrano per carezze e per baci.
— Pregovi avvertire che i nostri assalitori furono messicani, alunni di
preti e di predoni spagnuoli. Questi avvelenarono il nuovo mondo con le
infamie della religione cattolica e con esempi di tetra rapina, e il
nuovo mondo si vendicò del vecchio barattandogli i suoi veleni col
veleno della sifilide; atroce vendetta! La morte intorbidò la stessa
sorgente della vita.
— Di grazia, signor Maurizio, il _lynch_ è trovato spagnuolo?
— Potrei rispondervi che gli spagnuoli ne hanno di peggio, ma delitto
altrui non giustifica il proprio; è trovato americano: però, badate, non
fa prova di giudizio, e nè anche di onestà colui che imprende a
sentenziare le azioni di un luogo o di un secolo con le nozioni di altri
luoghi e di altri secoli: i santi si hanno a guardare dentro la propria
nicchia, pena a chi manca di buttar fuori strafalcioni grandi come la
cupola di San Pietro in Roma; ciò posto in sodo, io vi affermo che in
paese dove la nozione della legge civile a pochi è manifesta e da meno
osservata, dove la forza per prevenire e per reprimere male si può
raccogliere, e più difficilmente ordinare, dove sovente l'_amen_ della
sentenza è una pistolettata che il condannato spara contro il giudice
che lo condanna, dove razze moltiplici e tutte o in parte selvagge non
repugnano da qualunque frode o violenza per sottrarre alla pena l'uomo
della propria tribù, dove indiani e pantere prorompono fuori delle selve
per ritornarci con la carne in bocca, non importa se di bestia o di
uomo, io vi affermo, dico, che il _lynch_ apparisce la forma più sicura
e più giusta per tutelare il consorzio civile che si sta componendo. E
poichè la coscienza pubblica giudica quasi sempre il reo preso sul
fatto, non ci è pericolo di sbaglio.
— Brown dunque a ragione fu impiccato? Lui condannò la giustizia del
_lynch_.
— Brown fu un giusto, e tuttavia gli accusati come il Brown non si
salvano mai, e sapete perchè? perchè la colpa che si punisce non istà in
loro, bensì nei giudici che la condannano; l'opera sua comparve più
enorme del crimenlese, perchè pregiudicava l'avarizia dei borghesi; e
l'avarizia dei borghesi vince in crudeltà il dispotismo dei re. Tra voi
civili chi salvò Cristo? Ditemi sinceri, chi vi mette più ribrezzo
addosso, la barbarie americana col _lynch_, o la civiltà europea, che
sacramenta l'assassinio col crisma della legalità, converte il giudice
in Lucifero del boia, e calca nei moschetti le palle con articoli del
codice criminale? Di qui ogni giorno più scomparisce il _lynch_, e
spunta riparatrice la potestà dalla legge; per voi non ci ha redenzione;
stornare non potete; e nè anche peggiorare, perchè non si supera il
pessimo. Credete a me, che ne feci esperimento: sono gli americani pari
ai sassi scoppiati dalla rupe per virtù di mina, adesso rudi, ma, se
scarpellati a dovere, capaci a fornirti materia per costruire mirabile
edifizio della civiltà umana. Ricordatevi che voi italiani foste
salutati una volta da un poeta francese _polvere di uomini_. Certo un
giorno la polvere affaticata si commosse, turbinò in vortici e scorse
baldanzosa un tratto di via per ricascare più in là sopra altra polvere.
Travaglia gli americani la pletora della violenza, gl'italiani strugge
la dissenteria della corruzione; sboglientiti i primi, voi li vedrete
sani e prestanti; sopra i secondi ha già scritto la morte: _posto
preso_. Ammirate gli americani, però che essi hanno avuto cuore di
servirsi dell'oro come Dio della parola; questi per creare e quelli per
ricreare il mondo. Gli spagnuoli che fecero dell'oro a palate raccolto?
Nelle terre deserte dall'ozio l'oro si seminò inavvertito e generò
mirabile copia di corruzione. Crederono che l'oro recherebbe perpetua
prosperità fra loro, ed invece si tirò dietro per mano la desolazione;
però che ricchezza e miseria sieno le due cime del cerchio che si
ricongiungono insieme. Andate in California ed ammirate che miracoli
partorisca l'oro tenuto come servo, non come padrone; ormai non mette
più conto cercarlo, i prodotti della terra che egli ha fecondato rendono
più di lui; con l'oro gli americani hanno spaccato monti da cima in
fondo, onde vi passasse la vaporiera di mezzo, costruito aerei e
sterminati viadotti, scavato canali da sbalordire per la lunghezza e per
la difficoltà di condurli; si proposero erigere edifizi, che facessero
prova non essere state novelle i monumenti babilonici; mancavano di
sassi e di scalpellini, che importa? _For ever ago_, essi vanno a cavare
i massi di granito dalla China, e incettano operai a sedici dollari di
salario per giorno, ovvero a 84 e 80 delle vostre lire. Che più? non
bastandogli la terra, l'americano un bel dì si volta in San Francisco al
mare, e gli dice: _ritirati!_ E il mare, che udendo un giorno simile
comando da un re, si arricciò incollerito, e ricoperse di schiuma lui e
il suo trono,[23] davanti al popolo si ritrasse come leone ammansito,
perchè l'oceano è amico del popolo; e percotendo assiduo l'estremo lembo
della terra che abita, gli va mormorando questo insegnamento: «mirami;
dacchè sono nato, verun tiranno ha potuto stampare su me l'orma
aborrita.» Qui l'americano con l'oro fecondò la natura, noi con l'oro
l'abbiamo resa sterile; qui la natura diventata _alma parens_, Cibele,
che nudrisce con le sue cento mammelle i suoi figliuoli di vita e di
virtù, mentre voi spesso vi trovate costretti a stendere le mani
traverso l'oceano per implorare dall'America tanto da non morire di
fame: non si fa pane coll'oro.
[23] Questo fatto è raccontato da tutti gli storici inglesi. Il
Lingard afferma ciò accadesse sopra la spiaggia di Southampton;
e attestano altresì che Canuto adoperasse in cotesto modo per
pungere la piaggeria dei cortigiani, che assicuravano a lui ogni
cosa possibile.
— Ma la patria! la patria!... gridò con voce straziante così il giovane
Curio, che parve uno stianto del cuore.
— Dovunque, rispose Maurizio, levando gli occhi in alto tu vedrai il
cielo popolato di soli e di pianeti, e su su nel fondo il cuore ti dirà
esserci Dio, quivi è la tua patria, anche il padre Dante lo ha
detto;[24] e ciò perchè essendo la patria cosa divina, Dio non volle
commettere alla empia virtù degli uomini il darla o il torla.
[24] _Quidni? Nonne solis astrorumque specula ubique conspiciam?
Nonne dulcissimas veritates potero speculare ubique sub coelo?_
Epistola X, Amico Florentino.
— Ma le ossa dei padri non formano parte della patria? La patria si
porta essa sotto le suola delle scarpe?
— Cotesto è culto di gente barbara. Da per tutto troverai calce
resultata da ossa umane; che se quella calce tu veneri per santa, fa'
come gli antichi sciti, i quali costretti ad esulare se la portavano
seco. Danton, attesta la fama, pronunziò il motto della patria che non
si porta sotto le scarpe, e parve sublime, mentr'era materiale: poichè
teco verranno le care memorie e i dolci affetti, il culto degli esempi
virtuosi e gl'insegnamenti paterni; l'altro che preme? Monumenti e tombe
non valgono il pregio di essere rimpiante: vanità di vivi, non
refrigerio di morti: l'avello dell'uomo di cui il nome cascò intero
nell'oblio non merita ingombrare la terra nutrice. Viviamo tra i vivi o
tra i morti? E se non ti basta per patria il luogo dove in fondo ai soli
ed ai pianeti contempli Dio, la patria è quella dove la donna amata ti
consola e il bacio dei figliuoli ti aspetta; dove la mano dell'amico ti
serra la mano con tale stretta, che risponde ad un palpito del cuore; —
colà dove puoi veracemente, pienamente affermare _il tuo diritto, il tuo
Dio_, quivi è la tua patria.
— Eppure, soggiunge Curio, come uomo che non è vinto ancora e sente
fuggirgli sotto una credenza antica, eppure i nostri grandi ci hanno
insegnato essere la _nazionalità_ e la _unità_ della patria eccelsi
scopi, e noi abbiamo versato per conseguirli il nostro sangue...
— _Omnia tempus habent._ Le cose di che avete detto sono spade a due
tagli; ottime secondo i tempi e i luoghi; — continuerai ad adoperare nel
Bengala la veste che indossavi in Siberia? Voi bene meritaste della
patria e della umanità quando vi travagliaste per questi due fini: per
iscuotere il giogo della servitù straniera era necessità diventar forti,
e perciò uniti, perchè appunto nella unione sta la forza: nè io
v'incolpo se da questo vostro disegno non ve n'è venuto tutto il
vantaggio da voi presagito; imperciocchè forti non foste mai; voi avete
chiesto la vostra unità come il mendico agitando il bussolo, e il
passeggero ve l'ha gettata dentro per elemosina; se urtati dalla
Francia, dall'Austria o dalla Prussia, voi non la potreste sostenere; ma
questo mettiamo da parte. Quando la fratellanza universale e la umanità
prevarranno, davvero allora dovranno sparire le nazionalità e le unità
dei popoli. Di fatti, che significano esse? Significano Stato a parte,
esclusivo, retto da interessi sempre distinti, sovente ostili al
consorzio umano; significano concentramento di forze in un luogo, in un
ordine di cittadini, in una persona, causa perpetua di tirannide
schietta o ritinta di biacca costituzionale dentro, di prepotenza fuori.
Voi avete a figurarvi la unità come il latifundio che isterilisce il
paese e suppone il feudatario o la _mano morta_; la federazione di
piccoli Stati, la prosperità e la pace. Credetelo a me, alla stregua che
spariranno dal mondo le nazionalità, fie che cresca la libertà e ne vada
lieta la umanità. Allora interrogato l'uomo: — A qual paese appartieni?
Lo udrai rispondere: — Uomo sono e appartengo alla famiglia della
umanità: allora sarà possibile la soppressione degli eserciti
permanenti, di rado difesa contro i nemici esterni, sempre arnese di
tirannide dentro, almeno nella intenzione di chi l'ordina e li tiene ai
suoi servizi.
— Dunque noi altri soldati volontari fummo soldati della tirannide?
— In parte senza saperlo lo foste; ma siccome serbaste una coscienza,
una volontà, un pensiero, vi ebbero in uggia sempre, anche quando
procuravate vantaggio o diminuivate vergogna, ed appena poterono farlo
senza paura vi dispersero. O come volete che tutelino la libertà uomini
a cui s'insegna a prova di fame e di prigione a tutto dimenticare,
niente apprendere, eccetto il comando del superiore, e questo eseguire
con obbedienza cieca e passiva? Ma non ci sono le leggi umane da
osservare? Che leggi e che non leggi, sopra ogni cosa sta l'ordine del
superiore. Ma o i comandamenti di Dio non contano più nulla? Nulla; se
non in quanto si accordano con gli ordini dei superiori; però ti si farà
delitto se repugnerai a uccidere l'uomo inerme, a empire di strage le
città pel fine d'indurle a salutare terrore; delitto gravissimo
commetterai se, avendo ribrezzo a far da boia al tuo compagno, tu
scaraventerai lontano da te lo schioppo, griderai: io qui venni soldato,
non carnefice. Sbagli, risponderanno, tu hai ad essere ad un punto e
soldato e carnefice.
— Ma non sempre i soldati gettano la coscienza nel pozzo...
— Peggio il rimedio che il male: alle milizie stanziali per vizio del
proprio ordinamento non è concesso altro che fare il danno della patria,
perchè se abiettate con la dottrina della obbedienza cieca e passiva, tu
le proverai belve ammansite, contaminate di spiriti ribelli ti
diventeranno pretoriani arbitri delle vite degl'imperatori e dei destini
della patria...
E qui tacquero per assai lungo spazio di tempo: ad un tratto Maurizio
riprese:
— Dunque nulla vi alletta a tornare, tutto vi respinge dall'Italia. Il
governo di cotesto paese vi costrinse ad esulare, ebbene, voi
confinatecelo come costumò Diogene con quei di Sinope; e poi non vi
pende sul capo la sentenza di morte? Per voi non ci è grazia, non ci può
essere: se foste parricidi potreste sperare, ma avendo voi fatto
oltraggio all'arca santa della milizia, ogni scampo vi è tolto; il
vostro è sacrilegio regale, perchè la forza si vuole venerata, adorata,
ad ogni modo temuta come quella che unica oggi tiene ritti i troni.
Anche qui tra noi giunse l'esecrata novella della strage del giovanetto
Barsanti, e gli uomini del _lynch_ ebbero lacrime per l'infelice. Quando
il medico Lanza scenderà le mal salite scale del ministero, potrà
lasciarsi dietro ogni cosa; una sola non potrà, il rimorso di cotesta
morte. La storia ricorderà che fu principalmente per lui che questi
tempi ebbero nome di _borgiani_; tra Claudio, imbecille sanguinoso, il
Valentino, tiranno da fiera, e Ferdinando di Napoli, Mastrilli da teatro
diurno, piglierà posto anche il dottor da Vignale. Cristo, che patisti
lo schiaffo dalla mano di un giudeo, tu solo puoi comprendere l'amarezza
sofferta dall'Italia per la umiliazione di avere a capo del suo governo
un Giovanni Lanza, medico da Vignale!
— Pur troppo! disse Filippo, eravamo destinati a considerare ridotte in
atto dal governo italiano le grottesche fantasie delle tentazioni di
sant'Antonio del Callotta.
— Fantasie del Callotta, interruppe Curio a sua volta; oh! di' piuttosto
immaginazioni di Nerone ubriaco, di mangiatori di oppio; fantasime
incise dal Piranesi, quando la tetra ipocondria gli rodeva il fegato.
— Si, questo e peggio, soggiunse Maurizio; dunque siamo intesi: voi
tornerete in Italia a pigliarvi la mamma e la figliuola vostra e
riverrete qui, tu, Curio, a tenermi luogo di figlio; e sì dicendo gli
pose la mano sopra la spalla con tenerezza di cui non aveva dato segno
fino a quel punto, e nella sua voce si sentiva la pietà della preghiera
e la paura della ripulsa; e voi, Filippo, mi farete da fratello: intanto
gli porgeva la mano libera. Che volete? Nella solitudine non s'incespica
mai, ma all'ultimo la proviamo la più pesa di tutte le croci: mi sento
stanco di camminare per una via dove non incontro sasso che mi laceri i
piedi, ma nè anco trovo albero che mi ripari coll'ombra. E caso mai vi
avvisaste redarguirmi di contradizione, io vi risponderò che l'uomo è
una contradizione perpetua, _che mangia, beve, dorme e veste panni_, e
ben venute quelle contradizioni che fanno scomparire il nostro
intelletto e onore al nostro cuore.
— Scusate, Maurizio, ebbe a notare Curio, come di faccia alla coscienza
vi potete sdebitare di chiamarvi dintorno i vostri congiunti? Non vi
par'ella giustizia preferire a persone da voi conosciute per accidente,
e forse non abbastanza conosciute per chiamarle con prudenza a parte
della vostra famiglia, coloro che vi stanno uniti con vincoli di sangue?
— Oh! rispose Maurizio scotendo il capo, quanto all'amico Filippo egli è
un libro da coro; si legge a dieci passi di lontananza senza bisogno di
occhiali; un poco più difficile a capirsi sei stato tu, pure adesso
presumo conoscerti meglio che tu non conosca te stesso; rispetto a'
parenti, ti dirò che questi bisogna prendere quali essi sono, gli amici
poi si pigliano fra quelli che garbano: i primi t'impone la necessità, i
secondi ti procaccia la elezione: se tu mi fossi figlio di natura tu
dovresti la vita a me, mentre adesso io la devo a te e all'amico
Filippo. I parenti di me non cercarono mai; quindi qual maraviglia se io
non cerchi di loro? Nè penso abbiano voglia di cercarmi; da cinquanta
anni e più di me non ebbero novella, e tu puoi credere che non avranno
atteso venti anni per farsi immettere nel possesso dei miei beni; dunque
giudico che da molto tempo dev'essere trascorso a favor loro il termine
dei trenta anni per succedermi a tenore di legge: ora, se di un tratto
io mi facessi vivo, sta' certo che mi avrebbero caro come un morto
maligno scappato dalla sepoltura per divorarli. Lasciamo che godano in
pace il bene di Dio, il quale essi credono possedere legittimamente;
capisco che all'ultimo essi vedrebbero che, se fossi resuscitato, lo
farei per dare, non per riprendere; ma prima troppo più li turberebbe la
paura di perdere, che la speranza di acquistare. Ed ora voi potete
comprendere che io posso bene ingannarmi nei miei ragionamenti, ma che
però opero sempre a caso pensato. Per istasera _satis_: domani ci
ritornerò su per venire ad una conchiusione; intanto pensateci, e buona
notte.
Di vero la notte portò consiglio, e Curio e Filippo si trovarono
d'accordo ad accettare la proposta di Maurizio; il primo per tutte le
ragioni esposte da questo, alle quali, esarcebato com'era, altre ne
aggiunse del medesimo conio; Filippo taluna di quelle ragioni
trangugiava come pillole confettate in aloe; da altre poi torceva
incollerito il pensiero; ma sopra tutte prevalse lo immenso amore che
sentiva per la figliuola e la brama di vederla accasata prima di morire.
Maurizio non potè tenersi dal manifestare la sua inestimabile
contentezza; ci furono ritrovi, feste, conviti, dove intervennero i
conoscenti di Maurizio da cento miglia lontano; questi adottava co' modi
più solenni Curio, e a tutti lo presentò come suo figliuolo ed erede.
Cessate le feste, si diede, con la consueta alacrità, ad ammannire le
cose necessarie pel viaggio; gli tardava vedere la famiglia di Curio
raccolta sotto il suo tetto; andò, tornò, scrisse a New-York, a
Baltimora, a Boston; finalmente, la vigilia della partenza così parlò ai
suoi amici:
— Andate e tornate presto, che non ci è tempo da perdere; voi capite,
che se io non sono di partenza, tengo però un piede nella staffa. Voi,
adesso, siete cittadini americani, non dimenticatelo mai; ecco l'atto
della vostra naturalizzazione; questo è il passaporto e queste lettere
di raccomandazione pei ministri e pei consoli americani delle città e
porti dove passerete. — Questa lettera contiene un credito illimitato
sopra la Casa Baringh di Londra; potete usarne secondo il vostro
giudizio, perchè io ho pensato: chi sa quanta povera gente si trova
avvilita in Italia pel delitto di avere combattuto per la patria! Non
senza orrore ho letto di alcuni soldati delle patrie battaglie morti di
fame... Orsù, non ci pensiamo; quanti ne troverete che vogliano fuggire
_crudeles terras et litus avarum_, tanti menatene con voi; due
condizioni pongo a questa leva: amore del lavoro e buon costume. Qui poi
faremo i patti e converremo dello statuto della colonia; non mi manca
terra nè facoltà per lavorarla, e adesso mi casca in acconcio per
confidarvi che il Texas è paese fecondo di argento, come la California
di oro; io, dissodando, ne rinvenni una miniera, ne cavai quanto potei
senza argomento alcuno d'ingegneria, come senza dirlo a persona; poi
ricopersi lo scavo che occorre su la mia terra ed io solo conosco; lo
riapriremo alla occasione e ci attingeremo come ad un salvadanaio per
sussidiare la colonia e imprendere lavori di bonificamento; questo poi
ho voluto dirvi, fidando nella vostra discrezione, perchè andiate
persuasi che ai vostri compagni non può venir meno il vivere, finchè non
sieno in grado di procurarselo col proprio lavoro.
Si abbracciarono e si divisero.
*
La costanza non è mica corazza che ripari le ferite del dolore, solo dà
balìa all'uomo di sopportarne delle nuove; sicchè, nel sottosopra, non
sai dire s'ella sia benedizione o maledizione di Dio; ad ogni modo la
signora Isabella, sfinita di forza e di costanza, si sentiva prossima al
termine dei suoi giorni. Lei meritamente salutammo madre dei sette
dolori; lei Niobe cristiana, che si recava l'urna in mano contenente la
cenere di tutta la sua stirpe. Certo le avanzava un figlio, ma ciò la
fortuna maligna aveva fatto non già per consolarla, bensì perchè ella
non si addormentasse sopra il suo cuore per cangrena tranquillo, ma sì
per accompagnarla con le strappate dello spasimo fino all'ultimo passo
verso il sepolcro. Adesso la santa donna con la morte nel petto, e nel
sembiante larva di quello che fu, dissimulava il suo stato fino a darsi
attorno per le faccende di casa; a tanto strazio ella si conduceva per
non contristare la cara Eufrosina, dandole ad intendere che sana si
sentiva e baliosa. La pietà profonda, il desiderio immenso che sentiva
di conservarsi rigoglioso il bel giglio di amore, la persuadeva a
custodirlo con l'aspra diligenza dell'avaro; anzi, ella giunse al punto
di percuotere con frequenza il cucchiaio e la forchetta nella scodella e
nel piatto che aveva davanti, onde far credere alla cieca ch'ella
cibasse largamente le vivande che a stento aveva provveduto alla povera
figliuola.
Chi ignora le gioie, i dolori e le cure della famiglia, non comprende le
ragioni di tanto smisurati sagrifizi; affermano siffatte ragioni
interessose, ed è vero; ma vi hanno interessi degni di essere assunti
tra le stelle in cielo più della chioma di Berenice, ed altri che il
diavolo non si attenta toccare per paura di scottarsi le dita; le sue
ragioni erano queste: per Eufrosina sperava che le furie della mente di
Curio sariensi placate e il suo sangue addolcito; per Eufrosina Isabella
si riattaccava alla vita, giunta all'occaso; nel presagio dei nepoti,
ella riviveva in loro, esultava nella speranza che la sua stirpe avrebbe
conservato e cresciuto la traccia luminosa della gloria di Orazio, la
memoria della bontà di Marcellino, ed anche riscattato gli errori degli
altri suoi sventurati figliuoli... Ah! alla povera madre non bastava
l'animo di confessarli colpevoli nè manco a sè stessa.
La buona donna, moglie di Foldo, quante volte le sue faccende gliene
porgevano comodità, scappava dalle sue amiche: entrata in casa lei, le
altre potevano riposare a tutto agio, imperciocchè ella sola facesse per
quattro. Siccome la non si poteva dare pace di vedere la Isabella
levata, e più volte gliene aveva mosso rimprovero, questa, la prima
volta, le aveva susurrato negli orecchi: — Deh! non me lo dite più mai
per quanto amore portate alla gran madre di Dio; la Eufrosina se ne
affliggerebbe; e dal vedermi questa figliuola attorno contenta, mi fate
la carità di dirmi quale altro conforto mi resta?
E veramente se la Eufrosina si fosse addata della miseria che la
circondava, sarebbe morta per ischianto di cuore. Quanto a Foldo, ogni
giorno che Dio mandava in terra faceva portare il pane a casa di
Isabella: ma _non solo pane vivit homo_; rammentatevelo, lo ha detto
anche Cristo; rammentatevelo perchè oggi vive una gente che predica
neanche il pane necessario al sostentamento dell'uomo... Dio mi perdoni,
ma ecco, io nego addirittura ch'egli presagisse la venuta dei moderati
nel mondo; diversamente non avrebbe spedito in terra Cristo a redimere
il genere umano; tanto, co' moderati tramezzo, fu tutto sangue sciupato!
Torniamo al racconto. Isabella si sarebbe lasciata morire d'inedia
innanzi di chiedere soccorso a Foldo e alla sua degna consorte, sapendo
quanto cotesti cuori popolani davvero si spropriassero a sovvenire le
miserie altrui.
Prima però di ridursi a simile penuria, certo dì ch'ella non sapeva a
qual santo votarsi per far quattrini, rovistando per le cantere di un
vecchio scrittoio, le venne fatto rinvenire non so che cimeli vergati di
mano di Orazio e con questi sperò procurarseli; al quale effetto trasse
a fatica da un libraio in fama di liberalone e glieli offerse in
vendita. Il libraio, appena ci ebbe gettato gli occhi su, ne rifiutò
recisamente l'acquisto aggiungendo:
— Che cosa volete che io mi faccia di coteste carabattole?
— Credeva, rispose Isabella, che gl'italiani avessero a reputarsi
onorati... ad ogni modo essere curiosi di possedere l'autografo di un
loro grande scrittore.
Sì, giusto! Gl'italiani hanno a badare a ben altro; essi, donna mia, non
sanno che vendere; e se non vendono più, egli è perchè hanno venduto
tutto.
— Non tutto, signore, non tutto.
— O sentiamo un po' che cosa non hanno venduto.
— L'onore.
Il libraio stette alquanto su di sè; poi soggiunse:
— Può darsi, ma s'è rimasto in bottega vuol dire che veruno si è
presentato ad acquistarlo.
Isabella, comecchè donna, venne in pensiero di saldargli la turpe
ingiuria con uno schiaffo sul grugno, e lo faceva se glielo acconsentiva
la spossatezza, ora accresciuta pel nuovo strazio; aveva già volte le
spalle per andarsene, quando il libraio, così incapace di sentire
vergogna per sè come il pudore della dignità altrui, solo per istinto di
curiosità interrogava:
— Scusate, donnina, si potrebbe sapere come vi sono capitate nelle mani
coteste quisquilie?
— Io sono figliuola adottiva e nuora, insomma erede unica rimasta di
Orazio Onesti.
— Come così è, perdoni sa, se non la conoscendo... se non avendo l'onore
di conoscerla (e qui si cavò la berretta) si accomodi, prego (e le
offeriva lo sgabello stesso sul quale egli poc'anzi sedeva), non può
credere come mi si stringa il cuore a lasciarla andar via così
sconsolata... Faccia una cosa, la mi lasci coteste preziose reliquie del
celebre suo signor socero, ed io mi metterò in quattro per esitargliele
— ma' mai mi capitasse nel negozio — perchè, veda, con quei benedetti
inglesi non ci è più da fare un pasto buono; le penne costoro le hanno
rimesse, ma si ricordano essere stati pelati; i russi poi si mantengono
tuttavia barbari abbastanza da tenere in pregio le memorie degli uomini
grandi e da lasciarsi pelare; ma dia retta, signora, io posso proporle
meglio a pronti contanti: mi dica, avrebbe ella, o taluno di casa sua,
alienato in perpetuo o temporariamente il diritto di proprietà delle
opere del suo signor socero e padre?
— No signore, nè io nè la buona memoria del mio signor marito. Il mio
signor socero sì, ma a tempo allo editore che primo le stampò, la quale
da parecchi anni è scaduta.
— Perfettamente; pertanto se la signoria vostra mi cedesse per tre anni,
a decorrere dal dì della pubblicazione di ogni singola opera, la facoltà
di stamparla, le pagherei subito lire mille italiane in oro, e più mi
obbligherei a darle _gratis_ una copia rilegata in _brochure_,
s'intende, della mia edizione.
— Caro lei, io non me ne intendo, ma veramente... disse Isabella,
peritandosi a compire la frase per la paura le sfuggisse di mano quella
cima di fune, che giudicò porgerle la Provvidenza nella sua
misericordia; e il liberale stampatore, aggrondato, con voce alquanto
risentita:
— Mille lire! Le paiono poche mille lire... in oro... subito... prima
che ella esca di bottega?
— Via, non s'impermalisca, voglia scusarlo alla inesperienza... mi getto
nelle sue braccia... e che devo fare per istringere il negozio?
Il libraio liberale fra sè esclamò: Accidenti! questa ha fame; si poteva
portare via la compra per metà prezzo; il cuore mi strascina sempre dove
vuole! Poi a voce alta: Ecco, io stenderò un bocconcino di lettera,
nella quale la signoria vostra mi dichiarerà avermi ceduto la proprietà
degli scritti di Orazio Onesti per quattro anni, ed ella la segnerà.
— Sì signore, come comanda.
— L'editore liberale ecco si assetta al banco, si pone gli occhiali a
cavallo al naso, e tutto tremante per la contentezza del magnifico
affare conchiuso buttò giù la lettera, avvertendo di portare a cinque i
tre anni primamente convenuti.
La Isabella si accorse pur troppo della pidocchieria, ma non si
attentando rilevarla per la solita paura, si tacque; riscosse le mille
lire e si affrettò a ridursi più che potè difilato a casa, senza pur
volgersi addietro, nel sospetto che costui non gliele ripigliasse.
Quel medesimo giorno, Dio (avrebbe detto un prete) per ricompensare il
libraio liberale e dabbene della sua azione da galantuomo, gli mise
dinanzi un americano da Baltimora, svisceratissimo della letteratura
italiana, di cui giusto in quel punto imparava la grammatica, a cui
parve toccare il cielo col dito acquistando gli autografi di Orazio
Onesti per sole cento lire sterline; e ne dimostrò al libraio la
riconoscenza scotendogli il braccio fino a levarglielo dal posto e
invitandolo a bere il _the_ a casa sua in Baltimora.
Il libraio, partito l'americano, ripose i biglietti di banca nello
scrittoio, deliberato consegnarli _tutti_... non aveva ancora compito la
frase, che ecco un cavallone di cupidigia scaraventare quella modesta
onda di onestà a frangersi su gli scogli e gorgogliando susurrare: —
Eccetto, bene intesi, una discreta provvigione per me. — In siffatto
proponimento si mantenne fino a desinare, allora lo appetito dello
stomaco gli destò quello dello spirito, e almanaccando su la faccenda
conchiuse: — A dargliene mezzi basterebbe, ed anche mi paiono troppi. —
A cena (ahimè! l'ora dei pasti era funesta alla generosità del libraio
liberale) rugumandoci su venne nella determinazione di darne alla
Isabella un terzo, ed anche quelli giudicò troppi... e ciò a modo di
addentellato, nel caso che gli piacesse fabbricare accanto; perchè il
nostro libraio fu della razza di cotesti uomini, di cui il primo
pensiero li condurrebbe talora al Campidoglio, se l'ultimo non li
menasse sempre alla forca. La notte standosi in letto gli tornarono a
gola i biglietti di banca dello americano, e gl'impedivano il sonno;
infastidito di giacersi sopra un fianco, si volge su l'altro, e in mezzo
alla giravolta gli scende dall'alto la idea luminosa di pigliarseli
tutti per sè; _linea recta brevissima_, come fece incidere sopra la sua
argenteria il Guizot, ch'era andato sempre storto.
La mattina seguente, essendosi raccolta nella sua bottega la solita
conversazione: un prete, un borsaiolo ebreo e un moderato cristiano, di
un tratto gli si posò nel cervello importuno come una mosca sul naso il
pensiero: e se in questa si presentasse colei per saper l'esito delle
sue carabattole, che pesci piglieresti? Gua'! la risposta viene da sè:
i' non le ho ancora vendute. Adagio, Biagio, prevedi il caso ch'ella ti
avesse a dire: non vo' più venderle, rendetemi la roba mia. Allora — e
qui alzò tre dita della mano sinistra, e coll'indice della destra
toccando il primo dito susurrò: per uscirne con onore mi pare che mi
sovverrebbero tre vie: prima la fantesca nello spazzare la bottega,
supponendoli fogliacci, li ha buttati via; il commesso del negozio per
le medesime ragioni ed apparenze ci ha acceso la pipa, via seconda;
terza via, il ragazzo di stamperia, preso a soqquadro da non so quale
cinquantina di fichi, e intimato a riporli in libertà per urgenza, era
scappato portandosi seco i fogli, sicchè la sua dignità di cittadino e
di libraio lo aveva dissuaso andarli a cercare colà dove si trovavano.
L'abate, aocchiando la distrazione dello stampatore e cotesto suo
almanaccare su le tre dita ritte, gli disse:
— O compare! A caso non vi sarebbe saltato il ticchio di proseguire il
trattato della santissima Trinità, che lasciava in asso il dottore di
santa Madre Chiesa, santo Agostino?
— Noe, rispose stizzito il libraio, come colui ch'era stato
importunamente interrotto sul più bello delle sue meditazioni; io faceva
il conto a chi di voi altri tre sarebbe toccato di andare primo allo
inferno...
Proprio è così, e non fa nè anche una grinza, gli artisti di canto e i
trovatori di armonie; quantunque celeberrimi, cascano negli ugnoli
degl'impresari come le lodole in quelli degli sparvieri; gli scrittori
del pari capitano in mano ai librai, a mo' che san Lorenzo (di cui oggi
ricorre per lo appunto la festa) s'imbattè in quelle dei suoi
arrostitori.
*
Poco rincalzo le mille lire portarono alla Isabella, imperciocchè,
levatisi prima i chiodi che si trovava avere, e' fu bazza se le avanzò
un quattrocento lire. Gli autografi del socero non le vennero più in
mente, e lascio figurare a voi se il libraio andasse a ricordarglieli.
Con quella po' di moneta rimastale si tirava innanzi, procurando che
nulla mancasse alla Eufrosina, quanto a sè governandosi tanto
sottilmente, ch'era una pietà.
E questo non era mica il peggio, che l'angoscia da non potersi dire
gliela dava la impazienza febbrile sua e della Eufrosina, di aspettare
ogni giorno nuova dei cari diletti, e giungere a sera con la speranza
sempre delusa. Cotesto davvero era spasimo, che trapassava il cuore
delle due donne come una spada, ma più lacerante quello della Isabella,
però che a lei toccasse dissimulare il proprio affanno per lenire quello
di Eufrosina; alla quale non rifiniva mai dichiarare non essere poi
tanto il tempo decorso dalle ultime notizie.
— Come non tanto! interrompeva l'appassionata Eufrosina, — oggi compiono
per lo appunto tre mesi.
— No davvero, rimbeccava Isabella, o la notizia ultimissima non la
conti?
— Io? Io conto quello che ci portò la posta.
— No, figlia, tu hai a contare da quella che ci portò il cuore. L'amore,
a gara di prestezza, si lascia indietro anche la luce, e in un baleno
trasporta uno dall'Indo al Polo.
— Sì, è vero, questo mi ricordo aver letto prima ch'io diventassi cieca
nelle lettere di Abelardo e di Eloisa; ma adesso a tutte queste belle
cose preferisco la posta del Barbavara.
L'altra taceva. E poichè Eufrosina capiva che l'anima della madre in
cotesta incertezza si doveva struggere quanto la sua di amante, cessati
i lagni l'abbracciava, e con le mani per la faccia e pel collo la
blandiva.
Ma ormai il fascio delle tribolazioni per la signora Isabella si era
fatto più grave di quello che le sue forze potessero sopportare; non le
riusciva più levarsi da letto, dove trovandosi giacente la sera della
decollazione di san Giovanni Battista, finse prima accendere il lume e
poi lo lasciò spento; tanto a che pro? Gli occhi della Eufrosina non si
allietavano al dolce lume, e i suoi provavano quasi un'amara voluttà ad
assuefarsi allo imminente buio perpetuo. In mezzo a cotesto silenzio lo
zufolio sottile della zanzara si udiva come lo strido della tromba
dell'angiolo che chiamerà al giudizio finale i morti, se la vorranno
udire.
Eufrosina non si attentava domandare alla signora Isabella come si
sentisse, ed Isabella si mordeva le labbra per trattenersi da guaire;
sotto lo imperversare della sventura stavano cheti cheti, pari a due
uccelli i quali sotto la medesima fronda si riparano al furore della
tempesta.
*
— Mamma!
— O Dio! Dio! che voce è questa? — Eufrosina! Dove sei?
— Babbo!
— Curio!
— Non alzate la voce; — siamo noi... proprio noi...
A tastoni, brancolando, trovarono il letto, — incontrarono i pegni della
loro tenerezza, si strinsero, abbracciaronsi, bocca a bocca incollarono,
l'uno alitava, anzi viveva la vita dell'altro; — non parlarono, non
piansero; tanto sprofondarono in cotesto abisso di passione, che rimase
sospeso in essi ogni senso di dolore; — così gli occhi affissando la
soverchia luce smarriscono la facoltà visiva.
Dopo parecchio tempo Filippo si accorse ch'erano tutti al buio, onde si
mise a dire.
— Lume! lume! ch'io vo' vedere la cara faccia della figlia mia.
— Lume! lume! ripeterono in coro Isabella e Curio.
— Lu... gridò a sua volta impetuosa Eufrosina, senonchè a mezzo le
strozzò nella gola la parola l'acerbo ricordo della sua cecità;
smaniando ricinse con ambo le braccia il capo di Curio, e forte se lo
accostò al suo; che adesso alla virtù di amore si aggiungeva la paura.
Filippo, per far presto, frega una mezza dozzina di fiammiferi al muro,
e, come succede sempre, fece più tardi e si scottò le dita. Alfine
accende quanti lumi gli occorrono nella stanza; ma per questo non potè
vedere la faccia della sua Eufrosina, imperciocchè ella si trovasse per
così dire compenetrata in quella del suo diletto, come se presumesse
gittare la propria forma nella forma di lui, onde Filippo, montato in
istizza, mise le mani in mezzo a guisa di cuneo, e tirando forte di qua
e di là giunse a separare le fronti dei giovani. Eufrosina fino a
cotesto punto non si era attentata ad aprire gli occhi; adesso le viene
fatto sollevare una palpebra, e:
— Madre di Dio! ella grida, lo vedo, lo vedo, l'ho visto, l'ho visto,
l'ho visto!
— Chi hai visto, anima? Chi hai visto?
— Curio ho visto... Curio...
E aveva richiuso gli occhi.
— Riapri gli occhi, cara, le andava ripetendo Filippo fuori di sè,
sincerati una seconda volta.
— No, no, mi basta; e se tornassi a non vederlo più? Se fosse stata una
visione passeggera!... Capisci, babbo, mi si spezzerebbe il cuore.
— Ma come mi hai visto? subentrava a dire Curio... su, dimmelo, diletta
mia.
— Ecco, io ti ho visto, e giudica s'è vero, tu ti sei fatto color di
rame; sopra il ciglio destro hai un taglio... è vero o non è vero?
— Si, è vero: dunque su via, coraggio, riprovati una seconda volta.
E così dicendo Curio tentava removere le mani dagli occhi di Eufrosina,
ch'ella ci teneva sopra ostinata.
— Oh! non m'invidiare, cattivo, la misera gioia che nasce dalla
incertezza di un bene. — Fermati, dico. Tanto per forza non verrai a
capo di nulla.
— Ebbene, fallo di tua volontà... Ah! non ti basta l'animo? Ti manca il
coraggio? Va', ti faceva meno codarda.
— Codarda io! Guarda se io sono vile!
E tale parlando, allontana le mani dagli occhi e la intera anima
trasfonde nello sguardo.
— Vedo! vedo! Curio... babbo... mamma stesa sul letto... Ahimè! Curio...
mi sento morire...
E la povera tosa casca nelle braccia dello amante... Piangevano tutti, e
veruna esultanza avrebbe avuto virtù di porgere refrigerio ai dolorosi
quanto coteste lacrime, se la paura di male per la cara fanciulla non li
avesse amareggiati. I nostri personaggi, disposti in diversi atti, non
si arrisicavano di pure alitare, come quelli che temevano ogni sottil
fiato potesse spegnere la fiammella, la quale, se non era morta, nè
anche appariva viva. Allo improvviso Eufrosina ritorna a spalancare gli
occhi smaglianti nella potenza dei moltiplici affetti...
Nel modo che la scienza ammaestra la luce del sole emanare dalla
combustione simultanea di molti metalli, tra cui principalissimo l'oro,
così nello sguardo di Eufrosina sfolgorava la gratitudine verso quello
che, dopo averla tribolata tanto, adesso la consolava, oltre la speranza
e la tenerezza verso il padre, la carità per la Isabella e soprattutto
l'amore ardentissimo per Curio.
Chi mai gliene avrebbe mosso rimprovero? Vince ogni cosa Amore; così
ordinò la natura.
Sebbene, qual più, qual meno, i miei personaggi credessero in Dio, e
forse taluno di loro senza accorgersene, pure a veruno cadde in mente
che ciò fosse avvenuto in grazia di un miracolo; i presagi del medico
Taberni si erano avverati,[25] — e nondimeno andavano ripetendo senza
fine: miracolo! miracolo! dimostrando a questo modo quanto sia la
potenza della contradizione nell'uomo e la forza quasi invincibile della
consuetudine.
[25] Non ci mancava altro che questa! Tra gli altri privilegi,
ecco che i romanzieri si usurpano la facoltà di spengere e di
accendere gli occhi, come i lampionai costumano i becchi del
gas. Non è così; rinnuovo lo avvertimento, che i casi esposti in
questo libro sono tutti cavati dal vero, comecchè poi svolti con
l'arte. Ora il fatto della perdita e del riacquisto della vista
nella maniera narrata è conforme alla verità. Dubitando delle
mie notizie in medicina, poche ed incomplete, feci consultare in
proposito un professore che con lode universale si è consacrato
allo studio speciale delle infermità degli occhi, che
cortesemente rispose al quesito nel modo seguente:
«Un individuo nato cieco potrebbe acquistare la facoltà di
vedere, e ciò istantaneamente, qualora la cecità fosse dovuta ad
una cateratta, e questa o per convulsione, o per caduta, o per
colpo e simili si lussasse e si spostasse. Potrebbe altresì
darsi il caso che il nervo ottico, preso da un gran torpore alle
sue origini cerebrali, acquistasse salute quando una violenta
azione morale modificasse codesto centro nervoso.
«Devo avvertire però che di tutto questo non conosco esempi,
anzi la seconda ipotesi è così lontana dal probabile che, se mi
se ne offrisse uno esempio, vorrei procedere molto severo nel
ricercare le prove di una vera e propria cecità antecedente al
fatto asserito.
«E qui parmi d'aggiungere che dove mai accadesse questo quasi
miracoloso abilitarsi dell'occhio alle sue funzioni, l'individuo
non saprebbe probabilmente distinguere gli oggetti, nè i colori,
nè la posizione degli oggetti relativamente a sè ed agli altri
corpi nello spazio. È celebre uno studio fatto (e si trova in
tutti i libri di fisiologia) sopra un tale che Ciselden operò e
guarì dalla cecità congenita quando era già adulto; ed io pure
ho esempio nel quale la inesperienza dell'organo andava tanto
oltre, che alle prime credei la operazione non riuscita; ci
volle circa un anno perchè l'occhio si abilitasse normalmente».
Tutto questo è discorso egregiamente dal dotto professore, ma
non fa al caso nostro, imperciocchè Eufrosina non fosse nata
cieca, bensì divenuta tale per veementissima commozione
dell'animo. Intorno al caso speciale ecco come ragiona il
prelodato professore:
«L'individuo che possiede il pieno godimento della sua visione
può per un violento moto dell'animo rimanerne privo di un
tratto, e proprio per _ispeciali modificazioni della maniera di
essere del nervo ottico. Ora, quando trattisi di una di queste
speciali modificazioni, un altro moto violento dell'animo può
dalla cecità ricondurlo alla visione._ Anzi io penso che fra
donne isteriche questo fatto sia _facilissimo_ e
_frequentissimo_, ed io stesso l'ho osservato non ha guari qui
in Pisa, ecc.
«_Pisa, 6 aprile 1871._»
A scoterli dalla estasi in cui stavano assorti ecco di un tratto sonare
una voce; era amica la voce, che diceva:
— Scapati! Senza un quattrino di giudizio! Voi l'avete fatta bella! La
questura, avvertita della vostra presenza qui, manda a questa volta
questurini, carabinieri; tiene ammanniti i bersaglieri; ha consegnato in
quartiere i soldati di linea... tanti non ne farebbe bisogno a prendere
Buda... via... spulezzate subito, se non volete che vi agguantino.
Così parlava Foldo con lena affannosa; e le sue parole ebbero la maligna
virtù di far cadere in sincope la signora Isabella e impietrire
Eufrosina. Foldo mirando com'essi gingillavano, replicò di forza:
— Via, presto, se vi è cara la vita.
Filippo, più presente a sè stesso, agguanta il portafogli e risponde:
eccomi! — All'opposto Curio con orribile pacatezza: io sto; quando pende
incerta la vita di costoro, — e qui additava le donne — io non devo
curarmi della mia.
Non correva adesso stagione di starsene a tu per tu; quindi Filippo e
Foldo si allontanarono in fretta, nè camminarono troppo per via che
s'imbatterono in una squadra di guardie, le quali giudicarono avviate ad
arrestare i proscritti, e pur troppo si apponevano.
Seguitiamo i due amici per vedere dove vadano e che cosa almanacchino,
imperciocchè io comprendo quanto strazio sarebbe pei miei lettori
lasciarli lungo tempo incerti su quanto sta per succedere; questo
tenerli un pezzo su la corda può benissimo essere arte di romanziere, ma
la è arte crudele. Filippo si fece condurre difilato dal signor A.,
rappresentante degli Stati Uniti di America; italiano, esule per molti
anni a Boston, uomo di virtù antica, e delle vecchie e delle nuove
dolcezze dei governi italici peritissimo.
La necessità suggeriva a Filippo parole succinte ed efficaci; gli pose
in mano lettere e documenti; gli si raccomandò _in visceribus_ non
mettesse un minuto di tempo fra mezzo; dallo indugio ne uscirebbe il
danno certo e irreparabile; forse non difficile impedire che la pietra
cascasse nel pozzo; cascataci dentro ci vorrebbe il diavolo a cavarnela.
Il signor A., che poteva dire di sè quello che Virgilio mette in bocca a
Didone: _non ignara mali miseris succurrere disco_,[26] insaccati i
fogli e calcatosi il cappello in capo, si mise la via fra le gambe e in
meno che non si dice un _credo_ cascò come bomba briccolata in fortezza
nemica nella camera del prefetto, il quale allora stava per lo appunto
in consulta col generale di divisione, il procuratore del re, il
colonnello di giandarmeria, il questore, insomma con tutti i denti del
coccodrillo civile e militare preposto alla custodia della città.
[26] Scottato dall'acqua calda, mi fa paura la fredda.
_Traduzione libera._
La orazione del signor A. stringata in modo da far morire d'invidia
Tacito e Bernardo Davanzati, la quale orazione insomma si sostanziò in
questo:
«Le persone ch'essi si disponevano arrestare essere cittadini liberi
della Unione americana; diventati tali in grazia di debita
naturalizzazione; di più riputati dal governo cittadini benemeriti per
opere e per dovizie largamente spese in pro della Unione; — per queste
cause il presidente della repubblica raccomandarglieli con particolare
sollecitudine; onde a lui correre debito non patire che fosse loro torto
un capello, e qualora al prefetto bastasse l'animo di provarcisi, egli
abbasserebbe l'arme e romperebbe ogni corrispondenza officiale col
governo italiano; pensasse due volte il prefetto a quanto stava per
fare, perchè con lo _embargo_ generale ed istantaneo sul naviglio
mercantile italiano si sarebbe nabissata la fortuna pubblica e privata
del regno. Ponesse mente quanto discredito avrebbe partorito al suo
governo cotesta bestiale persecuzione; il danno dello scandalo mille
volte più grave della utilità che sperava ricavare dall'esempio: per ora
la università dei cittadini ignorare la presenza dei proscritti; poterla
senza scapito di reputazione dissimulare il governo; egli obbligarsi
ricondurli in quel medesimo giorno nella Svizzera.»
— Ma perchè vennero cotesti sciagurati? interroga stizzito il prefetto.
— Oh! ecco, rispose il signor A., innanzi tutto vennero a rivedere la
respettiva loro madre e figliuola.
— O non potevano mandare a pigliarle da Lugano?
— Quanto alla figliuola si; quanto alla madre no, la quale, a quanto
sembra, giace dal mal di morte travagliata.
— Voi avete detto, signore, che innanzi tutto furono mossi dal desiderio
di vedere le loro donne; dunque ci hanno altre ragioni dietro? Quali
sono esse?
— Certo l'altra causa consiste nel levare di qui cinquanta o sessanta
_garibaldini_, e menarli seco a fondare una colonia su i terreni che
possiedono nel Texas.
— Questo è buono a sapersi; può facilitare la clemenza del governo;
dunque sapete di certo che ci libererebbero da una sessantina di
rompicolli pari loro?
— Senza cotesti rompicolli sareste voi, signore, prefetto di Milano?
— Che rileva ciò? Quando la casa è infestata dai topi pregiansi i gatti;
dopo dispersi i topi, fareste i gatti consiglieri di Stato?
— No, ma io non mi so capacitare come i vostri rompicolli d'Italia
riescano in America cittadini commendevoli per costumi come utili per
industria solerte ed ingegnosa.
— Sarà l'aria!
— E intanto queste emigrazioni, che indeboliscono l'Italia più che il
continuo sudore il tisico, ingagliardiscono l'America; ma ciò non mi
tocca; sta a voi pensarci.
— Mi sorprende, soggiunse il prefetto, come questi malanni abbiano
potuto in così breve spazio di tempo mettere insieme tanta roba! Ma voi
li credete ricchi davvero? _Barnum_ a sorte non sarebbe passato per
là?[27]
[27] _Barnum_, il grande ciarlatano americano.
— Ve li assicuro io possessori di più milioni che la vostra fantasia non
saprebbe immaginare; e se volete conoscere chi li ha fatti ricchi, io ve
lo dirò, a patto che non ve lo abbiate a male, perchè io non intendo
arrecarvi offesa; li hanno resi opulenti e rispettati cittadini in
America quelle medesime qualità che stettero a un pelo di condurli a
morte in Italia.
Allora il prefetto sottosopra fra le minacce del rappresentante degli
Stati Uniti, gli ordini del governo centrale, i milioni dei proscritti,
la paura dello scandalo, il pensiero che quando le cose non approdano a
bene i cenci vanno al macero, trepidante per la pentola, seguitando lo
istinto di conservazione che sortono da natura tutti coloro che rodono
il pubblico bilancio, s'industriò buttare la broda della risoluzione
addosso agli altri ufficiali, sicchè ingenuo disse loro:
— Dunque, che cosa deliberano fare? Io li ho chiamati a posta.
E gli ufficiali risposero tutti a un modo; quasi _gloria patris_ in
fondo ad un salmo: che a lui stava ordinare, ad essi eseguire; sua,
affatto sua, _la responsabilità_ del comando; a loro la _responsabilità_
della esecuzione; le _responsabilità_ non doversi confondere; e così giù
un diluvio di _responsabilità_, di _responsabilità_, _responsabilità_, e
via. Il povero prefetto, lasciato su le secche, pareva l'asino di
Buridano messo in mezzo a due stacci di biada; di un tratto gli venne
una ispirazione dall'alto: sospendere ogni arresto e intanto avvertire
il ministro a rotta di collo; in cotesta maniera gli parve gratificarsi
il ministro per la prova di deferenza che gli dava e scansare il
pericolo: — due colombi a una fava!
E' fu un gran correre e ricorrere di scintille elettriche lungo i fili
metallici del telegrafo, un tremolare affannato di lancetta, un
picchiamento irrequieto sopra la tastiera, una grandine di responsi, che
parevano piovuti dal cielo. Il prefetto se ne stava mogio mogio, come
una gallina bagnata messa sotto il corbello perchè le passi la voglia di
covare, fino all'ultimo dispaccio ministeriale in cui si approvava il
suo operato; si abbuiasse il caso; si facessero partire i contumaci
sotto la malleveria del rappresentante della Unione; viaggiassero, bene
inteso, a proprie spese; non li _vedesse il sol novello in Argo_;
intanto sottilmente e segretamente si vigilassero; con anima viva non
conferissero.
Poichè di tanto fu certificato il prefetto, sentì come un pane di piombo
cascargli giù dallo stomaco, per l'allegrezza spiccò un salto, diede un
trillo, se avesse potuto si sarebbe baciato; la gioia gli punse la vena
della liberalità; si sentì inondato da un'aura di sciupone; tanto vero,
che essendogli entrato lì per lì nello studio il primo consigliere di
prefettura, egli gli regalò un sigaro da sette centesimi...
Per cotesto groppo di casi tanto vari e veementi avevano sentito
terribili scosse gli spiriti ed i corpi dei più gagliardi dei nostri
personaggi, ma la signora Isabella ne rimase infranta; veruno ci aveva
fatto avvertenza, perchè la cura particolare teneva compresa in sè
l'attenzione di ogni individuo; se l'avessero badata chi sa di quanti
pianti e sospiri sarebbe a quest'ora andata ingombra la casa! Più volte
la meschina di pallida diventò colore di cenere, le labbra le si fecero
pavonazze, e le sue pupille dondolavano per quel vago errore, che non è
anche morte e non si può più dir vita. La goccia, onde si versa l'anima,
parve formarsi più volte nel cavo dei suoi occhi, ma non traboccò; gli
spiriti vitali in procinto di partenza poteron soffermarsi sopra la
soglia; — e ciò avvenne per virtù di Amore; il quale, comecchè per pochi
istanti, può trattenere la morte; egli solo lo può; veruna altra forza
supera o inferna è da tanto.
— E tu, madre, verrai con noi. Noi non presumiamo farti dimenticare le
sofferte sciagure; c'ingegneremo consolarle; sopra le tue ginocchia
deporremo i pargoli che la fortuna placata ci vorrà concedere, e questi
sapranno suscitarti nel cuore qualche vestigio della fiamma antica.
Tutti i santi, quando sul partire della vita levano gli occhi al cielo,
vedono o credono vedere una gloria seminata di stelle e di capi di
cherubini, — caparra di paradiso, e tu, madre, sei santa ed hai diritto
che il più gentile del tuo sangue ti schiuda le porte del secolo
immortale: — su via, fa' cuore, sei giunta al termine del tuo lungo
patire; levati; apparecchiati al viaggio; di poche vesti fa bisogno; a
Lugano ne provvederemo quante basta; stasera partiamo.
Così alternatamente Curio ed Eufrosina favellavano ad Isabella; e il
volto della madre, quantunque a coteste parole si rischiarasse, pure
sembrava un fiore il quale, tronco nello stelo, per benedizione di sole
non sappia più raddrizzarsi. Ella volle stendere a un tratto le mani ai
suoi cari figli, e non ci riuscì; le mancarono le forze; allora prese ad
allungare adagio adagio le dita, e rinnovando a più riprese il moto,
giunse a toccare la cima delle mani di Curio e di Eufrosina; in quel
punto si provò a favellare, e con un filo di voce disse:
— Figli miei, io sento pur troppo che il termine delle mie tribolazioni
è arrivato; in breve imprenderò il viaggio al quale da molto tempo mi
trovo allestita; mi ci apparecchiai col viatico del lungo spasimo e
della pazienza inalterata; confido che basti; in ogni caso la
misericordia di Dio non sarà per mancarmi... a rivederci... più tardi
che potrete... a rivederci...
— O mamma, ch'è questo? Tu vieni meno! Mamma guardami! Mamma, mi senti?
— Mamma, mamma, è la tua Eufrosina che ti chiama!
La morente fissò l'una e l'altro con soavissimo sguardo di addio e
susurrò parole non bene distinte, come persona che già si sia
allontanata... Isabella passava pari alla lampa del sole, che lascia un
mondo con mesto addio di luce per portare ad un altro mondo il saluto
lieto di luce.
*
— Ma, caro e reverito signore, ella mi mette in un impiccio, in un
impiccio di cui non posso neanche farle capire la serietà; non ci è
casi; essi devon partire stasera, risolutamente stasera.
— Gli è morta la madre; — e il dolore della madre morta non dovrebbe
essere difficile a capirsi neanche da un prefetto. Diavolo! Come può
pretendere che un figliuolo si stacchi dal corpo della madre tuttavia
caldo? Che un figlio non renda gli uffici estremi alla madre, ch'egli
amò tanto? Diavolo! Queste mostruosità non costumano neanche fra i
comanchi... fra i modocs; — e ci è da farne diventare rosso per la
vergogna un negro di Caffreria...
— Lasci stare, caro signore, caffri e comanchi: a me tutto questo non
preme un fico; sa ella che cosa m'importa? Il mio _impiego_; se io lo
avessi a perdere, chi mi fornirà alloggio, vitto, vestito, carrozza,
teatro _gratis_, eccetera?
— Vada franco, signore, lo garantisco io.
— Garantisce _lei_! Ma che sia benedetto, su che cosa mi garantisce?
Il signore A. si asciugava il sudore per la pena; sentendosi in procinto
a dare di fuori, con voce alterata conchiuse:
— Orsù! domani sera soltanto potrà darsi sepoltura alla defunta...
veruno in tutto il giorno uscirà di casa, nè veruno ci entrerà; ella, se
non si fida, faccia sorvegliare; i miei concittadini trasporteranno il
corpo al camposanto, lo seppelliranno; dopo sepolto entreranno in
carrozza... dalla fossa allo esilio perpetuo... è contento? E sì che le
potrebbe bastare.
Il prefetto storse la bocca, si strinse nelle spalle e gemè:
— Vedete un po' in che bertovello mi trovo! Dio faccia che male non me
ne incolga... ma... sono troppo buono!
Proprio come il libraio liberale.
Nel colmo della notte, a lume spento, la salma d'Isabella fu trasportata
al camposanto; la cassa avevano messo dentro una carrozza col capo in
alto e il piede in giù; nè anche Cristo posò su la deserta coltrice; lo
aveva proibito il prefetto. Seguivano due altre carrozze; dentro la
prima Curio ed il rappresentante degli Stati Uniti, nella seconda
Filippo ed Eufrosina: però in ambedue le carrozze su i posti davanti
sedevano due guardie di pubblica sicurezza travestite da galantuomo; lo
aveva ordinato il prefetto. Trovarono ammannita la fossa, e due
vangatori con la pala in mano in procinto di gettare la terra sopra la
cassa; il prefetto per far presto aveva rinforzato i becchini. Avevano
trasportato le reliquie della povera creatura a mo' che i
contrabbandieri trafugano il frodo; le depositarono in grembo della
terra come il ladro ci rimpiatta il tesoro rubato: appena fu concesso
inginocchiarsi e recitare un requie. D'altronde, chi avrebbe potuto
piangere ovvero pregare? Coteste anime, a cagione della immanità delle
bestie che a muso duro hanno il coraggio di affermarsi uomini, si
sentivano rapprese dentro una crosta di ghiaccio. — Lo vedo bene che, se
inferno non ci è, per certa gente bisognerà inventarlo... Fu forza
partire innanzi che avessero colma la fossa; la lasciarono in buona
compagnia, chè le dormivano allato figli, marito, parenti; certo alcuni
l'avevano fatta arrossire, altri gonfiare di orgoglio; questi
l'esaltarono, quelli l'atterrarono, ma ella li amò tutti di perpetuo
amore: la lasciarono dando uno sguardo al cielo, riportando la promessa
che le stelle sarebbero state benigne di luce alla ignorata sepoltura;
e, posta la mano su l'erba, si accertarono che la notte non avrebbe
cessato di piangere le sue rugiade sopra le ossa infelici; non una
parola e neppure un sospiro avrebbe potuto aprirsi una via traverso la
loro gola attenuata; le piante folte ammortivano il rumore dei passi dei
nostri personaggi, sicchè parevano ombre che tornassero da associare
un'ombra alla sua eterna dimora...
Accostandosi alla porta del cimiterio, ecco rompere il funebre silenzio
uno strepito confuso di maledizioni e di minacce, un rumore di chi fugge
e di cui insegue, un dimenìo di chi agguanta e di cui tenta guizzare di
mano: di corto si conobbe la causa del trambusto; Foldo e la sua degna
consorte, avendo voluto entrare di riffa nel camposanto, n'erano stati
duramente respinti: allora si piantarono su la porta per attendervi gli
amici e ricambiare con essi l'ultimo addio; e siccome anche questo si
era loro voluto impedire, resistevano, sbatacchiavano gli sbirri,
facevano il diavolo a quattro: quando poi li sentirono vicini, non ci fu
verso tenerli, sgusciano dalle mani dei cagnotti e nelle braccia loro si
abbandonano. Smaniosi furono gli abbracciamenti, ebbre di dolore le
parole, i baci furenti; ed allorchè li separarono, tale sorse dintorno
un pianto irrefrenato, che ebbero a maravigliarsene gli stessi sbirri.
E pure non ci cascava maraviglia, perchè, a dire il vero, il
distaccamento da Foldo e dalla sua degna consorte non era stato mica la
causa sola, nè la principale di cotesto lutto, bensì l'anima dei
meschini, rimasta lungamente in bilico per le sofferte tribolazioni, per
quel po' di giunta aveva traboccato.
Foldo ricevè dopo pochi giorni dal signor A. trentamila lire, le quali,
giusta il desiderio di Curio e di Filippo, distribuì fra i superstiti
delle patrie battaglie ridotti in miseria, ai quali o il peso della
famiglia, o la ripugnanza di avventurarsi a fortune incerte e difficili
dissuadevano emigrare in terre lontane.
*
Curio, Filippo ed Eufrosina sono tornati al Texas, conducendo seco
cinquanta e più giovani prestanti. Il signor Maurizio avendo mosso ad
incontrarli, don Patricio e don Giacinto chiesero in grazia
accompagnarli, e di leggieri venne loro concesso. Le accoglienze furono
profondamente benevole, non chiassose; conformi alla indole dei nostri
personaggi e al lutto che contristava l'anima loro. Trascorso tempo
convenevole, si fecero le nozze fra Curio ed Eufrosina, la quale trovava
curioso doversi ella obbligare davanti al magistrato a volere sempre
bene al suo Curio; ci volle del buono e del bello a capacitarla come
questo ordinasse la legge per accertare lo stato della prole nascitura.
Maurizio benedisse le nozze, dicendo con molta gravità:
— Se _presbiter_ significa vecchio, veruno negherà che io sia prete
davvero. Vi benedico pertanto, però che io creda fermamente che la
benedizione di un vecchio benevolo e onesto non abbia mai fatto male ad
alcuno. Vi benedico in nome del Dio della natura, e vi auguro tutte
quelle felicità che alle creature umane è dato godere, finchè sentono e
ragionano.
Agli esuli furono assegnati terre, semi, arnesi e bestiame in buon dato;
essi senza le diavolerie del comunismo si chiamano paghi della
_mezzaria_ come si pratica in Toscana, ampliata e corretta secondo che
la esperienza venne e viene di anno in anno persuadendo.
Don Patricio e don Giacinto, pregati, si trattennero ancora per alquanti
mesi, ma alfine, avendo più volte insistito per ottenere licenza, fu
mestieri concederla: essi lodavano, anzi levavano a cielo quello che
vedevano; ma l'indole loro, e forse più dell'indole, il costume, faceva
sì che si sentissero in cotesta vita ordinata a loro agio come se
sedessero sopra un pettine da lino: non adducevano, perchè l'ignoravano,
se l'avessero saputa si sarebbero schermiti con la elegante terzina che
si legge nella satira dell'Ariosto sul servire in Corte:
Mal può durare un usignolo in gabbia,
Più vi sta il cardellino e più il fanello,
La rondine in un dì vi muor di rabbia.
Per loro la vita randagia e le scorrerie; ora con le tasche piene di
dobloni, ed ora senza nè manco un quattrino da far dire la _diesilla_ al
cieco; destinati a morire con le scarpe in piedi o per arme o per sanna
di belve. E qui bisogna notare che il cervello loro gli aveva indicato
una terza uscita, ed era il _capestro_, ma questo avevano per buoni
riguardi _sottinteso_, che anch'essi avevano frequentato la scuola di
grammatica, e di sintassi figurata se ne intendevano.
Il vecchio Maurizio esultava; i nuovi affetti gli avevano rinfrescato
l'anima e il sangue, ond'ei sovente accarezzando la gioconda Eufrosina
diceva:
— Ecco la mia Medea, che ha ringiovanito il suocero e non sembra che
truciderà mai i figli![28] A proposito di questi figli, ma di dove hanno
a venire? Eufrosina, ricorda che ho il vetturino all'uscio...
[28] Ovidio, _Metamorph._, l. 6.
— Quanta furia! rispondeva la gioiosa; quando vorranno venire verranno.
Non così Curio e Filippo, nei quali, dopo ch'ebbero dato sesto alle
opere e agli operai, e le cose presero un regolare andamento, scese una
nube che allargandosi minacciò coprire intera l'anima loro; e la patria
lontana per tormentarli meglio assumeva le forme più caramente dilette,
appunto com'è fama le Furie ad agitare lo spirito dei mortali con
maggiore spasimo tolsero sembianze miti e nome di _Eumenidi_.[29]
[29] Eschilo, _Eumenidi_, trag.
Però la infermità della _nostalgia_ procedeva sopra questi due uomini
con ragione diversa. Filippo, da quel valoroso ch'egli era, si dibatteva
per sottrarsi dalle male branche della malinconia; e, dandosi da fare
senza requie nella caccia e nella pesca, si esercitava; ma certo dì
essendosi accorto che il piede gli diventava più tardo e l'occhio men
certo, pensò che avrebbe fatto bene a smettere, se pur non voleva,
invece di cacciare, essere cacciato; tuttavia prima di cessare le
pantere non ardirono più comparire nei dintorni della fattoria, e conghi
e serpenti a sonagli ed altri siffatti rettili formidabili erano
sterminati; il povero uomo, per fuggire la mattana, si sarebbe attaccato
alle funi del cielo; fumava sempre, sicchè la sua faccia pareva la cima
del Sinai quando il Dio d'Isdraele consegnò fra mezzo la caligine in
proprie mani a Mosè i comandamenti della legge, incisi, come si dice,
sopra tavole di marmo di Carrara. A levarlo di pena lo sovvenne la
lettura del libro terzo della _Eneide_, dove trovò che Eleno ed
Andromaca, profughi dalla patria sovversa, rifuggiti in Caonia,
l'acerbità dello esilio ingannavano rinnovando in terra straniera Ilio,
Simoenta e Pergamo; onde Enea ed i compagni, che a posta loro sbattuti
dai fati, colà furono accolti ospiti graditi, poterono raccontare più
tardi alla regina Didone:
Molto con me, mentre andavamo, anch'egli
Ragionando e piangendo, entrammo alfine
Nella piccola Troia, e con diletto
Un arido ruscello, un cerchio angusto
Sentii con finti e rinnovati nomi
Chiamar Pergamo e Xanto, e de la Scea
Porta entrando, abbracciar l'amata soglia,
Così fecero i miei, meco godendo
L'amica terra come propria, e vera
Patria...
A questo modo Filippo dava nome di Po ad un fiume che metteva foce nel
Colorado, e battezzò Santo Ambrogio un fabbricato immenso, dove
raccoglieva le vacche particolarmente addette alla fattoria,
imperciocchè sopra la colonia pascessero oltre quindicimila capi di
bestiame. Filippo, nel mostrare con molta compiacenza la stalla
popolosa, soleva dire:
— Non ci ha dubbio; in paradiso è bene averci per protettori i santi
Ambrogio, Carlo, Protato e Damiano, ma in terra, bisogna convenirne,
approdano meglio le vacche. A certo ricinto vastissimo, dove la notte
riduceva i bovi, impartì il titolo di Foro Bonaparte, e ad altre
fabbriche l'Arco del Sempione, la Scala e via discorrendo. La contrada
intera con rito solenne appellò _Italia_.
— Italia; e vedano, signori miei, aggiungeva con ghigno mordace, questa
traslazione non mi costa proprio nulla, dacchè le signorie vostre
sapranno, e se nol sanno lo imparino, la patria nostra _ab antiquo_ andò
distinta con diversi nomi, i quali furono Gianicula, Enotria, Camesena,
Saturnia, Esperia, Ausonia, e per ultimo Italia; di tutti questi le
rimase Italia, perchè gl'italiani chiamarono i bovi _itali_, e per
converso i bovi barattarono il nome con gli italiani.[30] Per le quali
ragioni e cagioni, a noi altri meritamente dura, ed ogni giorno meglio
si conferma, il nome d'italiani; nè fa caso che gl'italiani parlino ed i
bovi no, dacchè a squattrinarla da vicino, tra il favellare dei primi e
il muggire dei secondi non ci corre un tiro di cannone: e poi, o chi ha
detto che i bovi non parlano? Parlano benissimo, e ce lo afferma Tito
Livio, ch'è quel solenne storico padovano che tutti sanno: tra i prodigi
che apparvero nella seconda guerra punica: «un bove, egli scrive, in
Sicilia parlò».[31]
[30] Festo Varrone, _De Re Rus._, l. 2, c. 5. Columella, _De Re
Rus._, l. 5, nec dubium quin ut ait Varro cæteras pecudes _bos_
honore superare debeat, _præsertim in Italia quæ ab hoc
nuncupationem traxit_.
[31] _Bovem in Sicilia locutum_. Hist., l. 24.
Insomma Filippo a questo modo fantasticando si sbizzarriva. Per lo
contrario Curio si compiaceva inciprignire la piaga onde portava ferito
il cuore; gli veniva in fastidio ogni cosa; le più volte odiose gli
tornavano le umane sembianze; le fuggiva sempre; stava ore ed ore seduto
sur un tronco o un sasso con gli occhi tesi e fissi nelle immagini che
gli raffigurava il suo cervello ammalato; e nella ansiosa contemplazione
si andava struggendo come i mangiatori di oppio per colpa della maligna
sostanza che cibano. Gli passavano balenando davanti agli occhi i campi
di battaglia, i gesti arditi, le incredibili imprese; le cime nevose dei
colli, gli orribili dirupi, precipitare torrenti, nemici fuggire,
tornare alle offese, stramazzare feriti, boccheggiar moribondi, morti
rotolare per greppi o andare travolti fra le acque grosse dei fiumi;
distinti i luoghi e i volti, talchè li avrebbe potuti ritrarre a puntino
con la matita ovvero col pennello; la memoria tormentatrice gli
riportava con disperante precisione ogni scheggia, ogni sterpo, ogni
arboscello. E niente gli fuggiva delle notti vegliate e dei baldanzosi
colloqui; infine dinanzi agli occhi, per troppa tensione compunti,
mirava traversare un'aquila che invece di penne scoteva raggi di luce, e
dovunque passava incuteva spavento; l'aquila di un tratto diventava
uomo, presentando le forme del generale Garibaldi; all'improvviso la
visione mutava sembianza, e gli si presentavano dinanzi agli occhi
effigiate a mo' della statua della Architettura scolpita davanti il
sepolcro di Michelangelo da Valerio Cioli, con la mano sotto il mento,
le larve dei suoi fratelli attendere meste la parola di consolazione,
che il parente non può negare mai al parente, perchè il sangue nelle
famiglie sia sempre sacro, e quando la universalità dei cittadini abbia
il triste diritto di maledire un uomo, non lo ha mai il fratello. Da un
altro sepolcro scoperchiato dalla cintola in su gli appariva la buona e
cara immagine materna, la quale, protendendo ambo le braccia, sembrava
che cercasse il capo di qualche nipote per benedirlo.
Fantasia di poeta non saprebbe immaginare nè manco i molti e vari
trovati co' quali Eufrosina s'ingegnava divertire cotesta tetra
malinconia, che moveva tanta guerra all'uomo del suo cuore; motti,
scherzi, detti arguti, colpi lieti, capestrerie leggiadre, tutto essa
poneva in opera, e spesso, Curio invano nolente, traeva a correre per la
foresta provocandolo come la Galatea di Virgilio...[32]
. . . . . . . . di un pomo
Il coglie, e fugge, e ai salici si asconde,
Ma prima di celarsi ama esser vista,
[32] _Buccol._, Eglog. III.
senonchè Eufrosina, invece di un pomo, gli tirava un fiore, e poi
si rimpiattava nel boschetto delle magnolie. La povera tosa ormai
si trovava al verde delle sue invenzioni, quando la Provvidenza,
sentendo misericordia per lei, non l'avesse sovvenuta col massimo
dei benefizi che può compartire ad una donna. Suffusa di rossore
si chinò verso l'orecchio di Curio, ci susurrò una parola, mercè
la quale il giovane schizzò su come il diavolo di saltaleone
scatta fuori dalle scatole di finto tabacco, battendo palma a
palma, e il segreto che gli aveva confidato la pudica, egli,
inverecondo, bandì con voce magna alla intera brigata, come se
volesse metterlo allo incanto. Filippo abbracciò Maurizio,
Maurizio Curio, e poi abbracciaronsi tutti e quattro in lungo ed
insaziabile amplesso.
Durante i mesi della gravidanza un solo pensiero come una sola cura
dominarono la mente di Curio; vegliare l'amata donna, blandirla con
soavi carezze, condurla a diporto all'aria aperta, riportarla su le
proprie braccia a casa, adagiarla sul letto, temperare l'arsura
dell'ambiente, spiarne l'alito, le parole, i sospiri. E quando alfine
gli posero un pargolo su le ginocchia dicendogli: ecco, ti è nato un
figlio! e' fu miracolo espresso s'ei non dette nei gerundi: piuttosto
che esultanza, il delirio si cacciò addosso a lui ed a tutta la casa:
fecero cose sgangherate: tanti colpi spararonsi, tanti fuochi si
accesero, che per mesi interi non un uccello si attentò accostarsi a
quella zona di cielo.
Ma poichè tutto viene a fine, così il palpito come il cuore che palpita,
si attutì anche cotesto ardente affetto, e la larva irrevocabile della
patria si riaffacciò all'anima di Curio più straziante che mai; di nuovo
lo travagliano le consuete allucinazioni, della quale cosa se senta
fastidio insopportabile la donna innamorata, Dio solo lo sa: però il
rimedio per un tempo ella ebbe pronto, ed oltre ogni estimativa
efficace: questo consisteva nel cavare dalla culla lo infante e farsi
pian piano a depositarlo sopra le braccia del padre. Allora uno sgorgo
di luce inondava l'anima di Curio, nè per quel giorno, nè per l'altro
appresso le nebbie della malinconia potevano addensarsi più sopra di
lei.
Però non passava gran tratto l'umor nero a ripigliare il sopravvento,
onde Eufrosina ne rimase smarrita: venutole meno ogni consiglio, la
misera si disfà in pianto; pure un giorno, pensosa più del suo pargolo
che di sè stessa, si presenta risoluta al marito, al quale, con tremula
voce, così favella:
— Curio, parte migliore dell'anima mia, dammi retta: se si trattasse di
me, vedi, io avrei saputo soffrire e morire in silenzio, sorte ordinaria
della donna amante, ma ce ne va di mezzo la vita del tuo figliuolo e
mio. La tua misantropia si attacca a me, l'anima mia si contrista entro
un mare di amarezza, la salute mi si altera, e da momento in momento mi
abbandonano le forze... in breve mi mancherà il latte... non potrò
allevare più la mia, la tua creatura... E non potè più dire, chè il
singulto le strinse la gola; copertosi il volto, pianse.
Curio, in balìa di profondissima agitazione, prese a scorrere con moti
incomposti per la stanza, inciampando ora in questo ora in quell'altro
mobile, chè la passione gli toglieva la vista degli oggetti circostanti;
per ultimo, quietatosi alquanto, si accosta ad Eufrosina, e gettatole le
braccia al collo le dice:
— Sorella, consolati, io procurerò guarirmi, anzi mi guarirò di certo;
però io sento non poterlo fare se non a un patto.
— Dillo, amor mio.
— Mi perito, Eufrosina, perchè temo affliggerti.
— Che importa! Pensa che verun dolore uguaglia quello di vederti ogni
giorno consumare dall'umor nero.
— Ebbene, Curio prosegue attenuando la voce, sicchè appena si sentiva:
tu mi hai a promettere che quando io sarò morto... ma vedi! già ti
scolori in volto...
— Continua, per carità... continua.
— Signore! bisogna pur farci una ragione... io nacqui prima di te, e la
natura vuole che prima di te muoia... dunque mi hai da promettere che
quando sarò morto tu mi riporterai in Italia,
. . . . . . . nella mia,
Nella diletta tua terra natia,[33]
[33] Grossi, _Il coro lombardo_.
e lì mi darai sepoltura a canto la madre; così pensando... che se vivo
ebbi a starmi lontano dalla _terra natia_, morto potrò riposarci in
pace, l'anima mia si consolerà.
Allora Eufrosina, ponendo a sua posta la destra sopra la spalla di lui,
tutta accesa nel volto, gli tenne il seguente discorso:
— Curio, ascoltami: io mi confesso femmina di poca levatura, quel poco
che so l'ho imparato da voi; pure, meditando sopra le sentenze vostre e
dei grandi patriotti italiani che ebbi in sorte udire, credo poter
pronunziare un giudizio poco lontano dal vero intorno la qualità dei
nostri tempi. La Italia nostra, tra bene e male, nè intera ha potuto
unirsi, in onta agli sforzi di tenerla disunita di quei dessi che ora si
vantano fattori della sua unità: unirono l'Italia la necessità delle
cose e la virtù del popolo affidata nelle mani di Garibaldi; adesso ella
è cascata in potestà di paltonieri come il retaggio improvviso dello zio
morto in America; costoro, quanto più patirono miseria per lo addietro,
tanto maggiormente si sono voluti rifare a tirar via negli scialacqui;
dai vizi antichi accoppiati alle viltà nuove pullularono banchieri,
borsaioli, giocatori, ruffian, baratti e simili lordure; ciurmaglia
d'insetti non più visti prima, roditori come tarli, sozzi come cimici;
ribollirono le fogne spingendo a galla ogni maniera di lordezza; gli
scrivani diventarono scrittori; allagò dovunque la mediocrità invida e
trista; perchè lo scritto riuscisse di un bel nero morato, tuffarono la
penna nella propria coscienza; le sacre lettere mescolarono con
l'acquavite e la viltà, e poi le propinarono alla cittadinanza, che ne
rimase avvelenata; gli ebrei considerando allora che il mestiere
fruttava, chiusero tante botteghe di rigattiere e ne apersero
altrettante di giornali, ma così nelle une come nelle altre essi, con
anima e mani sudicie, continuano a vendere cenci sudici. Tasse a
diluvio; fortuna pubblica nabissata, la privata distrutta; esercito
infermo; senza combattere dentro ci divora, combattendo fuori non è
creduto capace a difenderci; all'opposto presumono educarlo can mastino
della monarchia per addentare repubblicani. Con gl'impieghi crearono un
nugolo di consumatori a fine di legarli col vincolo dell'interesse alla
monarchia; la monarchia è un interesse; chi la rode la difende, finchè
ci è da rodere; dei produttori ogni dì se ne strema il numero per molte
cause, massime delle emigrazioni di cui esultano col giudizio del matto,
che vedendo bruciarsi la casa batte le mani. I preti crescono come
l'ombra cresce quando tramonta il sole, tra poco sarà l'un'ora di notte.
I nostri uomini di Stato sapevano che preti e ortiche si propagano
stupendamente spontanee, tuttavolta li hanno fecondati col guano;
speravano disfare i preti come un cavo vecchio e filare la loro autorità
dentro la corda nuova, mettere in combutta sacramenti e manette; mitra
di vescovo e lucerna di giandarme; stolti! il prete pesca per sè, tutto
per sè, sempre per sè: l'arme del prete è la rete. La materia viene
dalla terra ed alla terra ritorna, lo spirito si parte da Dio e a Dio si
ricongiunge; chi più nobile dei due, lo spirito o la materia? Certo lo
spirito; dunque il prete non intende fare a mezzo col potere laico,
molto meno stargli sottoposto; egli rappresenta Dio; prostratevi
pertanto ed obbedite. Sul campo di battaglia i destini degli eserciti
pendono nella mano della fortuna, nel confessionale il destino del prete
sta sicuro nella mano del prete. La favola di Prometeo, in grazia del
bel giudizio dei ministri italiani, si è convertita in realtà; ecco lo
Stato, con le mani e co' piedi legati, messo sotto al becco dello
avvoltoio prete perchè lo divori. Del popolo un dì levati a cielo il
cuore e lo intelletto; egli sorgente di tutto diritto, egli solo capace
di provvedere alla felicità del paese, dandosi per via di plebiscito un
padrone; il popolo, buttato via un basto, si chinò giù carponi a
sottoporsi ad un altro, come se non avesse provato mai di che cosa
sappiano i basti; difatti, eletto appena il padrone, la scena muta;
stupido, è bandito, e a tutto incapace, eccettochè a portare rena e
calcina alla fabbrica della monarchia costituzionale. Se taluno più
astuto non avesse avvertito: badate! potreste avere bisogno del suo
sangue, lo avrebbero scaraventato in mare col sasso al collo come un
cane tignoso; invero, quando ebbero bisogno di sangue, ecco, fecero
scodella delle mani per raccogliervelo dentro, e il popolo strappato dai
solchi e dalle officine ce lo versò a bocca di barile. E quale n'ebbe
mercede il popolo? Una manata di briciole, che andatagli negli occhi lo
acciecò, ma se gli fosse caduta in bocca non lo avrebbe sfamato; però il
popolo si è fatto del cuore un salvadanaio di odio dove ogni giorno
depone un soldo, e dello intelletto una spelonca dove accumula errori e
istinti selvaggi. I vermi, che nella corruzione universale si fanno
grassi come canonici in concistoro, levando la voce garriscono:
— O che irrequietudine è questa? O non avete voluto la patria unita? O
non l'abbiamo fatta tutti un po', e Dio sa con quanta pena? — Dunque,
perchè non posate una volta? Noi, vedete, siamo contenti; certo poteva
toccarci di più, ma bisogna adoperare discrezione, e ci confessiamo
soddisfatti; o perchè non lo siete anche voi? — Noi non lo siamo, perchè
voi divoratori, noi i divorati; noi le api produttrici del miele e voi i
fuchi che ce lo rubate; voi, come le lampade dei bastimenti, vi
mantenete sempre in bilico sia che soffi vento di servitù straniera o
vento di servitù domestica; voi condite di abiezione il vostro cibo e lo
tenete più accetto al vostro palato; voi serbate la indegnissima anima
vostra con la gira in bianco per indossarla a principi, a repubbliche, a
tutti, a patto però che vi facciano abilità d'imbestiarvi nei godimenti
materiali della vita. Ora ci vuol poco a capire che così non può tirare
innanzi, e quando qualche urto straniero non ci desse la stretta,
l'ordine sociale tracollerà per disfacimento interno, di tutti i mali il
peggiore, perchè con la mota non si fabbrica, e se la stringi ti sfugge
dalle mani dopo avertele insozzate. Quelli che se ne intendono affermano
i popoli corrotti potersi solo rigenerare o per invasione straniera o
per guerra civile: per guerra straniera io non credo, perchè di due cose
l'una: o la vinceremo o la perderemo; quindi od oppressori od oppressi;
o esercitare tirannia o patire servitù; e l'una alternativa e l'altra
cagione presentissima di pervertimento: per guerra civile qualche volta
il popolo corrotto si è rigenerato, ma la prova è zarosa e piena di
pericoli; i nemici del popolo in subbuglio, cogliendo la occasione del
disordine che tiene dietro ai rivolgimenti pubblici, potrebbero
percuoterlo alla sprovvista, ma in ciò mi conforta quello che sovente
udii dalla bocca del padre nostro Maurizio e del generale Garibaldi, ed
ho anche letto che un popolo in rivoluzione si trova più presso a
conquistare che ad essere conquistato; un altro pericolo egli è che
dalle discordie nasca un soldato, il quale di punto in bianco ti salti
addosso tiranno, e si deve reputare guaio grande e tuttavia minore della
libertà ipocrita e meretricia, imperocchè dal primo qualche virtù
annacquata sorge, mentre la seconda spegne ogni nobile aspirazione: pure
gli è forza masticare quello che il destino, o piuttosto le nostre mani
ci hanno ammannito. I seduti a mensa, alla minaccia della guerra civile
si cacciano le mani dentro i capelli ed urlano: — Sacrilegio!
parricidio!... — Silenzio, ribaldi; a voi, e più che a tutti a voi altri
si affibbiano con le debite varianti i versi tremendi:
Vile, un manto d'infamia hai tessuto,
L'hai voluto — sul collo ti sta;
Nè per gemere — o vil, che farai,
Nessun mai — dal tuo collo il torrà.
La trista genia non si spaventa delle guerre straniere, e sì che in
queste un popolo intero è avventato col ferro in mano a tagliarsi la
gola con un altro popolo che non conosce, non gli ha nociuto in nulla,
non odia, senza sapere il perchè, e ne diserta i campi, le case arde,
oltraggia le donne, lacera vecchi e fanciulli; lo ubriacano di acquavite
e di parole più perfide assai dell'acquavite, come: gloria, onore delle
armi e decoro della bandiera, le quali insomma adombrano vanità e
cupidigia di un feroce spesse volte codardo. Nerone, senza lo aiuto di
Epafrodito scrivano, non sarebbe giunto ad uccidersi; a Napoleone I non
riuscì avvelenarsi. Nelle guerre civili tu sai quali offese vendichi,
perchè combatti, che vuoi; l'odio ti arma la mano, chi ti tormentò
tormenti; applichi la pena del taglione; dente per dente, occhio per
occhio; le truci passioni che t'infuriano in petto, se non giustificano
il male che fai, lo spiegano. Come possiamo augurarci di ristorare la
fortuna pubblica d'Italia senza fallimento? Il giorno che terrà dietro
alla bancarotta sarà preceduto dall'aurora della risurrezione del
credito nazionale. Cittadinanza marcia e amianto sudicio si lavano col
medesimo bucato: bisogna buttarli sul fuoco. Come rinetterete le strade
delle città dalla marmaglia dei rettili, se non per via di un diluvio
universale? Non per questo ci dobbiamo perdere di animo, perchè ogni
diluvio termina coll'arco baleno, annunzio di giorni più sereni. I
popoli non muoiono; dopo gl'incendi le città si rifabbricano più belle;
testimonio Roma dopo Nerone, e Mosca ai giorni nostri dopo Ropstokin. E
tu, Curio, che ti triboli perchè la fortuna ti abbia sbalestrato fuori
della tua patria, esulta; tu non avrai desiderato, nè promosso, nè preso
parte ai giorni di lutto della tua terra nativa; e poichè la tua mano si
sarà preservata pura della strage del passato, così potrà farsi
iniziatrice del futuro. Troppe e troppo spesse le sventure si
rovesciarono sopra di te, e ti hanno sgomento; il tuo cuore contristato
respinse la guida dell'intelletto, ed hai corso pericolo di sommergerti
nella disperazione. Pertanto io credo fermamente e con sicurezza ti
annunzio che tu, io ed i tuoi figli rivedremo la patria nostra
purificata e ci potremo con dignità e contentezza esercitare i doveri
prima, poi i diritti di cittadini liberi davvero, di capi di famiglia e
di amici della umanità. Che se (e non lo voglia Dio) la morte rendesse
tronchi questi santi presagi... allora... allora... sta' sicuro, la tua
volontà sarà legge alla tua consorte.
Il singhiozzo le tolse la parola, ed ella conchiuse il suo ragionare
stringendosi al seno con quanto aveva di forza nelle braccia il diletto
marito.
Curio, non meno commosso di lei, la baciò in fronte dicendo:
— Eufrosina, parlami sempre così; alle donne i cieli furono cortesi del
dono della profezia; mantienmi sempre accesa la speranza, ed io ti dovrò
troppo più della vita del corpo, la salute dell'anima.
*
Il vecchio rassomiglia al pellegrino, il quale andando su per lo estremo
lembo della terra mira sul dorso delle onde agitate giungere a riva le
reliquie del naufragio; però che il vecchio, pure su l'ultima spiaggia
della vita, contempli travolti dagli anni arrivargli ai piedi i frantumi
dei suoi affetti, ed altresì dei suoi concetti. Così quell'io, che un
giorno scrissi parole di obbrobrio contro la Speranza, adesso mi chiamo
in colpa e m'inchino alla sua divinità! La benefica Iddia non mi aborrì
per le mie esecrazioni, all'opposto moltiplicò verso me le sue
blandizie, come madre amorosa costuma al figlio infermo. È fama che,
quando Dio padre richiamò in cielo la Felicità, la Speranza sua sorella
minore le tenesse dietro, ma arrivata che quella fu a mezzo dello
emisfero si voltasse, e in atto dolce di pietà e di amore così le
dicesse:
«Torna fra gli uomini, sorella. Dio ha chiamato me sola, e con profondo
consiglio, imperciocchè senza me e senza te cotesti miseri in breve si
struggerebbero di angoscia».
La Speranza ritorse l'ale, ed indi in poi non ha abbandonato più le
dimore degli uomini. Quivi ella si pone allato della culla dove il
pargolo si lamenta se gli manchi il latte; ovvero siede al capezzale dei
moribondi, o su i campi di battaglia bagna le labbra riarse del
volontario agonizzante, o ne raccoglie l'ultimo sospiro per portarlo
alla madre, alla sposa, alla sorella; con un raggio di sole meridiano
penetra nella carcere più profonda e conforta il prigioniero che langue.
Che più? Ella è salita sul patibolo col condannato e lo salvò dal
terrore della morte... alzandogli il capo in su e facendogli leggere in
cielo: _perdono_.
Tutto o prima o poi abbandona l'uomo, la gioventù, la bellezza, la
salute e le sostanze; egli ha veduto allontanarsi da lui gli amici e i
beneficati; più di rado parenti e figliuoli, e talora anche la madre; se
la moglie gli rimase al fianco, e' fu come quella di Giobbe, per
tormentarlo nella miseria. Ogni giorno la luce del sole si nasconde agli
occhi nostri, ogni notte declinano le stelle, ma la Speranza non si
allontana mai; neppure la morte è potente a scacciarla, imperciocchè
ella si metta dietro la nostra bara, ci accompagni alla fossa, assista
alla nostra sepoltura e non consenta a lasciarci neppure quando è chiuso
il coperchio del nostro monumento. La pietosa allora si pone a sedere
sopra il marmo funebre, e _fissa in Lui che volentier perdona_, scioglie
il più sublime dei cantici, quello della _Resurrezione_.
Salute dunque a te, o divina Speranza!