CAPITOLO XXII.

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Dei gusti non si disputa; gli è questo un proverbio scritto fino su i

boccali di Montelupo; onde io, valendomi di siffatta indulgenza

secolare, dichiaro detestare del pari virtù codarde e delitti

burbanzosi; e tuttavia, stretto pel collo a scegliere, per me sento che

mi mostrerei più parziale ai secondi, che alle prime, e ciò perchè co'

secondi potrai, se vuoi, fabbricare qualche cosa, con le prime no.

Romolo e Roma e i primi Quiriti informino; dei quali una metà, per dir

poco, sarebbe stata meritamente raccomandata al Piantoni, il quale

incominciò la sua magistratura di boia nel 1831 per conto di Francesco

IV duca di Modena, buon'anima, e continua ad esercitarla per conto di

Vittorio Emanuele II, gloriosamente regnante.

I delitti animosi voglionsi considerare come altrettante grappe di

bronzo, le quali penetrano nel cuore e nelle carni dei popoli come nei

massi di granito e li tengono con inestimabile stabilità legati insieme,

mentre le virtù codarde appiccicano, non attaccano; il visco agguanta i

pettirossi; le aquile portano via visco, vergone e tutto.

Adesso dovendo scrivere di Filippo, padre di Eufrosina, le virtù

pusillanimi non ci hanno che fare, e nemmeno i delitti rubesti, bensì ci

capita con grandissima compiacenza dell'animo nostro di favellare di un

cuore temperato ottimamente, il quale, in qualsivoglia punto della terra

lo avesse balestrato la fortuna, sariasi creduto sempre nel suo centro,

e da qualunque plaga di cielo avesse rivolto gli occhi in alto, gli

sarebbe parso di vedere Dio per trovarsi faccia a faccia e favellare con

lui. La vita pigliava qual'era, senza querimonia come senza tripudio.

Dalla buona del pari che dalla ria ventura attendeva a cavare qualche

cosa che giovasse alla umanità: _e forti dulcedo_, nel modo che

adombrava l'enimma proposto da Sansone ai filistei; se il destino gli

poneva nelle mani rose, ei ne tesseva ghirlande pei felici; se catene,

ei ne foggiava spade per gl'impazienti di servitù. E poichè egli aveva

fede che le dieci trasformazioni di Visnù, dirimpetto alle infinite a

cui la materia del suo corpo, prima che la natura gliel'avesse data a

nolo, e dopo che se la sarebbe ripresa, erano una bagattella, egli

ratificava tutte le passate e consentiva le avvenire, persuaso che le

avrebbe adoperate sempre pel bene dei suoi simili. Se mi troverò

convertito in ostrica, finchè mi manterrò sana offrirò delicatissimo

cibo alle mense degli uomini, e se inferma, con la mia malattia comporrò

perle, ornamento di donne oneste e belle,[13] e se diventerò

_pizzuga_[14] attenderò a comporre un coccio degno di essere ridotto in

iscatola da tabacco degna di papi: insomma, onore del naso di Pio IX,

ovvero del collo di Cleopatra; nobili destini non mi potranno mai

mancare.

[13] Affermano la formazione delle perle sequela di una

infermità dell'ostrica.

[14] _Pizzuga_, così il popolo chiama la tartaruga.

Ed ora la sorte lo aveva arrandellato carceriere nel Castello di Milano.

Tristo mestiere in verità, e pure egli sapeva valersene per consolare,

ed in quanto gli era concesso sovvenire i meschini che gli capitavano

sotto. Gli spruzzi di acqua benedetta, di cui sono larghi i sacerdoti ai

morti, giovano per lo appunto quanto l'acqua benedetta a morti, ma lo

spruzzo della speranza ai vivi dolorosi è rugiada di cielo; e quindi di

parole e di buoni uffici non faceva a spilluzzico l'uomo dabbene,

trasmetteva e riportava consigli, saluti e messaggi di genitori, di

amici ed anche di amanti, purchè, bene inteso, si trattasse di legittimi

amori: confermava i risoluti, ingagliardiva i dubbiosi, raumiliava gli

acerbi e diceva loro: — O perchè bestemmi? Tu mi pai matto, e sei. Delle

due l'una, o in Dio ci credi, o non ci credi; se non ci credi, egli è lo

stesso che tu ti arrapini con questa brocca di terra cotta, e se ci

credi, e per giunta lo reputi capace a farti bene o male, e allora,

grullo! ingegnati a tenertelo bene edificato. — E se lo interrogavano

s'egli ci credesse, rispondeva: io ci credo a modo mio e non penso dalle

mille miglia ch'egli si faccia tutore e conduttore delle singole

creature, che nella natura stanno, o vivono, o si agitino; per me,

ruminandoci sopra, ho trovato che Dio dev'essere _una forza nella

materia, una scienza nell'intelletto, una regola nella morale_; ed ora

che ti ho detto così, tu ne sai forse meno di prima; ed io che ti ho

detto così, non mi sono avvantaggiato neppure di un dito; sicchè tara

bara, il meglio che tu possa fare è bere questo mezzo litro di vino e

buttarti giù a dormire. Fortuna e dormi: caso mai tu provassi lo

strapunto poco morbido, pensa che potrebbe essere più duro, e consolati.

Certo, Filippo, come quegli che aveva molto vissuto fra gli uomini, non

si sgomentava più per cosa che vedesse, o bigia, o nera, e le parole di

lui sonavano acri, ma una stella, che non conosceva tramonto, lo

illuminava con bella luce di amore, ed egli ne rifletteva i raggi sopra

le creature circostanti. Cotesta sua benignità mescolata di amarezza

rassomigliava ai dì di primavera, quando la pioggia bagna le piante ed

il sole le asciuga, onde esse si drizzano rigogliosamente liete, quasi

per ringraziarlo di coteste sue virtù per le quali godono la vita.

E luce dell'anima sua era Eufrosina, la celeste fanciulla, la quale

riposa serena sopra i dolori della vita, simile al bambino Gesù dipinto

dormente dal soavissimo pennello dello Albano, intanto che mormora fra

il sonno: _ego dormio, sed cor meum vigilat_.

Filippo, se non con amore, con diligenza pari ha compito le tre

operazioni nelle quali si versa la presente sua vita: tastò le porte e

le inferriate delle carceri, consolò i carcerati, adorò la figliuola

Eufrosina, la quale quando egli vide addormentata contemplò sorridendo,

la baciò, e contento come una pasqua andò quindi a coricarsi.

Non bene passata un'ora, venne desto a forza da un rumore confuso di

schioppi lasciati andare giù di schianto sul selciato, d'imprecazioni e

di catene. Si sollecita a vestirsi alla meglio e schizza giù in

piazzetta; faceva buio fitto, e comecchè portasse la lanterna, egli

appena distinse gli oggetti circostanti; pure vide al barlume parecchi

soldati, che sotto la scorta di un ufficiale conducevano prigionieri in

Castello; subito ebbe sospetto che si trattasse di pezzi grossi. Il

capitano del drappello, piemontese puro sangue, dopo il sacramentale

_countacc!_ prese a dire una carta d'ingiurie al povero Filippo, perchè

lo avesse fatto aspettare tanto, e poi perchè ardisse presentarglisi

innanzi così sciatto di vesti.

Filippo aveva riposato mezz'ora, o poco più, delle fatiche della

giornata, e se avesse fatto presto come lo zotico capitano pretendeva,

non si sa come il tempo gli sarebbe bastato a mettersi solo la camicia;

tuttavia tacque, avendo sentito dire, ed essendogli stato dalla

esperienza confermato a sue spese, _che il soldato non ha mai tanto

torto, come quando ha ragione_.

— Ecco qua, sebbene mi sia messo in _regola_, a tenore del

_regolamento_, col signor cavaliere comandante del Castello, favellò il

capitano, tuttavia ho voluto consegnarvi da me stesso il prigioniero.

Avvertite qua, sergente; egli è condannato a morte; comecchè egli abbia

interposto appello davanti al supremo Consiglio di guerra, non gli darei

una palanca della sua vita. Si sa, i disperati si attaccano alle funi

del cielo; dunque, sergente, occhio alla penna: voi sapete quello che ve

ne va se vi scappa. Ecco qua, andiamo un po' a vedere come me lo

arrandellerete.

A Filippo si strinse il cuore, e suo malgrado si sentì spinto a

sollevare la lanterna per mirare in faccia il malcapitato... ecco: egli

prorompe in uno strido e lascia andare la lanterna in terra, la quale

mandando un getto di luce si spenge, colpa dell'olio, che rifluito a

cagione del colpo verso il lucignolo lo soffocò: nel punto stesso un

urlo più straziante del primo percosse gli astanti, che sebbene non

assueti a spaurirsi, ne sentirono raccapriccio e terrore; sicchè il

capitano, secondo la rubrica, esclama:

— _Countacc!_ Che storia è questa?

Curio, con l'occhio avvezzo al buio, aveva di già riconosciuto Filippo,

e il suo cuore si era sollevato: adesso poi per questi urli infelici

sentì come conficcarsi sul capo il coperchio della cassa da morto,

imperciocchè, sebbene la sua ragione avesse licenziato la speranza, pure

questa ostinata continuava a farsi vedere e non vedere, come le stelle

fra i nugoli nelle notti di tempesta.

Filippo si chinò e si raddrizzò; quello che pensasse nel brevissimo

tempo in mezzo a questi due atti non si potrebbe significare con un

volume; mostrò essere della razza di Anteo, il figlio della terra, che

quante volte cascava sopra sua madre, tante si rialzava più forte di

prima; in fatti, di voce fermissimo e di sembiante, riaccese la lanterna

e disse:

— Scusi sa, signor capitano, questa maladetta palla tedesca che ha preso

a pigione la mia coscia sinistra di tanto in tanto mi dà dolori da cani:

caso mai metto il piede in fallo, anche di mezzogiorno io vedo le

stelle.

— Ma, ecco qua, l'altro grido donde è venuto?

— Ah! l'altro grido... non le faccia specie, signor capitano, nella

piazza ci è l'eco, taluni dicono che ci si risente; grullerie? Come ho

avuto l'onore di informarla, è l'eco. Mi rincresce proprio che avrà

svegliata la signora del signor comandante, la quale, come saprà, dopo

un travagliosissimo parto è entrata appena in convalescenza; — quanto a

prigioni, di quelle a tutta prova ne possediamo poche; per fortuna, la

meglio, secondo la mia povera opinione, in questo momento è vuota: —

favorisca, signor capitano, di visitarla e dirmene il suo parere.

— Stupenda!

— Veda la porta com'è bassa; per entrarci bisogna andare carponi.

— Vedo; ed ecco qua, munita di doppie porte: — le serrature _è_ a due

mandate — i chiavistelli robusti, muniti con bravi lucchetti... chi la

fece non mancava di giudizio.

— Consideri! Lo chiamavano _Sette cervelli_; lunga è poco più di quattro

passi, a cinque non ci arriva; a livello del pavimento si apre la

finestra munita di due grosse inferriate...

— Oh! qui mi cascò l'_assino_; meglio... meglio in alto vicino al palco,

le finestre basse, ecco qua, sono troppo alla mano per essere segate. —

Direbbe bene, il signor capitano, se la finestra non desse sopra un

corridore che prende aria da finestrini muniti di ferro in croce; e

tagliati anche questi, che avrebbe fatto il prigioniere? Nulla, perchè

si troverebbe in una chiostra, chiusa da tutte le parti e per giunta

vigilata dalla sentinella.

— Com'è così muta specie: anche a me parrebbe che avesse a bastare.

— Aggiunga poi, illustrissimo, che il prigioniere non ci ha a stare mica

libero, bensì incatenato al pancaccio.

— Giusto! È quello che pensava ancora io.

Intanto Curio, sentendosi rifinito, si lasciò andare sul pancaccio,

dicendo con fievole voce: ho sete.

E Filippo al capitano:

— O che un bicchiere di acqua io gliel'ho a dare?

— Gua'! fate voi; per me, pensandoci su, mi sembra che gli si potrebbe

dare.

Allora Filippo entrò in prigione, ed accostatosi a Curio a voce alta gli

dice:

— Un po' di pazienza e avrete l'acqua: — e a voce sommessa aggiunse:

Curio, coraggio!

Conosco gente che va matta a vedere la pioggia delle stelle cadenti; per

me, da una volta in su, e fu la notte della vigilia di San Lorenzo, non

la volli più vedere, imperciocchè allora mi venisse fatto rassomigliarla

alle parole regie, che partono dal cielo in sembianza di stelle,

promettono luce e calore, e poi si spengono a un tratto lasciandoci al

freddo ed al buio peggio di prima; ma la parola dello amico scende

refrigerio alle anime desolate, da non potersi significare con accenti

umani, e lo inferno converte in paradiso, perchè quivi si ferma a

scintillare come nel suo proprio firmamento.

Il capitano parti co' suoi soldati, e Filippo tornò a dare animo a Curio

e a provvederlo delle cose necessarie al vivere, e:

— Quanto a vitto lascia fare a me, che ti porterò del meglio, perchè

bisogna tu ti rimetta in gambe e presto: circa al restante adattati, che

se ai superiori saltasse il ticchio di venirti a visitare, vedendoti

provvisto meglio degli altri piglierebbero ombra ed allora...

— E allora?

— To'! O a che pensi? Dubiti forse che alle mie mani tu abbi a morire!

Bada qua, questa è una lima e quest'altra è cera scura: attendi senza

requie la notte a segare le catene, più presto che farai meglio sarà;

conto che tu deva essere lesto in tutta la nottata di domani; adesso

riposati e stai di buon animo: segate le catene fa' di riappiccicarle

con la cera, mettiti a letto e fingi dormire, che domani verrò

accompagnato, e forse potrebbe venirci il mio aiuto solo.

— E della Eufrosina non mi dici...?

— Silenzio; qui non ci ha luogo Eufrosina; zitto e dormi.

Chiusa appena la prigione, Filippo, salendo le scale a quattro a

quattro, entra in casa; corre nella stanza della Eufrosina col cuore che

gli picchiava il petto più forte di un ariete romano. La stanza era

vuota.

— Frosina! Frosina! Dove ti sei cacciata?

— Veruna risposta; passa in camera sua; colà pure chiama, osserva...

niente. Salta in cucina, di cui la finestra dava su la piazzetta del

castello dove facevano capo le prigioni, e quivi la mira caduta supina

in terra priva di sentimento. S'immaginò subito il successo e prese a

dire:

— Ci mancava anche questa! Ora su, Nina mia; non ti abbandonare; il

diavolo, sai, non è brutto come si dipinge; da brava, via, rimettiti in

piedi.

E siccome l'altra non dava retta, la levò di peso portandola sul letto e

con acqua diaccia, aceto ed altri argomenti s'ingegnava farla rinvenire,

e rinvenne.

— Ahimè! Anima, che hai?

Ed Eufrosina, mentre si fregava gli occhi, rispondeva:

— Che brutto sogno, babbo mio, mi sono fatta... mi pareva...

— Senti, Eufrosina, quello che hai visto è vero. Curio è qui in prigione

condannato a morte per avere rotto la faccia ad un ufficiale furfante e

truffatore...

— Babbo... porgimi la mano... ah! muoio.

— Ferma... non morire... avrai sempre tempo a farlo: sta' di buon animo:

— noi salveremo Curio, lo salveremo quanto è vero Dio... ma tu hai da

fingere di non sapere nè manco che esista nel mondo... non lasciarti

sfuggire nè un gesto, nè un detto: sii prudente... sii discreta...

raddoppia vigilanza... pensa che se adesso lo perdi, lo perdi per

sempre...

— Basta, basta; e tu pensa, babbo, che mi preme più che a te...

accostati ora, che ti vo' dare un bacio, due baci, venti baci.. ma

perchè così al buio? Allegria che non si vede è meno che mezza. Accendi

il lume.

— Come! Accendi il lume? O non è acceso... anzi due?

— Ma io non ci vedo.

— Stropicciati da capo gli occhi.

— Io non vedo nulla.

— Com'è possibile mai?

E presi i candelieri accostava le due candele agli occhi di Eufrosina, e

mentre specola mormora:

— Ecco qua, i soliti occhi... smaglianti... sinceri... veri testimoni

del cuore... come dunque può essere che tu non ci veda?

— Non ci vedo, mamma mia! non ci vedo... Madonna santissima! sono

diventata cieca... E gittate, smaniosa, le braccia al collo al padre,

proruppe in pianto... Oh! io non li rivedrò più, continuava

singhiozzando, nè Curio... nè babbo... oh!

— Sta' quieta... non ti disperare, o mi fai dare nei lumi; non sarà

nulla, sangue al capo... vado pel medico del Castello... ma, bada, bocca

chiusa: per me sento che il colpo che hai ricevuto alla vista di Curio è

stato cagione di tutto.

Il medico del Castello, desto sul più bello del sonno, andò

bifonchiando: visitata Eufrosina fra uno sbadiglio e un altro, conchiuse

che Eufrosina aveva perduto la vista; lì su due piedi non poteva dire di

più; continuassero le pezzette dell'acqua diaccia per iscoprir marina,

la rivedrebbe domani; — su di che buona notte.

Filippo sbattuto, ma rigido più che mai, la mattina per tempo fu a

visitare il comandante del Castello col quale rinvenne per ventura il

medico: chiesta ed ottenuta facoltà di parlare, espose il caso della

figliuola, aggiungendo che lì in Castello non la poteva guardare,

chiedergli pertanto il permesso di menarla presso certa parente della

defunta sua moglie in Milano: se questo partito gli rincrescesse, Dio lo

sa, persuaso com'era che per la molta capacità del signor chirurgo

maggiore in breve la sua figliuola sarebbe andata guarita.

Il comandante anch'egli era della progenie dei cani, ma non mastini,

quindi qualche devozione egli aveva, e poi a farlo meno acerbo

contribuiva la nascita di una figlia, a lui vecchio e malconcio dalla

gotta, partorita pochi giorni innanzi dalla moglie trentenne; il dabbene

uomo la chiamava la figlia del miracolo, ma chi l'udiva pensava come di

cotesta maniera miracoli assai di frequente accadevano nei castelli,

dove stanzia continuo un presidio di soldati, quantunque di tratto in

tratto si muti. Il chirurgo maggiore, per la fumata d'incenso che gli

aveva sbraciato Filippo, venuto propizio alla istanza di lui, ed anche

per levarsi dintorno la seccatura di dover visitare la inferma,

l'approvò con molte ragioni, una più bella dell'altra; onde Filippo

ottenne la facoltà di starsi per qualche ora assente dal Castello, a

patto che il servizio non ne soffrisse.

Filippo, salutato il comandante, partiva, senonchè mutati alquanti passi

tornava indietro, e levata la mano al berretto aggiungeva:

— Signor comandante, vorrei sottoporre alla sua saviezza di mandare un

uomo di rinforzo al sottocarceriere durante il tempo che io starò

lontano: ella sa che stummie di gente ci tocca custodire, ed è meglio

aver paura che toccarne.

— Giusto! Era quello che pensava anch'io; andate franco, sergente, che

terrò l'occhio alla penna.

Filippo con celeri passi s'incammina alla prigione di Curio in compagnia

dell'aiuto servente: entra senza salutare il carcerato, e molto

sollecita il servo a sgombrare la prigione di ciò che vuolsi

quotidianamente pulire e che non importa inventariare: rimasti soli

Curio e Filippo, questi subito gli domanda:

— A che punto siamo della segatura?

— Tra un paio di ore gli è affare fornito.

— Bene: però ti avverto che la Eufrosina con noi non possiamo... non

dobbiamo condurre.

— Come!

— Anzi, tu non la potrai nè manco vedere...

— Ma io...

— Ma tu, interruppe Filippo con atto che parve più di rabbia che

d'impazienza, devi lasciarla in custodia di tua madre finchè non sia

passato il pericolo: piglia qua lapis e carta; scrivi a tua madre

raccomandandoti che presso di sè accolga la mia... la nostra Eufrosina,

come figliuola la custodisca... l'ami. Ma di' un po' su, confidati a me,

che non lo saprà neanche l'aria, la è veramente buona, come tante volte

mi hai assicurato, tua madre? — Non potrebbe mica il troppo affetto

filiale averti fatto velo alla mente? Perchè... vorrei tu mi capissi...

Eufrosina... l'anima dell'anima mia...

Adesso fu la volta per Curio di mostrare impazienza; levate le spalle,

tolse di mano a Filippo la carta e il lapis, ponendosi a scrivere senza

dargli risposta.

Filippo, che comprese l'intimo pensiero di Curio, ne rimase mortificato,

e susurrando a fior di labbro: Scusa, andò a piantarsi di sentinella

alla porta per parare ogni accidente: di vero ben gli valse il

consiglio, imperciocchè il servente, pigliando per contanti la

raccomandazione di Filippo, si fosse sbrigato più presto del consueto,

ed ora tornasse con la lingua fuori nella speranza di sentirsi dire:

Bravo. Filippo, appena lo vide, borbottò sommesso: — Avessi potuto

romperti il collo! — e ad alta voce soggiunse: — Metti giù la bigoncia,

chè al posto ce la porterò io.

— Ma le pare, sor sergente: questo tocca a me.

— Silenzio! Obbedite; andate a empire la mezzina e fate sia fresca e

pulita... andate ad attingerla al pozzo... via, presto, che mi occorre

prima di mezzogiorno andare per commissione del comandante fuori di

Castello.

Quando lo vide per sufficiente spazio allontanato, mise il capo dentro

la prigione e interrogò a voce bassa: Sei lesto?

— Mi manca appena un rigo.

— Tira via.

Quando il servo tornò coll'acqua era finita ogni cosa, e Curio aveva

potuto raccontare così a bastoni rotti tutto lo accaduto fra lui e il

Fadibonni. Filippo aveva preso la breve scrittura, ed involtatala dentro

sottilissima foglia di piombo, se l'era nascosta in bocca tra la pelle

delle guancie e le gengive, avendo notato più volte come i _questurini_,

visitando le persone, non avessero risparmiato le ascelle, i capelli e

ogni altra più segreta parte del corpo (delle vesti, delle scarpe e del

cappello non se ne parla nemmeno), ma quanto alla bocca si erano rimasta

di sbirciarla aperta, senza insisterci troppo.

Filippo aveva avuto la fiera costanza di essersi rimasto fin lì da

visitare Eufrosina; e con deliberato consiglio, timoroso di darsi alla

disperazione, caso mai avesse trovato che le durava la crudele

infermità, e la disperazione come il coraggio gli portasse via la

prestanza; e per disgrazia troppo bene si appose, dacchè le tenebre

abbuiassero sempre gli occhi della bella desolata. Filippo, nel mirare

la sua creatura immobile e in volto trasfigurata, compresse i gemiti che

lo spasimo gli spingeva alla gola, ma non si potè tenere da baciarla con

veementissimo ardore: riconfortatosi alquanto, la mise a parte del

proposito di condurla presso la madre di Curio, che in cotesto stato,

ella, lo doveva capire, sarebbe stata di pericolo mortale alla fuga, ed

ella lo voleva salvo il suo Curio, non è vero?

— E, babbo, dimmi, quando è che tu lo salverai?

— Zitto! Questo non importa che tu sappi.

— Non importa? Ah! tu non pensi quanto mi lasci infelice.

— Hai ragione, anima, — ed accostati i labbri all'orecchio di lei, ci

bisbigliò con un filo di voce: — Stanotte.

Eufrosina gli prese il capo con ambedue le mani, glielo strinse forte,

lo baciò su gli occhi, su le labbra, su tutta la faccia, e parlò:

— La mamma mia, la moglie tua, che ti fu sì cara, dal cielo ti ascolta,

ti benedice e ti aiuterà, ne sono sicura; e, dimmi, Curio lo sa?

— Lo sa.

— Ha mostrato voglia di vedermi?

— Si domanda? L'avresti anche tu?

— Ah! per ora come farei a vederlo? E tu, babbo? bada bene, non dirgli

la disgrazia che mi è successa, perchè quel caro angiolo mio se ne

accorerebbe, e nel maggior bisogno gli cascherebbe il cuore... però una

voce mi dice che lo rivedrò... lo voglio rivedere di certo... ma adesso

non è tempo; capisco che ci vuole risoluzione... va' dunque, babbo, pei

fatti tuoi.

— Vado, Frosina, vado; guarda qui, ci è da mangiare, e qui metto la

boccia per bere... per trovare ogni cosa tu non hai a fare altro che

stendere le mani...

— Ho inteso... ho inteso... va' pure senza sospetto.

— Ma se credi che ti abbia a mandare qualcuno...

— Va'... va'... ah! non senti, che finchè non vi sappia in salvo mi

parrà di arrostire a fuoco lento?

Ora è da sapersi come Filippo avesse in Milano un amico, ma un amico

come usavano nel 1848; lo chiamava compare, non già perchè gli avesse

tenuto al fonte verun figliuolo, ma perchè l'uno accanto all'altro

avevano ricevuto il battesimo di fuoco nelle cinque giornate; — di cui

adesso taluni milanesi fingono ricordarsi, per far dimenticare la

memoria di Napoleone tanto iniquamente ravvivata da loro. — Pari nei due

amici il cuore, disforme la vita: randagio sempre Filippo e propenso a

imprese guerresche, l'altro casalingo e pacifico: tuttavia, quando si

trattò menare le mani, non si distinse il borghese dal soldato, ed è

ragione, perchè la tirannide schietta nudrisce gli oppressi di latte

acerbo, ma forte, latte di lupa, mentre la tirannide impiastrata di

libertà è ai popoli come una balia sifilitica; la vita degli alunni

delle monarchie costituzionali è rósa dalle scrofole interne ed

esterne... in verun tempo mai, ne chiamo in testimonio la terapeutica

moderna, fu fatto tanto uso dei bagni di mare e di ferro, bene inteso

ridotto _in limatura_ o _in chiavi false_.

Il compare si chiamava Foldo e di suo mestiere era fornaio. — Fornaio? —

Fornaio. Lo so, lo so, che messere Zanobi Bartolini, reggendo come

commissario della repubblica di Firenze il comune di Pistoia, quando gli

mancava gente da impiccare andava in compagnia del bargello per la terra

a diporto, ed imbattendosi in qualche fornaio, lo acciuffava e

impiccava, affermando: che ad impiccare a quel modo i fornai si poteva

andar franchi, che tanto la coscienza non se ne risentiva. Questa

opinione veramente a me parve sempre un zinzino abbrivata, imperciocchè

succeda dei fornai appunto come dei lucchesi, i quali godendo fino dai

tempi passati il privilegio di fornire il mercato di carnefici,

interrogati di che patria sieno, rispondono: «io sono di Lucca _per

servirla_; — ce ne sono dei buoni e dei cattivi...»

Foldo dunque faceva il fornaio — fornaio di cuore; un di quei cuori che

la Natura serba sotto il banco e tira fuori di tanto in tanto, per far

prova che anche _lei_, se ci si mette, una creatura di garbo la sa

imbastire; Filippo, entrato nella bottega di Foldo, gli domandò:

— Come sta la comare?

— Prima Dio, bene.

Allora Filippo, senza aspettare la risposta, infila su per la scala

(Foldo per mezzo di scala interna dalla bottega saliva in casa) e va

dalla comare; della quale nuova improntitudine di Filippo impermalito

Foldo, che lo aveva provato fin lì tanto riguardoso, gli corre dietro e

lo trova piantato a mezze scale;

— Che fai tu qui?

— Zitto! Io ti aspettava, ho bisogno di parlarti.

— O chi ti teneva da farlo in bottega?

— Parla piano. In bottega ci era gente, e non ti ho voluto neppur

chiamare per paura di destare sospetti; era sicuro che tu mi avresti

seguitato.

— Dunque andiamo in casa, ci chiuderemo in camera e parleremo.

Filippo gli disse: — Ecco, per ora ti confido che mi bisogna trovarmi

travestito a certa posta di qui a mezza ora: però prestami i tuoi

vestiti da giorno di lavoro; quando tornerò a ripigliarmi i miei panni

da soldato, allora ti racconterò ogni cosa per filo e per segno. —

Comare, vi prego, acqua in bocca; gioco sopra una carta la vita di

quattro persone.

E Foldo: — Vivi tranquillo, abbiamo mangiato la foglia.

Senz'altre parole, aiutato dalla moglie, Foldo trasformò il compare per

modo, che guardatosi allo specchio non si riconobbe neppur'egli; dopo

ciò Foldo per maggiore cautela fece uscire Filippo dalla scala maestra,

che riusciva in via Ciovasso, dietro a quella dell'Orso, dov'era aperto

il suo forno.

Filippo, travestito, se ne andò lemme lemme, che non pareva fatto suo,

rasente le case, sbirciando con l'occhio destro i numeri delle porte;

voltò al Carmine, prese di via Brera, venne giù per San Giuseppe,

Appiani, Bossi: per ultimo a San Tommaso; qui, notato il numero 31,

guizza nella porta e si arrampica per le scale al quarto piano: picchia;

gli è aperto.

— O Filippo, siete voi? Se non era la voce chi vi avrebbe riconosciuto!

Come qui? Mirate casi! In questo momento io pensava a voi...

Così incominciò a parlare Isabella, e Filippo di rimando:

— Perchè a me...?

— Che so? A voi e a Curio, e non mi potendo capacitare come a lui e a

voi potesse bastare l'animo di lasciarmi tanto tempo senza vostre nuove,

fra me pensava, qualche altra disgrazia mi sarà cascata su le spalle.

— Giusto, veniva a darle nuova di Curio; e la signora Arria come sta?

Isabella non rispose altro che levando gli occhi al cielo e stringendo

le mani come chi si raccomanda. Allora Filippo girò la ruota del timone

e soggiunse.

— Io, signora mia, le vorrei parlare in luogo dove veruno ci sentisse.

La Isabella umile riprese:

— Andiamo in cucina, non ho altra stanza più adatta.

Andarono: non ci erano seggiole; Filippo si sentiva stanco; cominciò ad

appoggiarsi al camino, poi vi mise su la coscia offesa, poi l'altra,

finalmente ci si assettò a sedere.

— Ebbene? interroga Isabella, vedendo come Filippo gingillava a parlare.

— Ecco, signora, prima di tutto bisogna che si pesti bene nel cervello

che stasera, o al più lunge domani notte, egli sarà salvo...

— Chi salvo? Curio! Dunque corre pericolo?

— No signora: egli non corre pericolo al mondo; solo è in prigione.

— O Dio mio! Voi mi spaventate... in prigione! Quando? Dove? Perchè?

— Non corre pericolo, perchè l'ho in custodia io. Io sono il suo

carceriere. Dunque non si rimescoli.

— Ma che colpa ha commesso? Di qual delitto è reo?

— Una bagattella... cose da nulla; ha spaccato la faccia al suo

maggiore.

— Oh! grave errore è cotesto. Si è comportato indegnamente.

— Anzi ha fatto benissimo; e se non lo avesse fatto dovrebbe tornare a

farlo; creda, signora, la faccia di cotesto maggiore era proprio degna

_di mandarci i cazzotti in guarnigione_, come dice il poeta... un

ladro... un furfante... e poi lascia morire di stento la sua povera

mamma... via, ce n'è di meglio in galera.

— E chi ha conferito a Curio l'uffizio di vendicatore del genere umano?

— Le basti, signora, che egli ha dovuto farlo, e se non lo avesse fatto

lo stimerei meno di un prete; ma, le ripeto per la decima volta, a

liberarlo ci penso io.

— Caro sergente, mi sembra avere udito che la legge militare procede

severissima contro gl'infrattori del carcere; per l'amore di Dio

pensiamo di non fare un peggio; se foste ripresi, che mai ne andrebbe a

Curio e a voi?

— Certo, la legge militare non è fatta col miele.

— Dunque non sarebbe meglio lasciare che Curio scontasse la pena?

— Che diavolo dice? Ma che le pare?

— Perchè mai?

— Perchè... perchè la pena alla quale condannarono Curio non è di quelle

che si sopportano due volte.

— Voi mi spaventate... ma si prega, si mettono persone di mezzo... e gli

avvocati o che ci sono per nulla?

— Tempo perso... le ripeto che Curio fu condannato...

— Ma condannato a che?

— A morte... e subito, tese ambo le braccia per sostenere la Isabella

che balenava per cascare, aggiungendo con parole infocate:

— Su, su, che adesso non è tempo di svenirsi, bensì di richiamare tutte

le virtù intorno al cuore per la salvezza di Curio.

La madre si raddrizzò di forza, quasi il dolore le avesse infuso nuova

lena nel sangue, e favellò:

— La sventura mi ha posto per bersaglio ai suoi strali; — a quest'ora

dovrebbe trovarsi presso a finirli... coraggio!

— Sì, coraggio, riprese Filippo, e volendola confermare in cotesta

risoluzione cavò di tasca una grossa chiave e mostrandogliela aggiunse:

— Miri, questa è la chiave che tiene chiuso il nostro Curio (e cotesta

fu pietosa menzogna). Ora a noi, signora Isabella: come sta a quattrini?

Isabella ghignò acerba e a denti stretti rispose:

— Di debiti un diluvio.

— E mezzi per farne?

— Veruno... e se potessi racimolare qualche soldo, o che la inferma

figliuola ha da soffrire?

— Dio ne guardi, povera creatura!

— E il padre mio travolto nella miseria? A lui tanto più aspra quanto

più insolita.

— Di certo; dunque la non si stia a confondere, penserò io a rimediare.

— Ma come potrò io uscire dall'agonia del pendere incerta per la vostra

salvezza?

— Aspetti, egli era appunto quello che io stava per dirle. Da domani in

su Foldo, il fornaio di via Ciovasso... lo conosce?

— No, bensì ho udito parlarne.

— Bene; quando non ci sarò io, ad ogni suo bisogno faccia ricapito a

lui; — ma mi raccomando con circospezione, senza che veruno lo sappia.

Dunque da domani in su Foldo le manderà a casa un filo di pane; lo

guardi bene dentro, e quando ci troverà un franco, ciò vorrà dire che

siamo fuori di prigione, e quando due che ci troviamo fuori di Stato:

sul partire per l'Inghilterra le scriveremo addirittura per la posta.

— Ho capito...

— Il pane non istia a pagarlo, faremo i conti con Foldo quando sarò di

ritorno... ora ecco qua un biglietto di Curio, lo legga, poi ragioneremo

del resto.

Isabella prese il foglio, lo baciò, lo lesse in un bacchio baleno, e il

sangue dal cuore le refluì sopra le guancie.

Amore e luce, allorchè prima nascono, ovvero quando tramontano, colorano

sempre le sommità della persona o della terra; subito dopo con

ineffabile affetto esclamò:

— Oh! venga, venga la desiderata... povera tosa! ma sarà nulla... più

no, che non potrei, ma la custodirò... ne avrò cura come figliuola.

— Come figliuola sua ha detto? Tocchi qua...

— Ne dubitereste, Filippo?

— No... si... scusi, sa, anch'ella è madre...

— Pover'uomo! Anche a voi tocca un'angoscia che non ha conforto... Ma

come accadde il caso?

— Che vuol'ella che le dica? Frosina vide Curio dalla finestra, lo udì

condannato e cadde riversa: la testa non le trovai rotta, nè ammaccata,

sicchè non sembra che se ne possa accagionare il colpo battuto sul

pavimento; gli occhi le durano belli e smaglianti, ma, disgraziata! non

ci vede più. Ne consultai il chirurgo maggiore del Castello, ma costui,

che non essendo stato trovato buono per veterinario ce lo regalarono

chirurgo al reggimento, non seppe dirmi altro: acqua fresca e seguitate.

Stringiamo dunque, che il tempo incalza, e se la fortuna mi assiste,

vorrei dar sesto a ogni cosa, perchè le sassate sono buone di colta...

La ragazza io non so se gliel'abbia a raccomandare o non gliel'abbia a

raccomandare. Se penso a lei, madre, penso che sarebbe insolenza; ma

s'ella pensa a me, misero padre, mi perdonerà... Non è vero?

E sceso di sul camino, presa la mano alla Isabella, gliela baciava con

religioso trasporto.

— Ottimamente! si udì in cotesto punto esclamare una voce, che mosse dal

dottore Taberni, il quale aperto l'uscio di cucina c'intrometteva il

capo. Egli, secondo il solito, era venuto a visitare la inferma, onde

Isabella presolo risoluta per un braccio gli disse:

— Senta un po', dottore, il caso accaduto a questo povero padre, e ci

dica schiettamente la sua. Guardi per carità se ci fosse rimedio; — e

qui con parole succinte gli esponeva (non senza prima far di occhio a

Filippo, perchè reggesse il venti) per filo e per segno come il cielo

avesse felicitato Filippo di una figlia di sorprendente bellezza, anima

dell'anima sua e pegno dilettissimo di cara moglie defunta: ella essersi

accesa di veemente amore per un giovane dabbene che di pari amore la

ricambiava: annuente il padre essersi promessi sposi, anzi avere

stabilito il dì delle nozze. Ora trovandosi il giovane in compagnia di

certo suo amico a passare sotto le case in demolizione su la piazza del

Duomo, un ponte rovinando dall'alto era venuto a cascare sopra i due

poveri giovani, di cui uno investito da un grosso trave sul capo rimase

sul tiro; l'altro, il genero di Filippo, stramazzò svenuto e malconcio,

non morto; però lì per lì giudicarono morti ambedue. Il capo maestro

muratore, ch'era della contrada dove abitavano cotesti meschini,

rimescolato corre a casa e racconta il fatto alla moglie, la quale si

affaccia alla finestra e trasmette in meno che si dice un credo la

notizia alle comari; una di queste, zotica, chè troppo spiacerebbe

imaginarla maligna, la spara a bruciapelo alla fidanzata, la quale, come

percossa da folgore, casca priva di sentimento; dopo molta ora, e quando

pareva ogni maniera soccorsi adoperata invano, ecco ella si trova ad

avere ricuperato i sensi e perduto la vista.

— La vista! esclama il dottore; e non ci vede proprio più briciolo?

— Dite su, Filippo, ordina la Isabella al sergente, il quale non rispose

la prima volta, distratto a pensare che se tanto allo improvviso la

signora Isabella, donna senza dubbio da potersi bere in un bicchiere di

acqua per la sua sincerità, aveva saputo trovare girandole per prevenire

ogni sospetto nella mente del dottore, di che mai sarebbe stata capace

altra donna simulatrice a caso pensato; — alla seconda interrogazione

egli si fece vivo e disse:

— Punto, nè luce di giorno, nè lume di candela accostatole agli occhi.

— E gli occhi conserva lucidi?

— Lucidissimi secondo il consueto.

— Sangue dentro ce ne avete osservato?

— No.

— Il capo le duole?

— Si, intorno alle ciglia e verso le tempia.

— Dite su, la tosa è atticciata? Patisce d'isterismo?

— Ecco, baliosa si mantenne un pezzo, ma da certo tempo in qua ora

divampa in viso, ed ora si fa bianca come panno lavato; talora smania

tutta notte, o vegli o dorma, e sovente si lagna il cuore oppresso

presagirle guai.

— Eh! eh! riprese il dottore battendo sopra la tavola le dita delle mani

in cadenza, come chi suona un tamburo — caso raro... però possibile... e

tanto possibile che eccolo accaduto, dunque è inutile perfidiarci

sopra... il moto istantaneo e violento dell'animo deve avere alterato

profondamente il nervo ottico... forse... anzi quasi di sicuro un moto

del pari violento potrebbe in un attimo restituirle la visione... ma

come procurarlo? Ed ancorchè tu lo potessi provvedere ti attenteresti,

dottore Taberni, a metterlo in pratica? Puoi tu limitare la scossa al

nervo ottico? E se le percuote con veemenza pari il cervello, chi ti

assicura che non ti rimanga sul tiro?

Il dottore parlava a voce alta, e il povero Filippo, a seconda delle

proposizioni che gli uscivano di bocca, dava i tratti o torceva la

bocca; tu lo avresti preso per uno infermo del male di san Vito.

— Dunque, proseguiva il Taberni, bando ai rimedi superlativi...

procederemo con giudizio e procureremo di guarirla... ma sì di certo che

la guariremo... metto su pegno che la guariremo...

A questo punto si sente agguantare le gambe, ond'egli spaventato non

sapendo che diavolo fosse, dando una solennissima spinta tenta

svincolarsi da cui lo teneva avvinghiato; abbassa gli occhi e vede

Filippo, che inginocchiatosi dinanzi a lui, s'ingegna baciargli i piedi;

per la quale cosa il dottore, forte incollerito, si mise a gridare:

— E chi dà a lei, signor mio, il diritto di scambiare un uomo per un

papa? Oh! che le pare abbia faccia di prete io? E come e quando ha

potuto sospettare in me il matto orgoglio di vedermi con piacere

avvilita davanti la creatura di Dio? E lei la pretende a uomo libero? —

Oh! vada a imparare, mi faccia il piacere... vada.

— Ma senta...

— Non sento nulla, non voglio sapere nulla di un uomo che mi ha fatto la

ingiuria di pigliarmi pel papa... ringrazi Dio che qui, in casa di

questa signora, non voglio fare scandali... però non mi posso astenere

di maravigliarmi con lei, signora Isabella, che essendo donna tanto di

garbo, consenta bazzicare gente che scambia un galantuomo per un prete.

Così, sempre bifonchiando, presa la via dell'uscio, si cacciò giù per le

scale senza che ci fosse verso di trattenerlo. La Isabella confortò

Filippo, rimasto sottosopra alla uscita del dottore, a non darsene per

inteso: tornerebbe il giorno appresso, senza neppure ricordarsi del

cappello preso di essere tolto in vece del papa. Ora, levato ogni

indugio di mezzo, andasse per Eufrosina, chè troppo le tardava

abbracciare e consolarsi con la povera figliuola.

Allora Filippo si mette la via fra le gambe e va difilato alla bottega

di Foldo, alquanto più ilare, perciocchè gli paresse che le cose

pigliassero buona piega.

— Sai tu, Foldo, che ti ho da dire?

— Gua'! sei di ritorno, Filippo? Che mi hai da dire?

— Io ti ho da dire che, portando i tuoi panni addosso, mi è avvenuto

come al Berni, quando un amico gli prestò il mantello.

— Di' su, che lo sappia anch'io.

— Quando mel veggo addosso la mattina

Mi par dirittamente che sia mio,

E non la voglio intendere

Ch'io ve l'ho pure a rendere.

Orsù, andiamo per le corte — e qui, dopo avere chiamato anche la comare

Bita e chiuso l'uscio, si rifece da capo a raccontare ai nostri coniugi

la dolente storia di Eufrosina e di Curio; la Bita piangeva a catinelle;

circa a Foldo il pianto non era il suo forte, bensì di tratto in tratto

prorompeva in singhiozzi da sfondare una porta. Filippo, venuto in fondo

alla sua narrativa, dava per perorazione un pugno sopra la tavola

esclamando:

— Ebbene. Curio non ha da morire.

— No davvero, rincalzarono in coro i due coniugi; ma Foldo da solo:

— Non morirà per Dio!

— Dunque Dio mi assisterà; diversamente lo rinnego.

— Ci sto; se non ci aiuta lo rinnego anch'io.

— Ed ora ascoltami: domani mattina per tempo io ti verrò a trovare col

giovane travestito, carico con un sacco delle robe di Eufrosina; tu

avvisa gli amici vecchi, perchè mi abbiano ad assistere nel fiero passo

a cui mi metto... mi mancano danari, e bisogna pure che me

gl'imprestino.

— E tu, a volta tua, Filippo, ascolta me; male hai fatto a non aprirti

subito meco, perchè a questa ora mi sarei accordato con gli amici

intorno al modo da praticarsi pel meglio; basta, acqua passata non

macina; non so se quello proposto da te sarà approvato; dunque fa' una

cosa, domani non pigliare la via che hai tenuto stamani per venire qui;

invece entra in via di Legnano; se non incontri persona, ritorna su i

tuoi passi e per ponte Vetro vienmi a casa, dove procurerai entrare da

via Ciovasso. Dove mai ti accorgessi di persona, allenta il passo; e se

ti moverà incontro dicendoti: buon giorno e buon anno; tu le domanderai:

che santo fa oggi? E se ti risponderà: santo Ambrogio da Milano, allora

ella si volterà e tu tienle dietro senza sospetto: niente ti sarà

chiesto e nulla tu domanderai; solo obbedirai a quanto ti prescriverà o

con la mano o col cenno. Quanto a danaro non pigliartene cura: ne

abbiamo tanti da comperarne acuti da ficcarsi nel piede di cui ci vuol

calpestare. Addio, Filippo, lavora di fine da parte tua, e di noi non

dubitare.

— Mi raccomando.

E Foldo, tornando addietro, gli prese la mano e disse:

— Tutti amici miei e veterani delle cinque giornate, semplici come

colombe e astuti più dei serpenti. I giovani non san fare, per condurre

le cose a modo e a verso bisogna avere giocato le partite dove per posta

si metteva su una corda, ovvero otto palle nello stomaco quando andava

bene. Forse prima che tu parta ci rivedremo; in ogni caso, to' un bacio,

e Dio stia con noi.

Non uno, ma dieci ne ricambiò con Foldo il buon Filippo, che voltatosi

al primo interrogò:

— O che un bacio alla comare io gliel'abbia a dare?

— Dagliene due: i baci della moglie a cui il marito fa da notaro non

registra la vergogna.

E la Bita, fra il riso e il pianto, minacciando col dito Filippo,

diceva:

— Tristo, e guai a voi se per colpa vostra io non avessi ad essere la

comare del primo figliuolo che partorirà Eufrosina.

Filippo, pauroso fosse per mancargli il tempo, accomiatatosi da loro si

affretta a casa, dove Eufrosina, persuasa del pensiero gentile di

dissimulare al padre la propria cecità, si era industriata di mettere a

tasto in sesto le sue robe, e tra bene e male ci era riuscita; ma ella

presumendo troppo aveva ardito eziandio acconciarsi il capo, e scioltasi

i capelli ci aveva passato quattro volte e sei il pettine; ma di un

tratto l'era caduto, e per quanto avesse brancolato diligentemente da

per tutto non l'era riuscito rinvenirlo più. Povera fanciulla! Dacchè

l'era tolto di compiacersi a contemplare la sua bella chioma, sentiva

tanta consolazione a pettinarsela e a palparla!

Appena conobbe il rumore dei passi paterni, per non lasciargli tempo di

accorgersi dello sconcio ed affliggersene, disse:

— Babbo, raccatta il pettine e finisci di pettinarmi tu.

E Filippo lieto ci si provò subito: assorto nel piacere di far bella la

sua creatura, non pensò ad altro. Intanto che la pettinava la mise a

parte di quello giudicò necessario ch'ella sapesse; ed avacciandola poi,

e sovvenendola a vestirsi, quando la mirò di tutto punto, presala sotto

il braccio favellò:

— Andiamo via, che la signora Isabella ti aspetta.

Adesso viene la volta per Filippo ad industriarsi che la figliuola si

accorga men che si possa della sua disgrazia, e questo fa removendo col

piede gli ostacoli che loro si parano dinanzi, ovvero sospingendo lieve

col gomito la figlia, ond'ella senza accorgersene li scansi, e creda

potere procedere franca come se ci vedesse.

Una favilla di amore come bene e quante anime accende!

La guardia della porta del Castello, quando vide la fanciulla

bellissima, che veniva via pari all'angiolo che si accosta a fare aprire

le porte dell'inferno, trasse tutta fuori per contemplarla e per

salutarla; e il caporale, ch'era da Barberino di Mugello, bel parlatore

e qualche volta dicitore in rima, le favellò:

— Deh! Eufrosina, tornate presto e non ci fate aspettare; voi lo sapete,

come ci lasciate ci piglia il buio ed il freddo:

Quando partite voi tramonta il sole,

Le chiappa il freddo e van tentoni al buio

Le anime nostre desolate e sole.

— Ecco, date retta a me, disse un altro soldato, che all'accento parve

siciliano, io per me proporrei che ci avessimo a collettare, e li danari

deste a me per far dire una messa a santa Lucia, onde rendesse la vista

degli occhi alla buona fanciulla.

Parve ch'egli accendesse un fuoco d'artifizio, sicchè si udiva da più

parti:

— O che le avrebbe a rendere la vista dei ginocchi?

— To', questa è nuova di zecca; io ho visto sempre santa Lucia dipinta

cieca, o come potrebbe dare agli altri la vista che non ha per sè?

— E voi altri imparate quale sarebbe il sacerdote e quale il tempio dove

celebrare la messa; prete il camerata Rosolino, chiesa l'osteria del

Fico.

— Io vo' dire la mia, vo' dire; propongo pertanto che noi abbiamo a

digiunare un giorno per uno; così si risparmia quattrini e ci troviamo

la devozione bella e fatta...

— . . . . . . . . ma fiorentino

Mi sembri veramente quando io t'odo,

interruppe un livornese: costui di fatti veniva da Firenze: — E fermi,

proseguiva, mettendosi la mano in tasca; io pago il vino per tutti, e ce

lo beveremo alla prossima guarigione della nostra Eufrosina _piena di

grazia_.

— Magari! risposero a coro i camerati appuntando gli sguardi nella mano

del livornese, il quale, poichè ebbe rovistato un pezzo, la trasse fuori

mortificato, e disse:

— Maledetto vizio di portare i danari alla rinfusa! Li perdo sempre.

Tanto è, finchè non ci daranno moglie, noi altri soldati avremo sempre

le tasche sfondate.

— Largo allo _Specioso_! Giusto voleva dire; il lupo perde il pelo, il

vizio mai; e chi tal disse, nacque a Pisa, dove dei fumi livornesi sono

piuttosto invidiosi mordaci che severi censori.

Allora Eufrosina, ridendo lietamente, incominciò:

— Peccato che tanto bella concordia deva andare a monte! Quanti siete?

Non risposero, compunti da pietà, però che la domanda chiarisse lo stato

deplorabile della fanciulla, che dopo poco ripeteva: — Insomma, quanti

siete? O che mi toccherà riscontrarvi a tasto?

— Otto; col caporale nove.

— Ebbene, ecco un cavurrino, che a me cieca è riuscito trovare in tasca,

mentre il livornese alluminato ha fatto fiasco... — L'ha avuta!

gridarono attorno i soldati uccellando il livornese, il quale con ciglio

e accento severi parlò:

— Signori, non mi pare buona creanza interrompere chi parla, massime

quando l'oratrice è una gentil donzella.

— Ora, continua Eufrosina, in questi due franchi entrano tre e più litri

di vino; bevetene un bicchiere avvantaggiato per uno alla mia prossima

salute.

Qui ruppe tale un rombazzo di voci per applaudire Eufrosina, che il

colonnello del presidio, immaginando che o qualche principe, o il re

stesso si fosse fatto a visitare il castello, tirò via di uno strettone

il piede dalle mani del barbiere, che gli tagliava i calli, e con una

gamba calzata e l'altra scalza corse per essere primo _ad ossequiare_,

mentre il comandante, pauroso che la rivoluzione fosse entrata in

Castello, si rimpiattava sotto il letto della moglie puerpera.

Eufrosina aveva operato da quella arguta giovane che era; — tanti capi,

tante opinioni in Italia, così in caserma, come in mercato e in

Parlamento; ed ogni dì crescono, perchè durano fatiche da cani ad

insaccarci tutti nella unità dei regolamenti piemontesi e non ci

riescono: unico efficace fattore della unità italiana fin qui il fiasco;

Asti e Artimino, Chianti e Barbèra si riconobbero senza ostacolo di

progenie latina; _enotrii_ tutti, e si mescolarono fraternamente dentro

lo stomaco dei deputati italiani.

Filippo mise la figlia nelle braccia di donna Isabella; nulla parlò; la

guardò solo con uno sguardo che nè parole, nè colori valgono a

dipingere; però il poeta lo tace, ed il pittore Timanto lo nascose sotto

il velo, quando ebbe a effigiare Agamennone assistente al sagrifizio

della figliuola Ifigenia. Ogni momento Filippo ripeteva doversene

andare, ed era sempre lì; moveva verso l'uscio e poi tornava indietro;

fin quando ebbe sceso mezze le scale rifece gli scalini per ribaciare la

sua cara, la sua divina creatura.

Nel rientrare in Castello Filippo, al caporale di guardia che gli andò

incontro verso la porta, disse sentirsi rifinito, ed era vero: pel quel

giorno non poteva più strascinarsi dietro le gambe, epperò avrebbe

portato le sue robe alla Eufrosina alla domane per tempo, onde aver

libera tutta la giornata; volesse avvertirne la guardia, perchè non gli

avesse, come a caso insolito, a porre ostacolo.

— Andate franco, sergente, lasciatene il pensiero a me.

Tuttavia Filippo, comecchè a stento, andò a licenziare il rinforzo

mandato dal comandante alle carceri, e fece in compagnia del suo secondo

la visita dei prigionieri, o piuttosto la principiò, che appena ebbe

trovato modo per susurrare nell'orecchio a Curio: _stasera!_ — disse al

secondo:

— Io non mi reggo ritto, badate a chiudere con la solita diligenza;

quando avrete finito, venite a mangiare un boccone meco, mi terrete un

po' svagato, chè dall'angoscia mi sento morire.

Il secondo non se lo fece ripetere due volte, e rispose:

— Animo, su, sergente, dopo il tempo cattivo viene il buono, come dice

l'uomo del Bosco.

Pertanto, dopo tirati i chiavistelli e chiusi i lucchetti a norma dei

_veglianti regolamenti_, egli se ne andò a trovare Filippo salendo le

scale a quattro a quattro; questi, che si era buttato sul letto, scese

subito e si mise a tavola col secondo; alquanto cibo gustò, al bicchiere

pose appena le labbra, poi sbadigliando disse:

— Ho più voglia di dormire che di mangiare; continuate il vostro pasto,

io lo ripiglierò riposato; lasciatemi la parte del pane e del

companatico; il vino finitelo pure, chè di questo ce ne ho dell'altro.

Veramente il secondo si era proposto non tenere lo invito, anzi aveva

solennemente deliberato in cuor suo serbargli anche la metà del vino; ma

sì, ciliege, bugie e bicchieri di vino vengono al mondo come Giacobbe,

agguantando il piede di Esaù. Innanzi che fosse andato in fondo della

boccia, il capo del secondo dondolava più della cima di un cipresso

quando tira libeccio. — È meglio che anch'io me ne vada a letto, disse

fra sè, ed era risoluzione piena di giudizio; peccato che la pigliava un

po' tardi, perchè la seggiola, in quella ch'egli stava per alzarsi, gli

scivolò di sotto, ed ei cadde lungo e disteso sul solaio. Al rumore del

tracollo Filippo schiuse alquanto gli occhi, e visto il caso mormorò:

— Sta bene dove sta, e voltatosi su l'altro fianco si diede in balìa del

sonno.

Quando si risvegliò, chè a buona caviglia aveva legato l'asino, stava

per sonare l'ora della visita notturna alle carceri; bevve un bicchiere

di vino, che levò da un armario per darsi un po' di fiato e poi mise

mano a spogliare l'addormentato dei suoi panni, il quale voltato e

rivoltato tronfiava, non però risentiva: spogliato ch'ei fu, Filippo

fece delle sue vesti un fastello, ma consideratolo bene, segnò col capo

tale atto da destra a sinistra, che parve mano che cancelli un rigo di

su la carta; allora sciolse il fastello, ed esaminati meglio i panni gli

parve avere il fatto suo; invero, essendoseli provati, trovò che sopra i

suoi gli andavano a pennello, poichè il secondo fosse alquanto più

atticciato di lui e quasi complesso quanto Curio. Sicuro, a chi lo aveva

in pratica sarebbe parso più grosso, ma al buio non ci si bada, e poi

avrebbe scansato che mettessero troppa attenzione sopra di lui; a questo

fine tirò giù il lucignolo nel luminello della lanterna, tanto che

mandasse un sospiro di luce, e così alla prigione il buon uomo avviossi:

i passi alla lontana ei misurò in modo che al suo appressarsi la

sentinella avesse trascorso oltre la porta, voltando le spalle; allora

guizzò dentro l'androne dove mettevano capo talune celle; affrettasi a

quella di Curio, e aperta appena la porta gli domanda ansioso:

— Sei pronto?

— Si.

— Aspetta, e così dicendo presto presto pon mano a spogliarsi; e poichè

l'altro trasecolato esclama:

— Ed ora che fai?

Risponde:

— Silenzio e obbedisci; mano a mano che mi spoglio io, vestiti tu.

Siccome Filippo, comecchè si spogliasse, appariva sempre vestito sotto,

Curio cominciò a capire. Filippo, considerando poi che la faccenda

tirava troppo in lungo:

— Esci, gli disse, finirai di abbigliarti fuori; rannicchiati in un

canto; mentre ti vesti continuerò la visita.

E come ordinò fu fatto; nel richiudere la carcere di Curio sbatacchiò

gli usci con tale fragore che ne rintronarono i muri del casamento.

Taluno dei prigionieri vedendo comparire Filippo solo, e

rincrescendogli, però che il sotto carceriere, secondo il consueto, gli

avesse promesso portargli robe vietate, si attentò domandare:

— O di Pietro che n'è, che stasera non si vede venire?

E Filippo, con voce e cera da Lucifero:

— Che v'interessa sapere queste cose? O mirate un po' che mi bisognerà

tenere in giorno i signori carcerati di quanto i superiori ordinano e

disordinano? Lo so bene che a voi altri, cattivi soggetti, quando vi

menano in prigione vi sembra andare in villeggiatura, e Pietro vi aiuta

a bucare il regolamento: ma questa bega ha da finire... e finirà...

Mortificato il prigioniere, torna chiotto chiotto a sdraiarsi sul

pancaccio, e Filippo, a cui doleva sostenere la parte dell'uomo di arme,

non che per mitigare cotesta infinta asprezza, seminava sigari, conforto

da carcerati.

Filippo, dopo abborracciata la visita, si accosta a Curio e così gli

favella sommesso:

— Levati, piglia la lanterna, escirai primo, io ti terrò dietro

coprendoti con la mia persona.

E così fu fatto; la sentinella, la quale non aveva veduto se fossero

entrati due uomini od uno, non si addò di nulla; e i nostri amici,

accelerando il passo, presto si furono ridotti a casa.

— Barba bene insaponata è mezzo fatta, — mormorò con lieta voce Filippo;

ma per la commozione tremando, si pose a sedere sul letto asciugandosi

il sudore. In breve però fu in piedi da capo e disse:

— Curio, ora andiamo a fare il fagotto di Eufrosina.

Mentre Curio stava per entrare nella camera di lei, incespicando nel

corpo di Pietro fu ad un pelo di dare della faccia per terra.

— Questo ch'è?

— È Pietro spogliato per vestir te.

— Vive? soggiunse Curio atterrito.

Filippo, attanagliandogli con la mano destra il braccio:

— So, per lo meno quanto tu, gli rispose alterato che libertà a prezzo

di delitto non è libertà... dorme... ubbriaco.

Empirono una balla di robe senza pigiarvele, giovando che facessero

maggior volume: portando poi la balla nella prima stanza, Curio, nel

rivedere Pietro steso sul solaio, osservò:

— Non sarebbe meglio portarlo sul letto e coprirlo?

— Lascialo stare, che sta bene. Quando ti trovi per le mani una faccenda

di suprema importanza, qui intendi tutto, e non confonderti in altro:

anche la pietà in mal punto può nuocere. Pietro al pancaccio ha fatto il

callo; tra il pancaccio e il mattonato non ci corre un tiro di cannone,

e tu l'avresti a sapere; smovendolo potrebbe urlare.

— O a mettergli adagio un guanciale sotto il capo?

— No signore, tu buttati sul letto e dormi; io ho dormito tutto il

giorno per vegliare.

— No, vacci tu piuttosto.

— Ho dormito tutto il giorno per vegliare, ti ripeto: più tardi farai a

modo tuo, adesso obbedisci.

Giusto nel punto in cui si apriva il Castello, Filippo si trovò alla

porta con Curio dietro, portatore della balla sopra l'omero manco,

celando per questo modo la faccia a chi stava fuori della porta della

caserma; e secondo la promessa ci stava il caporale, che appena ebbe

scorto Filippo gli andò incontro salutando:

— Buon giorno, sergente.

— Buon giorno, caporale.

— Tanti saluti e poi tanti da parte mia alla cara Eufrosina.

— Presenterò le vostre grazie: addio.

— Sergente, sentite una cosa, quando tornate, mi promettete di

confidarmi dove dimora adesso?

— Ve lo prometto: addio.

— Non crediate mica per cattivi fini; solo per mandarle di tratto in

tratto i miei versi e qualche fiore.

— S'intende... diavolo! addio.

Senz'altro intoppo, alla fine vennero all'aperto; non si scorgendo

attorno anima viva, affrettarono il passo per la via Legnano: appena

giunti a un terzo, ecco occorrere loro persona che parve sbucata dal

centro della terra, e rasentatili salutò:

— Buon giorno e buon anno!

E Filippo: — Il santo?

— Santo Ambrogio da Milano, e vienmi dietro accosto al muro.

Dopo camminato un pezzo, lo sconosciuto, che precorreva, picchia con le

nocche su di un portone da rimessa, che si apre, e dietro a quello

sparisce. Filippo e Curio, arrivati a cotesto punto, assai sbigottirono

non vedendo più alcuno, se non che a rimettere loro il cuore in corpo

una voce parlò:

— Buon giorno e buon anno.

— Il santo?

— Santo Ambrogio da Milano.

— Entrate.

Entrarono: l'uscio si richiuse, ed essi si trovarono dentro un fienile

ingombro di legna e di strame; di corto si mostrò un uomo di faccia

gioviale che li invitò a bere un bicchiere di acquavite per cacciar via

la mattana, ed a mangiare un boccone di pane; finito il sobrio pasto,

costui disse:

— Voi altri deporrete qui la balla, e m'indicherete dove ha da essere

recapitata, che noi ce la porteremo con le debite cautele, s'intende.

Filippo glielo disse.

— Bene, adesso spogliatevi dei vostri panni e vestite questi da

barocciai; ecco due perrucche; giovanotto, giù i baffi; di biondo

trasformatevi in nero; voi, vecchio, di grigio ferro vi muterete in

argento schietto; ci guadagnate un tanto; tra poco arriverà qui un

branco di bestie e di cristiani, e voi v'imbrancherete con gli altri; vi

affideranno un baroccio; a condurre un cavallo poco ci vuole; le nostre

povere bestie, affrante dalle fatiche, voi non proverete bucefali;

andate dove gli altri andranno: non domandate, non rispondete; e sarà

spediente che voi non vi mettiate uno dietro l'altro, lasciate tra voi

quattro barocci o cinque; e addio; lavorate pulito.

Dopo mezz'ora la contrada andava sossopra da un fracasso di cavalli, di

barocci e di vetturali; se avessi pretensioni alla fama di storico

veridico, dovrei aggiungere: e di bestemmie, perchè, io non so la

cagione, la plebe tutta, ma i vetturali in particolare, hanno lite

perpetua col paradiso e con chi ci è dentro. Lascio andare l'acqua per

la china, ma per me ripeto che se la plebe non crede in Dio e bestemmia,

è stolta; se ci crede, scellerata.

In tanta gente, in mezzo a cotesto bailamme, Filippo e Curio si

confusero con gli altri, senza che veruno se ne addasse, e ciò tanto più

potè farsi, che due barocciai, i quali erano d'intesa, entrarono nel

fienile, e dati i debiti segni, si convertirono in facchini, ammonendo

sommesso i due fuggitivi che pigliassero posto ai loro barocci.

Parte dei barocci caricò strame, parte legna, di questi i barocci di

Curio e di Filippo: poi si misero in moto per andare: alla prima svolta

il guidaiolo capo del traino a voce alta ordinò:

— Chi ha strame in casa Berretta; chi ha legna alla prefettura.

Alla prefettura! pensarono d'accordo Curio e Filippo, di cui i barocci

portavano legna, ma curvarono le spalle e proseguirono senza fiatare.

Di vero fermaronsi davanti alla parte postica del palazzo della

prefettura, e tosto diedero mano al discarico: indi in breve fu un

brulichio, uno andare e un venire da disgradarne le formiche. Qui ad un

tratto si presentava a Curio ed a Filippo l'uomo del fienile, il quale,

mentre finge dare loro ordini pel trasporto, aggiunge sommesso:

— Ora smettete il mestiere di barocciaio per pigliare quello di

facchini; caricatevi un fascio di legna sopra le spalle e salite su

franchi; troverete qualcheduno per le scale che vi guiderà.

I nostri eroi, carichi come muli, seguitarono i compagni che osservarono

avviarsi su per le scale, però che altri scendevano per recarsi alle

cantine, ovvero alle cucine; ma pei nostri eroi, rifiniti dai patimenti,

non fu piccola fatica portare quel tocco di fascio di legna in soffitta;

venuta loro meno la balìa, si buttarono a sedere sopra gli scalini a

riprendere fiato, mentre i compagni scendevano vociferando, e taluno

motteggiandoli; riconfortati alquanto, scesero anch'essi pensosi se ad

un secondo viaggio sarieno loro bastate le forze, quando ecco, mentre

meno se lo aspettavano, apparve loro sopra la porta del secondo piano un

vecchio vestito civilmente che li salutò col saluto convenuto: Buon

giorno e buon anno. Quelli avendo chiesto il santo, udirono rispondersi:

Santo Ambrogio da Milano.

Invitati entrarono in casa al vecchio; quivi per tutto cotesto giorno

rimasero, alternando insieme molti e bei ragionamenti che non importa

riferire; basti sapere ch'egli era un patriotta della stampa antica; la

fortuna lo aveva fatto padre di un giovane che un dì, ardente

garibaldino, per vanità infelice aveva fatto voltafaccia, e, Saulo alla

rovescia, perseguitava ora i repubblicani coll'impeto col quale un dì

aveva parteggiato per loro; infatti di presente si trovava a Lugano per

tenerli di occhio; ma il vecchio si era mantenuto per genio proprio e

per pericoli comuni durati per la libertà legato ai vecchi amici, onde

questi non avevano saputo escogitare asilo più sicuro ai fuggitivi della

casa del delegato capo di polizia, occhio diritto del prefetto e mignone

dello stesso ministro dello interno, il quale aveva aperto con questo

oggetto della sua tenerezza un conto corrente d'infamie e di croci;

circa a quattrini adagio; ma al delegato di questi importava poco,

perchè se li pigliava da sè.

— È mio figliuolo, diceva il vecchio con un sospiro, l'ho unico sopra la

terra, e odiare non lo posso: il mio dovere m'impone di stargli a canto,

tentare di ricondurlo nel diritto sentiero; e in ogni caso, quanto più

posso, emendare il male ch'egli fa: prima che finisca la settimana io

non lo avrei ad aspettare, ma vado sicuro che lo richiameranno prima per

isguinzagliarvelo dietro, chè senza di lui non sanno a quanti dì viene

san Biagio. Ora lasciatemi andare a chiudere il cancello di mezze scale,

e prima che si faccia più buio bisogna che vi accomodi nella soffitta,

dove ho ammannito quanto ho potuto, stante l'angustia del tempo e la

necessità di non destare sospetto: adattatevi e compatite; non fumate,

non accendete lume, procurate non fare rumore, camminate scalzi;

avvertite che qui in casa molta gente ci bazzica, e la serva fino a

sera, chè allora va a dormire a casa sua; quando potrò verrò a vedervi,

e se vi manca qualche cosa ve la provvederò; per la strada si assettano

i basti. Passata la prima sfuriata, ci riuscirà facilissimo più che

altri non pensa cavarvi da Milano e dal regno. Noi siamo potenti e

molti; di vero, chi mai potrebbe capacitarsi che vi abbiamo trovato

asilo proprio su la testa del prefetto, anzi nel giaciglio del segugio

che vi avrebbe a scovare?

I successi si svolsero giusto nel modo presagito dal vecchio; il suo

figliuolo, richiamato, tornò due giorni dopo dalla Svizzera, il quale

ridottosi a parlamento col prefetto, col generale di divisione, col

procuratore del re e col questore, si condusse a casa in fretta e in

furia per rinnovare la biancheria della valigia, desinare e partire.

Mangiò appena, le mani gli tremavano per la commozione; narrò, il

governo sottosopra per la fuga del soldato condannato a morte e del

carceriere; non sapeva distinguere chi più procedeva smaniosa in questa

faccenda, o l'autorità civile o la militare; entrambe parergli

frenetiche: se non giungeva a dare uno esempio solenne, addio

disciplina; il regolamento urlava carne peggio di un lupo affamato: egli

aveva rimesso il cuore in corpo a tutti: essere corso fra loro un patto:

se a lui fosse riuscito in capo ad una settimana reintegrare i contumaci

in Castello, gli avrieno impetrato dal governo una questura e la croce

dei santi Maurizio e Lazzaro. Bel colpo, babbo mio! bel colpo!

— Bada, gli notava il padre, bada, figlio mio; ho paura tu abbi preso

una gatta a pelare; i repubblicani sono potenti; almeno se ne vantano.

— Eh! dove sono adesso i repubblicani? Repubblicani erano i giovani, ma

il governo li pesca alla mazzacchera delle preture, degli assessorati,

delle delegazioni, delle questure; qualcheduno, che va per la maggiore,

si abbarbaglia con lo specchietto delle prefetture; due l'hanno,

quaranta l'aspettano; un flagello allunga il collo e pigola da mattina a

sera; per me, vedete, con metà meno di brumeggio mi farei forte di

chiapparvi una retata di deputati.

Nè alcuno voglia osservarmi che sembra strano un tale linguaggio in

bocca a costui, colpevole anch'egli, però che tale lebbra invada appunto

l'anima venduta, la quale negli altri disprezza o aborre quello che in

sè o non vede o non sente.

— Ci sono i vecchi, soggiunse il padre; ed essi non hanno speranze, ed

anche meno timori.

— Vecchi! una manata di sgangherati, conti della sputacchiera, duchi del

cristere; cenere, cenere, soffiaci su, e andranno dispersi: _afflavit

Deus et dissipati sunt_.

— Ma hai pensato che se li agguanti, tu li meni al macello...

— Babbo, _mors tua vita mea_; due più, due meno, non saranno la rovina

nel mondo, e poi siamo troppi; non so e non credo che ci siamo condotti

a vivere insieme per aiutarci, certo egli è che adesso stiamo insieme

per divorarci.

— Come così è, riprese il padre visibilmente commosso, io vo' tentare se

mi riuscisse buscarmi un cento di lire a man salva: al caffè dove vado

la sera ci è un gran chiacchierio su questo proposito; chi dice che li

ripescheranno, chi no; tanto si sono incaloriti su tale contrasto, che

ci sono già corse scommesse, ed altre ce ne correranno.

— Scommettete pure che saranno presi, e figuratevi di avere i quattrini

in tasca.

— Dunque scrivimi quanto più spesso puoi, e tienmi bene informato,

perchè, secondo gli avvisi, scommetta pel sì, o alla peggio anche pel

no, onde non fare all'ultimo la figura dei pifferi di montagna. E ti

tratterrai molto fuori?

— Di una settimana mi avrebbe a bastare, perchè per quanto mi è riuscito

conoscere spillando dintorno, fuori del confino non dovranno essere

andati; staranno nascosti nel contado.

Al vecchio veramente qualche scrupolo aveva trottato per la testa, ma le

parole del figlio gli serenarono l'anima: egli non tradiva costui, bensì

avrebbe tradito i miseri che aveva accolto nelle braccia; al figlio non

noceva, all'opposto, seminandogli di triboli l'atroce cammino, sperava

disgustarlo, e dato il caso riscattarlo; in ogni modo quelle due vite

innocentissime, salvate e offerte a Dio, avrebbero giovato a impetrare

la sua misericordia sul figlio perduto, imperciocchè il vecchio

repubblicano era, ma poneva ogni sua fidanza in Dio, e nel ben fare lo

confermava la fede ch'ei lo vedesse e lo approvasse.

Le lettere del figliuolo gli giungevano quasi ogni giorno, e per esse

veniva a conoscere quanto stupida e volgare cosa sieno le reti che la

polizia presume intrecciare con arguto magistero: nei prati ov'ella mena

la falce non crescono altr'erbe che femmine da partito, pollastriere,

lenoni, osti, barbieri, e soprattutto preti; senza di questi non

raccoglierebbe una boccata di fieno. Il presuntuoso bargello scorrazzava

a destra e a mancina come il cane con la polpetta in corpo; ogni momento

stava lì per lì per acchiappare la preda, e poi stringeva mosche; certa

volta corse con la lingua fuori fino a Domodossola; adesso non gli

sguizzavano più; certi i segnali; sicuro il covo; stende la mano e

piglia un cappellano e la moglie dell'organista scappati insieme; scattò

di un pelo che il bargello scorrubbiato non tirasse il collo a tutti e

due: molto più ch'entrambi con le mani su i fianchi urlavano:

— O _lei_ come ci entra nei fatti nostri? Chi le dà noia? Facciamo col

nostro e non diamo fastidio a nessuno.

Il peggio fu, quando ricondusse la moglie al marito (chè il prete lasciò

ire per non entrare in disgrazia al ministro), dacchè questi gli si

avventò come un basilisco gridando:

— O chi le ha detto di pigliarsi questi pensieri del Rosso? Chi l'ha

incumbenzato di andarmela a cercare? Chi di riportarmela? _Lei_ se la

infarini e _lei_ se la frigga.

E qui gli sbatacchiò la porta sul muso.

Allora la donna si mise a guaire:

— Ohimè! chi mi farà le spese? Chi mi vestirà, chi mi albergherà, chi mi

nudrirà? Ora il marito mi scaccia, il cappellano non mi vorrà più a

cagione dello scandalo; io verrò a stare con lei; _lei_ è obbligato per

coscienza a mantenermi, e per legge.

Il delegato scappò via per non darsi del capo nel muro: infellonito,

frusta, rifrusta, da per tutto fruga, ci adopra l'estremo della sua

malizia; invano; coloro ch'ei cercava stavano tranquilli a dormire in

casa sua: scornato, ebbe a tornare con le pive nel sacco.

Mentr'egli entrava in Milano, i nostri eroi ne uscivano. Molte le

cautele, gli accorgimenti infiniti adoperati per trarli fuori di

pericolo, e soprattutto non laudata quanto merita la fede inconcussa

degli amici; io mi passo dal descriverli; basti al lettore che Filippo e

Curio, travestiti da calderari istriani, passarono per Rocca di Anfo;

rividero fremendo di pietà e di rabbia tutti i luoghi consacrati

dall'altrui sangue italiano e dal proprio: appena giunti a Trento

trovarono modo di avvisare Foldo, il quale non mancò di mandare subito

alla signora Isabella il filo di pane co' due franchi dentro; di che se

si facesse festa grande in casa di lei lascio che il lettore immagini:

avresti giudicato che nel cuore della madre di Curio dovesse essere ben

morta ogni litizia, e non fu così, perchè il cuore materno si accende

tanto per una, quanto per cinque fiaccole: ed ella godè uno dei più bei

giorni che avesse rallegrato la primavera della sua vita, sentendo a

prova come la coppa della gioia e del dolore non si vuota mai tanto, che

qualche gocciola in fondo non ne rimanga sempre.

Da Trento scesero a Trieste, dove in grazia delle cure amorose del

signor Giamari, greco, della libertà di tutti i popoli amante come

fratello, di quella della Grecia e dell'Italia come figlio, ebbero

comodità imbarcarsi per Londra; di questo ricevè lettere nunziatrici

Isabella, le quali la confortavano a starsi di buono animo, confidare in

Dio, che li avrebbe sovvenuti anche in avvenire. Ormai non potersi

revocare più i mattini sereni; tuttavia dopo un giorno procelloso gli

occhi si consolano a vedere il tramonto del sole circondato da mesti

raggi, e l'anima ne gode.

Io, scrittore, non conosco cosa nel mondo della quale sia stato detto

tanto bene, ovvero tanto male, a seconda degli appassionati interessi,

come delle sètte segrete: i governi lungamente mi perseguitarono, e

ferocemente, pel sospetto che io fossi capo o parte principale di taluna

di quelle: la verità è che io mi tenni fuori di tutte; privato

cittadino, sovvenni coll'opera e col consiglio, impiegandoci non pure le

mie facoltà, ma altresì quelle di parecchi amici, quanto ci parve

magnanimo, libero e onesto. Di questi amici alcuni morendo portarono

seco nell'altra vita l'anima dirittamente intera, ed io li piango; altri

durano tuttora nella vita, ma hanno fatto getto dell'anima intemerata, —

e di questi piango troppo più. Ora che io e voi siamo giunti dinanzi la

porta della morte e teniamo in mano il battente per picchiarci che ci

apra: dite, vecchi compagni della mia gioventù, valeva il pregio

avvilirvi? Il retaggio che lasciate ai vostri figli, _unico

inalienabile_, è la fama contaminata.

Ma tornando a parlare delle sètte segrete, è giusto che si affermi come,

nonostante gli errori molti e qualche colpa commessa, elle fossero per

la libertà ciò che furono le catacombe per la religione cristiana; loro

mercè si mantennero accesi sopra il medesimo altare con fiamma congiunta

l'_amore_ della patria e l'_odio_ contro lo straniero; colla parola li

confessarono, col martirio li suggellarono; ed anche questo altro so, e

veruno me lo potrebbe negare, che molti italiani vanno debitori

all'opera delle sètte segrete della loro vita. — Com'essi l'abbiano

spesa non considero, non voglio considerare; noi compimmo il nostro

dovere; — non ora, ma più tardi, per quelli che mal vivendo perderono le

cause del vivere, non può mancare chi _in loro_ potendo _più di loro_ li

interrogherà: e voi come adempiste il vostro?

Il secolo che muore, vol. IV · 第 7 / 12 题