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Se madre natura possedesse croci dei santi Maurizio e Lazzaro, ed anco
della Corona d'Italia, a straziare, capisco anch'io ch'ella potrebbe
avere i suoi adulatori, ma poichè croci non ha e collari nè meno, non
arrivo a capacitarmi come uomo si periti a contarle le sue ragioni in
faccia, ond'io, che libero sono e mi vanto, le dico aperto ch'ella ebbe
torto marcio quando fabbricò il caccao a non farlo tutto di Sconusco, a
quello di Caracca superiore assai, il caffè tutto di Moka, o alla più
trista di Portorico; il the, o il tchà[6] tutto pekò a coda bianca — e
l'amore tutto pari a quello che il Canova effigiò abbracciato alla
divina Psiche, e sorreggente per le ale sopra la palma di questa
l'angelica farfalla dell'anima. Ma ahimè! e' ci hanno più qualità di
amori che di frati; taluno dolce così, che di petto a lui il mele ibleo
morirebbe di vergogna; tale altro, al contrario, disgrada in amarezza
l'assa fetida, con la quale mi dicono che il diavolo inzucchera la
ricotta giù nello inferno.
[6] Quello che noi chiamiamo _the_ i chinesi dicono _tchà_; the
significa nella lingua loro: _comprate, pigliate_; noi abbiamo
scambiato il nome della merce col verbo mediante il quale ve la
offrono.
Ma dolce sia l'amore od amaro, l'uomo l'adopera come vela buona ad ogni
vento su questo mare che si chiama vita. La signora Giorgio Sand, che
per teorica, e mi assicurano anche per pratica, intende di amore quanto
la bella di Magdala e santa Teresa, dichiara l'amore comporre per la
donna il poema intero della sua esistenza; per l'uomo un episodio
soltanto. Non senza trepidazione io mi conduco a contradire tale e tanta
teologhessa nella scienza amorosa, ma per me credo che lo stame, onde la
Parca compone la vita delle creature, così maschi come femmine, ella
intrecci di un filo di dolore e di un filo di amore; di tratto in tratto
lo sbrizzola anche di un filo di piacere, perchè gli avventori non si
sdegnino e sviino dalla bottega.
Ecco come sta la cosa. La donna pensa all'amore più dell'uomo, anzi
assidua, come quella che può molte faccende operare senza il concorso
della mente: a mo' di esempio, la calza; all'opposto i negozi dell'uomo
lo vogliono tutto lì, gli assorbono il cervello senza lasciargliene
libero un briciolo; ma intanto ch'egli, medico, scruta col polso in mano
il mistero della infermità, o avvocato intende ad accecare con parole la
giustizia, o prosseneta a mettere in corpo al mercante per via di
panzane una partita di meliga avariata, ecco un alito di vento gli porta
un vagito lontano di pargolo, un arpeggio di chitarra, forse anco una
sfumatura di odore del fazzoletto che la signora marchesa ha cavato
fuori per soffiarsi il naso, e la sua mente, rapita via dal polso, dal
tribunale e dal granturco, errare pei dominii sterminati dell'Amore.
Però io vi ammonisco, le nuove vicende che sto per esporre davanti a voi
si aggireranno sempre intorno all'Amore, pari ai satelliti del sole, che
immoto in mezzo a loro li veste tutti della sua luce. Da molto, forse da
troppo tempo ho messo da parte Eufrosina, Curio e Filippo, però non
crediate mica ch'io me ne sia dimenticato, anzi si volgeva il mio cuore
verso coteste care creature, quantunque volte mi stringeva il bisogno di
ricrearmi delle brutte cose e delle bruttissime persone che pullulavano
sotto i miei piedi, nella corsa che ho impreso traverso questa società
morta e corrotta, e che pure veruno si attenta a seppellire. Andiamo
pertanto a trovarli colà dove li abbiamo lasciati. Curio e Filippo
giacciono gravemente feriti allo spedale di ***, ed Eufrosina sta in
mezzo a loro, ma non tutta per loro a mo' di una sorgente blanda e
continua di consolazione; ella infermiera, ella segretaria, ella
lettrice di lettere segrete a tutti gl'infermi che o non potevano o non
sapevano, ed ella del pari scrittrice a parenti, a spose e alle più
dolci amanti; chè a lei non premeva nulla di che gente fossero e neppure
di quali costumi; le bastava persuadersi ch'ella avrebbe col suo scritto
consolato un'anima in pena, onde accettasse ogni più dura fatica;
scrivendo senza posare mai da un giorno all'altro, ella sarebbe morta di
vigilia e d'inedia, martire della penna. Non abbiamo letto ai giorni
nostri di un sonatore, venuto a gara di suono, morire per eccesso di
fatica? perchè non poteva Eufrosina consacrarsi vittima allo scritto? E
bada che il musicante accettava il duello armonico per causa di lucro,
mentre ella durava la immane fatica per senso di pietà. Se ai miseri
infermi fosse stata imposta la scelta tra non vedere l'aurora o la
faccia di Eufrosina, io per me credo avrebbero renunziato all'aurora.
Davvero ella non pareva cosa mortale, imperciocchè la si trovasse lì
appunto da per tutto; onde talora pensavano che fosse uno spirito
diffuso dintorno nell'aria; se lo spasimo strappava ad un sofferente un
sospiro, egli non l'aveva ancora compito che si sentiva refrigerato con
le parole: — Fratello, che hai? — E subito dopo ella gli rinfrescava la
fronte, o gli inumidiva le labbra inaridite; se altri gli toccava le
piaghe strillava, al tatto di lei o non provava dolore, o si peritava di
manifestarlo. Se i fiori tramandano soavità di profumo, perchè i cuori
pietosi non potrebbero spandere un senso di sollievo? Ed Eufrosina
spesso veniva dicendo che, se si fosse trovata nei piedi della Madre di
Dio quando composero le litanie in onore suo, ella avrebbe dato indietro
tutti i titoli, massime quelli di _torre di avorio_ e di _porta d'oro_,
e tenutosi unicamente quello di _consolatrice degli afflitti_.
E dirò altresì cosa che parrà a molti incredibile, e non pertanto vera.
Ciò che preservava la bellissima vergine da ogni affetto, non dirò
impuro, ma terreno, era appunto la qualità che doveva contribuire meglio
ad accenderlo, intendo la sua trasumana bellezza; imperciocchè
accostandosi ella alle forme che il Beato Angelico effigiò negli
angioli, la riverivano e amavano come creatura eletta di Dio. Nella
medesima maniera che gli occhi nostri fissandosi nella soverchia luce
smarriscono la vista, così, contemplando la suprema bellezza della
donna, nell'uomo tace il materiale appetito.
A questo modo i nostri amici sopportavano assai pazientemente la loro
miseria, perchè consolata dallo scambievole amore, quando un dì furono
visti dalla porta dello spedale prorompere dentro la infermeria quattro
uomini armati in sembianza di T, preceduti da un altro infagottato con
abiti borghesi. — Giandarmi i primi, ai littori antichi pari in ferocia;
in ciò diversi, che quanto i littori terribili, i giandarmi appaiono
ridicoli, e sono; di fatti i littori si presentavano ricinti di pelli di
lione, con in mano il fascio delle verghe e la scure nel mezzo, i
giandarmi con la lucerna senza olio a traverso il capo e la squarcina
allato fanno ad un punto soffrire e ridere. Chi li guidava apparteneva
alla famiglia degli sbirri _pennaioli_; una maniera di gingillino mal
cotto destinato ad arrampicarsi terra terra come la porcellana; costui
non potendo avere altro di onesto, se ne pigliò il vestito. Gl'infermi,
al comparire di cotesta brutta figura, tacquero come le passere quando
il falco alia intorno all'albero su cui stanno appollaiate; imperciocchè
presagissero danno per taluno di loro; nè a torto, che in nocere
proviamo gli uomini più tristi dei gatti, ai quali la natura concesse
facoltà di tirare in dentro gli ugnoli e accarezzarti senza sgraffiarti,
mentre gli uomini così detti di polizia, se ti toccano è forza che ti
sgraffino, e se ti baciano bisogna che ti mordano.
Fermaronsi tutti intorno al letto di Curio, in un attimo lo circondarono
e lo frugarono nelle parti più riposte; fino sotto al capezzale, dove
l'infermo posava la testa, parte sostanzialissima e per avventura più
innocente del loro mestiere: essi vollero assicurarsi che Curio non
aveva armi. Di tanto accertato lo sbirro pennaiolo, con voce stridula
incominciava:
— Siete voi Curio Onesti?
— Sono.
— Di Milano?
— Di Milano.
— Figlio del fu Marcello e della vivente Isabella Onesti?
— Giusto come dite.
— Allora in nome della legge io v'intimo l'arresto.
— Oh! e' ci era mestieri quattro giandarmi? Prima che io mi possa movere
ci sarà che ire; ma, di grazia, mi sarebbe concesso sapere di qual colpa
io sono reo?
— Magari! Per diserzione alla milizia.
Curio diede uno scossone, per cui andatagli scomposta la fasciatura
della gambe gli parve vedere le stelle a mezzogiorno: non però cessando
la consueta baldanza, tra gli spasimi strepitava:
— E quale è il furfante che si attenta sostenerlo? Disertore è colui che
per viltà scappando, ovvero rimpiattandosi abbandona la bandiera alla
quale egli è ascritto, ed io mi trovo allo spedale ferito così, che
forse non mi potrò più riavere, mirate... e qui stracciavasi con furia
la camiciuola sul petto... non vi paio un crivello io? Ho combattuto
tutte le patrie battaglie; accorsi a tutte volontario. Quale è il campo
italiano che non bevve del mio sangue? Qual rupe del Tirolo non ha un
brindello della mia carne?
— E chi ve l'ha chiesto?
— Chi? La patria.
— La patria non è il re.
— Come non è il re! O non si dice e non si stampa essere il bene della
patria inseparabile da quello del re?
— Già, fu detto, scritto e stampato; ma, caro voi, o che bisogno ci è
che tutto quello si dice, si scrive, si stampa sia vero? Finchè il bene
della patria mette capo a quello del re, le cose camminano d'amore e
d'accordo, quando poi si dispaiono allora il monarca inghiottisce la
patria.
— E fosse così; o non fummo noi incamminati verso il Tirolo in virtù di
ordini regi? O non fu bandito ai quattro venti che doveva stendere colà
il suo più forte braccio l'Italia?
— Già, perchè i cerusichi austriaci l'agguantassero, e punta la vena ne
traessero in copia il sangue guasto.
— O come, non è dunque più vero che ci assicuravano avremmo contribuito
grandemente alla vittoria, se da cotesto lato avessimo percosso il
nemico?
— Gua'! Bisognava pure darvi ad intendere qualche cosa; — ma il fatto
sta che voi ci entraste come il prezzemolo nelle polpette. Quello che
volevamo acquistare lo avevamo in tasca senza il vostro soccorso.
— L'aveste per elemosina; vi fu messo nel bussolo come il soldo al
cieco.
— Ma che bussolo o non bussolo, abbiamo fatto l'Italia; l'Italia è fatta
in grazia del nostro saper fare.
— Eravate tremanti, non già sapienti, quando, travolti dal terrore nei
passi amari della fuga, supplicavate: Irreparabile sventura! Dietro a
Brescia; per amore di Dio, coprite la ritirata!
— Coteste erano finte di cartoccio per levarvi dal Tirolo, dove ci
avreste rotto le uova nel paniere. Ci avevano dato la musica in mano,
che dichiarava così: _se volete vincere perdete._
— Lusso d'ipocrisia! Perfidia sciupata! Non ci provaste sempre docili ai
vostri comandi? Forse anche allora non vi fu risposto: _obbedisco_, alla
quale parola voi batteste le mani e la proclamaste magnanima?
— A voce alta, ma a bassa la chiamammo asinaggine; e poi, o che poteva
egli fare il vostro Giuda Maccabeo? Siena per forza.
— E allora perchè abbindolarci?
— Gua'! per cautela.
— Va bene; ma intanto io non so di tante diavolerie; andai con
Garibaldi, perchè dal governo moveva la chiamata; mi parve che fosse lo
stesso combattere il nemico in un luogo piuttostochè in un altro; anzi
stimai fosse merito accorrere nel luogo più pericoloso. E come disertai
dalla bandiera del re se mi condussi a militare sotto la bandiera del
re? Voi mi dite che il re non è la patria quando gl'interessi di quello
vanno disgiunti dagl'interessi di questo, ma fin qui, per quanto io
sappia, non si separarono.
— Noe, noe; voi mi date in ciampanelle; voi avete definito male il
disertore; a noi non rileva la cagione onde mancaste ridurvi al corpo
assegnato: voi foste rinvenuto buono dal consiglio di leva ed
_assentato_ a tenore del regolamento.[7] Vi presentaste o no al
reggimento a cui vi avevano ascritto? No; dunque la diserzione è
_flagrante_, imperciocchè, ficcatevelo bene in testa, soldato vero è
colui il quale entra a servire nelle milizie regolari del re nei modi
prescritti dal regolamento; i volontari non contano; al contrario, si
hanno in sospetto, come quelli che furono, o sono, o diventeranno
ribelli. Il soldato vero, una volta ascritto alla bandiera del re, deve
consegnare la sua anima al suo superiore, come la veste da borghese al
custode del magazzino; ripiglierà, se vuole, l'una cosa e l'altra quando
cesserà la milizia.
[7] Assentato — scritto al libro, alla matricola, voce spagnuola
venuta in Italia nel secolo XVI; conservata in Piemonte, e da
lui estesa odiernamente a tutta la penisola come reliquia di
patita servitù.
— In una parola, gesuiti armati.
— Precisamente.
Curio, per non dare di fuori, morse la coperta, ma persuadendosi poi che
con quel ceffo di ferro male limato non ci era da cavarne costrutto,
appena si sentì alquanto sboglientito riprese a parlare:
— Ebbene, ci siamo intesi; io qui rimango per conto vostro, e voi potete
vivere sicuro che mi ci ritroverete di certo: potete andare.
— Ma io non vi posso lasciare; lo vieta il regolamento; voi dovete venir
meco allo spedale militare.
— Io vorrei sapere un po' come abbia a fare per tenervi dietro?
Mentre così favellava, ecco fu vista entrare nello spedale una lettiga
munita di coperchio chiuso da incerato verde portata da quattro uomini,
i quali, fattisi presso all'infermo, la depositarono giù a piè del
letto; poi senza perdere tempo si ammannivano a sollevare l'infermo per
tramutarlo, con quel maggior garbo che per loro si fosse potuto, nella
bara, quando Eufrosina, stesa la mano, trattenne quello ch'era più
presso a lei: non tremava ella, non piangeva; suono di minaccia non si
udiva nella sua voce, e tuttavia metteva paura, imperciocchè sopra le
sembianze deformi distingui male l'amore o l'odio, mentre l'odio si
rivela in tutta la sua terribile potenza sul volto della bellezza; —
solo ella domandò:
— E' mi sarà vietato assisterlo allo spedale? Avvertite, che siamo
promessi sposi.
— Osta il regolamento.
— Non mi negherete almeno di accompagnarlo allo spedale?
— Osta il regolamento.
— Di venirlo di tratto in tratto a visitare?
— Osta il regolamento.
— Ma ch'è mai questo regolamento?
— Il regolamento! esclamò l'uomo dalla faccia di ferro; e dopo alcuna
esitanza riprese: il regolamento è il regolamento.
— Io sono chi sono, giusto come il Dio degli ebrei rispose a Moisè,
brontolò una voce sotterranea, la quale lì per lì non si conobbe da che
parte movesse, e la pronunziava Filippo, che da parecchio tempo, non si
potendo più reggere, aveva cacciato il capo sotto le lenzuola. Gli
astanti non lo avvertirono, però che Curio, gittato giù l'argine della
pazienza, proruppe:
— Se mai al tuo intelletto crescessero l'ale, il regolamento ti farà da
forbice, onde tu di aquila ridiventi oca, perchè il regolamento fu
composto da oche, e le oche solo considera; se il tuo cuore
moltiplicasse i suoi palpiti, il regolamento gli metterà il tempo
addietro, perchè il cuore deve regolarsi col pendolo del regolamento; se
il regolamento si porrà di mezzo tra la mano di tuo padre moribondo e
te, il padre morrà con la mano levata palpando il vuoto, e tu inaridirai
nella sete della benedizione paterna; il regolamento va dintorno a
calafatare le orecchie umane, affinchè non le ferisca grido di madre che
domanda aita, nè di figli che implorano pane, nè di quarantamila donne
supplicanti la vita di un garzone ventenne. Il regolamento ti concia
l'uomo a cero pasquale; di sopra spento, di sotto assicurato con uno
spunzone; in mezzo trafitto da cinque ferite. Vuoi tu sapere regolamento
che sia? Te lo dirò io; stammi a udire. Il regolamento è Polifemo cieco,
che brancola tastando i suoi montoni per agguantarli e divorarseli vivi,
senza pure sputare pelle nè ossa.
— Lo avete accomodato nelle regole...?
— Sì signore.
— Su dunque, da bravi, recatevelo in ispalla di un tratto; _marche!_
I quattro giandarmi si ordinarono a dietroguardia, intantochè gli altri
quattro soldati s'incamminarono col cataletto verso la porta: l'uomo del
regolamento disparve.
Lunga e dolorosa la infermità di Curio, pure si riebbe in grazia della
sua stupenda complessione; appena entrato in convalescenza lo mandarono
a Genova, nell'ospedale stabilito dentro il convento di San Francesco di
Paola, perchè colà, col benefizio dell'aere marino e le cure delle pie
suore di carità, recuperasse intera la prima salute. La intenzione
pareva eccellente, ed era, come quella che si partiva da medici umani,
ma il fine mirava a rendere in breve capace il povero Curio a sostenere
il giudizio davanti al Consiglio di guerra. Chi avrebbe ravvisato in
quella larva di uomo zoppicante lo splendido Curio? Lo intelletto è
quasi un arco nella mano potente della volontà; se questa langue, lo
intelletto inerte non balestra pensieri; Curio si sentiva il cervello
peso come una pietra dentro al cranio; teneva continuo gli occhi chiusi,
forse nel concetto stesso di Cosimo il Vecchio dei Medici, che
interrogato perchè così costumasse, rispose: — Io lo faccio per
avvezzarli a morire! — Sovente inoltrandosi nell'ombra stette a un pelo
di passare il confino della ragione per mettere il piede nei dominii
della demenza; facile trapasso, però che buio fitto ingombri il limite
estremo, dove la ragione cessa e la demenza comincia; e gli fu ventura
che gli comparissero ad ora ad ora davanti tre angeliche sembianze,
quella di Eufrosina prima, seconda la madre, ultima Filippo, le quali
sorridendo lo respingevano indietro spruzzandolo di speranza. Allorchè
gli accadde aprire gli occhi, gli parve vedere e vide certo uno stormo
di gabbiani che gli aliavano intorno al letto, come intorno le patrie
costiere quando il mare si mette alla burrasca. Appena trasse un
sospiro, ecco staccarsi dallo stormo uno di cotesti uccellacci, che
agitando un paio di ale bianche dalle parti laterali del capo a lui si
avvicinò; allora si accorse che gabbiano non era, bensì una di quelle
creature che per buttare le mani innanzi si chiamano _suore di carità_.
A chiamarle donne noi offenderemmo le nostre madri. La suora di _carità_
che volò con l'ale tese verso Curio era giovane, di capello sauro, come
la più parte delle cavalle maremmane e delle femmine francesi, bianca
nella faccia, ma di un bianco spiacente, come sarebbe a dire di _calcina
lattata_,[8] nel sommo delle gote pareva ci avesse impastato un
ranuncolo; gli occhi tondi, neri, quali tu miri nelle pollanche: e
perchè io stringa la mia immagine in poche parole, la si sarebbe potuta
mandare per modello agli scultori di Norimberga, disperati fabbricanti
di puppatole. Il gabbiano... voleva dire la suora di carità, venuta a
canto a letto di Curio, in suono di _miserere_ prese a dirgli:
— Mon cher frère en Jésus-Christ...
[8] Frà Agnolo Firenzuola, che ragionò della bellezza delle
donne, e se ne intendeva, ecco che pensa intorno alla bianchezza
delle donne: «alle guance conviene essere candide; candida è
quella cosa che insieme con la bianchezza ha un certo splendore
come l'avorio; e bianca è quella che non risplende come la neve.
Se alle guance dunque, a volere che si chiamino belle, conviene
il candore, al petto basta la bianchezza solamente». Dialogo I,
p. 21. — Per me non vo' lite coll'amoroso abate vallombrosano,
ma le facce lustre, inverniciate, mi sembra che si addicano alle
bambole, non già alle belle donne; però me ne rimetto
agl'intendenti.
Curio ebbe a ruzzolare da letto, sentendo egli italiano in terra
italiana favellarsi in lingua francese, là dove egli credeva avere a
trovare donne italiane; peggio poi quando la suora di carità gli prese
le mani e gliele strinse fra le sue: egli sentì un diaccio come di
pancia di tarantola toccargli il cuore, e n'ebbe a un punto paura e
ribrezzo. La suora continuò il suo sermone a mo' di sonatina imparata a
mente, applicabile a tutti come gli _oremus_ e i _serviziali_,
concludendo col conforto di rimettersi in mano di Dio e della
Provvidenza; imperciocchè parecchi distinguano Dio dalla Provvidenza, e
li rammentino come se fossero marito e moglie. Intanto tornava a
_rifiorire la rosa_ sopra la bella faccia di Curio, e gli occhi suoi
assorbivano copia di luce che riverberavano più intensa, dalle aperte
nari aspirava a lunghi tratti l'aria di primavera; ti sarebbe parso
Apollo di Belvedere, che col capo alquanto piegato, pieno di baldanza e
di vigore, mira il serpente trafitto dallo strale infallibile. E gli
occhi della suora, che, comunque stupidi, per accendersi come fiammiferi
non aspettavano altro che essere stropicciati, agli occhi di Curio
accendendosi a un tratto, presero a corruscare; le mani di lei strinsero
più forte le mani del giovane; un tremito le si diffuse per tutta la
persona; calido le diventò l'alito... la temperatura del bacio; le
labbra della suora volendo susurrare non so che parole nelle orecchie
del giovane, sbagliarono strada e si fermarono sopra la sua guancia.
Curio allora interrogò se stesso:
— Ma che questo gabbiano voglia ministrarmi il suo amore come un
purgante?
E ficcatole gli occhi addosso, fu subito chiarito di che si trattasse; e
fra sè disse: chi non vuol vendere vino levi la frasca. Per la qual
cosa, licenziata la suora con le più accorte maniere che per lui si
seppero, chiamò a sè il confessore, a cui sotto sigillo di confessione
confidava essere preso di amore per la bella infermiera, e forse non
presumere troppo di sè giudicando che ella di pari amore fosse rimasta
punta. — Il confessore si morse le labbra, si fece in viso color di
bargigli, e nelle escandescenze in cui ruppe diede a divedere che allo
zelo del prete si mescolasse, oltre al dovere, concupiscenza dell'uomo
cavallino; pure si tenne; anzi lodò il giovane della sua prudenza; ma da
quel punto in poi la suora non si vide più; la surrogava una suora
vecchia, di cui la faccia pareva plasticata nel sapone di Susa: il
vaiolo si era preso il gusto di scavarci una moltitudine di cavità, dove
la morte e il peccato giocavano alla buchetta.[9]
[9] Se a Platone, innamorato di Archeanassa, matura di anni,
parve vedere gli Amori folleggiare nelle rughe del volto di lei,
non parrà strano che a Curio sembrasse vedere il peccato e la
morte giocare alla buchetta nei butteri della faccia della
vecchia suora di carità.
Mentre correggeva questo capitolo, mi capitarono i giornali,
dove leggo che nella seduta del 13 marzo 1873, nel Parlamento
italiano, trattandosi di queste male femmine, fu detto che negli
ospedali sono _un vero malanno_. Dieci anni fa ebbi ad osservare
il contegno rapace, gesuitico di coteste _gabbiane_
nell'ospedale di San Francesco di Paola, e non mancai di farne
parte al mio buono amico Durando, generale di divisione a
Genova.
Come a Dio piacque, Curio tornò più vispo di prima; ma per saltare dalla
padella nel fuoco; imperciocchè avesse a comparire dinanzi al Consiglio
di guerra. Indicarongli, ed egli accettò, difensore un uffiziale, a cui
per ventura il regolamento non avea ancora mummificato il cuore; il
quale udendo come egli intendesse addurre per discolpa avere seguito la
fortuna di Garibaldi, come quello che egli giudicava meglio adatto per
condurre alla vittoria la gioventù italiana, levò di schianto ambe le
braccia al cielo ed esclamò:
— Dio ve ne guardi! Il Consiglio vi crescerebbe di due gradi la pena;
lasciate dire a me; se vi poteste atteggiare ad imbecille, beato voi! la
migliore accompagnatura che uomo possa avere nel cammino della milizia è
la stupidità; con questa al fianco voi potete vincere il palio anche
correndo col generale Lamarmora: ed abbiatelo per inteso.
Il difensore officioso mise innanzi ai giudici certe sue gretole, che
erano tanti bruscoli negli occhi al senso comune, e parvero abboccarsi
dal Consiglio: aggiunse poi, per far breccia, che Curio intanto si mise
dietro al Garibaldi, inquantochè il re con regio decreto lo aveva eletto
a suo generale; seguito la bandiera di lui perchè onorata dello scudo di
Savoia: nè avere creduto mancare, se trovandosi di faccia al nemico
prendeva senza perdere tempo a menare virtuosamente le mani contro di
lui. — Certo, e lo abbiamo avvertito, la sventura aveva annacquato il
sangue di Curio, non tanto però che, punto sul vivo, non isprizzasse
quanto prima veemente; onde sorse su a dire: che non avrebbe mai per
viltà rinnegato il suo degno capitano, l'unico che avesse saputo
condurre alla vittoria la gioventù italiana; non avere veduto nè
considerato lo scudo di Savoia, perchè nascosto nelle pieghe della
bandiera italiana...
Tutti i componenti il Consiglio proruppero in un _oh!_ lungo e roco; il
presidente fischiando il più puro dei dialetti piemontesi urlò:
— _Countacc!_ S'ha sentire anco questa, che lo scudo di Savoia sia
entrato nella bandiera italiana come il baco nella pera per rosicarne il
torsolo?
Curio, che aveva avuto il tempo di calmarsi, vide il marrone che aveva
commesso e tacque; le sue parole gli tornarono indietro di rimbalzo
formulate in condanna del massimo della pena assegnata dall'articolo 131
del codice penale sardo, vale a dire tre anni di reclusione militare.
Mentre riconducevano Curio trasecolato in prigione, l'ufficiale
difensore gli si chinò all'orecchio susurrandovi queste parole:
— Voi vi potete vantare di essere nato vestito; — e siccome l'altro
accennava a rimbeccare, l'uffiziale si affrettò ad aggiungere: zitto!
Vuolsi così colà dove si puote
Ciò che si vuole, e più non domandare.
Così il nostro Curio era condotto in prigione. Io per me credo
fermamente che i re, per vendetta della monarchia offesa da Dio quando
egli convertì Nabuccodonosor in bestia, s'industrino, quante volte lo
possano, mutare gli uomini in bestie: fra i tanti mezzi che a tale scopo
essi possiedono, capitalissimo ha da giudicarsi il carcere, massime
militare, dove il cibo malsano, l'aere tristo, le asperità, la
solitudine e i lavori animaleschi operano sì, che la vita del carcerato
se ne va in raschiatura sotto la lima della necessità. Lo imperatore
Francesco di Austria, che fu quel gran maestro che tutto il mondo sa
nell'arte d'imbestiare la creatura di Dio, condannò i nobili cattivi
dello Spielberg a fare la calza.
Io non condurrò il mio lettore al finestrino della carcere, donde
mostrargli come viva e come operi il prigioniero, lasciato solo con la
sua solitudine; lo ha di già fatto lo Sterne, e in guisa da sgomentare
qualunque altro volesse ritentarne la prova; il carcerato dello Sterne
alla fine di ogni giorno tagliava una tacca in un regolo; al mio la
disperazione risparmiava la fatica, facendogliela ella stessa nel cuore.
Anco il suo cranio si mutava in prigione, imperciocchè ogni dì più si
stringesse tanto da poter presagire che avrebbe in breve soffocato
l'intelletto: cessata la milizia, è proprio inutile che il soldato vada
a riscotere l'anima dal magazzino dov'ei la depositò; tanto non saprebbe
più dove metterla. Curio, per mantenere più che potesse acceso il lume
della ragione, chiese qualche libro a leggere; da prima non gli
risposero nè manco, poi glielo rifiutarono, all'ultimo glielo
concessero. Sapete voi qual libro? Ve lo do a indovinare su mille. La
legge della leva del 20 marzo 1854 e il codice penale sardo del 1º
ottobre 1859. Trovandosi in questo modo Curio costretto ad esercitare il
suo ingegno sopra materia tanto infelice, operò come la valentissima non
meno che sfortunata donna di Properzia de' Rossi, che sopra un nocciolo
di pesca condusse in iscoltura tutta la passione di Gesù Cristo, con
tale e tanto magistero, che chi la vide ebbe a restarne
maravigliato.[10] — Avendo io potuto vedere il codice militare e la
legge della leva concessi per sollievo del suo spirito a Curio, li
rinvenni così tanto gremiti di osservazioni, note e pensieri, da far
rimanere a bocca aperta la gente; tu ti hai a figurare una maniera di
caleidoscopio dello intelletto umano, dove, girando, miri sciogliersi,
aggrupparsi, tramutarsi senza posa risi, sorrisi, lamentazioni,
capestrerie sempre nuove e sempre grottesche. Se mai capitasse in mano
di romanziere, o di poeta, o di predicatore, o vogliamo legislatore,
ovvero anche filosofo, chi sa quanto ci saccheggerebbero a man salva:
per moneta non lo potei avere, e me ne increbbe; lo copiai in parte e
giudico che valga il pregio citarne qualche tratto. All'articolo 5, t.
I, c. 1, Curio appicca questo commento. — Ecco qui; in virtù dello
articolo 5, la morte col mezzo della fucilazione nella schiena rende il
condannato indegno di appartenere alla milizia; ed è ottimo accorgimento
piemontese per distinguere la condizione dello ammazzato per davanti da
quella dello ammazzato per di dietro; onde resta chiarito che se lo
ammazzato per davanti dopo morto si presentasse al reggimento, hassi a
ripigliare sotto le bandiere senza opposizione, mentre se lo ammazzato
per di dietro ma' mai si attentasse dopo morto a presentarsi al
reggimento, ne sarebbe addirittura respinto. — Atrocissima poi la chiosa
di Curio all'articolo 3, titolo I, della legge su la leva, e meritata
pur troppo: «Non sono ammessi a far parte dello esercito gli esecutori
di giustizia, nè gli aiutanti, nè i figli degli esecutori, nè degli
aiutanti loro.» Per questa guisa la gente, innanzi di entrare nella
milizia, carnefice non ha da essere, dopo entrata sì; prima di entrare
infame, meritoria dopo; se sei carnefice prima ti sbatacchiano la
finestra in faccia, se dopo ti ribelli a fare da carnefice, e repugni,
ed imprechi a cui ti costringe, commetti atto d'insubordinazione, ti
scaraventano fuori della onorata milizia per la porta del sepolcro. Se
ammazzi con la forca, infame e boia; se con una palla di piombo, inclito
ed eroe! Arrogi, il boia ammazza sempre o quasi una belva feroce perduta
nel delitto, cui tarda all'universale vedere arrandellata nella
eternità, onde il boia talora salutano liberatore, anzi non mancano
perfino filosofi che lo vorrebbero impancato nella magistratura e
circuito di onorificenze al pari dei personaggi che vanno per la
maggiore: — ma il soldato ammazza un uomo di cui la colpa domani non
sarà colpa, che il sentimento della pubblica morale o scusa o non
condanna; il boia macella persona a lui sconosciuta; il soldato rompe un
cuore di un camerata, che forse amava e n'era amato: per la preda del
boia veruno prega, per la vittima del soldato quaranta e più mila donne
italiane; se taluno supplica per la prima, ottiene grazia sovente; per
la seconda si prostra un popolo davanti al trono invano. Cipriano la
Gala ha salvo il capo; Pietro Barsanti è messo senza misericordia a
morte.
[10] Cicognara, _Storia della Scoltura_, l. 4, c. 7.
La prigionia di Curio tirava al suo fine, quando certa notte venne desto
a forza da uno scoppio di fucile, che gli parve sparato accanto.
Precipitandosi da letto corse a spalancare la finestra; ahimè! Si era
dimenticato che la tramoggia toglieva la vista del di fuori; tuttavolta,
essendo la tramoggia composta di calcina, la pioggia rodendo il cemento
ci aveva aperto un breve pertugio, il quale allargato tosto da Curio col
mezzo di un chiodo, gli concesse vedere una frequenza insolita di gente
a cotesta ora; un andare e un venire di lumi dalla caserma; poco dopo
comparve una bara portata da quattro uomini, i quali, come entrarono
cheti, cheti del pari se ne uscirono: solo uno di essi piangeva tacito,
pure di tanto non si potè tenere che in qualche singhiozzo non rompesse.
Allora sopraggiunse un uffiziale infellonito e gli menò una piattonata
da mandare faville sopra la spalla non gravata dalla stanga della bara!
Il soldato si ricacciò in gola un altro singhiozzo che stava per uscir
fuori; per vantaggino l'uffiziale aggiunse al colpo le parole: — Crepa
piano, canaglia!
Curio, che moriva di voglia di sapere che cosa fosse accaduto, prese ad
interrogare alla larga il carceriere quando prima gli comparve davanti,
ma l'altro acqua in bocca; però Curio avendolo avvertito che tanto fra
pochi giorni usciva, non si gittasse al ritroso, lo contentasse, il
carceriere, trovato essere vero quello che gli ricordava, non senza
molto raccomandargli la segretezza, che altrimenti guai a lui, gli
raccontò come in settimana si avesse a fucilare un soldato per avere
impresso il Vangelo dei cinque evangelisti[11] su la faccia del suo
capitano: la sorte avere designato a formare parte del drappello dei
fucilatori certo suo compaesano, che molto lo amava, anzi aveva sentito
dire ch'era stato suo fratello di latte, e poichè nè per preghiera, nè
per minaccia aveva potuto ottenere la dispensa, vinto dalla passione si
era messo il cervello in bricioli. Intanto, il carceriere aggiungeva, le
tradizioni della disciplina antica si disfanno: se si tira avanti di
questo passo, per me non so dove si vada a cascare; una volta noi altri
savoiardi della vecchia stampa, prima di disobbedire al regolamento
avremmo fucilati padre, madre, fratelli, sorelle, la serva e il
servitore...
[11] Schiaffo.
— Ammazzò padre, madre e la sorella,
Il fratello, la serva e il servitore,
come Marziale, cantarellò Curio; e l'altro.
— Precisamente!
Allora Curio ficcò bene gli occhi addosso al carceriere, dubitando avere
così al barlume dell'alba scambiato la faccia di un lupo con quella di
un uomo. Niente affatto; la faccia del carceriere appariva qual'era,
faccia di uomo pio, che in quel punto si levi, forbendosi la bocca col
tovagliolo, dalla mensa eucaristica; — pinzo e beato. Soli il catechismo
cattolico ed il regolamento piemontese hanno virtù, di conciarti la
creatura umana a quel modo.
Tosato, vestito di tela greggia, Curio, il bellissimo Curio, adesso
comincia la vita del soldato: andare per carne e per pane, portare
buglioli di acqua spesso, rado di vino, segare legna, spaccarle,
recarsele in ispalla: nè questo era tutto: spazzare la caserma, lavarla;
nè questo era il peggio... insomma di opere servili e sozze un mucchio;
ond'egli fra tante e tanto laidissime cose si guardava bene di
richiamare alla mente la cara immagine della gentile Eufrosina, pauroso
d'inquinarla; anzi, se mai gli cadeva nella mente, egli si affaticava di
cacciarnela via come mosca impronta che si ostini a passeggiarti sul
naso. Fra le uggie che lo infastidivano a morte, conforto unico, quando
gliene veniva fatta licenza, condursi solo in riva al fiume, e quivi
sdraiato contemplare inerte di pensiero e di corpo l'acqua che passava;
alfine si alzava sospirando: — Perchè non passo anch'io? — Ovvero seduto
lungo il lido del mare, con la punta di un ramoscello tracciava sopra la
sabbia geroglifici, che l'onda irrompente di subito cancellava. Un
tristo filo gli filava la Parca.
Certo giorno, quello dei suoi cento padroni che gli sta immediatamente
sul capo, gli ordina: s'imbianchi dove ha da comparire bianco; si
annerisca dove ha da comparire nero; di tutto punto si abbigli, perchè
sul mezzogiorno si aspetta il maggiore, che verrà piumato, inargentato,
con tanti voti sul petto da dar quindici ed una caccia ai piedi alla
miracolosa Madonna di Oropa.
Il maggiore venne serio come un bufalo; gonfio come un tacchino quando
fa la ruota; in sembianza non di bestia, bensì di tutte le bestie
dell'arca di Noè. E ora perchè si rimescola il sangue da capo alle
piante a Curio? E perchè sopra la faccia sparuta del maggiore adesso si
stende un'ombra a mo' che accade su la campagna aprica, se una nuvola
venga improvvisa a passare traverso i raggi del sole? Curio riconosce
nel maggiore il vile Fadibonni e il Fadibonni lui; la rassegna si
compiva in meno che non si dice un _credo_; al maggiore ogni istante
pareva mille anni di trovarsi lontano di là. Quello e l'altro dì
passarono senza accidente; al terzo Curio ricevè un invito di
presentarsi al maggiore; ed egli, non potendo fare a meno, vi si recò;
il Fadibonni, appena lo vide, chiuse l'uscio, avvertì di tirare le
cortine, e all'ultimo, voltosi a Curio, con allegra faccia lo abbracciò,
lo baciò, ed ei si lasciò fare; finalmente il maggiore prese a ragionare
così:
— Or di' su, qual destino ti balestra in queste parti? Quali i tuoi
casi? O perchè non hai messo il cambio? La è questa una delle tue solite
capestrerie?
— I casi miei sono lunghi ed infelici; dispensami da contarteli; non
misi cambio perchè una condanna di disertore mi obbliga a entrare nella
milizia, e ad ogni modo mi sarebbe mancato il danaro.
— O che non sei più ricco?
— Misero, ma misero assai.
— E i parenti?
— Morti tutti, o falliti.
Qui la solita ombra si diffuse sopra la faccia del maggiore, il quale,
stato alquanto sopra di sè, soggiunge:
— Ma i tanti amici?
— Mi ha repugnato andarli a cercare.
— E i debitori tuoi?
— Sono liberi pensatori: col _paternoster_ non ci hanno pratica; e
dacchè il proprio dovere non li persuase a sodisfare al debito, ho
rifuggito costringerli con la forza.
— Ma ti hanno fatto pagherò?
— Certo, e di molti.
— E li possiedi?
— Io li possiedo.
— O senti; fa' una cosa; se li hai addosso mettili fuori, se no, va' a
pigliarli; ti aspetto qui a piè fermo.
— E a che pro?
— Va' a pigliarli: al resto penseremo dopo.
Curio andava pei pagherò; e rovistando per lo zaino rinvenne una
obbligazione dello stesso maggiore, di seicento lire, la quale mise da
parte come quella che non faceva al caso; tornò con gli altri fogli al
quartiere del maggiore; il quale, poichè gli ebbe visti e considerati,
disse:
— Curio, da' retta, tu mi hai a girare in regola questi biglietti, ed io
mi porrò coll'arco del dosso a riscuoterli, adoperandovi, dove ne faccia
di bisogno, l'opera di certo legale che leverebbe il fumo alle
schiacciate; occorrendo spese le butterò fuori io, e del ricupero
spartiremo a mezzo. Ti va?
— A dirtela schietta, la non mi va; ma il bisogno non mi concede di
guardarla così pel sottile; e poi alla fin fine non mi pare mica giusta
che i miei debitori abbiano a riportare premio della indiscretezza loro,
quale altri si attenderebbe invano da una bella azione; ma e tu, dimmi,
come ti trovi a casa tua?
— Eh! mi troverei anche troppo bene, perchè dalla mamma in fuori io non
conosco parenti; ma la è vecchia, bacchettona e bizzosa; suo padre
istituì, morendo, me erede proprietario, lei usufruttuaria vita naturale
durante. I preti le hanno stretto intorno il blocco; e sono fino
arrivati a darle ad intendere che io professo dottrine eretiche, io,
mentre credo in tutto,
E sopra tutto nel buon vino ho fede,
E credo che sia salvo chi ci crede...
La conclusione è ch'ella spende fin l'ultimo soldo co' preti, perchè con
le messe e i tridui loro procurino salvarmi l'anima.
— Ma o la paga di maggiore?
— Oh! se a ciascun l'interno affanno... con quello che seguita; vien
qua, accostati a me, ch'io non vorrei lo risapesse l'aria. Sai tu che ci
è di nuovo? Se io ho voluto passare maggiore, mi è toccato obbligarmi a
cedere un terzo della mia paga al colonnello per cinque anni, e appena
ne sono passati tre.
— Che mai! Questo non è possibile.
— Possibile questo ed altro. Aggiungi l'uscita degli amori, di cui è
rincarato il prezzo a misura della penuria dei viveri, e senza amore un
cuore ben fatto non può durare un giorno... — dammi un fiammifero per
accendere il sigaro... — e se in questa altalena non mi fossi armato di
provvidenza col mettere da un lato in cima della tavola una vecchia,
dall'altra una giovane e me in mezzo, a quest'ora io sarei andato a
Patrasso; però a dare il tuffo siamo vicini, perchè alla giovane
crescono le voglie, e alla vecchia scema la moneta...
— E simile contegno non ti nuoce alla reputazione?
— All'opposto, sarebbe screditato, e di molto, l'ufficiale che pelato
non pelasse; aggiungi il gioco, nobile esercizio, apparecchio alla
guerra, ma com'essa rovinoso.
— E com'entra il gioco con la guerra?
— Nel gioco, come nella guerra, assaltiamo, ci difendiamo, perdiamo,
vinciamo, ci ritiriamo, rifacciamo le forze, torniamo all'offensiva:
pari la filosofia nella guerra e nel gioco, sia per trarre partito dai
tempi, dai luoghi, dalla conoscenza dell'indole dell'avversario: insomma
impossibile esser guerriero e capitano bravo, se con notturna mano e con
diurna non agitiamo indefessi le carte di lanzechenecco e di bambara. Ma
a ciò diamo di taglio; or dimmi un poco, non ti converrebbe acconciarti
meco per _confidente_?
— Confidente che è?
— Gli è il soldato di compagnia dell'uffiziale, ed è perciò che viene
affrancato da ogni servizio al quartiere; onde, se togli il debito di
pulire le sue vesti e la sua armatura, per due o tre ore per giorno
esercitarsi, si può dire quasimente libero.
E siccome a Curio venne fatto di ridere, il Fadibonni, pigliando cotesto
sogghigno per assenso, soggiunse: solo ti avverto, che se tu vuoi durare
al mio servizio, quante volte tu ti trovi a conversare con gli uffiziali
miei amici, procura dir corna del Garibaldi; più grosse le dirai e più
verrai in fama; non chiamarlo mai generale, dagli dell'avventuriere, e
se ti capita anco del _brigante_. Adesso corre il costume di ripetere
con ammirazione il detto del gran capitano Lamarmora sopra di lui: cuor
di leone, testa di asino. Io, vedi, per diventare maggiore non ebbi
altri meriti oltre quelli di mordere il generale e cedere un terzo della
paga al colonnello.
— Pazienza! Io non diventerò mai maggiore.
— Ebbene, se non vuoi dirne male, astienti da dirne bene, perchè, adesso
che ci penso, sono tanti quelli che, beneficati da lui, se ne lavano la
bocca, che ormai non se ne fa più caso; sta' zitto e basta.
— E quando mi disponessi a farti da servitore, quali sarebbero i miei
obblighi?
— Meno che nulla, vedi. La mattina avresti a farmi il caffè e portarmelo
a letto; ed ecco fatto. Scotere, bacchettare, spazzolare le vesti, il
mantello, il berretto; ripulire gli stivali, lustrare sproni, bottoni e
_squadrone_; assettarmi la sciarpa; ed eccoti fatto. Portare le lettere
che lascerò la sera sul tavolino; se alla posta, alla posta; le altre a
cui vanno, capitani, colonnelli, capi sezioni, segretari, ministro,
_eccetera_; soprattutto hai da porre avvertenza a due, una colla busta
gialla e l'altra con la busta rossa; la gialla va alla mia vecchia
amante, la rossa alla giovane; guarda a non isbagliare, che tu mi
spianteresti di netto; ed eccoti fatto. In un lampo ti sbrighi; tornato
a casa, spazzi la camera, rifai il lotto, mi aiuti a vestire, mi cuoci
tre uova o quattro, a battiscarpa mi arrostisci una braciola...
— C'è altro?
— Vai pel pane, pel vino, apparecchi, sparecchi, risciacqui i piatti e
bicchieri, ed ecco...
— Basta, basta; sai che ho pensato?
— Che hai pensato?
— Che tutte queste cose ti farai da te.
— Come! ricusi? Un vero canonicato!
— Per ora non ho colpa da meritarmi i lavori forzati.
— Ma al quartiere ti toccherà peggio.
— Può darsi, ma servendo tutti, servo nessuno; e tra questi tutti ci
entro ancora io.
— Bada! te ne pentirai.
— Allora ci sarà sempre per rifugio l'inferno.
— Tuo cuore, tuo consiglio. Oh! a proposito; bisogna ti dia un
avvertimento: fuori di qui non ci conosciamo; anzi, procura di fare in
modo da allontanare fino il sospetto che ci siamo conosciuti.
— Oh! quanto a questo vivi tranquillo, sarà pensiero mio.
E si separarono.
Fadibonni, rimasto solo, si mise a riscontrare i pagherò. Cento,
duecento... oh! delizia, trecentocinquanta, cinquecento, uno di mille!
Benedetta la mamma che ti ha fatto, o Curio dell'anima mia!
Insomma, e' ce n'era per una diecina di mila lire, e che nomi! Giovani
della più prelibata nobilea; di oppositori e di sostenitori sfegatati
del ministero; neri, rossi e azzurri. — Ma questa è una manna, di tratto
in tratto proseguiva a dire il Fadibonni, Dio mi ha fatto piovere le
quaglie fino in casa, e per giunta belle e arrostite.
Però anche qui egli ebbe a provare come il giudizio umano spesse volte
erra, imperciocchè coloro ch'egli reputava pan buffetto sotto ai denti,
gli parvero ghiaie, mentre gli altri che avrebbe venduto a mezza lira il
paio, gli riuscirono meglio a pan che a farina. Breve: strizzando,
attorcigliando, stiracchiando, non senza avvantaggiarsi delle infinite
torture inventate dal suo mozzorecchi, potè racimolare cinquemila lire
ad un bel circa. A questo modo passarono due mesi e più, quando Curio,
un po' per vaghezza di sapere a che fosse cotesto negozio approdato, e
molto per bisogno che pativa di danaro, si fece a trovare il maggiore.
Stava per tirare la corda del campanello di casa, quando abbassando gli
occhi vide a piè dell'uscio una lettera; la raccolse e conobbe essere
diretta al maggiore: lo prese il capriccio di leggerla; e perciò sceso
pianamente si condusse in parte dove giudicò non lo avrebbe disturbato
alcuno; colà lesse quanto segue:
«Snaturato figliuolo! Ti scrivo e non rispondi; meglio avessi io dato la
vita a un cane che a te; eccomi qui, meschina, dopo avere strutto quel
poco che avevi e il molto che io possedeva per eredità paterna, di
cascata in cascata prima mi trovai ridotta per campare darmi dintorno a
vendere erbaggi; all'ultimo infermai e strema di tutto mi condussi
all'ospedale dove ora mi trovo; la febbre è cessata, ma io non valgo a
reggermi in piedi; lo spedalingo ha promesso tenermi qualche altro
giorno per carità, ma lunedì mi toccherà andarmene senza remissione.
Credilo, figliuolo, credimelo quanto è vero Dio, a me non rimane altro
che mendicare, ma io non ho balìa di strascinarmi per le strade:
cascherò su qualche muricciuolo e lì morirò. Mandami per le piaghe di
Gesù Cristo un qualche soccorso; non me lo negare; non t'infingere
povero per ributtarmi, che io so come tu spendi e spandi in male femmine
e in gioco, che fu e sarà sempre la tua rovina. Altro non aggiungo:
aspetto la tua risposta a braccia aperte, supplicando la beatissima
Vergine che ti tocchi il cuore. Tua madre in lacrime. — Bergamo. — Livia
O. T.»
Senza dubbio nel cavarsi la chiave di tasca per aprire l'uscio, cotesta
lettera era cascata al Fadibonni; Curio nel ripiegarla pensò: una più,
una meno, non sarà quella che lo manderà all'inferno.
Curio fece male a leggere la lettera. E chi lo nega? Per me dichiaro che
fece malissimo. _Tamen_, ci hanno pecche naturali che non si possono
correggere; ed io che scrivo conosco un uomo probo, e che per quello che
fa la piazza si potrebbe citare per esempio, a cui tu confiderai
sicuramente un tesoro, ma guardati di lasciarlo solo in camera tua: egli
in un bacchio baleno te l'avrà rovistata da cima a fondo, frugata in
ogni parte più intima; spiegato e ripiegato vesti, biancherie, pannilini
e lani; aperto lettere, lettele e rimesse al posto: caso mai tu avessi
smarrito in camera tua qualche oggetto, vivi tranquillo, ch'egli te lo
ritroverà. Che ci vuoi fare? È istinto congenito alla natura degli
uscieri, dei commissari pei gravamenti, degli espositori ai pubblici
incanti, dei notari, e, bisogna che lo confessi a confusione mia, dei
romanzieri.
Curio, non so a qual titolo, pareva affetto della medesima infermità.
— _Dulcissime rerum_, esclamò il maggiore quando, aperto l'uscio, gli
comparve davanti Curio — Mira eh! se mi rammento del mio vecchio latino?
_Non ci si vede mai_, come dicono lassù a Firenze quegli squasimosdei
del bel parlare arnino; che fai? come te la passi?...
— Nel venir su; a piè dell'uscio di casa tua ho trovato questa
lettera... m'immagino che ti appartenga, — e in così dire gliela porse.
La solita nuvola ottenebrò correndo la faccia del Fadibonni, il quale
irrompendo in risa sfrenate domandò a Curio:
— E tu l'hai letta?
— O che nella lettera ci è scritta cosa che a te rincrescerebbe io
conoscessi?
— Ho capito. Tu l'hai letta... avrei fatto come te — e continuava a
ridere, a ridere — che vuoi tu? Dai dai, mia madre, sempre serpentata
dai preti, ha finito col dare la balta al cervello, e non poteva fare a
meno; adesso s'immagina essere diventata mendica, e ridotta ora a
vendere erbaggi, ora a rimpagliare fiaschi, tal'altra a raccogliere
stracci per la via; custodita a vista, trova maniera di deludere la
vigilanza dei guardiani e scappa, sicchè mi è stato forza ordinare
ultimamente che la chiudano nello spedale.
E siccome Curio tentennava il capo, il maggiore riprendeva:
— O che volevi la lasciasse in balìa di sè stessa, perchè una volta o
l'altra mi si precipitasse?
— No: posto che quanto mi hai raccontato sia vero, avrei voluto che tu
nella miseria di tua madre non trovassi argomento di riso.
— Te l'ho già detto, soggiunse il maggiore, ed in subito si fece livido
in faccia: dal partorirmi in fuori ella non mi ha dato mai altro segno
di madre: fin qui furono i soli Padri Eterni a fare i figli crocifissi,
ora poi che ci si mettono anche le madri, noi altri poveri figliuoli di
famiglia possiamo addirittura andarci a impiccare.
Ma qui, accorgendosi che se le sue parole rendevano testimonianza di
gaiezza come un lucignolo spento ricorda il lume che spandeva acceso,
mutò discorso dicendo:
— Orsù, diamo un taglio a queste giammengole: favelliamo di affari; sai!
io non ho mancato di usare le debite cautele per costringere al
pagamento i _nostri_ debitori; ho sudato acqua e sangue, e di qualche
cosa sono venuto a capo; ecco delle diecimila lire cedutemi la _metà_,
comecchè con molta fatica ho riscosso poche lire più o meno; ma per
l'_altra metà che spetta a te_, in fede di gentiluomo io ne ho perduto
la speranza, epperò mi tardava vederti, per renderti i tuoi pagherò,
onde tu veda se a te, più fortunato o sagace, riuscisse cavarne cappa o
mantello.
Così favellando aperse lo scrittoio, e cavatone fuori un pacco di
pagherò, lo deponeva nella mano aperta di Curio trasecolato, e
continuava:
— Questi _tuoi debitori_ sperimentai della natura dei corvi; sentono
l'odore della polvere; avvicinandosi il cacciatore, levansi a stormi e
vanno a posarsi su gli alberi fuori di tiro.
Curio, anco qui non potendo altro, diede una scrollatina di spalle e
fece bocca da ridere; parve che il maggiore se ne scorrucciasse; e di
fatti con voce alterata proseguì:
— Non ti garba la partizione? Ebbene, non ci dobbiamo guastare per
questo: buoni amici fummo e tali abbiamo a rimanere: da' qua i
biglietti, io guarderò se dando un'altra stretta di forza al torchio
qualche altro soldo mi riescirà a spremerne: anche di quelli che già ho
riscosso intendo... anzi pretendo... e non lo contrastare, che lo
tenteresti invano... fare a mezzo; darteli non posso, ma te li prometto.
Curio non si sentendo di umore di patire, oltre il danno, lo strazio,
troncò il colloquio e prese commiato: per le scale si percosse della
mano la fronte ed esclamò:
— Grullo, o Curio, nascesti e grullo morirai; e sì che a questa ora
dovresti sapere che i ganci quando diventano diritti non sono più ganci.
Intanto, avendone agio, egli si pose a ricercare con molta cautela
traccia dei suoi parenti; meglio non lo avesse fatto, gli parve di
mettere il piede su la via del calvario; ad ogni passo inciampava dentro
una tomba; cercò di Eufrosina e del padre Filippo; da questo lato ebbe
nuove meno triste; non liete però. Filippo tra bene e male era guarito,
ma camminava zoppo; col tempo sarebbe andato più spedito, forse; così
almeno prognosticavano i medici, frattanto ranchettava. In grazia della
protezione del buon maggiore suo amico, egli aveva ottenuto il posto di
custode delle carceri militari del Castello di Milano.
Curio, dopo avere esitato un pezzo tra la pietà e la vergogna di
comparire al cospetto della madre amatissima, da tanto tempo derelitta e
in apparenza obliata, vinto dalla pietà, statuì condursi a Milano ad
ogni patto; alla carità di figlio si aggiunse ardore di amante; se
questo più e l'altra meno, chi saprebbe dire? Eufrosina era la luce
dell'anima sua. Mercè la fede del medico curante, la madre ottenne il
congedo per assentarsi parecchi giorni, e andò.
Giunto a Milano su la piazza del Duomo, voltò gli occhi in su per
ammirarlo, imperciocchè ad ogni buono ambrosiano il Duomo rappresenti
tutta Milano; di Lombardia e d'Italia anche un bel tocco, e poi un po'
degli amici, dei parenti, del babbo, della mamma, e aggiungi altresì
dell'amante. Tutti cotesti angioli, arcangioli e santi di ogni
generazione, dentro e fuori le nicchie, egli reputa suoi conoscenti;
tuttavia, se vogliamo dire la verità vera, Curio pareva guardasse tutta
quella gente, ma non la guardava; tra il sì e il no gli ciondolava il
pensiero se dovesse condursi prima a visitare Eufrosina, ovvero la
madre; ci corre il debito avvertire che l'amore di figlio prese il
sopravvento, e comparve improvviso a casa la madre.
Non si descrivono i pianti, i baci, le rimembranze dolorose del passato,
nè gli affanni del presente, chè al guardo spaventato di Curio pur
troppo la sorella Arria apparve come donna sopra la quale la morte abbia
segnato: «posto preso.»
Il passato e il presente in tutto tenebra; nè meno buio il futuro.
Eufrosina sempre divinamente bella; ma pari all'armonioso abitatore del
cielo chiuso in gabbia, ogni giorno più perdeva della sua naturale
vispezza.
Filippo rendeva quasi credibile la leggenda di Merlino, il savio mago,
che lo afferma chiuso vivo dentro un sepolcro. I suoi occhi balenavano
di tratto in tratto, ma le ciglia irsute provvidamente ne nascondevano
il lampo; guai a lui se i superiori lo avessero avvertito; lo avrieno
fatto spulezzare più che di passo; mentre presso costoro entrava in
favore il celere obbedire, l'ostinato tacere e il non mostrare pietà!
Curio condusse Eufrosina alla madre, la quale a sua posta stette
maravigliata da così eccelsa bellezza, e in breve, più che della
bellezza, le piacquero l'anima ingenua e il forte volere. Ella sentì
subito che Dio le mandava un raggio di consolazione per sollievo dei
giorni che Arria traeva con tanta angoscia verso la tomba. Avrebbe la
signora Isabella desiderato tenerla presso di sè, anche per conforto
della propria tristezza, ma considerando lo stato in cui si versava
Filippo, cacciò via da sè cotesto pensiero come una tentazione del
demonio. Molti furono i ragionari e diversi, i quali veramente si
potevano risparmiare, dacchè la conclusione stesse in mano della
necessità, ed era: sperare e aspettare.
Chi immaginò prima il tempo vecchio ad un punto ed alato, sicuramente lo
ebbe a provare in vita sua o celerissimo o tardo, a seconda della
speranza o del timore; ora pei nostri personaggi fu la volta in cui
parve che adoperasse l'ale, dacchè improvviso precipitò loro sul capo il
termine del congedo, e bisognò pensare a separarsi. Tanto patirono pel
nuovo distacco, che stettero a un pelo d'imprecare il momento nel quale
desiderarono rivedersi: per ordinario nelle faccende della vita accade
così, e se la mente presaga avvertisse i mali che stanno per nascere
dalle cose appetite, io, per me, credo che l'uomo strozzerebbe le sue
voglie appena nate, come Ercole in culla i serpenti.
Senz'altro accidente trascorsero a questo modo parecchi altri mesi;
quando, certa notte, parve a Curio udire persona che piangesse a canto a
letto; da prima sommesso, poi di mano in mano più forte, ond'ei, temendo
pel doloroso, lo avvertì pianamente:
— Bada, fratello, che il sergente di guardia non se ne accorga e ti
metta in prigione.
— Nè anche il pianto è concesso... ah!
— Ma perchè piangi?
— Te lo dirò — ed entrambi sporsero tanto i capi loro fuori del
giaciglio, da toccarseli e da potere Curio intendere il susurro
dell'altro. — La mia storia, proseguì il doloroso, per la umanità è
vecchia, ma per l'uomo è sempre nuova... amai una cara fanciulla...
— Ed ella amò te...
— E fui preso nella leva; sai tu che numero estrassi? L'uno; mi toccò
separarmi da lei e lasciarla...
— Incinta.
— O come lo sai? Chi te lo ha detto?
— Me lo ha confidato nelle orecchie madre natura.
— Adesso ella mi scrive non poter più celare il suo stato, non essersi
attentata a frequentare le case in traccia di lavoro, e quando pure,
vinta la vergogna, ci si fosse esposta, ne avrebbe ricavato infamia, non
soccorso: ormai trovarsi allo estremo; non sapere come tirarsi innanzi;
impegnato tutto; giacersi sopra la paglia senza saccone; finchè non
avesse partorito la creatura che si sentiva muovere dentro le viscere,
volere vivere, ma caso mai avesse dovuto soccombere sotto il peso della
fame... per lo amore di Dio non sospettasse ch'ella con deliberato animo
avesse ucciso il figliuolo di lui. Della povera creatura, di lei che lo
amava tanto si ricordasse; nelle sue orazioni pregasse per loro. E più
non potè dire, sicchè rimasero co' colli tesi, l'uno con la bocca
incollata all'orecchio dell'altro.
A Curio, mentre teneva gli occhi intenti nella tenebra, ecco apparir
disegnato con luce, che pallida in prima, diventa poco a poco più
splendida e viva, il numero 600. — Ah! l'ho trovato, egli esclama, l'ho
trovato, e quello che non avrei ardito per me, lo ardirò per lui; se non
tutti, almeno in parte me li avrà pure a rendere; e dominato da questa
fantasia, volto al compagno, con lieta voce gli disse:
— Camerata! coraggio; io ti posso sovvenire; dunque cessa di tribolarti;
e per mio governo, a levarti di angustia quanto ti occorrerebbe?
— Ma, un cento di lire... ti paiono troppe?
— Cento lire! Dormi, dormi pover'uomo, domani io ti prometto il doppio,
per lo meno.
— Ah! che gusto hai di straziarmi così? Era meglio ch'io mi tacessi.
— Oh! sai che ci è di nuovo? Che tu mi pari un villano calzato e
vestito. Per me lo scherno ai miseri è delitto che supera ogni altro
delitto. E questo disse in suono di scorruccio così sincero, che l'altro
raumiliato rispose:
— Perdona; la miseria è paurosa e sospettosa.
— E spesso anche ingiusta.
— E spesso anche ingiusta... scusa da capo, e Dio ti benedica.
Fattosi giorno, Curio, debitamente facoltato, uscì dal quartiere per
andare alle stanze del maggiore, avendo prima avvertito di mettersi in
tasca il pagherò del Fadibonni. — Bussa. Il servo gli afferma sempre a
letto il padrone: ed ei: — Aspetterò qui nella entratura. — L'altro: —
Dio ne liberi! Il padrone non vuole che in casa si trattenga persona. —
Non fa caso, soggiunge Curio, aspetterò giù all'uscio. — Scende e si
pone in sentinella camminando su e giù quattro passi o sei traverso
l'uscio. Il Fadibonni veramente giaceva in letto; quando si seppe
liberato dall'importuno, si voltò sul fianco destro ed attaccò un altro
sonno, cessato il quale chiama il servo e gli comanda:
— Va' un po' a vedere se il soldato ci è sempre. Il servo andò, tornò e
disse:
— Ci è sempre.
— Potesse agguantarlo un accidente! E si voltò sul fianco sinistro, dove
giunse ad appisolarsi da capo; svegliatosi, chiama:
— Biagio! Quel demonio è andato via?
— Illustrissimo no, egli va su e giù che pare un pendolo da orologio.
— E ora come si fa? Bisognerebbe pure che io uscissi di casa. E tu,
Biagio, nei miei piedi che faresti?
— Io consigliare un signore come lei? Ma che le pare!
— Tira via, che faresti?
— Ecco, per obbedienza dirò: se mi trovassi nei suoi piedi, scenderei
chetamente al primo piano, di là per la fune del pozzo mi calerei giù in
chiostra dove fan capo le stalle che mettono sopra la strada dietro
casa: così lascierei lo insolente a passeggiare tutto il giorno, se ne
avesse voglia.
— Archimede non avrebbe trovato di meglio, esclamò Fadibonni, e la tua
invenzione merita premio, e così dicendo diede mano al suo portafogli;
il servo tese subito la destra; ma vuoto era il portafoglio, e vuota
rimase la mano alzata del servitore. Il Fadibonni, sconcertato, poichè
stette alquanto sopra di se, barbottava:
— E' piove sul bagnato! E sì che prima di giacermi a canto a lei
avvertii a mettermelo sotto al capezzale... ma Giulia gentile li sente
all'odore meglio che il cane i tartufi.
Curio non si mosse finchè non vide tramontato il sole; ed avendo mancato
allo appello in quartiere, ci guadagnò tre giorni di arresto, uno dei
quali inasprito col digiuno di pane ed acqua. — Quando si trovò libero
uscì; mandava faville pari alla sbarra di ferro tratta fuori dalla
fornace; guardava torto e taloccava iroso; non chiese licenza di
abbandonare la caserma; per questa volta non pensa ad avviarsi a casa il
maggiore, cerca i luoghi dove sapeva trattenersi costui; al caffè non lo
rinvenne, non al biliardo, non al ridotto; di un tratto sbircia su la
piazza un gruppo di ufficiali, e il cuore accelerando i suoi palpiti lo
avverte colà trovarsi il maggiore; nè s'ingannava; vistolo, si accosta,
e con la mano al caschetto gli fa il saluto militare; il maggiore
descrive con la persona mezzo giro a sinistra e finge non vederlo. Curio
si conduce dall'altro lato e rinnuova il saluto. Invano, che il maggiore
si ostina a non volerlo vedere; ma Curio non si stanca, e tanto replica
il saluto, che i compagni del Fadibonni, essendosene accorti, gli ebbero
a dire:
— Maggiore! e' pare che questo uomo cerchi te; dagli retta, e liberaci
dal fastidio.
Allora, stretto fra l'uscio e il muro, Fadibonni con mal piglio si
appressa a Curio e a voce alta lo interroga:
— Cercate di me?
E Curio sommesso:
— Di te.
L'altro di rimando:
— Vien qua oltre e dimmi il fatto tuo.
Scostaronsi trenta o più passi dal gruppo degli ufficiali; quivi
fermaronsi: e il maggiore continuò a dire:
— E ora che novità sono queste? Che vuoi? Che pretendi da me?
— Quattrini.
— Non possiedo più nè manco un soldo per me, o come vuoi ch'io ne dia a
te?
— Trovane.
— E dove?
— A questo hai da pensare tu, che sei debitore, non io creditore.
Queste parole venivano profferite cupe, ansiosamente rotte; parevano
passi che movano pel buio i duellanti all'americana per piantarsi lo
stiletto nel cuore.
— Ma donde questo tuo disperato bisogno?
— Ecco... e qui Curio si fa a narrargli il pietosissimo caso del
camerata, conchiudendo: — Tu capisci come sia pure necessario che queste
creature non muoiano.
— Per me non vedo la necessità che vivano.
Siffatte parole, e più il suono beffardo della voce, irritarono da
vantaggio Curio, che digrignò fra i denti:
— Orsù; manco discorsi, fuori quattrini.
Allora l'altro, presagendo la mala parata, muta voce e sembianza; con
aria tutta compunta ripiglia:
— Ma tu sai, Curio, amico carissimo, che la metà dei nostri pagherò
riscossa fu spesa, e dell'altra metà, malgrado ogni mio sforzo, non mi è
riuscito cavarne ancora costrutto.
— Non questi, non questi ti chiedo, bensì gli altri di cui tu mi vai
debitore in virtù di un pagherò segnato da te.
— Pagherò! Segnato da me!
— Già, di lire seicento... Io non ti metto con le spalle al muro perchè
tu me le dia tutte; dammene due terzi; la metà, almeno un terzo, tanto
che cotesti miseri non si buttino alla disperazione.
— E l'hai teco questo pagherò? Perchè, vedi, non arrecartene, sarà come
tu dici, ma io non ne conservo memoria; voglimi usare la cortesia di
mostrarmelo.
— È giusto; eccolo.
Curio lo estrae dal portafogli e glielo consegna, l'altro lo piglia e
con moto rapidissimo se lo caccia in bocca per ingollarlo; però Curio,
non meno celere di lui, con la manca lo afferra per la strozza, e tanto
lo stringe, che non che il foglio, ma neppure l'aria ci può passare, e
nella bocca aperta spinge due dita della destra e ne cava fuori il
foglio lacero in parte, ch'ei getta via lontano per terra; poi a pugno
chiuso piglia a pestargli il viso, che meno forte cala mazza del fabbro
sopra la incudine; Curio sentì sgretolarsi sotto la mano il naso di
costui, e gli occhi così di un tratto gli comparvero infaonati da parere
un vero _Ecce Homo_. Accorsero gli ufficiali compagni del malcapitato
per salvarlo da cotesto furore, e tutti di concerto si posero a
tempestare con colpi di sciabola sui reni e sul cranio di Curio, finchè
a lui, rotto in più parti della persona e tutto grondante sangue, non si
prosciolsero le braccia stramazzando supino; nel cadere arrangolò:
— Sono morto!
Due barelle trasportarono il maggiore a casa e Curio all'ospedale.
Tre giorni dopo questo caso i soldati, attingendo acqua al pozzo per
lavare la caserma, trovarono impedimento a tuffare il bugliuolo; a fine
di rimovere l'ostacolo calarono un paio di ganci, ma, non bastando a
sollevare il peso, ce ne aggiunsero un secondo paio, poi un terzo;
tira... tira, fra schiamazzi e risa portarono fino all'orlo del pozzo un
cadavere... il cadavere del soldato cui il buon Curio aveva promesso
sovvenire; la giovane incinta, quando seppe l'atroce caso, si accosciò
giù, si coperse il capo, stette immobile sul giaciglio di paglia, non
pianse, cheta cheta aspettò che la fame le conducesse liberatrice la
morte.
Fadibonni mise un bel pezzo a guarire, imperciocchè, quantunque le sue
ferite non presentassero verun carattere di gravità, e' bisognò che
aspettasse gli sfumassero dalla faccia il nero, il pagonazzo, il
turchino, il verde e il giallo, che tanti sono appunto i colori della
_pesca reale_.
Curio, preso dal delirio, si versò lungo tempo in pericolo senza
speranza di salute, ed anche i medici se la buttavano dietro le spalle,
non mica per difetto di carità, che anzi umanissimi erano, ma perchè
conoscevano come, salvandolo da una morte, lo avrieno gittato fra le
braccia di un'altra più triste e forse più dolorosa. Contro
l'aspettativa e il desiderio così dei nemici che degli amici,
sopravvisse, ed in capo a ben lunghi undici mesi Curio tornava più
gagliardo di prima.
Intanto il tribunale militare aveva incominciato la istruzione del
processo, e Curio, sottoposto agl'interrogatorii parecchie volte, aveva
sempre con rara precisione esposta la cosa proprio nel vero modo in cui
era andata; ma il Fadibonni con parole sdegnosissime la negava a spada
tratta; chiamati gli officiali testimoni, non avevano veduto nè udito
nulla; in cuore detestavano Curio, perchè mentr'egli credeva flagellare
il solo Fadibonni, tutti ne sentivano dolore, come quelli che andavano
tinti di una medesima pece. Però il colonnello, soldato vecchio e di
virtù antica, il quale la corruzione della milizia italiana conosceva e
deplorava, avendo voluto egli stesso interrogare più volte Curio e a
lungo, era rimasto colpito dallo aspetto gentile di lui, dai modi
ingenui e dallo accento di verità col quale raccontava, senza
alterazione alcuna, nei suoi minimi particolari lo accaduto; anche gli
facevano impressione la casata illustre del giovane, la cultura e la
fama di prode. Il suo pensiero batteva sempre sul pagherò smarrito: se
si fosse potuto ritrovare, certo a Curio una grossa pena sarebbe tocca
pur sempre, ma la turpe fraudolenza del maggiore, quantunque non provata
pienamente, lo avrebbe salvo dalla morte. In simile concetto si
appigliava ad ogni amminnicolo per procrastinare la trattativa della
causa, aspettando fiducioso che il miracolo della riperizione del
pagherò avesse da un punto all'altro a verificarsi. Ma ormai erano a
tale le cose, che un nuovo aggiornamento non sarebbe passato senza
biasimo, e però l'apertura del giudizio fu stabilita per la entrante
settimana.
Certo non erano di oro i fili che in cotesto periodo di tempo la Parca
filava per Curio, ma per Fadibonni li filava di ferro arroventato. Nel
cuore e nel cervello di lui perpetua si alternava la vicenda del caldo e
del freddo. In mezzo all'allegria del convito, alla festività del
conversare, nel vortice armonioso delle danze di un tratto una caldana
di piombo strutto gl'inondava tutta la persona; una grandine di numeri
600 gli trafiggeva le pupille; traballava per cadere, e sarebbe caduto
di certo, se altri sottentrando non lo avesse retto: questo poi non
veniva da rimorso, bensì dalla paura che il pagherò si rinvenisse.
Il tempo, galantuomo vero, e, per giudizio mio, unico al mondo, si
accosta con passo misurato al giorno del dibattimento e le angoscie del
Fadibonni si fanno più atroci, mentre Curio, sovvenuto dalla coscienza
netta, si rassegna a un destino ch'ei non può mutare: _erat in fatis
mala morte mori_, come si legge sul tumulo di Giulia Alpinula, figlia
infelice di padre infelicissimo.
Il Fadibonni giace, secondo il suo costume, voltandosi fastidioso ora da
un lato ed ora dall'altro; spesso col lenzuolo si asciuga la faccia e il
collo grondanti sudore, e forte soffiando spinge fuori il fiato fumoso.
Al più lieve strepito schizza su a sedere sul letto e porge affannato
l'orecchio; poi ricade e il petto gli si alza e gli si abbassa come se
gli avesse a schiantare il cuore.
Squilla il campanello! E il Fadibonni su ritto a gridare da spiritato:
— Biagio, chi è? Va' a vedere chi sia. Chi è? Non ti movere.
— Caro lei, se non mi lascia andare, non glielo saprò dire di qui a
domani.
— Va', si... fa' presto.
— Ci è il maggiore? si ode dalla stanza accanto; e subito rispondere:
— Non so... credo... andrò a vedere.
— Va' via, balordo; avrai da cercare un pezzo in una stanza e mezzo.
— Allora ci è, passi.
— To', gua'! sempre a letto, poltrone...
— Che miracolo è questo, capitano Parpaglione?
— Come miracolo? O che per te è miracolo che un amico vada a visitare un
amico in angustie? Così favellava un uomo mal tagliato, di cui la faccia
Rebecchino per risparmiare danari avrebbe potuto pigliare a insegna
della sua osteria, e proseguiva: Ci è nulla in casa da bagnare la
parola?
— Vuoi vino? Acquavite?
— Biagio, la boccia dell'acquavite e un gotto; il vino è per gli
stomachi deboli.
Bevve di un tratto un bicchiere di acquavite che parve dovesse frizzare
meglio del pepe, però ch'egli ebbe ad asciugarsi col dosso della mano a
un punto la bocca e gli occhi lacrimanti.
— Come stiamo a sigari?
— Male; un mozzicone appena.
— Biagio, to' qua; il capitano avendo sbirciato sul tavolino un pugno di
soldi, ne tolse senza cerimonie un pizzicotto, e dandolo a Biagio
soggiunse: Va' a comprarne dalla Rossina... sai? la tabaccaia dal canto
alle rondini; ella ci ha roba stagionata; avverti che fumino, e la
foglia sia intera... pel tuo incomodo te ne regalo uno.
Uscito Biagio, il capitano ripiglia il discorso dicendo: l'ho mandato
dalla Rossina, perchè non abbia luogo di tornare presto, avendo noi
bisogno di tempo per ragionare insieme. E ora che ti senti? Che hai che
mi fai bocca da recere? Non siamo mica in mare. Su allegro! Ti porto
buone nove.
— Che nuove?
— Sai... quel certo... tale biglietto delle lire seicento è stato
trovato.
— Trovato! E tanto il Fadibonni non si potè tenere, che non si
avventasse in camicia come si trovava, a gambe ignude, scalzo, fuori del
letto gridando:
— Chi lo ha? Dov'è? Me lo rendano, io ne ho bisogno, me lo rendano per
Dio!
— Adagio perchè ho fretta, dice il proverbio; torna a letto. Così... da
bravo. Il possessore del biglietto sono io.
— Dunque dammelo, via, a te non può servire nulla.
— Te lo darò: prima, perchè se io lo mettessi in processo tutto il
nostro reggimento rimarrebbe infamato, ed io intendo ch'ei splenda in
eterno nella pienezza del suo onore: secondo, perchè cervi con cervi non
si levano mai gli occhi, e noi tutti protegge il beatissimo san Nicola:
terzo, perchè posto nelle carte del processo, mentre te condurrebbe di
certo al fiume, non so se salverebbe l'altro dalla fucilazione.
— Oh! dammelo, via... dammelo.
— Te lo darò, ma a un patto; e questo patto è che tu me lo paghi.
— E con quali danari?
— Co' tuoi, parrebbe.
— Non ne ho.
— Procurateli.
— Impossibile!
— Impossibile! — Meglio così, perchè non potendo cavarne verun profitto
pel corpo, vedrò allora di avvantaggiarne l'anima; difatti, dando a te
questo biglietto per nulla, commetterei una gravissima colpa, che mi
tornerebbe a gola come lo stufato, e forse chi sa! Non è fuori dei
possibili che questo pagherò, conosciuto dai giudici, non valesse a
salvare la vita a quel povero diavolo.
— Ma egli è poi mio questo benedetto pagherò? Io non ricordo mica di
averlo sottoscritto, o fammelo un po' vedere.
— Andiamo, via, burlone! Tu lo dovresti avere a quest'ora già visto e
considerato; ma non monta; pigliati tutte le tue soddisfazioni. E qui,
cavata di tasca una rivoltella a sei colpi, la inarcava; ciò fatto
trasse dal seno il portafogli, e si disponeva ad aprirlo, quando il
Fadibonni, sciolto un sospiro lunghissimo, disse:
— Camerata! basta; io non ne ho più bisogno. Giusto in questo punto mi
risovviene avere sottoscritto quel pagherò.
— Gua'! Accade della memoria come della calza, che talora perde un
punto, ma la calzettaia raccattandolo rimette a sesto ogni cosa.
— Però, camerata, ti giuro... non so su che giurare, ma ti giuro che non
posso pagarti questa somma; di presente sborserò duecento lire; per le
rimanenti ti segnerò pagherò a due e a quattro mesi di data.
— Dall'orecchio destro sono sordo e dal sinistro io non ci sento.
— Per carità, lasciati commovere le viscere.
— I' sono nato senza.
— Mira, mi raccomando in ginocchioni.
— Levati su, che potresti chiappare una infreddatura. Un regalo i' ti
vo' fare.
— Bene, bravo.
— Io ti rilascio gl'interessi su le seicento lire dalla scadenza del tuo
biglietto in poi... e vedi che in sei anni arrivano ad una bella
sommetta.
— Quanti anni hai detto? O che ha sei anni dalla sua data il biglietto?
— Sei per lo appunto.
— O santo mio protettore! esclama il Fadibonni battendo palma a palma;
tu mi hai liberato dalle mani dei miei nemici, ed io da qui innanzi te
servirò unicamente: _e manibus inimicorum nostrorum liberati serviamus
illo_, come dice il salmo.
— Come! il salmo ti libera da pagare i tuoi debiti?
— Non il salmo, ma l'articolo 285 del codice di commercio.
— Va' via, ragazzo! Non sai che quando il tuo diavolo nacque, il mio
andava ritto col gonnellino. La tua non è obbligazione commerciale,
bensì civile, e questa si prescrive dopo dieci, non già dopo cinque
anni; e poi, dacchè tu sai a menadito i tuoi codici, rammentati il
rimedio dell'articolo 2142 del codice civile. Ma la questione, mio
ragazzo, non è qui; la quistione è che tu hai impugnato questo
biglietto; il biglietto esce fuori, io l'ho raccolto dopochè il soldato
te lo ha tratto di gola mezzo inghiottito; ora, se io lo ripongo in
processo, che tu non me lo pagherai in moneta conosco benissimo, lo
pagherai però con tanta infamia alla morte.
Il Fadibonni, vedendosi capitato in male branche, fa greppo come i
fanciulli in procinto di piangere, e gagnolando dice:
— Ma perchè ti provo tanto nemico? Ti ho offeso forse nell'onore? Nella
vita?
— No; tu mi hai unicamente portato via quattrini e di molti. Adesso mi
capita il destro di rifarmi e me ne approfitto.
— E quando ti ho rubato denari io?
— To'! Questa è nuova di zecca; quante volte tu hai giocato meco, tante
non mi hai pelato da mettermi addirittura nello spiedo?
— Io gioco da gentiluomo; tanto vero questo, che per colpa del gioco mi
trovo scorticato.
— Amor mio, ciò, se è vero, significa che tu, più esperto di me, mi hai
divorato, ed essendoti poi imbattuto in persona più capace di te, ti ha
divorato; in terra e in mare pescicani; chi sa che non abbiamo a
trovarne anche in cielo.
Il Fadibonni, chinata la testa, pensò; vedremo più tardi a che cosa
pensasse; quando rilevò la faccia si conobbe che il demonio, passando,
lo aveva schiaffeggiato con la sua ala, ed umilmente prese a dire:
— Fruga da per tutto e ti chiarirai com'io non possieda cinquanta lire;
dammi tempo ond'io possa provvedere; se non riesco mi ammazzerò...
— Riassicurati; ti garantisco io dai tuoi proponimenti micidiali; va'
franco, noi non siamo di quelli che si uccidono; in qualunque articolo
del codice penale noi possiamo andare come a locanda. Ti basta un
giorno? No? Ebbene, non buttarti al disperato, pigliane due; dunque a
domani l'altro, qui, a quest'ora: _vale_.
E versatosi un altro bicchiere di acquavite se lo rovesciò nello acquaio
della gola e partì.
Il maggiore, quando abbassò la fronte umiliata, aveva pensato a certo
suo tiro, ma ruminandoci sopra gli ripugnò, perchè ogni uomo possiede
limitata la sua potenza di ribalderia, come la statura; per la qual
cosa, uscito di casa, si mise a camminare randagio come cane senza
padrone; andando in questo modo a casaccio, le gambe, in virtù della
consuetudine, lo portarono nella strada dove albergava Abacuc
Ottolenghi, usuraio classico fra i più spettabili della città. Abacuc il
giorno di sciabà in casa era repubblicano, i giorni di lavoro monarchico
savoino; usuraio sempre; però quando si trovava tra i suoi sosteneva sul
serio, che dopo ottenuta la libertà dell'usura, gli ebrei non si
dovessero assaettare dietro altre libertà: il coronamento dell'edifizio
lo avevano conseguito. In gioventù si era lasciato ire fino a mantenere
una _figurante_ del teatro, ed anche un cavallo: sebbene più prossimo ai
settanta che vicino ai sessanta anni, nè obliava le palme di amore e nè
le sperava: vestiva di tutto punto all'inglese, e per darsene meglio
l'aria portava pendenti dalle guance due code simili a quella che la
volpe, di gusto migliore, tiene unica attaccata al codione. Abacuc
andava lieto di uno Abramino, figliuolo unico, sua cura e sua delizia; a
lui rassomigliante come uovo di piccione a quello di luccio. Ora il
Fadibonni s'imbattè giusto in costui; e giova sapere come Abramino si
fosse per lo addietro intabaccato di Giulia, la femmina che teneva il
maggiore a sua posta, e le avesse fatto recapitare più volte biglietti
zeppi di desiri molli e di profferte sode; ma Giulia li aveva lasciati
senza risposta per moltissime ragioni, di cui queste le capitali: il
maggiore le andava a genio più di Abramino; aggiungi il maggiore non
accennava ancora di trovarsi al verde, onde, come donna di comprendonio,
si attenne alla regola, che chi lascia la via vecchia per la nuova
spesse volte ingannato si ritrova; le altre ragioni per cui cotesti voti
amorosi andarono a monte non importa dire; basti conoscere che il
Fadibonni li seppe, e prima la donna glieli negò con un muso da batterci
sopra le monete, poi, mutato consiglio, spontanea glieli confessò per
farsene merito presso di lui.
Abramino, coniglio, non già leone di Giuda, appena sbirciato il maggiore
tenta scansarlo, e questi vie più diritta gli mette addosso la prua; si
accostano; si urtano quasi; è chiusa ad evitarsi ogni via.
— Signor Abramino, o che le faccio paura? Non sono mica Attila, io. Si
rassicuri, e sappia ch'ella mi è stato sempre simpatico.
— Grazie, caro lei, signor maggiore, grazie.
— O che pensa, che io le porti il broncio perchè ella vuol bene alla mia
Giulia?
— Creda, caro signor maggiore...
— Credo, signor Abramino, ch'ella non poteva porre il suo affetto in
luogo più degno. — Veda: le sue qualità fisiche sono giudicate
dall'universale stupende, maravigliose, anzi divine; eppure, di petto
alle sue qualità _cormentali_ sono meno che nulla; e ohimè! dopo aver
trovato tanto tesoro mi tocca a lasciarlo; ah! destino infame. Sono
fuori di me, e per la passione vado per le vie come smemorato.
— Caro lei, o perchè la lascia?
— Dio, che angoscia! Il mio reggimento sta per essere traslocato in
Sicilia, e le enormi perdite che ho fatto al gioco mi tolgono la facoltà
di condurla meco; io sono ridotto nel duro stato di desiderare una
persona proba, dabbene, generosa, che me ne tenesse conto... le usasse i
riguardi che merita... Se questo mi riuscisse, mi sentirei meno
desolato...
E siccome Abramino, sospettoso, lo guardava sottecchi e non fiatava, il
Fadibonni, incalzando, aggiunge:
— Ah! s'ella, signor Abramino, la pigliasse sotto la sua protezione...
dacchè so che ama svisceratamente cotesto angiolo... se mi promettesse
tenerla come la teneva io... gua'! poichè così vuole il destino,
piuttosto lei che un altro.
— Se la spesa non fosse grave; se mi convenisse non sarei lontano
dall'accollarmela... si può sapere, caro lei, quanto costerebbe il mese?
— Ecco... io l'aveva, si può dire, quasimente per nulla; per vitto e
vestiario cinquecento lire...
— Per nulla! Ma che canzona, caro lei? Il mio signor padre mi ha
assicurato più volte che in sua gioventù con cento lire, a sfondare, si
aveva fior di roba.
— Ma, signor Abramino, si compiaccia riflettere che altre volte con
quarantacinque centesimi si comprava una libra di carne di vitella
grossa di prima qualità, ed oggi non bastano sessantacinque per quella
di vacca... il porco costa un occhio, quantunque non manchi sul mercato.
Consideri ancora che il suo signor padre non gli ha detto s'era solo in
affari o in società... ho luogo di credere ch'egli stesse in società, se
non in accomandita, almeno in partecipazione.
— Dunque cinquecento lire tutto compreso?
— Meno l'alloggio, che fa una bagattella... un duecento lire al mese.
— O Abramo, babbo dei babbi miei! Ma che crede che li abbia rubati io?
— Lei no... ma via, a questo diamogli un taglio. Confesso aver preso un
granchio; e sì che doveva sapere che con voialtri ebrei non si può fare
un pasto a garbo. Procurerò menar meco la Giulia, e così risparmierò a
questo mio cuore lo strazio di separarmi da così angelica creatura.
— Caro lei, non vada in furia, finalmente è lecito, sotto l'impero dello
statuto, a ogni cittadino tirare ai propri interessi; — se si potesse
risparmiare qualche centinaio (e siccome guardando in faccia il maggiore
vide che a queste parole costui strabuzzava gli occhi, si corresse...)
qualche cinquantina... ventina di lire.
Ma l'altro aggrondato esclamò:
— No signore, caschi un quattrino, a monte ogni cosa.
— Ma scusi, signor maggiore, adesso mi viene in mente un dubbio: mi
sembra, caro lei, che noi contrattiamo della pelle dell'orso prima di
averlo acchiappato; la signora Giulia va d'accordo di essere girata
all'ordine mio?
— La Giulia, parola di gentiluomo, di tutto questo è al buio; stringiamo
il partito fra noi e poi m'industrierò io per farglielo accettare.
— Dove non ci è guadagno la perdita è sicura; senta prima, conchiuderemo
dopo.
— No, prima stabiliamo, che non vo' trovarmi in fine ad avere buttato
via fiato e passi.
— Come comanda; dunque per seicento lire sta per me.
— Settecento ho detto.
— Va bene; aveva sbagliato.
— Anticipate.
— Anche pagare avanti?
— Certe cose si pagano avanti; consulti tutte le leggi civili e le
canoniche e toccherà con mano che si pagano sempre anticipati... sono
alimenti, capisce?
— Dove andò il brigantino vada il barchetto; dunque vada e si spicci,
che sono aspettato in borsa.
*
— Giulia, mia divina Giulia, esulta; oggi ti vengo davanti messaggero di
liete novelle... io ti abbandono.
— Su due piedi?
— Su due piedi: come vorresti che io ti lasciassi su quattro?
— Ahi, scellerato! Senza lasciarmi un dolce pegno di te? Senza nè anche
pagarmi il mese di casa arretrato?
— Di poca fede! perchè hai dubitato? Da' retta e veniamo subito a mezzo
ferro, che a te preme, come a me, stringere presto il negozio.
— Sono tutta orecchi.
— La necessità mi costringe a lasciarti; il mio reggimento muta di
guarnigione; nè la mia miseria mi concede condurti meco, che pure mi sei
cara quanto le pupille degli occhi; però non volli palesarti l'animo mio
se prima non aveva provveduto per bene le tue faccende; — da me dunque
avevi duecento lire al mese?
— Cioè, me le promettesti, ma io non le vedeva mai intere, e per di più
a spilluzzico.
— Ora ne avrai cinquecento anticipate, e tutte in un picchio.
— O angiolo mio!
— Nè questo è tutto; per alloggio, servitù _et reliqua_ altre duecento
lire, del pari anticipate.
— Bada, maggiore, si muore di piacere come di affanno; ma caso mai ti
fosse venuto l'estro di far la burletta meco, ti avverto che ho un paio
di granfie da conciarti pel dì delle feste.
— Giulia, non mi fare la cialtrona; io parlo da senno; una difficoltà ci
potrebbe cascare, ma verrebbe da te.
— E sarebbe?
— Colui che destino a surrogarmi nel tuo cuore è un ebreo.
— Non guasta; volterò la Madonna dall'altra parte e tutto sarà
accomodato.
— Brava! Libera Chiesa in libero Stato. Dunque ti annunzio un gaudio
magno, il mio sostituto è Abramino Ottolenghi.
— Già me l'era immaginato...
— Accetti?
— E come!
— Co' tuoi bei modi angelici tu arriverai a strappargli le penne
maestre: non ti mancherà il cuore; in ogni caso ricorda che ti è
affidata la vendetta di mille pelati fin della calugine.
— Circa a questo io ci renunzio, perchè, vedi, amor mio, è più facile
pelare un pettine da lino che un ebreo, quantunque innamorato e di nido.
Credilo...
— Alla tua esperienza; ci credo e non fiato più: però è bene che tu
sappia che tutto questo non ti sarà concesso fruire senza il mio
consenso, perchè l'ebreo mette per condizione finale al contratto il
pacifico possesso.
— O non lo hai già dato il tuo consenso?
— Io non l'ho dato, ma lo darò a un patto.
— Quale?
— Che delle lire settecento pel primo mese tu me ne abbia a rendere
mezze.
— Mezze! Ma che ci pensi? Ed a qual titolo pretendi tanti quattrini?
Allora il mercante guadagnerebbe meno del _mezzano_?
Il Fadibonni suo malgrado avvampò. Nella guisa che il sole vicino al
tramonto manda l'addio dei raggi vermigli al vertice dei colli, il
pudore moribondo tinse coll'ultimo rimasuglio del suo cinabro le gote di
costui. Riavutosi alquanto, rispose alterato:
— Dei titoli ne avrei parecchi; ti basti quest'uno: l'altra notte,
coricandomi allato a te, misi il mio portafoglio sotto il capezzale.
Vana precauzione! La mattina lo rinvenni vuoto, e dentro ci aveva
messo... se ben ricordo... o cinquecento o quattrocento lire.
— O bugiardo della forza di mille cavalli; io ci trovai uno da
cinquanta, tre da cinque, sei palanche e un doppio soldo...
— Dunque sei tu quella che rubasti? Era cotesto il tuo primo furto?
— Sfido io, o che volevi che campassi di aria? Anche il re per capo
d'anno lo ha detto.
— Ma io ho giocato per te... ma io mi sono spiantato per te... ma io mi
sono nabissato nei debiti per cagione tua! E mentre io mi affatico a
crearti stato di regina, a te basta il cuore per lasciarmi morire di
stento? Questo è il tuo amore? Questa la riconoscenza?
— Va' via, matto; attendi la settimana santa per cantare le
lamentazioni. Senti, non buttiamo via il fiato; le lire duecento per lo
alloggio non si hanno a toccare, perchè mi bisognerà pure mettermi
attorno uno straccio di cameriera. Alle cinquecento che rimangono
facciamo così, diamo nel mezzo.
— No; trecento almeno.
— No; duecentocinquanta al più.
— A monte ogni cosa.
— A monte. Bada, cuor mio, vengo di razza di can barbone; gettami in
mare quanto vuoi, io mi terrò a galla.
— Ma ti toccherà nuotare; nè sai se ti avverrà, e quando, giungere a
riva; e ad ogni modo ci arriverai tutta bagnata. Sopra Abramino non ci
potrai fare più assegnamento...
— No! E perchè?
— Perchè guai a lui se ti guarda! Gli metterò addosso una paura da
mandarlo in visibilio.
— Ebbene, io cercherò uno che metta paura a te.
— Vien via, sguaiata! non ci facciamo il sangue verde.
— Per me sono amica di tutti.
— E te lo credo senza che me lo giuri; dunque vuoi darmi sole trecento
lire?
— Ho detto duecentocinquanta.
— Risolutamente?
— Risolutamente.
— Ebbene, vada per duecentocinquanta.
— E dimmi, quanto mi toccherà aspettare il tuo sostituto?
— Queste le son faccende che si fanno bollire e mal cocere; vado per
esso e te lo conduco subito.
— Delizia mia! Se tu avessi indovinato per tempo la tua vocazione, a
quest'ora saresti triplice milionario; ma sei sempre giovane, ed un
bello avvenire si distende innanzi a te.
Il Fadibonni non intese le parole della landra, o finse di non
intenderle; pauroso che l'uccello se la svignasse dal vergone, aperto
l'uscio di casa, si cacciò a scavezzacollo giù per le scale.
*
— Caro lei, com'è che la vedo tanto rimescolato?
— Abramino, mi compatisca, ahimè! pensando a dovermi dividere da quella
divina creatura, mi sento pigliare dal ribrezzo della febbre quartana.
— Per vita mia, io non vorrei essere cagione di tanti disturbi. Quando
ci entra di mezzo la passione non si è mai sicuri... e considerando che
domani l'altro ella potrebbe pentirsene...
— Domani parto.
— Allora muta specie... e se la signora Giulia acconsentisse...
— Ella acconsente; e confida di essere nell'amarezza che l'opprime
consolata da tanto bravo giovane quale ella è.
— Dunque parrebbe che remosso ogni ostacolo io potessi liberamente
presentarmi a lei?
— Aspetti un momento ed avrò l'onore di presentarla io stesso; — prima
però mi occorre pregarla.
— Di che?
— Non si spaventi, Abramino: di cosa che lievissima per lei, tornerà a
me di supremo vantaggio: ho bisogno di trovare in presto mille lire per
tre mesi.
Abramino, facendo il chinese, rispose: — Niente di più facile.
— E viva sicuro di due cose: del pagamento puntuale a scadenza e della
mia eterna gratitudine.
— Degli affari di casa io non mi occupo, ma ho motivo di credere che,
presentandosi al banco Ottolenghi, vostra signoria non sarà rimandata,
somministrando, bene inteso, le debite cautele e pagando gl'interessi di
ragione... anticipati.
— Che guarentigia vuol'ella che io le offra? O che la mia obbligazione
non l'avrebbe a bastare?
— A me basterebbe; ma io sono figliuolo di famiglia; nelle faccende del
banco non mi occupo punto; quattrini non tocco. Il mio signor padre mi
assegna lire mille al mese, le quali giusto ho riscosso dal cassiere
stamattina: di altro non posso disporre.
E per mostrare che diceva la verità, tratto fuori dal portafogli mi
biglietto bianco della Banca Nazionale, lo mise sotto gli occhi del
maggiore, il quale, vedendo la bugia trottare sul naso di Abramino,
soggiunse:
— Ma a lei non costerebbe niente a procurarseli altrove.
— Dio ne liberi! Se il mio signor padre venisse a saperlo mi
diserederebbe.
Allora il Fadibonni conobbe in un attimo come ogni discussione menerebbe
a nulla, onde, chiappata la mosca a volo, riprese:
— Pazienza! Pel rimanente cercherò altrove; intanto fo capitale su le
trecento lire che avanzano a lei, dopo pagate le settecento a Giulia.
— E allora, caro lei, con che rimango io?
— Oh, a lei ricco sfondolato non mancano mezzi di far quattrini! Intanto
pensi che se ho creato debiti l'ho fatto per sopperire al mantenimento
di Giulia, che le merci furono portate a casa sua, che dove non le
pagassi io potrebbero molestare lei, e però di traverso chi la protegge,
e che per cosa al mondo non voglio lasciarmi debiti dietro. Nell'oro io
non nuoto di certo, ma mi vanto soldato onorato al pari di ogni altro:
sono maggiore; le rilascio un mio pagherò, e veda che libero dalla spesa
di Giulia mi sarà molto facile mettere da parte tanto da poterla
soddisfare in capo a tre mesi o quattro.
Abramino a sua posta capì come senza lasciarvi anche quel bioccolo di
lana da cotesto roveto non usciva: giovane egli era e intabaccato di
Giulia, però la concupiscenza a cagione degli ostacoli rinascenti gli
s'inviperiva, onde brontolò questa risposta:
— Via, per amor suo, signor maggiore, mi sobbarcherò anche a questo
carico; le presterò trecento lire.
In capo a cotesta contrada, appellata col nome del Cavour, teneva
bottega uno ebreo cambiamonete, creatura del padre Abacuc; da lui
Abramino si fece dare una carta bollata da pagherò, e porta la penna al
Fadibonni gli disse:
— Scriva, io detterò.
— Sono ai suoi ordini.
— Da oggi a tre mesi pagherò io sottoscritto all'ordine del signor
Abramo Ottolenghi lire trecentoventi...
— Come trecento venti? O non devono essere trecento?
— O gl'interessi chi me li paga? Veda, caro lei, le conteggio uno per
cento al mese; un vero regalo; la tratto da fratello.
— Mi pareva che, anche a modo suo, farebbero trecentonove.
— E la senseria? E la provvisione? E il foglio bollato? Caro lei, gliene
regalo mezzi. Tiri via.
Il Fadibonni, risoluto a non pagare frutti nè capitale, non istette su
lo spilluzzico, scrisse, sottoscrisse, appose la data, fece insomma ogni
cosa in regola: mentre Abramino riscontrava l'obbligazione, il maggiore
stese le mani rapaci e pronte sopra i biglietti di minore valuta nei
quali il cambiamonete aveva barattato le lire mille, e se li ripose in
tasca.
— I miei biglietti! Dove sono iti i miei biglietti? esclamò Abramino non
li vedendo più sul banco.
— Non si scarmani, li ho presi io per andarcene adesso insieme da
Giulia. Capisce che la nostra delicatezza non le consente ch'ella paghi
le settecento lire alla Giulia in mia presenza: parrebbe ch'ella
sborsasse il prezzo della mercanzia che io le consegno: con persone bene
allevate non bisogna trascurare mai i debiti riguardi: i riguardi,
signor Abramino, chiamano lo amore quando non è nato; nato lo mantengono
sano.
— Sarà, lo dice lei.
Andarono. Giulia, guardando traverso le stecche della persiana, li
aspettava, e il suo cuore batteva forte come un tamburo (sono desolato
pensando che ormai il mio lettore non potrà più apprezzare la esattezza
di questa similitudine, dopochè il ministro Ricotti ha soppresso i
tamburi per far morire d'itterizia il capitan Lamarmora) per la paura
che non venissero più. Non aveva serva, andare ad aprire essa le pareva
cosa da scapitare nella stima del signor Abramino; non le sovvenendo
meglio lasciò l'uscio aperto, onde le comparve addirittura davanti il
maggiore, che tenendo per mano Abramino, glielo condusse presso al
canapè dov'ella stava seduta, favellandole con piglio da Agamennone:
— Dal dono apprendi il donatore qual sia.
E Abramino di rincalzo, molto leggiadramente:
— Di certo la mia signora può stare sicura che, se non riuscirò, nulla
sarà omesso da me ond'ella non si accorga di avere mutato. Se uno
ardente affetto, se una devozione a tutta prova...
— Grazie, mio signore, grazie; il tempo e la sua benevolenza scemeranno
il dolore... forse saneranno... saneranno senza dubbio la piaga che ora
dà sangue: perchè, veda, Abramino, io sono donna che quando mi ci metto
amo col cuore... coll'anima. Maggiore, favoritemi un bicchiere d'acqua.
Il Fadibonni riempito il bicchiere glielo porge, ed ella intanto che lo
piglia, chinatasi alquanto, gli susurra nell'orecchio:
— E i quattrini?
Il Fadibonni, tratto di tasca un involto, glielo consegna dicendo:
— Il signore Abramino ti prega per mio mezzo accettare questa piccola
offerta dello amore che ti porta affinchè tu possa figurare da pari
tua... e secondo la condizione di lui.
Qui un sorriso di Giulia e per giunta uno inchino accompagnati dalle
parole: — procurerò farle onore.
Abramino le baciò la mano, ed ella smaniosa di riscontrare il danaro, di
un tratto uscì fuori con queste parole:
— Maggiore, l'altra sera ci lasciaste il vostro portasigari — e senza
aspettare osservazioni in proposito scappò via; in un attimo verificò se
fossero bene quattrocento cinquanta lire quelle contenute nello involto,
e tornata col portasigari, mentre lo dava al Fadibonni, ricambiaronsi
fra loro una occhiata, la quale poteva tradursi proprio così: —
Sgualdrina, non ti sei fidata? — Bisognerebbe avere perduto il bene
dello intelletto per confidarsi ad un furfante come sei tu.
— Mia cara Giulia, allora entrò di mezzo a dire Abramino, perdonerà se
non posso più a lungo trattenermi con lei, perchè col treno del tocco mi
occorre andarmene fino a Casale per assicurare il pagamento di un
_effetto_ tornato in protesto col relativo _conto di ritorno_; di là
passerò a Vercelli per assistere alla circoncisione del mio nipote,
figlio di mia sorella Esterina e del cognato Anania; poi darò una capata
a Milano per vedere un po' come vanno le faccende del banco sete, che da
tre anni mette fuori bilanci magnifici, e poi tra ceralacca e spago non
dà un soldo di dividendo: ma che vuol'ella, cara signora Giulia? L'_hijo
d'un mancer_ ci fece sottoscrivere mio padre per cento azioni, e da
questo, veda, signora mia, che anche le civette impaniano.
Tale preludiava Abramino nei suoi amori con Giulia.
Al maggiore pareva mille anni svignarsela, onde di nuovo appressatosi a
Giulia, in atto eroico favellò:
— Giulia, addio: non ti raccomando i nostri amori, come fece Augusto a
Livia, perchè questa rimase vedova, mentre tu convoli a seconde nozze, e
nè meno t'impongo dimenticarmi, perchè so che tanto non è nella tua
potestà; ti resti di me la memoria come di un sogno che sopraggiunge su
le ale dell'alba e fa risvegliare la dormente alla luce con un sorriso.
Nel dipartirmi da voi vi auguro sieno i vostri amori pari al muschio del
quale dura perenne il profumo senza mai diminuire di sostanza: bevete
infaticabilmente nella tazza della voluttà, e l'amore ve la riempia
senza requie a bocca di barile: si rinnovino per voi gli amori come il
fieno nei prati, dove rifà capo sotto la falce che lo miete; vivete
felici, ruzzolate per un pendio di rose monde da ogni spina dalle mani
stesse delle Grazie, e quando giunti al termine del tramite mortale, se
il Dio dei cristiani non si trovasse d'accordo col Dio di Moisè per
collocarvi insieme in paradiso, vi mandino almeno a domicilio coatto
nella stella di Venere; addio, addio.
Sbirciato il cappello di Abramino e vistolo nuovo, mentre il suo
declinava al tramonto, se lo mise in capo, e provato che gli andava, se
ne andò via bisbigliando.
*
— E ora alla busca delle cinquanta lire, e più se riesce.
La signora Radegonda, di cui il casato si tace _honestatis causa_, era
giunta a quella età che non invoglia persona a ricercare qual sia; — la
età grigia; tra le ventiquattro e l'un'ora di notte; la età che _non è
bianca ancora, e il nero muore_; dondolante fra i cinquanta ed i
cinquantacinque anni, fu moglie buona e mamma meglio di una figlia
unica, e sopra il marito e la figlia, finchè vissero, riversò tutto
l'acquazzone della sua tenerezza: ma da prima perse il consorte; poi,
per colmo di sventura, la figlia; e l'amore sbraciato dal dolore le
coceva l'anima spasmodicamente; anch'egli patisce di ripienezza, e in
qualche luogo bisogna pure scaricarlo; provò sfogarsi col canarino, col
gatto, col cane, ma non li rinvenne bastevoli all'esercizio della sua
passione: allora si tuffò a capo fitto nella beghineria; e fu peggio,
imperciocchè i santi le stessero dinanzi dipinti ed appesi a un chiodo;
Cristo di legno, e crocifisso, nè disposto a quanto pareva a
sconficcarsi, come fece un dì (lo dicono i preti) per abbracciare santa
Caterina di Siena: dei confessori, i giovani avevano grandi faccende
altrove, i vecchi tabaccosi non le andavano a fagiuolo, e la povera
donna aveva ragione. Intanto il sodalizio con gli angioli in sembianza
di giovani eternamente leggiadri, l'estasi amorose, le preghiere
lubricamente devote, le orazioni confettate di misticismo e di libidine,
l'amor divino rinforzato coll'acqua arzente del bruciore terreno,
avevano proprio ridotto la misera creatura in un mucchio di stoppa, anzi
di polvere, o piuttosto in un barile di petrolio. Dio guardi se ci fosse
cascata sopra una favilla. Veruna compagnia di sicurtà contro
agl'incendi l'avrebbe per tesoro assicurata; — e poi incendio di amore
non ha riparo. Di fatti la favilla non mancò. Fortuna volle che
dirimpetto alla vedova tornasse di casa il Fadibonni; si videro, si
adocchiarono, si salutarono, si sorrisero; costui, spillando lo stato
della vedova, la seppe abbastanza comoda secondo il suo stato per la
pensione lasciatale dal marito, a dovizia fornita di masserizie, di
panni, di ogni ragione orerie, insomma di tutto ciò che i giureconsulti
romani distinguevano col nome di _mondo muliebre_. Ce n'era di avanzo,
perchè il Fadibonni se ne mettesse incontinente alla caccia, e non fu
lunga impresa, nè ardua: pei bambini balocchi di legno, ai vecchi
balocchi di carne: pari in entrambi la concupiscenza di ottenerli,
dispari la tenacità di conservarli: quanto facile i primi a buttarli
via, altrettanto duri i secondi ad agguantarcisi con tutti i tentacoli.
Ora taluno vorrebbe sapere chi dei due condusse la povera donna al mal
passo, l'anima o il corpo. Per me confesso addirittura che non lo posso
contentare; primamente, perchè mi riesce difficile chiarire distinta la
esistenza di cotesti due enti, e supposto che riuscissi a sciogliere
siffato nodo, ecco che inciamperei nell'altro, non meno scabroso, di
determinare se la materia prevalga allo spirito, o viceversa; chi il
mandante, chi il mandatario, o piuttosto chi il colpevole in capo e chi
il complice. La meschina era cascata dentro una fitta, dove ogni conato
per uscirne la faceva sprofondare vie più: peccava, si pentiva, tornava
a peccare per ripentirsi poi, e così con perpetuo ciclo logorava ogni
estremo residuo di volontà, di pudore, ed eziandio di salute. Dall'altra
parte il maggiore, attaccatosi come ruggine alle sue ossa, le sperperava
con persistenza scientifica ogni sostanza; orerie, argenti, pannilini,
lani, stoviglie, rami tutto insomma mano a mano spariva. Cotesta casa
era neve al sole, ned ella si attentava rifiutare nulla, anzi, strano a
dirsi! dava volentieri, pensando che le tribolazioni vecchie e nuove
provate nel suo traviamento le dovessero andare in isconto dei peccati.
Alla stregua che la roba scemava, le assenze del maggiore infittivano e
si prolungavano: adesso correvano mesi che non capitava a casa
Radegonda; difatti ci era rimasto tanto olio da mandare un sospiro di
luce: anche la pensione vitalizia della vedova, a cura del maggiore, era
stata per parecchio tempo impiegata ad Abacuc, figlio di Anania e padre
di Abramino Ottolenghi.
Il Fadibonni ecco si mostra improvviso nella camera di Radegonda, la
quale dalla comparsa di lui rimase abbarbagliata, levò supplice le
pupille al cielo, le mani congiunse in atto di preghiera, mosse le
labbra, ma non potè profferire parola; il peccato aveva preso a nolo
dalla beghineria le sue smorfie, ma quel tristo le si accostò
carezzevole, la blandì con parole soavi, e siccome ella mostrava non
crederci, egli, aggrondate le sopracciglia, proruppe in accenti
minatori, perchè la donna smarrita lo pregava per l'amore di Dio e delle
anime del purgatorio a placarsi; il maggiore durò un pezzo ingrugnato,
alfine parve rasserenarsi, e strettale la mano le disse:
— Addio, a stasera, se posso, verrò a cenar teco.
Rimasta sola Radegonda, per la grande contentezza non capiva nella
pelle, le pareva toccare il cielo con un dito: senza porre tempo tra
mezzo prese a rovistare per la casa, onde rinvenire robe da potersi fare
onore: ahimè! dentro le cantere non tovaglie, nè tovaglioli, nella
credenza non posate, non stoviglie su la rastrelliera; di accattarli in
presto si peritava; amore vinse vergogna, e con occhi bassi e tremula
voce si condusse a chiedere tutte queste masserizie alle casigliane;
delle quali quelle di miglior sangue l'accomodarono, pure commiserando
lo stato a cui si era ridotta una signora così puntuale e per bene,
altre dispettose gliele negarono, e le tagliarono dietro il giubbone che
Dio ve lo dica per me.
Ora mancava il meglio, e come avesse a sopperirci non sapeva; ecco,
mentre declina la faccia melanconica, le viene fatto vedere nelle dita,
oltre l'anello matrimoniale, un altro ornato di piccoli brillanti,
ricordo ultimo della defunta figliuola, fin lì salvati dal rigido
saccheggio del maggiore.
Se l'anima le rimordesse ignoro; questo so, che in un attimo si cacciò
giù per le scale, e arrivata in fondo consegnò l'anello della figlia
alla portinaia, conquidendola a portarlo subito al monte di pietà per
impegnarlo; ella poi si trattenne nel casotto ad aspettare: indi a breve
l'assalì l'impazienza, perchè ogni tantino cavava il capo fuori lo
stambugio della portinaia, come fa la gallina tra le stecche della stia
per beccare il granturco nella mangiatoia. Alla fine la portinaia tornò;
al monte non avevano voluto dare su l'anello più di trenta lire. La
vedova prima desiderò toccare la moneta e ne sentì ineffabile
compiacenza, poi la rese alla donna prescrivendole recarsi al mercato
per comperarvi commestibili e vino. Avuto quanto ella ordinava, si mise
intorno ai fornelli soffiando a gote gonfie sul fuoco, apprestò le
vivande, attese a cocerle con religiosa diligenza; di tratto in tratto
le gustava, paurosa pigliassero di bruciato, o troppo sapide
riuscissero, troppo sciocche; si pettinò, si lisciò, si fece bella...
aveva lo specchio davanti e ci si contemplava più spesso che non fosse
di mestieri, ma sempre invano, imperciocchè ella badasse allo specchio
quanto un re (dispotico o no non fa differenza) al consigliere fedele.
Con ardentissimo affetto ella affrettava il tramonto del sole,
quantunque l'accostasse di un giorno al sepolcro, e alla età sua un
giorno contasse mezzo anno; che importa ciò? per rivedere presto l'amor
suo avrebbe dato a patto un anno intero, due anni. Le ossa, come le
legna, quanto più sono secche più avvampano.
Verso le due ore di notte venne il desiderato. Qui la Musa fa punto,
salta un foglio e ripiglia la storia dal momento nel quale la misera
Radegonda, vinta da molte cagioni, massime dalla virtù del laudano a lei
propinato in copia dal perfido Fadibonni, giacque nel letto come corpo
morto: costui allora pianamente si vestì e si pose a rifrustare
sottilissimamente per tutta la casa: delle posate non ci era a fare
capitale, le riconobbe di ferro inargentato; tovaglie e tovaglioli lisi,
buoni a nulla: peggio le vesti, e per asportarle troppo voluminose nè
tali che dessero un filo di speranza le avrebbe accettate il capitano
per danaro. Che fare? Dare l'anima al diavolo non concludeva, e poi il
diavolo da tanto tempo ci aveva acceso su la ipoteca, che non ci era da
pensarci nè meno; peggio votarsi ai santi.
Guardò torvo l'addormentata e le vide i pendenti agli orecchi.
— Non basteranno di certo, borbottò fra sè, ma sarà sempre qualche cosa
— e ci stese sopra la mano bramosa, svellendoglieli in modo così
brutale, ch'ella, quantunque dormente, ne gemè. — E ora che si stilla?
Di un tratto, toccatasi con la mano la fronte: — Smemorato che sono,
esclama: la Madonna! che, lei sveglia, non ho potuto saccheggiare mai. —
Eccola! Non manca nulla, aggiunse dandosi una fregatina di mani secondo
l'usanza del Cavour, corona, lampada, angiolino e piletta; vera
consolatrice degli afflitti!
E la corona, la lampada, la piletta e l'angiolino — fino l'angiolino,
che nella destra brandiva l'aspersorio in modo che pareva volesse venire
ad uno assalto di sciabola con Lucifero — tutto insomma egli ripose
nelle tasche.
Così il soldato adoperava con Radegonda come il prete con Amina: uccelli
entrambi da preda.
Compito l'inclito gesto, il Fadibonni si partiva senza spegnere il lume,
scalzo, con gli stivali in mano, e lasciando l'uscio spalancato; se non
che giunto a mezze scale gli frullò in mente che i casigliani, levandosi
di buon mattino e notandolo, sospettosi di furto non avvertissero la
questura, donde scandalo nel vicinato e qualche stroppio per lui; perciò
rifece le scale, e chiuso l'uscio con precauzione se ne venne via.
*
Inesorato come il destino, il capitano Parpaglione nel dì e nell'ora
stabiliti comparisce in camera al maggiore: che cosa questi dicesse e
facesse per indurre costui a contentarsi di sole cinquecentocinquanta
lire non si potrebbe con poche parole significare, e le troppe
riuscirebbero sazievoli; bisognò snocciolare una ad una tutte le robe
rubate, e fu bazza che il capitano se le accollasse per cinquanta lire,
non senza però un pertinace tirarsi pei capelli, onde determinare il
valore di ogni pezzo. All'ultimo si accordarono: il capitano, mentre
stava per mettere in tasca gli orecchini di oro, osservò come ad uno di
essi fosse rimasto attaccato un capello bianco, ond'egli presolo
delicatamente tra l'indice e il pollice della destra, fece l'atto di
restituirlo al maggiore, accompagnando il gesto con queste parole
beffarde:
— Quantunque di argento, non mi può servire; però ti propongo renderlo
alla sua amabile proprietaria.
Rimasto solo, il maggiore arse il biglietto e, fatto un pizzicotto delle
ceneri, le pose sul palmo della mano, poi ci soffiò sopra e le disperse
al vento esclamando:
— Siate maledette in eterno!
Distrutta la prova, l'avvocato di Curio, il quale d'altronde di male
gambe procedeva nella difesa, non potè nè anche avvantaggiarlo con la
scusa capace solo ad attenuare la colpa; all'opposto, avendola
l'imputato addotta nella istruzione del processo e non la potendo
provare, gli concitò mirabilmente contro l'animo dei giudici. Il
colonnello unico ebbe a sostenere dentro di sè un'aspra battaglia fra il
convincimento morale e la mancanza della prova materiale del fatto;
nondimeno anche a lui fu mestieri piegare il capo, e comecchè con mano
tremante, pure anch'egli depose il voto funesto nell'urna. Curio ad
unanimità di voti uscì condannato _a morte_.
Tali un giorno, certo non tutti, ma troppo più di quelli che potessero
sopportarsi, gli ufficiali dell'esercito italiano; e guai a chi si fosse
attentato riprenderli: figlio di madre infelice era costui! La sua sorte
pari a quella di Atteone, quando ardì contemplare Diana ignuda; i suoi
stessi cani gli si avventarono addosso e lo divorarono; — ed io lo so,
che provai cani una ciurma di nati nella terra in cui io pur nacqui: a
me risparmiarono lo schifo e il ribrezzo di rammentarli, perchè da loro
stessi conficcarono i propri nomi in cima alla forca. Nè uomo nè Dio
varranno a staccarli di là ove li attaccarono; essi un giorno serviranno
di _Faro_[12] per allontanare gli uomini liberi da questi liti resi
infami dalla loro scellerata stoltezza.
O patria! O mia Livorno! in quale abiezione caduta, poichè il sole della
libertà col suo calore vitale ad altro non valse che a farti scoppiare
fuori le petecchie dei moderati servili, vili e feroci!
[12] I nomi stanno stampati nel giornale _Il Faro_, che riportò
le proteste degli sciagurati, perchè chiamai assassini peggiori
degli austriaci _quei soldati che avevano ucciso donne e
fanciulli disarmati a Brescia_.