Due gridi dolorosi si fecero sentire: _son morta! ahimè! muoio!_

Allora la rivoltella cascò di mano a Fabrizio, che preso da raccapriccio

e da orrore si diede, brancolando, a cercare la porta di casa; rasenta,

nel passare, la padrona, rimasta immobile per la paura, senza neppure

accorgersene, e più che scendere sdrucciola le scale roteando sopra sè

stesso.

Aveva perduto il cappello; dava del capo dentro le cantonate, investiva

i passeggeri, che gli dicevano improperi, e taluno fu a un pelo di

dargliene un carpiccio delle buone. Lo salvarono le spie messegli dietro

dal conte, le quali, presolo in mezzo, e preservandolo dagl'insulti, lo

ricondussero incolume al tribunale.

Qui, chiuso nella sua stanza, Fabrizio, appoggiati i gomiti sul banco e

agguantatasi la fronte con ambe le mani, mulinava:

— Vendetta! Bel pro che me ne viene, affè di Dio! Ho fatto come Sansone,

ho crollato il tempio per seppellirmi sotto le sue rovine. Ho messo

fuori del balcone di casa la bandiera della mia infamia, come il dì

della festa dello statuto la bandiera tricolore: gua', m'ero curvato per

raddrizzarmi più forte, e mi trovo schiantato al pedale. Che fo? Che

penso? Aspetterai esser tirato col gancio al collo alle gemonie delle

assise? Quanta gente a godersi lo spettacolo dello accusatore accusato,

a udire condannato chi soleva far condannare; il popolo non si leva

tutti i giorni questi gusti! — E chi verrà ad assalirmi? Chi? Il mio

sostituto, e con la piena dell'animo, che sfoga la lunga umiliazione dei

rabbuffi da me sofferti d'inettezza e d'infingardaggine, non mica perchè

ei li avesse meritati, bensì per far credere agli altri ed anco a lui,

se mi riusciva, che io era troppo più cosa di lui. Io l'ho pasciuto da

aspide, che maraviglia s'egli sputerà veleno? Ho creato un debito di

odio, l'infortunio ne ha segnato la scadenza, ed ora i creditori

vogliono riscoterlo con gl'interessi della vendetta, che non conosce

usura. Ma di punto in bianco promoveranno il mio sostituto nella mia

carica? E perchè no? Non accadde lo stesso di me? E tra me e lui che ci

corre? La lunghezza di una corda da forca. Noi altri furieri del

patibolo siamo tutti uguali; orologi a polvere, pari nel contenuto; la

mano che ci capovolge è la ragione unica per la quale uno di noi sta di

sotto e l'altro sta di sopra... O il tribunale! Il tribunale! — Codardo!

— Adesso ti fa paura, perchè, invece di accusatore, ti ci hai da

presentare come accusato... Coraggio, poltrone! Si tratta di tanto poco!

Invece di sedere a destra, ti assetterai a sinistra; invece di adagiarti

sul seggiolone avrai la panca... Che serve? Gli articoli del codice

penale, adesso che stanno per mordermi, mi paiono denti di pesce cane.

Fuggirò... ma dove? Tu hai spento un luminare d'Italia, anzi del

mondo... che monta il tuo onore? Sfregandolo al muro non se ne accende

un sigaro, mentre lui celebravano nuvola infocata per condurre la gente

italica alla terra promessa della libertà... menzogna! Egli fu un nugolo

di fumo e di legna verdi; che importa? Tale era creduto, e fede vince

realtà. Tanto basta, perchè dove metti i piedi le pietre ti si spacchino

sotto per lapidarti, — e il popolo si attacchi o naso od orecchio, un

brano insomma del tuo corpo al cappello, a mo' che i villani costumano

l'olivo benedetto pel dì di Pasqua. Ma via, ti riesce fuggire e ti

ripari in America, erede universale di tutti i furfanti degli Stati

monarchici... sei salvo? Lì sì che ti daranno addosso; la nazione che

porta in dono la testa di un odiato all'altra nazione riceve in

ricompensa una diminuzione di spese di tonnellaggio su i bastimenti, o

qualche altra agevolezza nei trattati di commercio. Al diavolo le

malinconie! Io mi salverò, ma poi come si campa? Io, da mandare la gente

alla forca in fuori, non so fare altro; ma se mettessi su cattedra per

bandire: dame e cavalieri, venite a imparare la maniera di mandare la

gente alla forca, i miei buoni amici repubblicani dell'altro mondo mi

riderebbero in faccia dicendomi: lo insegneremo a te e con maniere

sbucchiate da qualunque ipocrisia, e però spiccie, schiette e sopra

tutto a buon prezzo... i repubblicani in America tirano furiosamente ai

dollari... in Europa no... qui tirano allo scudo. In America non re, non

boia, non giudici; vale a dire tutti giudici, tutti re, tutti carnefici:

due metri di corda, un ramo di albero o un braccio di lampione, e un

uomo da strangolare non bastano per la materia e per la forma del

sacramento della giustizia? E tu, grullo, presumerai dar lezione di far

male al prossimo nel paese dei serpenti a sonagli? Ma insomma, o che ci

è bisogno di andare tanto lontano per morire? O che la morte manca in

casa tua?... No, ci è una difficoltà sola, che Fabrizio ama Fabrizio — e

mi dà uggia quel morire in mia presenza, — peggio poi avermi a dare da

me stesso la morte... da me cancellarmi dal libro della vita come lo

scolaro cassa di su la lavagna il calcolo che ha sbagliato.... Ecco una

idea... si... no... ma si; andiamo a pigliare consiglio dal nostro

presidente; anche dagli orecchi dell'asino si cavano auspicii del tempo

che farà domani.

Entrò nella camera del presidente, mentre questi stava dietro a fare il

conto dei suoi debiti, e visto che la somma andava in su, esclamò

dolorosamente: — Ah! quando mi metteranno nella Commissione per la

riforma del codice penale, procurerò bene io di aggiungervi un articolo

contro i creditori importuni.

E qui, levando il capo, vide Fabrizio, a cui mosse tosto la favella

dicendo:

— O signor commendatore, è lei?

— Bella domanda! Dopo avermi veduto, o che vorreste? Ch'io fossi un

altro?

— Si dice così per dire, ma che si sente, commendatore, che mi sembra

turbato? — Silenzio! Vengo per interrogare, non per essere interrogato.

Ho bisogno di un consiglio.

— Da me?

— Da voi...

— Un luminare come lei! Ma che le pare?

— Non m'inasprite... da voi...

— Ma io non ho cervello...

— Bene, lo vedremo; e qui Fabrizio, afferrato uno sgabello e levatolo in

alto per darlo in testa al presidente, aggiungeva come chi declama versi

tragici:

Dal capo del Saturnio ampio celeste

Uscia Minerva perchè ci era entrata,

Ma nel tuo, che rassembra il mappamondo,

Sette Palladi almeno han posto il nido,

E te lo provo, se mi assenti, o sofo.

Che con questo sgabello io te lo spacchi.

— Mamma mia! urlò il presidente, saltando su ritto e mettendosi a

scappare intorno alla stanza, ma ch'è ammattito? Giù lo sgabello.

— Si vede bene che non sei Giove; questi ordinava gli dessero sul capo

con la scure, mentre tu hai paura dello sgabello. Presidente! Voi date

un calcio alla fortuna, che non capita mica tutti i giorni, ne manco ai

Numi, di partorire a un tratto sette Minerve. Sedete, presidente, non si

mise a sedere anche Aristodemo, quando disse a Lisandro:

. . . . . libero mi esponi

Di Sparta amica od inimica i sensi?

— Sento anche ritto.

— Non mi fate il rivoluzionario... sedete. Bravo! così. Obbedienza cieca

e passiva. Ora dovete sapere che una volta c'era un re... cioè... non un

re, un procuratore del re, e questo procuratore sono io, ed accadde che

questo io, adempiendo al proprio ufficio insieme con voi, ve ne

rammentate, compare? non mi fate il chinese; l'altro dì, o quello

innanzi, quando fu trattata in tribunale la famosa causa di adulterio,

di un tratto ecco mi venne consegnata una lettera...

— Gua'! per lo appunto come a me...

— Come a voi? Sì, sì, ora mi rammento, e che cosa vi diceva la lettera?

— Mi diceva che la mia moglie, postergando ogni dovere, mi tradiva col

suo cugino Gabriele.

— E voi allora?

— In prima, dato spesa al mio cervello, pensai: — Goffredo, bada, questa

è una trappola tesa alla tua felicità da qualche invidioso; crepi la

invidia; non gli dare retta; — poi feci a dire: o non potrebbe darsi che

movesse da qualche parente degli accusati per isgomentarti e farti dare

in ciampanelle; e mi rincorai; tuttavia, per levarmi la pulce che mi era

entrata nell'orecchio, andai difilato a casa per sincerarmi, dove

giunto, con infinita mia contentezza, in breve mi fui chiarito ch'io mi

era apposto al vero. — E come faceste a sincerarvene?

— Naturalmente secondo i principii della scienza, istituendo diligenti,

non menochè sagaci inquisizioni.

— E sopra chi esercitaste le vostre ricerche?

— Prima di tutto sopra Artemisia!..

— E Artemisia chi è?

— Mia moglie, e poi su Bibbiana, ch'è la donna di casa.

— E voi ci credeste?

— Sicuro eh!

— Una balena s'ingoiò Ruggero,

E fu finzione, adesso un presidente

Beve balene, e questo fatto è vero.

— Ah! signor commendatore, ella mi vuol dare la quadra; o sentiamo

dunque che cosa avrebbe fatto vostra signoria? I reati si provano per

via d'istrumenti o per via di testimoni; nel fattispece strumenti in

permanenza non ci stanno; dunque per necesse entrano in ballo i

testimoni; la indole del caso vuole che gli agenti della colpa sieno ad

un punto i testimoni; dunque, se non ricorriamo a loro, dove ci

volteremo? Di qui non si scavicchia.

— Nè fia che tu di Ammone inclito alunno

Mi neghi che inchinando alzi un peana

Alla tua tonda capricornia faccia.

Plenilunio di fede maritale...

— Del senno del poi ne vanno piene le fosse; ma di grazia, mi dica, che

cosa avrebbe ella fatto?

— Io? Io li ho ammazzati.

— Ammazzati? Lei? Chi? Come? — E saltò su ritto ritto, che proprio non

fu sua colpa se non andò a toccare il palco col capo.

— Ecco chi ed ecco come: mettetevi a sedere come faccio io e porgetemi

ascolto: proseguo il racconto; il procuratore del re pertanto, mentre

pigliava le sue conclusioni in causa di adulterio, ebbe una lettera, la

quale diceva così: poltrone, invece di fare il gatto fuori di casa, non

badi ai topi che ti hanno roso le lenzuola sul letto; ma noi teniamo per

fermo che tu non ci vuoi badare, perchè le corna sono come i denti,

dolgono un po' su lo spuntare, ma poi ci si mangia.

— Questo è il rispetto che oggidì si porta ai magistrati! Segni sicuri

che in breve il cielo non coprirà più la terra.

— Rincareranno gli ombrelli; ma ciò non rileva, continua Fabrizio;

chiusi tutto dentro di me, dissimulai; circondai la mia casa di spie...

mi riportarono gli adulteri trovarsi insieme; andai... li sorpresi... e

li ammazzai...

— Misericordia!

— E sapete voi l'assassino dell'onor mio chi era?

— Non lo so davvero.

— Il conte *.

— Apriti terra! gemè il presidente, abbassandosi, rannicchiandosi e

invocando con tutte le potenze della sua anima un coppo per potercisi

come la testuggine rimpiattare dietro. Fabrizio, vistosi scomparire

dinanzi il presidente, rimase alcun tempo sbigottito, poi si levò per

cercarlo, e trovatolo lo trasse fuori di sotto al banco per la cravatta.

— Ed ora che sai tutto, tu vuoi fuggirmi, ribaldo; su presto, un

consiglio, e fa' che sia dodici once buon peso.

Il presidente tremava a verga, e quasi senza avvertire quello che diceva

belò:

— Senta, signor commendatore, se io mi trovassi nei suoi piedi, sa ella

che cosa farei?

— Che cosa fareste?

— Mi costituirei in prigione.

— Ah! scellerato, alla fine ti ho colto; non credere che io non

conoscessi da gran tempo i tuoi tranelli; ho contato ad una ad una le

frodi che tenevi sotto a covare come la gallina le uova. Tu vuoi goderti

la voluttà di mandarmi in galera...

— Ma no... ma no, commendatore.

— Sì, sì; invidia e interesse sono le faville che ti hanno il cuore

acceso. Tu, spento che avrai tutti gli uccelli, pezzo di asino, ti dai

ad intendere di cantare come un cardellino.

— Ma no, ma no, commendatore, abbasso quelle vostre mestole e ascolti un

po' me: provato che sia, e noi lo proveremo di sicuro, l'atrocissimo

oltraggio che lei ha patito, non solo lo manderemo immune da qualunque

pena, ma lo proseguiremo eziandio con le lodi ch'ella si merita.

— Tu cerchi abbindolarmi; come si può far questo?

— To'! Abbiamo fatto condannare tanti innocenti per ordine dei

superiori, sarebbe bella che non mi riuscisse a fare assolvere un

colpevole!

— Questo potrebbe anche darsi, disse Fabrizio tentennando il capo, se

non si trattasse di lui!

— Chi lui?

— Lui, lui, il conte *.

— Chi muore giace, chi vive si dà pace — e alla fine dei conti la legge

è uguale per tutti.

— E questo ti dà l'animo affermare me presente? la legge è uguale per

tutti si scrive su le pareti del tribunale, a mo' che gli strioni

mettono il gabbamondo su le cantonate per fare una retata. Tu sai meglio

di me che cotesta leggenda sta nell'aula delle udienze con profitto pari

delle sentenze morali dentro i confetti parlanti...

— Ma non si scarmani, commendatore; si lasci servire; io, se sarò

commesso a dirigere il dibattimento, girerò le cose in modo che

bisognerà che i giurati me lo lascino scappare fuori pel rotto della

cuffia...

— Vedi dunque che la legge non è uguale per tutti.

— La legge sì non già chi la maneggia.

— E dei giurati chi mi garantisce?

— Oh! i giurati sono bestie educate; o paglia, o avena, mangiano tutto

quello che si mette loro davanti.

— Il tuo consiglio è falso, ripiglialo indietro e barattamelo qui sul

tamburo con un altro che si possa spendere ed abbia miglior suono.

Il presidente, ormai al verde d'ogni rimedio umano, voltava gli occhi al

cielo per qualche ispirazione divina, ma la Provvidenza gli si

manifestava sotto l'aspetto poco lodevole di travicelli al palco, sicchè

non rinvenne miglior partito di quello di raccomandare l'anima a Dio. In

questo punto, per somma ventura del malcapitato, si spalanca la porta e

comparisce l'usciere, che presto presto favella:

— Con licenza dell'illustrissimo signor presidente, avviso

l'illustrissimo signor commendatore regio procuratore qualmente

l'illustrissimo signor prefetto abbia mandato al suo ufficio

l'illustrissimo signor consigliere di prefettura Inutili per

consegnargli un plico urgentissimo in sue proprie mani.

E' sembra che l'usciere avesse imparato a favellare in isdruccioli da

qualche personaggio delle commedie dell'Ariosto. Il presidente, colta la

palla al balzo:

— Vada subito, commendatore, disse, la non si lasci aspettare, il cor mi

dice: il suo soccorso è nato.

E s'ingegnò ammiccare all'usciere gli menasse via cotesto matto di

camera; e l'usciere mascagno, chiappata la mosca a volo, rincalza:

— L'illustrissimo signor consigliere Inutili aspetta all'uscio.

— Ecco, vengo; aspettatemi qui; in meno che si dice un _credo_ vado e

torno.

— A rotoli come la tela di Lucca, mormorò il presidente, ed appena lo

vide fuori della stanza prese mazza, cappello, ombrello e fascettone per

avvoltolarselo al mento e al collo; fatto capolino dall'uscio per

ispeculare se fosse libera l'andata, spiccò una rincorsa fino a casa,

dove non si tenne sicuro se prima non ebbe girato a due mandate e tirato

tutti i chiavacci dell'uscio. Quando poi in seguito gli occorreva

raccontare la brutta avventura, costumava aggiungere che per uscirne a

salvamento avrebbe dato a buon patti una gamba, e doverne portare il

voto a Sant'Antonio se l'aveva passata liscia.

Il prefetto accolse Fabrizio con la gelida garbatezza con la quale i

superiori trattano gl'inferiori, massime se si sappiano prossimi a dare

la capata: agli altari in rovina non si accendono più moccoli. Il

prefetto pertanto incominciò con la formula consueta:

— Sono dolentissimo di doverle annunziare per ordine superiore come da

un pezzo in qua i suoi portamenti abbiano fatto nel governo la più

penosa impressione. Si rende giustizia ai meriti del magistrato, il

quale nello esercizio del suo ufficio mostrò perizia non ordinaria e

fermezza nei principii sani, che, abiurati i pessimi in cui un giorno

forviò (vuolsi avvertire così di passo che il prefetto fu presidente nel

1849 di un circolo repubblicano a Firenze), promise osservare:

quantunque qui si sarebbe desiderata, non minore severità, che anzi

questa sta bene, e se maggiore meglio, ma più temperanza di atti e di

parole, imperciocchè co' modi gladiatorii l'autorità ci scapiti e

provochino dagli avvocati, vere campane del bargello, rimbecchi e

vituperii, che di rado si possono punire; ma ciò che ha passato il

limite di ogni pazienza è stato il suo contegno domestico. Che vostra

signoria ami teneramente la sua signora s'intende, a cagione della molta

bellezza e delle virtù che l'adornano, ma ch'ella si lasci travolgere il

senno dalla gelosia, ma che dia in escandescenze, ma che prorompa in

minaccie, ma ch'ella faccia segno dei suoi odiosi sospetti un

personaggio avuto in altissimo pregio dall'universale; a cui noi tutti

dobbiamo venerazione ed ossequio...

— Dunque perchè costui è potente potrà straziare a suo libito l'onore

dei cittadini? Dunque noi dovremo chiudere gli occhi a quello che

vediamo, gli orecchi a quello che ascoltiamo?

— Appunto, ell'è pur troppo illusione del suo cervello malato quello che

si dà ad intendere avere veduto ed udito.

— Come! prorompe stringendo i pugni e digrignando i denti Fabrizio, è

illusione avere io veduto... con questi occhi, il conte * in criminoso

congresso con la baldracca di mia moglie? Illusione avere sparato su di

essi tre colpi di rivoltella? Illusione averli ammazzati tutti e due

come cani?

— Appunto, riprende il prefetto con pacatezza stupenda, tutto questo è

illusione, eccetto lo scandalo immenso dato da lei.

— Come, non ho ammazzato?

— Nessuno. Il personaggio a cui ella temerariamente accenna da una

settimana non si è mosso dalle sue terre, e la sua signora...

— L'hanno trasportata al camposanto?

— La sua signora è qui... e accostatosi a un uscio lo aperse dicendo:

favorisca, signora.

Dalla stanza contigua ecco uscirne fuori saltabellando la Bianca

piagnolosa, la quale, gittate le braccia al collo dello stupefatto

marito, fra i singhiozzi diceva:

— O Fabrizio! Quante ne fai patire alla tua povera moglie? — Queste sono

le promesse? E questi...

Ma Fabrizio non la lasciò continuare, e respingendola urlava:

— _Vade retro Satana_... addietro, non mi toccare. Poi, percotendosi il

capo a più riprese gemeva: qui, qui mi scappa via ogni cosa... il cranio

è incrinato... il cervello mi gronda giù come l'acqua. — Di un tratto

inferocendo smania: — Infami tutti! tutti congiurati a farmi ammattire.

Che contano d'inferno e di demoni nell'altro mondo! Qui sono i demoni,

qui lo inferno... l'intelletto è ito, il cuore del pari; qui e qua, e

picchiavasi forte la fronte e il seno, si possono appiccare gli

_appigionasi_, ebbene, nella casa vuota entrino la rabbia, il furore, la

sete di sangue, la libidine della strage; all'inferno tutti con me; ora

vedremo se ammazzandoti una seconda volta resusciterai.

Si avventa in questo dire al collo della Bianca, e con la destra tenta

strangolarla; la donna, colta dall'atto subitaneo, non può fare riparo

se non agguantando con ambedue le mani il braccio del marito, ma invano

si sforza liberarsi dalla tenace tanaglia.

Il prefetto anch'egli si affanna di apportare soccorso alla meschina, se

non che Fabrizio con la terribile forza nervosa che dà la pazzia lo

abbranca pel petto con la mano manca e lo sbatacchia giù sul pavimento

in così dura maniera, che n'ebbe ammaccata la fronte e pesto il naso:

senza potersi rilevare da terra costui prese a urlare da spiritato:

Soccorso! soccorso!

Uscieri, servi e quanta altra gente stava nell'anticamera in aspettativa

di udienza ecco rovesciarsi addosso a Fabrizio per levargli la donna di

sotto, ma egli invelenito si difende a morsi, a calci, e non lascia

presa. Alla fine liberano da morte sicura la Bianca, terribilmente

malconcia; aveva gli occhi fuori come gatto arrabbiato; le impronte

sanguigne intorno al collo le durarono più di un mese. Il prefetto,

rattoppato alla meglio co' cerotti, anch'egli stette un pezzo a

presentare nella faccia l'aspetto della cantonata dove faceva ogni

giorno impastare i suoi manifesti. Fabrizio, legato e ben condizionato,

portarono diritto come un fuso nell'ospedale dei matti.

O come era avvenuto questo? Fabrizio cadde in abbaglio o vide il vero?

Egli aveva veduto il vero; pur troppo aveva sparato, ma al buio, e la

persona tutta tremante come ramo di arbore allo imperversare del

libeccio non gli aveva concesso prendere la mira, e non aveva colpito

persona. Il conte, passata la prima commozione, conosciutosi illeso, e

la Bianca altresì, come uomo risoluto e di pronti partiti, si affrettò

al riparo montando tutta la macchina che abbiamo narrato. Intendeva

traslocare Fabrizio in Sicilia, e se reluttante si riprometteva vincerne

le repugnanze con la minaccia di palesare le carte donde appariva come

un dì costui si fosse legato ad uccidere il re; ma non ce ne fu bisogno,

stante lo aver dato nei gerundi prima del tempo. La vecchia ospite fu

fatta svignare, e non le parve vero; un nuvolo di guardie di polizia

travestite e non travestite, aggirandosi nella contrada dov'era successo

il caso, spargevano mille voci diverse dal vero; più che altro

insistevano a dire che uno scapestrato, provando certa pistola di sua

invenzione, aveva lasciato scappare il colpo; intanto pagherebbe la

trasgressione. Il prefetto, a cui fu data ad intendere una novella senza

capo nè coda, finse credere ogni cosa, bevve grosso e abbuiò tutto. Vere

bocche di acquaio i prefetti, quando ci trovano il conto.

Il giorno successivo si leggeva in un giornale _officioso_ il seguente

avviso: «Abbiamo a registrare un fatto deplorabile. Il signor Fabrizio

Onesti, commendatore e regio procuratore a questa R. Corte di appello,

che tanto illustrava con la sua dottrina e rara eloquenza la

magistratura italiana, preso dalla monomania per credersi venuto in

disprezzo dei giudici giurati, perchè nell'ultima sessione delle assisie

non sempre accolsero le sue conclusioni, tentò ieri gettarsi giù dalla

finestra; impedito per miracolo alla sua moglie, che in cotesto

frangente fece prova di singolare coraggio, ha procurato con altre vie

di uccidersi, sicchè sono stati costretti a chiuderlo nel manicomio,

dove mercè le cure _intelligenti_ dell'egregio signor commendatore

direttore di cotesto _stabilimento_ si spera restituirlo in breve sano

alla famiglia, agli amici e al fôro, di cui è sì bello ornamento.» Stile

della _Gazzetta Ufficiale_, della _Opinione_, della _Nazione_ e di altri

della medesima mandria, compresa la _Perseveranza_.

E il misero Fabrizio migliorava così; il giorno stesso nel quale

compariva cotesto avviso, egli cadde in tali eccessi di furore, che fa

mestieri mettergli la camiciuola di forza e legarlo con le cinghie sul

letto; dopo alcuno spazio di tempo la mania furiosa cessò, sicchè

poterono lasciarlo sciolto dentro una cella chiusa con un cancello di

ferro, per cui facilmente veniva ad essere vigilato dai custodi, che

andando su e giù pei corridoi tenevano sempre d'occhio i pazzi. Fabrizio

notte e dì, con gran voce accompagnata da gesti terribili, non rifiniva

mai declamare orazioni contro gli ordini sociali, i vizi del tempo e la

necessità delle riforme, se pure non si voleva battere una capata delle

solenni; e sovente gli accadeva manifestare con eloquenza mirabili

verità, come quegli a cui natura era stata pur troppo liberale di doni,

ch'egli aveva offerti in olocausto alla vanità plebea e ad altri

ignobili affetti.

Ora, mentr'egli dimora chiuso costà, accadde che il presidente Goffredo,

fattosi del tutto manso, avesse supplicato il cugino Gabriele di

prendere in mano le redini di casa e ravviargli la matassa arruffata

della domestica economia, e il giovane dabbene presto gliela rimise in

filo; saldò i debiti, diede il puleggio al fattore, modello di prima

qualità, perchè non contento di rubare prestava il rubato al padrone

coll'interesse del cinque per cento il mese; insomma fece in modo che il

cappone comparisse sopra la mensa del presidente più spesso che la

giustizia nelle sue sentenze; e se ciò accadesse con esultanza somma di

lui, Dio ve lo dica per me. Per questi ed altri meriti il presidente

ormai senza il cugino Gabriele non poteva più stare; a tale giunse

cotesta sua amorevolezza importuna, che Gabriele ebbe ad avvertirne

Artemisia, onde ad evitare il ridicolo ella persuadesse il marito di

porre modo a quel dolce tormento. Ora dunque accadde, certo dì di festa,

che Gabriele e la madre di Artemisia andassero, secondo il solito, a

casa il presidente per recarsi di conserva alla sua moglie a udire

messa; la quale divotamente udita, frullò per la testa al presidente di

favellare così:

— Ecco, oggi è libero il passo allo spedale per cui voglia vedere i

matti: che dite, ragazzi, ci vogliamo andare? È un divertimento che non

costa nulla; forse ci troveremo anche quel matto dell'Onesti, che già

tenne ufficio di regio procuratore alla Corte che presiedo io.

— Sì, sì, andiamo, risposero ad una voce Artemisia e la madre di lei.

Più umano, Gabriele osservava: — Mi paiono gusti fradici; cotesti

spettacoli mettono in corpo la malinconia per una settimana almeno...

Ma la vecchia mamma di Artemisia salta su e rimbecca:

— Già, basta che la mia piccina mostri avere una voglia perchè tu subito

le dia il gambetto.

— È proprio la prima volta che me lo sento dire. Gua'! se volete andare,

andiamo; per compagnia s'impiccò un lanzo.

Chi va a vedere i matti, od è più matto di loro, ovvero è un tristo. Le

donne, entrate nel manicomio e osservando i miseri privi dello

intelletto, di taluno, conforme le governa il caleidoscopio della loro

isterica sensibilità, risero; di tale altro piansero, e presto si

uggirono di tutti. Di un tratto il presidente Goffredo esclamò:

— Oh! eccolo.

— Chi ecco?

— Il commendatore! Il matto! E' pare Ferraù alla riviera. Andiamo a

dargli noia; vediamo un po' se mi riconosce.

— Ehi! infermieri; ci è da fidarci nel cancello?

— La vada franco; non lo stianterebbe Sansone. Allora il pio Goffredo in

compagnia degli altri si accosta al cancello, e con voce tra beffarda e

compassionevole chiama:

— O commendatore! O sor commendatore, favorisca; ci è gente che si

vorrebbe _procurare l'onore_ di salutarla.

Il matto gli sbarra gli occhi addosso e poi si accosta lento al

cancello. Intanto il presidente continua:

— Buon giorno e buon anno; come si trova a suo agio qua dentro? Al

tribunale tutti lo aspettano a gloria. O che non mi riconosce?

— Altro se ti riconosco; e questa gente che ti accompagna chi è ella?

— Questa è mia moglie, quest'altra mia socera, il gentiluomo...

— Non importa che tu perda il fiato; egli è il cugino Gabriele...

— Giusto, ci ha dato dentro di colta; dopo avere ascoltato insieme la

messa...

— Ah! la messa?

— Sì signore, la santa messa, ci è nato il desiderio di venire a

riverirla e ad informarci della sua salute.

Allora il pazzo con voce da banditore si mise a gridare:

— Avanti! avanti! dame e cavalieri; la vita che meniamo qua dentro

uggisce maledettamente: ho pensato rallegrarvela; e a questo scopo

intendo darvi la spiegazione di alcune figure di cera che sto per

mettere nel mio museo; all'entrare! all'entrare! Il tutto _gratis_,

secondo il detto del Vangelo, _gratis accepistis, gratis date_. Attenti

dunque, che vado a dare principio al bel divertimento.

Tal bue va a pascere che si trova al macello; il divertimento del

presidente sta per trovare il suo riscontro nel divertimento del matto,

il quale continua:

— Questi, signori cavalieri, è il marito putativo di questa bellissima

madonna, che non si chiama Maria, bensì Artemisia, omonima della famosa

regina di Caria, che prima bevve il marito morto, e poi finì vecchia

arrabbiata di amore per un soldato vivo;[4] quest'altra è la classica

pollastriera mamma Agata, di cui da venticinque anni si contendono il

dominio tabacco e vino; nè pare che stieno per ora sul finire la lite.

Il gentiluomo poi è un tale Gabriele, che trovò spediente annunziare lo

amoroso messaggio per conto proprio e non per l'altrui. Questo branco di

degne persone, dopo avere passeggiato l'adulterio per le vie e per le

piazze della città, gloriose al pari di Cesare quando menava il trionfo,

si recarono devotamente a chiesa per presentarlo a piè degli altari al

cospetto di Dio. — E così, dame e cavalieri, bisogna che sia,

_conciofossecosachè_, quando le società degli uomini si conservano

selvaggie, ecco di un tratto scappa di mano alla natura un Lino, un

Orfeo, un Cadmo, un Romolo, un Teseo, promulgano leggi, che a guisa di

morse costringono i viventi a pigliare una piega per istarsene insieme

senza mangiarsi a morsi; ma nelle società diventate civili, se avviene

che si guastino, allora la libertà non consentendo partiti tanto

violenti, è mestieri operare in guisa che i buoni costumi rifacciano un

po' di carne alle leggi; dieno loro vigore allo stomaco per digerire e

alle dita per agguantare; per le quali cagioni e ragioni i guidaioli

generosi e podagrosi del nostro italo regno agli uffici supremi

preposero gli ottimati, i patrizi, quelli insomma che vanno per la

maggiore, affinchè con gli esempi incliti educhino le moltitudini,

meglio che co' precetti; di vero, se il senatore Cambray-Digny si

affaccia ad una finestra e si mostra al popolo sotto adunato: _ecce

homo_; la sua presenza farà più breccia nell'animo di quello che tutti e

dieci i comandamenti della legge di Dio. Quando non furono trovati

uomini nuovi, buoni da bosco e da riviera, si conservarono gli antichi;

così i vecchi sbirri si persuasero con ogni maniera di carezza a

rimanersi per ammanettare; alle amministrazioni però deputarono uomini

nuovi, perchè i vecchi rubare sapevano, ma non con le eleganze del

rubare moderno: quanto a boia non rinvennero meglio del Piantoni, ed il

carnefice del duca di Modena, che impiccò Ciro Menotti, continua a

impiccare per conto del re d'Italia, quantunque la sua reputazione sia

affatto scroccata.[5] A capo dei tribunali stanno magistrati come questi

— e qui additava il buon Goffredo — che se capitassero ma' mai in bocca

al diavolo, durerebbe a sputare corna e lische almeno un mese. — Ed ecco

come saranno sanati infallante co' buoni esempi i rei costumi del nostro

inclito regno.

[4] Il matto piglia uno svarione: due furono le Artemisie; una

appunto regina di Caria, moglie di Mausolo, che fece quello che

fece, come dice il matto, e morì di dolore due anni dopo la

perdita del marito; almeno così la conta Teopompo presso

Arpocrate; l'altra fu figlia di Ligdamide, regina di Alicarnasso

e di taluna delle isole circostanti, e questa fu che infuriando

di amore per Dardano abideno, per gelosia gli cavò gli occhi

mentre dormiva; e poi, vie più smaniosa, a rimedio della

passione che le bruciava le ossa, così consigliata dall'oracolo,

si precipitò dalla rupe di Leucade, dove le si spensero ad un

punto l'amore e la vita; questo si trova scritto nella _Storia

Nuova_ di Tolomeo Efestione, dove occorre il catalogo di tutti

quelli che fecero il salto; rimetto a lui coloro che desiderano

più ampie informazioni, e li avverto altresì che dove volessero

provare troveranno sempre la rupe di Leucade a Santa Maura,

isola ionica, disposta a servirli.

[5] Questo Piantoni il 22 gennaio 1871 impiccava in Alessandria

Antonio Vertua; ed era la sua 171ª, dico centosettantunesima

impiccatura. Nell'_Eco del Tirreno_, 5 novembre 1872, da tale

che esaminò il cadavere dell'impiccato si afferma che _le ossa

del collo erano al loro posto, e non rotte, il midollo intatto;

il boia col suo laccio semplicemente affogò l'appiccato, ed esso

non potendo respirare morì asfittico_.

Da questo racconto si ricava come il prelodato boia contasse

panzane quando si vantava egli solo possedere l'arte di

spacciare subito, e senza quasi dolore, il paziente, rompendogli

con un calcio o due esteticamente assestati _taluna delle

vertebre cervicali_. L'avvocato Giacomo Borgonuovo, nel suo

terribile libro _Il Patibolo, il Carnefice e il Paziente_,

racconta come Pietro Piantoni, impiccando a Genova Felice Abbo,

per bene _dieci_ volte pestasse sul capo di cotesto infelice,

senza contare Giorgio Porro, aiutante, il quale per di sotto

tirava giù a strattoni da schiantare la corda. Anche il patibolo

ha i suoi ciarlatani.

I pazzi avevano fatto un cerchio intorno al presidente ed alla sua bella

compagnia, levando un rombazzo, un frastuono, un rovinìo che pareva il

finimondo, nè ci era verso di scapolare loro di sotto; le sghignazzate e

i fischi andavano al cielo, e già era corso qualche scappellotto,

ventipiovolo d'imminente acquazzone. La faccenda diventava brusca

davvero, se il direttore non giungeva in tempo con un rinforzo di

spedalinghi armati di nerbi, i quali distribuendo a destra e a sinistra

busse da levare la pelle, fece prendere il puleggio a cotesti matti, i

quali però appena furono fuori di tiro si voltarono d'accordo

riprincipiando un inferno di fischi e di vituperi.

Il direttore, confuso per lo spiacevole inconveniente, si profondeva in

inchini, senza aprire bocca come colui che non sapeva da che parte

rifarsi; ma il presidente venne tosto a levarlo di pena, imperciocchè

sorridendogli beato, mentre si assettava il cappello sgualcito, gli

disse:

— Poverini! bisogna compatirli, e' sono matti.

— Giusto! era quello che pensava anch'io, cotesti miseri non sanno ciò

che si dicano o si facciano, si affrettò di soggiungere il direttore.

Artemisia tremava; di che tremava ella? Non mi è facile indovinarlo;

questo so e lo ridico, che stringendosi ella al braccio dell'amante, gli

susurrò negli orecchi:

— Han fatto male a mettere cotesto infame allo spedale, lo avevano a

cacciare addirittura in galera.

Ma Gabriele non le badava, chè mormorò fra sè questi detti segreti:

— La Dio mercede, noi siamo giunti a tale, che in Italia adesso i savi

parlano come matti e i matti come savi.

Da cotesto giorno in poi il verme penetrò in quello indegno amore, e

comecchè il giovane contrastasse alla incessante corrosione, in breve

l'ebbe guasto; allora egli si provò a sbrattarsene e non potè;

condizione infelicissima, che annebbia sovente i migliori spiriti; un

bel giorno con inaudito sforzo ruppe la fune della consuetudine, e

_insalutato hospite_ fuggì: pellegrinando in remote contrade corresse i

trascorsi della riprovevole passione, e rigenerato in faccia alla

propria coscienza ricuperava la stima di sè e la pace. Ora, chi credete

che di cotesto caso si arrapinasse più, il presidente Goffredo o la

moglie Artemisia? E' fu Goffredo; quanto ad Artemisia infuriò lunedì,

martedì pianse, giurò vendicarsi il mercoledì, il giovedì si diede

attorno a cercare il mezzo di condurre a compimento la sua vendetta; lo

trovò il venerdì; fa vendicata il sabato; sei giorni di fedeltà per

femmina come quella equivalgono alla eternità. Bisogna dirlo; all'uomo

qualche volta è dato restare a mezza scala; la donna va sempre fino in

fondo.

Non affatto infelice Fabrizio, poichè la fortuna gli concesse nel

profondo della sua miseria redimere un'anima. Certo tristaccio, quando

lo riseppe, notò malignamente: — I regi procuratori, onde facciano un

po' di bene al consorzio civile, bisogna che diventino matti. — La quale

sentenza, se non peccasse di troppa generalità, si dovrebbe rilegare in

oro.

*

Il conte! il conte! Noi vogliamo sapere come andasse a finire il conte,

urla la moltitudine dei miei lettori. — _Ordine! tranquillità! silenzio

e tenebre!_ Ed io vi conterò il fine del conte. Libero da ogni ostacolo,

costui irruppe con la foga della giovinezza dove alla _cieca più Venere

piace_, per dirla col Parini, e, o sia che la sua complessione

inchinasse a decadenza precoce, ovvero il troppo affaticare della mente,

e le notti vigilate, e lo abuso delle bevande nervose, massime caffè,

gli logorassero le forze vitali, in breve egli si trovò ad avere, non

che bevuto, sgocciolato il boccale della voluttà; venuto _a compieta_,

contro la propria impotenza arrovellava, se avesse potuto avrebbe fatto

arrestare dal questore _Amore_ e trasportare ammanettato dai giandarmi

alle Fenestrelle; pestava i piedi e si svelleva i capelli, dando di sè

miserando non meno che burlevole spettacolo. Dove la donna, mossa da

pietà o da quale altra passione, si fosse avvisata racconsolarlo con

parole di compatimento, apriti cielo! Allora sì che bolliva! rompeva in

escandescenze, e, come dice il volgo, ci _andava di moccolo_. Avvenne

quello che doveva avvenire; lo colse lo accidente di gocciola e morì.

Per la costui morte grande si levò il lamento nella universa Italia, che

gl'italiani costumarono con lui come gl'innamorati con la donna amata,

quando le diluviano addosso tutte le virtù le quali essi desiderano che

la donna possieda ed ella non ebbe mai. I suoi gesti dipinti

dall'adulazione co' falsi colori del servilismo ogni giorno più smontano

al sole della verità; anche pochi anni, forse mesi, e di coteste storie

non apparirà altro che pareti bruttate di memorie laidissime.

Ben può l'erede comprare un posto privilegiato al camposanto e

commettere a Carrara un monumento di marmo; i _lacchè dell'arte_ faranno

alle capate per iscolpirglielo, senza darsi un pensiero al mondo se

adoperano lo scalpello per un bandito o per un eroe; ma la Storia, che

non vende posti al suo cimiterio, e per amor di pane non usa la penna,

più presto o più tardi mette ognuno al suo posto e il tempo conferma il

giudizio.

Corse voce che lo avesse avvelenato la Bianca, e fu calunnia; ella non

era capace di siffatti reati; anzi ella amava il conte a modo suo; certo

cotesto amore a lei arrideva quando le veniva davanti col turcasso

pieno, non mica di frecce, bensì di cedole di banca di mille lire l'una;

ma insomma se lo teneva caro; di un'altra cosa ell'era capace, e in

questa parte non si lasciava patire; mantenuta dal conte, manteneva...

chi mai? Non importa dirlo; uno di quei tanti così che costumano portare

i baffi appuntati volti in su come le vacche le corna, ed i capelli

spartiti per davanti e per di dietro su la zucca come gli spicchi del

popone. Donde vengano non si sa, dove vadano nemmeno; pari al sole dei

climi tropicali, non conoscono crepuscolo; splendidi di tutti i loro

raggi compaiono nelle sale magnatizie, sfolgoranti di tutti i raggi loro

precipitano nella tenebra; forse, se ne francasse la spesa, a cercarli

bene, si troverebbero in galera, ovvero in sagrestia; intanto corruscano

nei _club_; nei _turf_ si esaltano Minossi, poichè ci decidono i piati,

e talora eziandio emuli a Castore semideo scendono nello stadio e

corrono il palio; luogotenenti e vescovi _in partibus_ di Tersicore, la

musa ballerina nelle _soirées dansantes_; diaconi e suddiaconi di Como

nei banchetti e nei _buffets_; Achilli della forchetta e della spada,

perchè talora duellano, e non senza audacia, per conto proprio, più

spesso vengono a regolare cotesti intrugli, che chiamano a ragione

_partita di onore_, essendo provato che l'onore non ci si fa mai vedere,

o, se per caso ci s'imbatte, scappa senza voltarsi indietro. La

cittadinanza finge maravigliarsi di simile risma di gente e le appella

_misteriose_; cittadinanza vile e corrotta, che si tappa occhi, orecchi

e bocca per non vedere, non udire e non parlare; per poco che ci

attendesse, non che altro, il lezzo glie le svelerebbe anche al buio;

esse, finchè il vento soffia in poppa, si reggono sopra ogni maniera

senserie e sul truffare al gioco, non mica barando per sè, che sarebbero

scoperti subito, bensì tenendo il sacco a persone illustri duchi,

marchesi ed altri titolati: essi guadagnano a starsene all'ombra; dopo

queste viene l'industria di darsi a nolo a femmine use vendersi un dì

alla libidine altrui, oggi costrette dalla propria a comprare,

mantenendo in fiore l'ampia famiglia dei contratti innominati _do ut

des, ut facias facio_; ed è destino che queste donne caschino

stupidamente nei laccioli medesimi onde accalappiavano altrui. Narrasi

che il conte, tra robe e quattrini, avesse lasciato alla Bianca pel

valsente di centocinquanta e più mila lire, sicchè, come vedete, ci era

da scialare un pezzo; quindi non mancò il bertone di proporre alla donna

il pellegrinaggio di Parigi, che è il santo Iacopo di Galizia di quanti

barattieri e baldracche vivono nell'universo. La donna assentì più che

volentieri, trovandosi fornita in copia di viatico, ed anco per

allontanarsi da una città, dove così atrocemente le levavano i pezzi

d'addosso; le turpi adulazioni ora le facevano scontare con ispregi

abiettissimi; e percotendo lei credevano vendicare la propria viltà;

logica dei tempi, che fa cascare le braccia alla medesima infamia.

Di questa ragione salmi finiscono sempre col solito _gloria_; fecero del

ben bellezza, sicchè in capo ad un anno del sacco rimasero loro appena

le corde; ma il bertone, innanzi di vederne il fondo, arraffato il buono

e il meglio, si tirò al largo, nè se ne seppe più nuova; alla donna

parve toccare il cielo col dito tombolando nelle mani di un imprenditore

di pompe funebri; costui sperava cavarne presto uno scheletro per decoro

dei catafalchi; campando ella oltre l'aspettativa, la sgabellò a un

oste; l'oste a un carrettaio; qui di vettura privata diventa _omnibus_,

e così di male in peggio: allora dà di una stincata al sifilicomio,

n'esce, ci torna, lasciando via via nuove offerte al tempio, una volta i

capelli, un'altra i denti, ora un occhio. Poco prima della famosa

rivoluzione dei _Comunardi_ a Parigi fu vista bazzicare il _Boulevard

des Italiens_, dove vendeva fiammiferi. Parecchi italiani la conobbero e

udirono da lei la storia del conte, arrapinato, pestare i piedi e

svellersi i capelli quando Venere, appoggiato il pollice destro sotto il

naso, gli faceva ventola con la mano aperta. Qualcheduno ne scompisciava

dalle risa; i più, tentennando tristamente il capo, mormoravano: ecco i

grandi uomini partoriti pei piedi dalla monarchia.

Tutti però le davano il soldo.

Forse ella, nel portare l'acquavite o il petrolio ai combattenti, sarà

rimasta morta; o forse il governo del repubblicano Thiers l'avrà

fucilata. Forse chi sa che un giorno o l'altro non la troviamo segnata

fra le sante in qualche lunario francese: ce ne hanno messe tante!

Il secolo che muore, vol. IV · 第 5 / 12 题